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DON MARCO PORCILE (1873-1929)

"Ciabattino per amore dei poveri"

di LORENZO BEDESCHI
   

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2006 - Home Page

Nel clima di ampio sospetto e di delazioni che caratterizzò la reazione antimodernista, emerge la figura di don Marco Porcile, prete genovese di spiccata lealtà evangelica, impegnato sul fronte culturale come su quello caritativo e sociale. Ma le lezioni che teneva alla Scuola superiore di religione per universitari e per professionisti gli attirarono accuse per le sue aperture all’apologetica blondeliana diffusa da padre Semeria.
  

Di don Porcile (1873-1929) si può dire che il suo stesso cognome gli sia servito da cilicio per tutta la vita; a cominciare dai tempi delle elementari quando il maestro faceva l’appello. Il rossore si aggravava man mano che egli realizzava la propria vocazione sacerdotale a Genova, dov’era nato, durante il periodo forse più tormentato da un punto di vista ecclesiastico, all’inizio del ’900, causa il contrasto fra il clero proveniente da tradizione liberaleggiante e l’arcivescovo monsignor Edoardo Pulciano per «la posizione insostenibile creata col suo rigorismo» a detta del visitatore monsignor Emilio Parodi. Il quale lo definiva addirittura «più questore e giudice che padre».

Don Marco Porcile.
Don Marco Porcile
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Giovani preti "semeriani"

Lo stesso visitatore però non mancava di far notare nella relazione, inviata al termine dell’ispezione a Genova nel 1905, una preoccupante circolazione, specialmente fra i giovani preti, di «idee moderne, di ipercritica per cui qualcuno nega persino i dogmi e altri burlano i preti anziani, mettendo in dubbio gli obblighi più certi». Soprattutto veniva denunciata una «tendenza al razionalismo, procurata anche dalla lettura delle opere di padre Semeria che facilmente aprono la via a dubbi se non si afferra bene il suo concetto ed eccitano al disprezzo delle pratiche di pietà e alimentano l’orgoglio». E il padre Semeria, di stanza a Genova in quegli anni, godeva di un grande prestigio, e non solo nell’ambiente cattolico.

In sostanza, pur con qualche riserva per i drastici giudizi del visitatore apostolico, si trattava più semplicemente di abbagli determinati da pregiudizi integralisti nei confronti del cosiddetto pensiero moderno in genere che si starebbe infiltrando nelle coscienze dei giovani preti e laici. Sempre a detta dell’inquisitore romano, la maggior parte di questo male sarebbe da attribuirsi al magistero di padre Semeria, descritto come «uomo di singolare cultura, di studi profondi, di ingegno robusto, di operosità straordinaria; del quale però», continuava l’inquisitore, «debbo riferire ciò che ottimi ecclesiastici e ottimi religiosi mi vollero far notare a riguardo della sua predicazione. Si osserva che slancia principii che possono essere facilmente interpretati male [...] che portano a mettere tutto in dubbio e producono un fatale razionalismo che purtroppo si fa strada nel clero giovane, facile ad innamorarsi delle novità».

Di questi giovani "semeriani" il visitatore faceva alcuni nomi. Il primo dei quali era quello di don Marco Porcile: un giovane prete senza alcun rilievo particolare nel panorama ecclesiastico genovese, essendo direttore spirituale del Conservatorio Fieschi, un istituto per ragazze e donne materialmente e spiritualmente bisognose. Era però molto vicino a padre Semeria, anche per l’indole che lo portava a unire l’impegno culturale con quello caritatevole e sociale. In seguito, nella cerchia di quanti imparavano a conoscerlo meglio frequentandolo, sarebbe stato denominato affettuosamente "ciabattino per amore dei poveri" per la sua evangelica disponibilità verso i miserevoli.

Padre Giovanni Semeria.
Padre Giovanni Semeria
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"Un modernismo provinciale in veste da camera"

Ma in quei primi suoi anni di sacerdozio, con il mutato clima romano, sospettoso che si potessero nascondere errori in chiunque tentava nuovi metodi di apostolato intonati ai tempi nuovi, approfittando del citato orientamento dell’arcivescovo diocesano, sorgevano zelantissimi denunciatori d’eresia, dove non erano sempre esclusi interessi di parte o personalismi.

A Genova infatti, a contendere il prestigio culturale nella città ai gesuiti del Collegio scolastico di Arecco erano i barnabiti del collegio Beato Alessandro Sauli. Per rivalità ciascuno faceva valere nella propaganda i propri metodi scolastici per poter avere tra gli allievi i figli delle principali famiglie genovesi. I gesuiti facevano pesare i metodi tradizionali collaudati da secoli, mentre i barnabiti vantavano sistemi nuovi, non sempre sicuri dottrinalmente: così sussurravano certi maliziosi, specialmente accennando a padre Semeria.

Questi, con l’aiuto del confratello padre Ghignoni, fin dal 1897 aveva dato forma stabile alla Scuola superiore di religione per studenti universitari e professionisti, attirando un vasto pubblico per l’impostazione del tutto moderna data alle lezioni. Vi si adottava una metodologia d’analisi improntata agli strumenti critici moderni e soprattutto si seguiva la nuova apolegetica blondeliana, del tutto contraria alle asprezze ripulsive e irritanti del manicheismo antimodernista.

Uno dei più assidui frequentatori della Scuola superiore, entusiasta del metodo seguito da padre Semeria, era per l’appunto don Marco Porcile. Per i "benpensanti", formati per lo più dai gesuiti, egli entrava nella categoria del «piccolo modernismo provinciale, quello non definito categoricamente dall’autorità, quello insomma che non essendo nella ormai nota livrea ma in una semplice e intima veste da camera non mette né ribrezzo, né impressione» (parole del visitatore).

Per don Giovanni Boccardo, direttore del giornale intransigente La Liguria del popolo, membro attivo del sodalizio piano di monsignor Benigni, e per don Cavallanti dell’Unità cattolica ("botolo ringhioso" per monsignor Bonomelli e sostenuto in alto loco da sicure protezioni) don Porcile era «uno dei più ardenti semeriani della città», mentre per il cardinale De Lai, tenuto al corrente da una rete di zelanti informatori da lui scelti, diventava «il più modernista, per voce comune, dei preti diocesani che hanno bevuto lo stesso veleno di Semeria».

Il cardinale Gaetano De Lai.
Il cardinale Gaetano De Lai
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Addolcisce i contorni della fede

Di specifico si accusava don Porcile di "irenismo", cioè di addolcire i contorni del dettato della fede «nel tentativo di avvicinare qualche fratello». Lo stesso don Cavallanti in un articolo in prima pagina su l’Unità cattolica lo avrebbe denunciato come corruttore degli altri (1.12.1912). Per il giovane prete, dopo una messa alla gogna di tal fatta, diventavano difficili e sempre più amari i suoi giorni. La canèa antimodernista gli si accaniva contro. L’oratoriano padre Arturo Colletti ("virtuosa canaglia" secondo Sabatier), feroce accusatore di Semeria, lo prendeva di mira con un ignobile pamphlet intitolato Sereni appunti ad un corso di religione tenuto a Genova.

Per rendersi conto di un siffatto attacco, occorre tener presente che don Porcile s’era esposto all’interno dell’Associazione magistrale Niccolò Tommaseo, dove la tendenza confessionale si contrapponeva a quella neutralista e laica. Dell’associazione, costituita nel 1906 dai maestri cattolici in opposizione all’Unione magistrale laico-massonica, faceva parte – non in seconda fila – anche don Porcile, che naturalmente sosteneva l’aconfessionalità, indispensabile a tutelare l’indipendenza da qualsiasi settarismo.

A un tale spirito era improntato il nuovo "Corso di religione" che si teneva nella sezione genovese della Tommaseo ogni giovedì pomeriggio. Lo inaugurava padre Gemelli (allora tacciato di simpatie novatrici), seguiva la lezione di don Porcile sul modo più efficace di comunicare i contenuti; concludeva padre Semeria parlando di pedagogia. Le lezioni, in gran parte poligrafate, si possono leggere anche oggi, essendo conservate fra le Carte Porcile nell’archivio di curia. Meraviglia che possano aver suscitato tanti sospetti di eterodossia! Chi denunciava le lezioni come fonte d’errori batteva forse la sella per colpire il cavallo, che era duplice: monsignor Pulciano, che il visitatore apostolico aveva proposto di sostituire, data la di lui tolleranza – almeno iniziale – nei confronti di padre Semeria (che era il secondo bersaglio). Infatti l’arcivescovo aveva affermato: «Padre Semeria porta la parola e io la mitra». La relazione del visitatore riportava la frase, spoglia forse dell’originale ironia, tacendo ch’essa era stata pronunciata prima che al frate barnabita l’arcivescovo avesse tolto il permesso di predicare in diocesi, spintovi forse da Roma.

Monsignor Edoardo Pulciano.
Monsignor Edoardo Pulciano
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Fedi, religioni, culture e altri guai

Tutto questo si ripercuoteva in maniera infausta sul generoso don Porcile. All’attacco proditorio di padre Colletti se n’era aggiunto anche uno di don Cavallanti che gli muoveva riserve d’ordine dottrinale dalle pagine della Sentinella antimodernista (il nuovo periodico da lui fondato e diretto) col titolo "I semeriani genovesi in difesa di don Porcile contro padre Colletti". Vi si deprecavano le aspirazioni del Porcile nel voler scusare gli atei quando è «inescusabile chi non rende il dovuto culto a Dio», nonché le distinzioni tra soggettivo e oggettivo che gli permetteva di considerarli «anime grandi ed eminenti, prodotte da una civiltà progredita e naturalmente indipendente». Inoltre Cavallanti gli rimproverava di confondere «paternità divina, non come conseguenza della creazione, ma per grazia». Poi lo incolpava dell’accenno alla fede senza le opere, e ancora di fare della teologia una branca dell’umana ragione e infine di sostenere la separazione della Chiesa dallo Stato.

Il carattere mansueto e le mortificazioni, nonostante la coscienza tranquilla di fronte alle ingiuste accuse, trattenevano don Porcile dal chiedere riparazione al direttore del foglio calunniatore come invece, in caso analogo, aveva fatto padre Bonaccorsi, che aveva costretto don Cavallanti a rinonoscergli «la perfetta ortodossia della propria opera e a deplorare in particolare di aver propalato contro di lui ingiuste censure ispirate a giudizi errati e partigiani».

Invece a Roma, fra le oche capitoline suscitavano grandi starnazzamenti le critiche genovesi giunte sulla sponda del Tevere nella versione daltonica degli informatori segreti favoriti dall’autorità centrale e scelti fra i meno adatti culturalmente a capire certe sfumature. Anzi costoro ritenevano di aver trovato nell’attività di don Porcile la prova delle indubbie influenze semeriane tese a scoprire germi di cristianesimo e tracce di verità in chi non professava la fede e seguiva altre dottrine. Aspetto che poi era la novità rispetto all’apologetica tradizionale verso il pensiero moderno, che Semeria aveva teorizzato nel suo volume Scienza e fede con tanto di imprimatur del maestro dei sacri palazzi!

Storicamente parlando rimaneva strano il fatto che gli stessi scritti, che erano stati scrutati da chi aveva il potere, il dovere e la capacità indiscussa di farlo e non vi aveva trovato nulla di riprovevole, ora venissero giudicati zeppi di errori morali e dogmatici da un azzeccagarbugli qualunque. A questa gente, con cui la persona onesta non si abbassava a discutere, Roma riservava le sue predilezioni, mentre neppure la più elementare garanzia di difesa veniva accordata a colui che la lista di proscrizione aveva bollato.

Il formale capo d’accusa contro il Semeria – e di conseguenza contro chi ne seguiva gli orientamenti apologetici – era proprio quello di presentare la fede non come una costruzione mentale e concettuale o come un possesso di una verità quantitativa e matematica, ma come atto di ricerca che si svolge dentro un universo culturalmente e religiosamente pluralistico. Il nesso tra fedi, religioni e culture, intese come simboli, rappresenta dimensioni proprie d’ogni essere umano. Ciò significava spostare la riflessione umana dall’essere al conoscere, dall’oggetto al soggetto, come già accennato. A questa impostazione ubbidivano le lezioni di don Porcile ai maestri della Tommaseo.

Monsignor Giacomo Della Chiesa.
Monsignor Giacomo Della Chiesa.

Il ritiro in se stesso

Ma qualche resipiscenza subentrava in qualcuno dei suoi accusatori, se in un secondo momento lo si qualificava non modernista ma "semimodernizzante", secondo la strana categoria accreditata perfino dalla Civiltà cattolica (17.3.1907). In tal modo don Porcile veniva collocato fra i cosiddetti «preti degli accomodamenti e delle transizioni che non servono la causa culturale, ma la causa dei nemici della Chiesa». Nei quali si sarebbe mal celato un (impossibile) sdoppiamento di coscienza. Forse per questo, senza rinnegare le conquiste culturali raggiunte, don Porcile si ritraeva in se stesso come il chicco di grano evangelico, accentuando l’interiorità mistica; che poi trasmetteva a una famiglia religiosa da lui fondata, che denominò Figlie di Santa Caterina da Genova, la santa che aveva attirato le simpatie del barone Friedrich von Hügel, il vero mentore spirituale dei novatori italiani. All’istituto don Porcile dava come consegna le iniziative benefiche e l’istruzione cristiana del popolo.

Ma intanto era apparsa drammaticamente sull’orizzonte la Prima guerra mondiale, mentre sul soglio pontificio era salito l’arcivescovo Giacomo Della Chiesa, di scuola rampolliana, col nome di Benedetto XV. Questi voltava decisamente pagina quanto all’intransigenza culturale e politica precedente, chiudendo il capitolo del sospetto e della delazione. Il nuovo Pontefice era di famiglia genovese e, benché la sua attività l’avesse tenuto lontano dalla città, non potevano essergli ignote le vicende di quella diocesi e il nome di don Porcile con quel che rappresentava. Sta il fatto che negli anni Venti, durante il breve pontificato di Benedetto XV, il nostro prete genovese, con le piaghe ancora aperte causa i suoi orientamenti e la sua lealtà evangelica, veniva nominato dall’arcivescovo diocesano giudice per le cause matrimoniali per la Chiesa ligure. Segno che la sua comprensione per gli altri era stata apprezzata e primo riconoscimento di stima da parte dell’autorità ecclesiastica. Purtroppo a causa del debole cuore usurato – usurato troppo per gli altri, come avrebbe detto di Turati l’onorevole Treves – moriva a soli cinquantasei anni. Lo si trovò, steso sul letto, ormai freddo con a fianco un grosso plico di una difficile causa matrimoniale che evidentemente stava studiando.

Amicus Plato, sed...

Non si può chiudere questa triste vicenda senza precisare che il parametro di giudizio a cui ci siamo rifatti per restituire la doverosa giustizia a don Porcile (uno dei molti purtroppo) non ci è stato suggerito da spirito di parte o da un revisionismo alla Faurisson, bensì per una distinzione operata fra la storia e l’ideologia, tra i fatti e le idee. Per cui non è raro nel mondo cattolico il caso che, se fai ricerca storica su chicchessia senza badare ai suoi gradi, con la sola preoccupazione della amica veritas può capitarti d’essere guardato come uno poco interessato al bene della Chiesa. Se invece passi sopra a certi atti risultati ingiusti nei confronti d’un povero cristo (amicus Plato) compiuti dall’autorità istituzionale, sei additato come esempio di serietà apologetica e più ancora lo diventi se attribuisci quelle ingiustizie patite dai sudditi ai "tempi malvagi". In tal modo il preminente bene dell’autorità prevale sul reale bene delle anime.

Circa infine il giudizio storico sul cosiddetto modernismo genovese, attribuito a Semeria e ai suoi allievi, mette conto riportare una testimonianza di indubbio valore da parte di un personaggio al di sopra d’ogni sospetto, il cardinal Siri, noto per il suo rigore dottrinale. In una prefazione al testo riguardante la documentazione circa la vicenda di monsignor Caron, a cui Giolitti non diede l’exequatur, scriveva: «Genova non conobbe il modernismo, per la ragione semplicissima che si occupava d’altro e che gli stessi antimodernisti – quasi tutti da me conosciuti – pochissimi o nessuno avevano un’idea sufficientemente scientifica su ciò che fosse il modernismo!».

Lorenzo Bedeschi

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