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MUSICA E LITURGIA: INDICAZIONI PASTORALI

L’assemblea che canta

di ANTONIO PARISI
   

   Vita Pastorale n. 11 novembre 2005 - Home Page La riforma liturgica ha recuperato la centralità dell’assemblea celebrante. È necessario considerare, di conseguenza, la centralità dell’assemblea che canta. Le parole, i ritmi, le melodie, le armonie, gli strumenti che si usano nella messa debbono essere quelli di tutto il popolo di Dio riunito e non solo del clero o del coro.
   

All’inizio di un nuovo anno pastorale sarebbe quanto mai opportuno da parte dei responsabili delle comunità parrocchiali, sacerdoti e animatori vari, occuparsi anche del canto liturgico della propria comunità. Fa sempre bene ricordare che il canto è parte integrante e insostituibile della liturgia cattolica e che esso svolge un compito ministeriale nel servizio divino (cf Motu Proprio di san Pio X, Tra le sollecitudini 112).

Uno degli ultimi interventi di Giovanni Paolo II su questo argomento (cf Chirografo di Giovanni Paolo II per il centenario del Motu proprio Tra le sollecitudini sulla musica sacra) invitava a promuovere «con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche [...] possano risuonare le voci dei fedeli» (cf Tra le sollecitudini 30). «Il canto popolare, infatti, costituisce un vincolo di unità e un’espressione gioiosa della comunità orante, promuove la proclamazione dell’unica fede e dona alle grandi assemblee liturgiche una incomparabile e raccolta solennità» (cf Chirografo cit., n. 11).

Anche nell’Instrumentum laboris sull’eucaristia, preparato per il Sinodo dei vescovi, al n. 61 viene ricordato che «il popolo di Dio, radunato nella casa del Signore, esprime l’azione di grazie e di lode con le parole, con l’ascolto, con il silenzio e con il canto». Quindi il canto fa parte del cammino di fede di un cristiano e di una comunità; il suo utilizzo non è facoltativo né opzionale, ma aiuta la celebrazione e diventa, esso stesso, un’azione rituale quando è inserito nella celebrazione. Ed è opportuno anche richiamare la funzione fondamentale dell’assemblea come soggetto, con un ruolo attivo; un’assemblea che canta, loda e prega con dignità e bellezza.

Infatti Sacrosanctum Concilium 26 così scrive: «Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è "sacramento di unità", cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero Corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione». Molto bella anche l’affermazione dell’Ordinamento generale del Messale Romano 27: «Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome».

(foto Belluschi).
(foto Belluschi).

Un cantiere aperto

Sono tanti gli studi di carattere teologico, pastorale, sociale, che sono stati pubblicati sul tema dell’assemblea; alcuni interrogativi sono utili per comprendere almeno in parte la vasta problematica di tale argomento. Il radunarsi in assemblea da parte dei cristiani, che senso e che valore ha oggi in una società secolarizzata e post-moderna? Le nostre assemblee sono un luogo di annuncio della buona novella della salvezza e provocano un discernimento sul modo di vivere nel mondo attuale? C’è una reale incidenza delle nostre assemblee domenicali nella vita sociale, culturale, politica, economica? Quale immagine di Chiesa traspare dalle nostre liturgie?

La Chiesa comprende tutti i fedeli, ma la liturgia alcune volte sembra appartenere solo ai preti; la Chiesa è una comunità, alcune liturgie invece sono caratterizzate da individualismo, privatizzazione, isolamento pietistico. Ci sono assemblee diverse ed eterogenee, sia per cammini di fede differenti secondo i partecipanti sia per la mobilità dei membri delle nostre assemblee; come animatori occorre farsi carico della fede iniziale e quindi diversificare le proposte celebrative. Ecco quindi un cantiere aperto, dove è possibile intervenire; dobbiamo avvertire la responsabilità di realizzare con tutte le nostre forze una partecipazione consapevole, piena, attiva e fruttuosa, così come auspicava il concilio ecumenico Vaticano II.

C’è posto per tutti

La riforma liturgica ha recuperato la centralità dell’assemblea celebrante e pertanto va recuperata la centralità dell’assemblea che canta. Una prima conseguenza: «Le parole, i ritmi, le melodie, le armonie, gli strumenti che si usano per celebrare il mistero devono essere quelli dell’assemblea celebrante e non solo del clero o del coro [...]. Devono essere il più possibile l’arte che ogni fedele può abitare familiarmente, gustare profondamente, praticare facilmente. Allora il popolo di Dio potrà cantare con tutta la sua arte» (J. Gelineau). Chiediamoci, noi pastori e animatori liturgici e musicali: cosa abbiamo fatto per favorire il canto dei fedeli? Quali sussidi, tecniche, attenzioni abbiamo messo in opera? Il popolo canta più di prima: ma quale percezione e quanta convinzione ha del canto liturgico?

Per tanti il canto liturgico ha la stessa valenza del canto passatempo, riempitivo, del sottofondo musicale piacevole. Come preparare l’assemblea? Con prove e una guida del canto, con sussidi particolari (il libro dei canti), con catechesi appropriate. Ci vorranno, infine, molta pazienza e molto tempo per realizzare il canto dell’assemblea, ma se ci incamminiamo per questa strada, alla fine la stagione dei frutti verrà. Dice sant’Ambrogio, maestro musicale, che il popolo che canta – e secondo lui c’è posto per tutti: cantori solisti, coro, assemblea di uomini, donne, fanciulli – è quasi un unico mirabile strumento musicale suonato con arte ineffabile dallo Spirito Santo: «Spesso sbagliano le dita del suonatore di cetra, ma nel popolo quell’artista che è lo Spirito Santo non conosce errore» (Enarr. in Ps. I,9).

I pastori non possono non inserire nella loro agenda di impegni pastorali la formazione musicale dei fedeli; è lo stesso Concilio a ricordarlo: «La formazione di tutti i fedeli al canto sia promossa con zelo e pazienza, insieme alla formazione liturgica, secondo l’età, la condizione, il genere di vita e il grado di cultura dei fedeli stessi, iniziando dai primi anni d’istruzione nelle scuole elementari» (Musicam sacram 18; SC 19 e 115). Non bisogna lasciare nulla di intentato perché chi diventa cristiano sia formato anche musicalmente, conosca il valore e la funzione del canto e sappia cantare nella liturgia. L’impegno formativo sta, dunque, alla base della pastorale della musica. Non si tratta di far diventare tutti musicalmente competenti, ma di metterli nella condizione di svolgere dignitosamente il proprio compito e partecipare responsabilmente alla realizzazione del segno sonoro.

Ancora mi preme porre l’accento su un’altra questione: la partecipazione interiore ed esterna sono due realtà complementari e non contrapposte, sono due facce della stessa medaglia; è tutto l’uomo che entra nell’agire celebrativo, è il fedele che esercita attivamente il proprio sacerdozio battesimale. La partecipazione esterna è evidenziata attraverso «i gesti e l’atteggiamento del corpo, le acclamazioni, le risposte e il canto». Un’assemblea che sta sempre zitta, o apre la bocca solo per brevi risposte biascicate; un’assemblea che è sistematicamente ignorata in questa sua partecipazione, non è un’assemblea cristiana. Una schola o un gruppo di cantori che abitualmente zittiscono l’assemblea con la scusa che è impreparata al canto, non svolgono il proprio servizio ministeriale.

Con ciò non si vuol sostenere che l’assemblea debba cantare tutto dall’inizio alla fine della celebrazione e che il canto della sola schola non ha diritto di cittadinanza nella celebrazione, ma ognuno deve svolgere il suo compito secondo una regia celebrativa attenta e diligente. Pertanto non può esistere contrapposizione tra l’assemblea e la schola, ma ambedue devono coesistere, amalgamarsi, dialogare, sostenersi, alternarsi. Come la preghiera sacerdotale detta dal solo presidente è preghiera di tutto il popolo radunato, così anche il canto di uno solo o della schola dovrà sempre essere un canto di tutti e per tutti, mai un canto per iniziati o addetti ai lavori o un canto che sconcerti, cioè metta fuori del concerto. Inoltre, sarebbe auspicabile che l’assemblea sia educata a un ascolto e a una partecipazione interiore, mentre la schola esegue un canto particolare.

Una melodia ideale

Una prima domanda di partenza: esiste la melodia ideale per un testo destinato al canto dell’assemblea? La melodia nella musica è il primum ontologicum, la radice esistenziale di ogni fatto musicale. D’altra parte siamo tutti convinti che «la cosa più difficile è scrivere una melodia» (D. Milhaud). Una prima osservazione: attenti alla seduzione del bel canto, all’indulgere continuo a melodie a sfondo romantico-sentimentale. Ci sono alcuni gesti rituali in canto o con canto che non possono essere trattati con un’espansione melodica; penso ad esempio alle acclamazioni, ad alcune litanie, ad alcuni brevi interventi.

Bisogna sempre stare in guardia dalla tentazione del bel canto, quando magari si tratta solo di recitare o proclamare un testo liturgico, sia pure in forme di particolare solennità. Allora la melodia ideale è quella che non c’è, quella che brilla per la sua assenza, rispettosa dei diritti della Parola. Bisogna inoltre affrontare, ma non in questa sede, il delicato problema dei linguaggi musicali adatti alle assemblee di oggi e intendersi sul significato delle parole facile e difficile riferite al canto per l’assemblea. Una norma fondamentale va sempre tenuta presente: una buona melodia "semplice e orecchiabile" (Terenzio Zardini) potrà aiutare il canto dell’assemblea.

Indicazioni concrete

Un buon progetto pastorale dovrebbe individuare alcuni momenti utili per insegnare un canto a un’assemblea domenicale. Si potrebbe iniziare con qualche minuto di prova durante le catechesi settimanali, per esempio prima dei tempi liturgici forti. Cominciare dai primi giorni di novembre per insegnare alcuni ritornelli ed eventuali altri canti che saranno poi eseguiti durante l’Avvento. Nelle messe domenicali di novembre, si potrebbero utilizzare alcuni minuti, prima dell’inizio della celebrazione, per apprendere qualche canto, senza preoccuparsi dei soliti ritardatari o della presenza in chiesa di poche persone. Un altro momento consigliabile potrebbe consistere nell’individuare una catechesi, aperta a tutte le realtà parrocchiali, in cui si spiega il tempo liturgico e quindi si insegnano alcuni canti.

Rimane indispensabile la presenza durante la celebrazione domenicale di una guida del canto d’assemblea, una figura ancora poco sviluppata, ma necessaria per far cantare i fedeli riuniti. Tale ministero esige una buona preparazione sia tecnica che liturgica. Anche la presenza di un coro è insostituibile per sostenere e aiutare il canto comune. Un buon sussidio fra le mani, potrà, almeno per le prime volte, aiutare la memorizzazione di un canto. E perché non pensare all’utilizzo di un rigo musicale con la melodia, da consegnare a ogni fedele almeno per le grandi feste? In tal modo. anno dopo anno, il linguaggio musicale potrebbe diventare familiare a più persone. È solo utopia? Non potrebbe essere un tassello di una presenza culturale all’interno di un’esperienza parrocchiale?

Un altro intervento utile potrebbe essere realizzato nelle classi di catechismo: ogni quindici giorni dedicare alcuni minuti della lezione per imparare un canto liturgico, spiegandone il testo, il significato e la pertinenza rituale. Si parla di un vero canto liturgico e non di un canto qualsiasi. Un altro approfondimento meriterebbe la questione circa il feriale e il festivo anche riguardo al canto liturgico. In particolare, l’uso del canto dovrebbe far percepire con evidenza la differenza fra la celebrazione quotidiana e quella festiva o solenne. I canti di ogni giorno dovrebbero essere diversi da quelli della festa, come pure il suono dell’organo e di altri strumenti dovrebbero illustrare meglio la differenza fra le diverse celebrazioni.

In conclusione: non bisogna lasciare al caso, o alla buona volontà di qualcuno, questo argomento di vitale importanza per la preghiera liturgica del cristiano. Paolo VI usava una felice e originale espressione su questo argomento: «E che il canto cristiano divenga così coefficiente della vita cristiana».

Antonio Parisi
     

Novità in libreria
di Paola Fosson

PARABOLE PER I GIOVANI D’OGGI

È uscito in libreria l’ultimo libro di Pino Fanelli, sacerdote paolino impegnato nella pastorale vocazionale (Storie che contano. Le parabole di Gesù, Paoline 2005, pp. 100, € 8,00). Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

  • Da dove è nata l’idea di questo libro e com’è strutturato?

Copertina del volume.«Non è nato da un’idea, ma da un cammino sperimentato con i giovani universitari di Roma e i giovani di alcune parrocchie di Castellammare di Stabia (Na). Non è stato preparato a tavolino, ma è frutto di un confronto di una condivisione. La struttura è semplice: spiegazione del testo, attualizzazione, invito alla preghiera e una canzone tratta dal mio repertorio».

  • Oggi le parabole evangeliche sono ancora valide?

«Le parabole sono parola di Dio e ogni comunità di ogni tempo è chiamata a confrontarsi con essa e a coglierne la portata nella sua vita concreta. È il processo di continua attualizzazione che arriva fino ai nostri tempi. L’attualità delle parabole, oggi, credo che stia innanzitutto nel loro stile narrativo. Non di rado, viaggiando in treno, incontro giovani che sono immersi nella lettura di romanzi. I giovani amano le storie, e Gesù nelle parabole ha saputo raccontare storie coinvolgenti ed emozionanti. Inoltre, credo che le parabole, oggi, siano ancora attuali per i grandi temi che propongono: la preghiera sincera, il rapporto con Dio, il perdono, il valore della ricchezza, la solidarietà...».

  • Nel libro, a ogni capitolo, c’è un aggancio alla musica. Perché?

«Perché è un altro dei linguaggi preferiti dai giovani! Una canzone ha la capacità di dire in poche parole quello che altrimenti si direbbe in un intero libro. Credo che la pastorale giovanile oggi debba utilizzare anche questo linguaggio per arrivare al cuore dei giovani. Per loro la musica è l’autostrada dell’anima, la possibilità di esprimere in libertà le loro inquietudini, la loro ricerca di autenticità e di senso».

  • Hai voluto dedicare questo libro ai giovani della Romania e i suoi proventi alla costruzione di una nuova chiesa: perché?

«A Roma ho avuto la fortuna di conoscere alcuni giovani rumeni e nel mese di agosto 2005 sono stato invitato in Romania. Così ho potuto constatare di persona che cosa è stato realmente il comunismo anche in questo Paese, dove molte chiese sono state distrutte o sottratte ai cristiani. Ora è il tempo della libertà e della ricostruzione. Ma oltre ai sostegni politici e spirituali occorrono anche aiuti concreti. C’è bisogno di nuovi luoghi di culto in cui le comunità cristiane possano celebrare le loro liturgie ed esprimere la loro fede. Così anch’io ho voluto fare la mia parte. Attraverso questo libro mi sono impegnato in un piccolo progetto per la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale a Gherta-Mare, nella diocesi di Maramures, a nord della Romania».

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