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ANNO DELL’EUCARISTIA: UN ITINERARIO STORICO, TEOLOGICO E ANTROPOLOGICO / 6

Parola e liturgia
Forme architettoniche e spazio celebrativo

di GOFFREDO BOSELLI
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2005 - Home Page La sesta puntata della nostra catechesi eucaristica ha come fulcro il ruolo della parola di Dio nella celebrazione. Goffredo Boselli, priore del monastero di Bose, parlando dell’evoluzione storica delle forme architettoniche, si sofferma sui due poli della liturgia: l’ambone, spazio della Parola, e l’altare, spazio del Corpo. La riflessione teologica si incentra sulla liturgia della Parola; quella antropologica sul gioco tra parola e silenzio che sta alla base di ogni esperienza religiosa.
  

STORIA 
  

La descrizione in un breve articolo dell’intera evoluzione delle forme architettoniche dello spazio liturgico per la celebrazione dell’eucaristia rischierebbe di risolversi in un semplice dato descrittivo. Perciò delimitiamo la riflessione sull’evoluzione dei due poli della liturgia: lo spazio della Parola, l’ambone, e lo spazio del Corpo, l’altare, veri e propri fulcri attorno ai quali si è generato ed è mutato nei secoli lo spazio liturgico cristiano.

La tavola della Parola e la tavola del Corpo

La celebrazione eucaristica è stata formata fin dall’origine da due elementi fondamentali: la lettura delle Scritture e l’azione di grazie sul pane e sul vino. Uno degli apporti più importanti del Vaticano II è stato di ricollocare le Scritture al cuore della vita della Chiesa, riconoscendo loro la stessa venerazione data all’eucaristia, secondo l’immagine delle due tavole (della Parola e del Corpo) che, evocata nell’ambito della liturgia, rinvia immediatamente all’ambone e all’altare.

In questo modo la Chiesa cattolica ha ripreso coscienza della bipolarità originale della sinassi eucaristica, uscendo da secoli in cui si riteneva la liturgia della Parola come un semplice "preambolo", al punto da insegnare ai credenti che per adempiere il precetto domenicale era sufficiente partecipare alla messa dall’offertorio in poi.

Il Concilio afferma invece la costitutiva unità della celebrazione eucaristica: «Le due parti che costituiscono in certo modo la messa, cioè la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto» (Sacrosanctum Concilium 56).

L'ultima cena, mosaico nella chiesa di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna (l'edificio risale al tempo di Teodorico, che lo costruì prima del 526 d.C.).
L’ultima cena, mosaico nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna
(l’edificio risale al tempo di Teodorico, che lo costruì prima del 526 d.C.
 - foto Dioceso di Ravenna).

Ambone e altare: una propria e specifica intensità di presenza

Occorre ora domandarsi quali sono le conseguenze di questa costitutiva bipolarità della liturgia per lo spazio liturgico. Nelle Chiese siriache, il tipo più antico di Chiesa cristiana, al centro dello spazio liturgico si trova il luogo della lettura delle Scritture, chiamato bêma, una pedana dove vi erano il leggio per le Scritture e i seggi per i ministri, mentre nell’abside vi era collocato l’altare. Le Chiese siriache riprendono il bêma e la disposizione dell’intero edificio direttamente dalla sinagoga ebraica: là dove nell’abside vi era la custodia per il rotolo della Torah, l’aròn, viene collocato l’altare.

Nella basilica romana l’altare e l’ambone sono collocati nella navata principale. Nel suo stadio primitivo l’altare si trova al centro della navata, l’ambone (o in certi casi due amboni) formano un recinto nell’asse tra l’altare e l’abside; là dove nella basilica imperiale romana vi era il seggio del giudice nell’abside, è collocata la cattedra episcopale. Nella successiva modifica della basilica l’altare venne trasportato nella zona absidale. Nella Chiesa bizantina primitiva, come nella siriaca, il bma, il luogo della Parola, è collocato al centro dello spazio liturgico, mentre l’altare nell’abside.

Al di là delle specifiche differenze, dunque, nella Chiesa siriaca, come nella basilica romana, come nella Chiesa bizantina, l’ambone e l’altare hanno una chiara e ben delineata conpresenza all’interno dello spazio liturgico. Ma ciò che deve richiamare in modo particolare la nostra attenzione è, in tutte e tre queste originarie forme di chiesa cristiana, la collocazione sull’asse est-ovest dell’altare e dell’ambone. Collocati assialmente, ambone e altare esprimono una pari dignità e, al tempo stesso, una tensione dell’uno verso l’altro. L’uno non è mai inferiore o subalterno all’altro, ma entrambi con una propria e specifica intensità di presenza esprimono la costitutiva bipolarità della liturgia.

La centralità dell’ambone all’interno dell’edificio è equilibrata dalla collocazione dell’altare nell’abside, luogo che per la sua configurazione architettonica è altrettanto centrale e focale, in quanto è verso l’abside che l’edificio sembra attirato e appare convergere. Attorno a questi due poli l’assemblea prenderà forma, disponendosi attorno all’ambone e all’altare per l’ascolto della Parola e per l’azione di grazie.

La chiesa antica aveva, dunque, coscienza che i credenti nella liturgia fossero chiamati a nutrirsi dello stesso Pane di vita alla tavola della Parola come alla tavola del Corpo. Tale coscienza ha plasmato lo spazio liturgico, collocando in essa i due elementi fondamentali: ambone e altare. Là dove vi era la consapevolezza della fondamentale dinamica tra Scrittura ed eucaristia, là si è creato un luogo preciso per la lettura delle Scritture, l’ambone, e si è creato un luogo preciso per l’eucaristia, l’altare.

All’interno della bipolarità ambone e altare, quale spazio c’è per la sede della presidenza liturgica? Essa è certamente un elemento costitutivo della liturgia, ma non è il terzo polo. Dal punto di vista teologico, infatti, il ministero ordinato non è da porre sullo stesso piano della parola di Dio e dell’eucaristia: egli è, invece, a servizio di ambedue. Allo stesso modo la cattedra episcopale o la sede della presidenza liturgica stanno – in una, per così dire, gerarchia delle verità dello spazio liturgico – a un livello inferiore rispetto all’ambone e all’altare.

Istanbul, Turchia: ambone da dove predicava san Giovanni Crisostomo (ora si trova nei giardini presso la basilica di Santa Sofia).
Istanbul, Turchia: ambone da dove predicava san Giovanni Crisostomo
(ora si trova nei giardini presso la basilica di Santa Sofia - Foti Censi).

L’architettura occidentale

La storia dell’architettura liturgica in Occidente testimonia che, mentre l’altare troverà la sua posizione definitiva nell’abside, con i secoli l’ambone, pur rimanendo nella navata, perse la sua collocazione assiale rispetto all’altare per essere posto al lato nord nella parte centrale della Chiesa, come testimonia ad esempio l’ambone di Pisa, o in una posizione più avanzata verso il presbiterio sempre al lato nord, come nel caso dell’ambone bizantino della basilica di San Marco a Venezia.

Se nei secoli successivi l’altare manterrà la sua posizione centrale, l’ambone evolverà verso il pulpito dei ministri e verso il cosiddetto jubé, un vero e proprio pontile che nelle Chiese medioevali, specialmente gotiche, si presenta come una struttura munita di un palco per la lettura del vangelo e separa il presbiterio dalle navate. A partire dal XVI secolo si comincerà a demolire i jubés, mentre l’altare aumenterà la propria centralità, acquistando in importanza e volume.

Successivamente, per la predicazione al popolo si costruirà il pulpito, riservato, per lo più, a quelle predicazioni ritenute azioni non liturgiche ma catechetiche, così che quando il ministro vi saliva si toglieva la veste liturgica. Nelle chiese barocche e successivamente in quelle tridentine, la scomparsa dell’ambone dallo spazio liturgico corrisponde al venir meno della centralità della parola di Dio nella vita della Chiesa. Certo, nella liturgia si continuerà a leggere le Scritture, ma esse non avranno più un luogo loro proprio di pari dignità e di uguale presenza architettonica dell’altare.

Nella liturgia tridentina la lettura delle Scritture si fa all’altare: il presbitero leggerà l’epistola stando in cornu epistulae, ovvero l’angolo destro dell’altare, volgendo le spalle al popolo. E leggerà il vangelo in cornu evangelii, l’angolo sinistro dell’altare, volgendo sempre le spalle alla comunità riunita. Oggi non si ricorda a sufficienza che con la riforma liturgica del Vaticano II non solo l’eucaristia è tornata a essere celebrata versus populum, ma anche le Scritture sono tornate a essere proclamate versus populum.

Il concilio Vaticano II, ricollocando la parola di Dio al centro della vita della Chiesa, dopo lungo esilio ha riportato l’ambone nello spazio liturgico, riconoscendogli eguale dignità rispetto all’altare. La bipolarità della liturgia e la bipolarità dello spazio liturgico è stata pienamente ristabilita come nella Chiesa antica. Dopo quarant’anni di riforma liturgica, dobbiamo riconoscere che il luogo della Parola è stato ovunque ristabilito nelle nostre chiese.

Dobbiamo tuttavia domandarci se, soprattutto nella costruzione di nuove chiese, ci si è limitati semplicemente ad aggiungere un elemento in uno spazio liturgico tradizionalmente concepito e organizzato attorno alla centralità dell’altare, come era il modello tridentino di chiesa, oppure se si è ristabilita quella bipolarità architettonica che le chiese antiche testimoniano. Nella progettazione di nuove chiese si è semplicemente accostato o aggiunto al polo unico e centrale dell’altare un secondo elemento, l’ambone, oppure si è interamente riorganizzato lo spazio liturgico attorno ai quei due poli di pari dignità e importanza che sono la tavola della Parola e la tavola del Corpo?

Occorre domandarsi se ciò che oggi ancora impedisce di riconoscere all’ambone la piena consistenza di polo in costante dinamica con l’altare ma soggetto pienamente autonomo, in grado di significare e manifestare la pari dignità delle due tavole, non sia l’incapacità di fuoriuscire dalla concentrazione dell’azione liturgica all’interno di quello spazio denominato presbiterio. Probabilmente si è ancora mentalmente legati alla concezione tridentina dello spazio liturgico, e con essa soprattutto alla centralità del presbiterio.

Abbazia Santa Maria di Vezzolano (At): "jubé" dove si proclamava la parola di Dio (1189, "regnando F. Barbarossa").
Abbazia Santa Maria di Vezzolano (At): "jubé" dove si proclamava
la parola di Dio (1189, "regnando F. Barbarossa" - foto Censi).

L’importanza del presbiterio

Solo in questo modo si può spiegare l’attuale collocazione nel presbiterio non solo dell’altare, ma con esso dell’ambone, della sede, e sempre più spesso anche del fonte battesimale. Concentrare tutti gli elementi fondamentali dell’azione liturgica nel presbiterio significa, inevitabilmente, porli tutti su uno stesso piano e attribuire loro stesso valore.

In molti casi, poi, la sede presbiterale per la sua collocazione centrale e per le sue dimensioni e fattezze supera di gran lunga la forza di presenza dell’ambone. La concentrazione nell’area presbiterale, fa del presbiterio l’unico e vero luogo di culto, trasformandolo in una pedana plenaria, onnicomprensiva, che fa di esso uno spazio separato nel quale si assommano gli elementi fondamentali della liturgia. Di riflesso, i fedeli sono posti di fronte al presbiterio come un pubblico è posto di fronte a un palco teatrale.

In realtà il presbiterio, assente come tale nelle più antiche chiese cristiane, non appartiene di per sé alla struttura originaria dello spazio liturgico, ma è nato e si è sviluppato per la progressiva sacralizzazione e clericalizzazione della liturgia, e il conseguente allontanamento e separazione dell’assemblea dallo spazio riservato ai soli ministri ordinati.

Conclusione

Affrontare il tema della bipolarità della liturgia e dello spazio liturgico ci ha permesso di mettere a fuoco due elementi principali.

1 È l’azione liturgica celebrata da un’assemblea a generare lo spazio liturgico. In altri termini, le forme e il significato dello spazio liturgico devono essere accostate a partire dall’assemblea che crea, plasma e utilizza un luogo per la celebrazione della sua fede. Per questo si deve parlare di forme dell’assemblea, in quanto «la centralità dell’assemblea nella liturgia cristiana tende a relativizzare ogni forma possibile di edificio di culto».

2 La posta in gioco nella riscoperta della bipolarità della liturgia e dello spazio liturgico è strettamente legata alla capacità di creare oggi uno spazio liturgico in grado di esprimere l’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Per questo, si tratta di non inventare niente dal nulla, ma di riandare alla genuinità delle fonti dello spazio liturgico cristiano e, in una fedeltà creativa, dar vita a nuovi canoni per l’architettura liturgica contemporanea.

In effetti, se grazie alla riforma conciliare la liturgia romana ha saputo rinnovarsi alle fonti del cristianesimo, lo spazio liturgico espresso dalle nuove chiese costruite dopo il Vaticano II non ha ancora sufficientemente saputo rinnovarsi alle fonti dell’architettura liturgica cristiana. La liturgia del Vaticano II non è ancora stata un’esperienza trasformante lo spazio. Occorre essere certi che il rinnovamento conciliare della Chiesa passa anche attraverso il rinnovamento dello spazio liturgico.

Goffredo Boselli

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