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PADRE GIUSEPPE GIROTTI (1905-1945)

Un domenicano nell’inferno di Dachau

di MARIA GRAZIA OLIVERO
   

   Vita Pastorale n. 4 aprile 2005 - Home Page Morì a Dachau, dove era stato rinchiuso per aver aiutato perseguitati ed ebrei. La città di Alba, dove nacque, prepara una serie di iniziative per commemorarne la memoria. La sua vicenda, narrata dall’amico don Angelo Dalmasso che percorse con lui le tappe del lungo calvario, testimonia il coraggio e l’abnegazione del cristiano e del prete.

Il suo olocausto si compì il giorno di Pasqua, il 1° aprile 1945. Pochi giorni dopo – il 29 – gli americani liberarono il campo. Padre Giuseppe Girotti, oggi "giusto tra le genti", morì a Dachau, dov’era rinchiuso per aver aiutato ebrei e perseguitati. A sessant’anni dalla morte e a cento dalla nascita la figura del domenicano – per il quale la causa di canonizzazione è iniziata presso la Curia di Torino nel 1988 – raccoglie un rinnovato interesse. La città di Alba, che lo vide nascere, prepara una serie di iniziative a lui dedicate, a cominciare dal 25 aprile. Quasi tutte le testimonianze su padre Girotti fanno riferimento alle parole dell’amico don Angelo Dalmasso, rettore del santuario di Sant’Antonio di Cuneo, che fu con lui a Dachau. L’anziano sacerdote è morto il 19 marzo scorso a 87 anni di età. Quella che segue è la sua ultima intervista su padre Giuseppe.

I due religiosi non si conoscevano. Come si incontrarono? La "colpa" del giovane sacerdote cuneese fu di aver celebrato a Natale del 1943 una messa per i partigiani. Immediato, il giorno seguente, venne l’arresto, poi mesi d’isolamento e, finalmente, un barlume di speranza, a Torino, nell’incontro con padre Girotti. Iniziò, così, nella capitale piemontese, un’amicizia intensa e discreta, che vide padre Girotti e don Dalmasso percorrere tutte le tappe del lungo calvario di Dachau. Padre Girotti non tornò. Don Angelo rivide la sua Cuneo, dove arrivò che pesava appena 35 chili. Ecco la storia raccontata con le sue stesse parole.

L’attestato di gratitudine della comunità israelitica italiana a padre Girotti.
L’attestato di gratitudine della comunità israelitica italiana a padre Girotti.

Le tappe di un lungo calvario

«Ricordo il giorno in cui conobbi padre Girotti. Dopo sette mesi di isolamento alle Nuove di Torino ci preparavamo a partire per la Germania», racconta don Dalmasso. «In confronto alla durezza della cella, un po’ d’aria mi parve una liberazione. Nel cortile vidi subito il domenicano. Mi avvicinai e gli chiesi di confessarmi. Era il primo prete con cui avevo contatti da mesi. Subito ci intrupparono sui pullman, diretti a Bolzano. Padre Girotti ebbe un attimo di esitazione prima di salire. Girò lo sguardo. Un tedesco gli diede un pugno, lo spintonò, lo fece cadere. L’aiutai, gli raccolsi gli occhiali. Mi ringraziò con un sorriso che non dimenticherò. Uno dei suoi sorrisi». Sul volto di don Angelo i ricordi sono immagini. E le parole trasferiscono con cautela e fatica il dolore: dopo Torino, San Vittore di Milano, poi ancora Bolzano, dove il triangolo rosso dei prigionieri politici segnò il destino dei due religiosi. Infine, Dachau, l’inferno di Dachau, la vergogna.

Ancora don Dalmasso: «Arrivati a Dachau, ci accolsero secche e sconosciute parole tedesche, finché qualcuno ci spiegò. Dovevamo svestirci completamente per la disinfezione, noi sacerdoti per primi. Padre Girotti mi disse, sconsolato: "Siamo alla decima stazione della Via crucis. Gesù spogliato delle vesti". Si era alla Madonna del rosario, la prima domenica di ottobre. Il nostro calvario iniziò al blocco di quarantena». Non è difficile immaginare la bolgia infernale, l’abbrutimento, la privazione morale e fisica. Niente da mangiare, solo brodaglia fatta con erba falciata nel prato e un tozzo di pane nero. L’umiliazione era il companatico.

Padre Girotti, disegno di Bruno Daniele.
Padre Girotti, disegno di Bruno Daniele (foto Marcato).

«Chi stava nelle baracche pari andava a lavorare e poteva uscire. Noi eravamo nella 25: si poteva far nulla», ricorda don Angelo. «Un giorno il capobaracca mi chiese di pulire il gabinetto. Io protestai, rivendicando di essere un prete. Mi coprì di botte e mi obbligò a pulire con le mani. [...] Imparai a tacere». In questo scenario padre Girotti emergeva per serenità, umiltà e bontà. Dopo la quarantena, il trasferimento tra i sacerdoti, nel nuovo blocco, sembrò a don Dalmasso un passo avanti: «Arrivammo alla baracca 26, dove c’erano solo preti. Eravamo 3.800 a Dachau. Cercai di entrare nei gruppi di lavoro, perché lì si poteva avere un supplemento di cibo. Padre Girotti non se ne curava, invece. Aveva fatto amicizia con un luterano, studioso della Bibbia. Stavano tutto il giorno a riflettere, a scrivere, a leggere. Ho raccolto quanto ho potuto – la corona del rosario l’ho data a un chierico francese – e ho consegnato il materiale, i poveri scritti, ai domenicani di Torino».

Padre Girotti appariva distaccato? «Ricordo che un giorno padre Roth, un tedesco, portò un po’ di pane e formaggio. Padre Girotti, allora, mi disse: "Prendilo tu. Sei più giovane, ne hai più bisogno". Senza pensarci – tanta era la fame – lo presi e lo mangiai». Nella baracca con don Angelo e padre Girotti vivevano una trentina d’italiani, insieme a jugoslavi, belgi, cecoslovacchi, qualche tedesco, ungheresi, francesi. «Al mattino non si sapeva se si sarebbe arrivati a sera e alla sera si sperava nel mattino. Alla fine dormivamo in tre, quattro insieme».

Don Angelo Dalmasso.
Don Angelo Dalmasso.

Le giornate al campo di Dachau

Come trascorreva le giornate il padre domenicano? «Viveva appartato, ma interveniva, quando era necessario. Ricordo un episodio. Un giorno, mentre distribuivano la minestra, presi inavvertitamente il posto di un sacerdote fiammingo, che s’infuriò. Rischiammo di venire alle mani. Padre Girotti chiamò don Foglia, che ci divise. Ma il suo pensiero era altrove. Diceva: "Se torniamo, vado al convento di Racconigi o Cavallermaggiore. Voglio vivere appartato. Tu verrai a trovarmi". Ci vedevamo mattino e sera. Pregavamo con un padre gesuita belga. Mi accorgevo che Girotti andava giù. Anche lui se ne rese conto. Intorno a marzo constatò: "Sono solo più pelle e ossa. Un mucchietto d’ossa e pelle flaccida"». Tanto che fu necessaria l’infermeria, nota come il luogo in cui si andava a morire. «Andò all’infermeria del campo e, incredibilmente, tornò un po’ più in forma. Non durò. Ritornò alla baracca. Seppi, poi, che vi stava languendo.

Un giorno si diffuse la notizia che gli era stata praticata un’iniezione letale di benzina. Quando si seppe della morte, andai a cercare il cadavere tra le cataste ammonticchiate. I corpi caddero. Fuggii, per timore di punizioni. In quel periodo i forni non funzionavano più. Per questo credo che padre Girotti sia finito in una fossa comune. Ne seppi più nulla. Celebrai la messa per lui al mattino, la domenica di Pasqua o quella successiva. Non ricordo con precisione». Che cosa lascia, don Angelo, un compagno di tal fatta? «Un grande insegnamento di vita. Un esempio. Padre Girotti era rassegnato, generoso, paziente, non reagiva, sorrideva, dimagriva».

Maria Grazia Olivero
       

Un motto valido in qualsiasi condizione
«TUTTO QUELLO CHE FACCIO 
È SOLO PER LA CARITÀ»

Padre Giuseppe Girotti nacque ad Alba, in provincia di Cuneo, il 19 luglio 1905. La sua era una famiglia umile, ma stimata per laboriosità e buon cuore. A tredici anni ebbe la possibilità di realizzare la sua aspirazione al sacerdozio, entrando nel seminario domenicano di Chieri, in provincia di Torino. Nel 1923 emise la professione religiosa e il 3 agosto 1930 venne ordinato sacerdote a Chieri. Il suo percorso formativo lo portò all’École biblique di Gerusalemme. Con queste basi si dedicò all’insegnamento della Scrittura nel seminario teologico di Santa Maria delle rose di Torino. Qui pubblicò anche un ampio commento ai libri sapienziali e al profeta Isaia.

Se la cultura fu il suo pane, l’attenzione agli ultimi divenne il senso che padre Girotti scelse di dare alla vita. Tra i poveri e gli umili dell’ospizio vicino al convento trovò modo di esprimere l’autenticità della sua fede. Ci furono diversi momenti difficili nell’esistenza terrena del padre domenicano albese. «Tutto quel che faccio è solo per la carità», fu il suo motto in qualsiasi condizione. Per l’aiuto che diede agli ebrei e ai perseguitati fu arrestato il 29 agosto 1944 a Torino. Da quel momento le tappe della sua Via Crucis furono le Nuove di Torino, San Vittore di Milano, Bolzano e il campo di Dachau, in Germania (dove trovò la morte), sempre con don Angelo Dalmasso accanto.

Nel lager padre Girotti si distinse per fede e mitezza. La forza gli veniva dall’eucaristia e dalle Scritture, che proseguì a studiare e approfondire. Morì il 1° aprile 1945, forse per un’iniezione letale. Nel 1988 è iniziato presso la Curia di Torino il processo di canonizzazione, ora giunto a Roma, presso la Congregazione per le cause dei santi.

    

Il primo campo di concentramento nazista
UN "LAGER" PER PRIGIONIERI POLITICI

Derivato dalla ristrutturazione degli edifici e dei terreni di una fabbrica di munizioni in disuso, il campo era progettato per 5.000 deportati. Fu un lager "modello", nel quale furono sperimentate le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli avversari politici, in "rieducazione". Ospitò per primi funzionari e dirigenti del partito comunista. Poi vennero i socialdemocratici e i cattolici. Se uno dei prigionieri era anche ebreo, il trattamento era particolarmente avvilente. Esisteva nel campo una "Compagnia di punizione" alloggiata in una baracca separata dalle altre. In seguito divennero due, perché la forza di questa formazione speciale era aumentata. In altre parole erano aumentate le sevizie, era diventato più duro il lavoro, insopportabile il regime di vita.

I prigionieri venivano stroncati dalla fatica, altri subirono l’inumana pena del bunker, dove molti languirono per mesi incatenati, alimentati con pane e acqua o costretti a stare in piedi, dentro cubicoli di 60 centimetri quadrati, senza luce né aria. Nei primi tempi i prigionieri erano destinati alle opere di completamento delle installazioni del campo o in lavori stradali e di sistemazione del territorio intorno. Poi furono distaccati presso varie imprese appaltatrici delle forniture di materiali per impiego bellico, che si erano nel frattempo installate nella zona. A Dachau i nazisti affidarono la gestione interna del campo agli stessi deportati.

Il domenicano padre Giuseppe Girotti (a sinistra in divisa) deportato a Dachau.
Il domenicano padre Giuseppe Girotti (a sinistra in divisa)
deportato a Dachau.

Trattandosi di un lager a prevalente presenza di prigionieri politici, fu facile per loro trovare un comune linguaggio – quello dell’antifascismo – fra uomini che, man mano che l’invasione nazista si espandeva a macchia d’olio sull’Europa, venivano rastrellati e avviati a Dachau, una vera babilonia: tedeschi, austriaci, russi, polacchi, francesi, italiani, cecoslovacchi, ungheresi vissero insieme, dividendosi la fatica, le umiliazioni, la violenza degli aguzzini. Un comitato antinazista clandestino consentì la convivenza di tutti, all’insegna della solidarietà. Dachau ospitò anche numerosi sacerdoti che vennero rinchiusi nei cosiddetti "blocchi dei preti". Ma fu anche sede di infami esperimenti pseudo-scientifici, che avrebbero dovuto far conoscere i modi per salvare la vita ai combattenti del Terzo Reich, ma che costarono la vita a centinaia di suoi oppositori.

Progettato e attrezzato per ospitare 5.000 detenuti, ad onta di successive estensioni e ramificazioni in innumerevoli sottocampi, il lager fu sovraffollato a tal punto che tre persone dovevano dormire nello stesso letto, servirsi degli stessi impianti igienici, dividere il poco e pessimo cibo. A Dachau furono registrati a turno circa 200.000 deportati (di cui oltre 10.000 italiani), ma in effetti essi furono molti, molti di più. Il 29 aprile 1945 gli americani che liberarono il campo contarono 31.432 persone, più altre 36.246 presenti nei sottocampi e distaccamenti. Questi erano i superstiti rimasti, ma non si conosce il numero di quelli che, poco prima dell’arrivo degli alleati, furono smistati con marce forzate verso Mauthausen e Buchenwald. Non è ancora stato possibile stabilire esattamente il numero dei morti di Dachau, cui si attribuisce il triste primato di durata e d’insopportabilità del regime di detenzione. L’anagrafe del campo ha registrato circa 45.000 decessi, ma questa è sicuramente una cifra irrisoria di fronte alla tragica realtà di Dachau.

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