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Bibbia: le domande scomode

La Scrittura giustifica la violenza?

di GIANFRANCO RAVASI
   

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2005 - Home Page Iniziamo una nuova rubrica su pagine o temi biblici che creano qualche difficoltà al lettore d’oggi.

Lo scorso 4 marzo moriva a 90 anni monsignor Enrico Galbiati, patriarca dei biblisti italiani non solo per età ma anche per autorevolezza. Una sua opera di successo fu Pagine difficili dell’Antico Testamento (1951), scritta in collaborazione con Alessandro Piazza e divenuta, a partire dalla terza edizione, Pagine difficili della Bibbia, opera tradotta in francese, spagnolo, portoghese, polacco e russo. Ebbene, anche se ci muoveremo su traiettorie diverse, vorremmo pure noi in questa rubrica – giunta ormai al termine della lettura dell’intero Salterio (che verrà in futuro raccolta in volume) – proporre alcune pagine o temi biblici che creano qualche difficoltà al lettore moderno.

Il mio ormai lungo impegno di conferenziere o di autore di scritti per una vasta platea di lettori o di conduttore di programmi televisivi mi ha costantemente messo di fronte a domande, spesso ripetute e non di rado piuttosto ardue, riguardanti non poche pagine bibliche ritenute "scandalose" o almeno problematiche. Ne raccoglierò alcune, procedendo non secondo un ordine coerente ma secondo soggetti diversi.

Comincerò col quesito in assoluto più "gettonato" e che a me è stato posto infinite volte: la violenza di cui grondano pagine e pagine dell’Antico Testamento. Effettivamente, se stiamo a una statistica elaborata dallo studioso tedesco R. Schwager, nella Bibbia ci s’imbatte in 600 passi che ci informano sul fatto che «popoli, re e singoli individui hanno attaccato altri, li hanno annientati o uccisi»; in più di 1.000 passi è l’ira di Dio a scatenarsi «punendo con la morte, con la rovina, col fuoco divorante, giudicando, vendicando e minacciando l’annientamento» e in oltre 100 passi è il Signore stesso a «ordinare espressamente di uccidere uomini».

È evidente che il principio: «C’è nella Bibbia e quindi è da credere» diventa pericoloso quando è adottato in modo meccanico e letteralistico. È questo il cosiddetto "fondamentalismo" che, partendo anche da una personale buona fede e desiderio di fedeltà assoluta, sconfina nel paradosso, per non dire nell’assurdo. Il discorso, perciò, è ancora una volta la corretta interpretazione delle Scritture tenendo presenti, da un lato, una componente letteraria (il linguaggio, il modo di esprimersi, i "generi" e così via) e, dall’altro, una componente teologica capitale.

La Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) non è un’asettica collezione di tesi o teoremi astratti da accettare e praticare automaticamente. È una storia della salvezza. Dio si rivela entrando nella vicenda dell’umanità, grondante peccato e miserie, e lentamente, progressivamente e con pazienza conduce l’uomo verso orizzonti di verità e di amore più alti e perfetti. La Rivelazione non è una parola sospesa nei cieli e comunicabile solo con l’estasi, ma è concepita come un seme o un germe che si apre la strada sotto il terreno sordo e opaco dell’esistenza terrena. Non dobbiamo allora fermarci al singolo passo: esso può essere espressione della paziente educazione di Dio nei confronti della "durezza di cuore" o del "collo indurito" dell’uomo (ciò vale anche per le violenze dell’epoca cristiana, nonostante l’evidente collisione col Vangelo).

Senza voler mostrare la meta a cui ci conduce Cristo (definito da san Paolo "nostra pace", colui che ci invita persino a «porgere l’altra guancia»), già nell’Antico Testamento è presentato un Dio che perdona fino alla millesima generazione (Es 34,7), scommette sulle possibilità di conversione del peccatore, cambia persino parere e impedisce alla sua giustizia di irrompere sul male perpetrato (Es 32,14). In proposito citiamo due testi emblematici: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? [...] Io non godo della morte di chi muore» (Ez 18,23.32); «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza [...]. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini» (Sap 12,1819).

Una nota particolare merita la frase di Gesù: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada» (Mt 10,34). Anche in questo caso la lettura letteralistica è stravolgente: Cristo attraverso l’immagine della spada si presenta come «segno di contraddizione» (Lc 2,34) ed esige una presa netta di posizione nei confronti del suo messaggio, che impone una scelta tutt’altro che indifferente e inoffensiva sulla propria esistenza e le decisioni morali e vitali. La conferma è nelle parole che ripete ai discepoli l’ultima sera della vita terrena quando li esorta così: «Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una». Di fronte alla reazione "letteralistica" e ottusa dei discepoli che gli dicono: «Signore, ecco qui due spade!», Gesù sconsolato grida: «Basta!» (Lc 22,36.38).

Gianfranco Ravasi

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