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DONNE E TEOLOGIA: DARIA PEZZOLI-OLGIATI

Una mamma tra i professori

di CETTINA MILITELLO
      

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2003 - Home Page

La giovane teologa svizzera si divide tra la sua attività di ricercatrice e docente e gli impegni familiari. Ritiene che le donne, nell’ambiente ecclesiale, politico e scientifico, debbano sempre più diventare soggetto attivo, cooperando alla formazione di una coscienza vigile e critica.

Ho conosciuto Daria Pezzoli-Olgiati a Palermo, alla fine degli anni ’80, al convegno su "Donna e Ministero". L’ho incontrata poi a Roma, sia ai miei convegni che in occasione dei suoi soggiorni di studio. Ne è seguito, come sua esigenza culturale, l’ingresso nella Sirt (Società italiana per la ricerca teologica). Da allora la ritroviamo puntuale con il marito, Valdo, e con i suoi bambini. Daria poi disegna, dipinge e tesse con metodiche raffinate. Tant’è che la sua ricerca sull’Apocalisse ha avuto anche risvolti "estetici"...

  • Perché hai scelto la teologia?

«In Svizzera, la teologia fa parte delle università statali; ma quando mi iscrissi a quella facoltà dell’università di Friburgo feci una scelta insolita. Unica studente di lingua italiana all’interno della sezione tedesca, trascorsi i primi mesi a cercare parole sconosciute nel vocabolario. «Lo studio della teologia mi si rivelò affascinante, poiché offriva svariate combinazioni di materie, metodi, questioni fondamentali, la possibilità di molteplici interazioni a tutto campo. Fin dall’inizio misi l’accento su un approccio filologico ed esegetico alla disciplina, concentrandomi sullo studio delle lingue originali e dei testi biblici, ma anche antichi in genere. Greco, ebraico, aramaico, egiziano, accadico mi offrirono un accesso approfondito a letterature interessantissime. Inoltre l’introduzione al metodo di analisi testuale storico-critico fu una vera liberazione: con questo approccio era possibile accedere ai testi da un’ottica non dico oggettiva, ma almeno tendenzialmente tale, libera dalle interpretazioni puramente associative, nella maggior parte dei casi moraleggianti, che conoscevo».

  • Un orizzonte liberante...

«Sì, scoprii i testi biblici all’interno delle culture che li hanno prodotti, con tutte le contraddizioni, le difficoltà, i nodi che li caratterizzano. Lo studio delle lingue e dei testi mi spinse inoltre verso una riflessione ermeneutica sui processi di interpretazione e sui metodi adeguati per i confronti tra diversi sistemi religiosi, tra le varie correnti all’interno del cattolicesimo, del cristianesimo e più tardi tra religioni differenti».

Giovanni scrive l'Apocalisse. Miniatura, secolo XIII. Oxford, Bodleian Library.
Giovanni scrive l’Apocalisse. Miniatura, secolo XIII.
Oxford, Bodleian Library (foto Lores Riva)

  • Sono ancora questi gli orientamenti dominanti?

«Gli accenti di ricerca nel corso degli anni si sono spostati, l’orientamento a date scuole e metodologie è diventato meno scolastico, ma l’interesse per la religione, che mi accompagna dall’inizio di questa impresa, non è per niente diminuito. Lo studio della teologia e delle scienze delle religioni mi ha dato molto sia sul piano culturale e intellettuale che su quello esistenziale. In sostanza mi ha portato a una maggior indipendenza: davanti alla pluralità di posizioni, immagini del mondo, impostazioni di pensiero presenti nella tradizione religiosa diventa impossibile assumere dettati teologici in modo acritico».

  • Hai avuto difficoltà come donna?

«Durante lo studio i periodi di entusiasmo si intercalavano a quelli di crisi. Non so se fosse dovuto al fatto della lingua e della cultura straniera o alle diversità nel definire l’appartenenza alla Chiesa (e in generale la confessione) o all’essere donna. Negli anni del dottorato, invece, la differenza tra i sessi iniziava a emergere, prima di tutto a livello numerico: per diversi anni mi sono trovata sola nei seminari per giovani ricercatori. Con il tempo la situazione è migliorata; ma sono subentrati problemi nuovi, legati non tanto al fatto di aver scelto la teologia, quanto all’aver fatto una scelta di lavoro in ambito accademico. E si sono fatti sentire soprattutto a livello strutturale».

  • Ti riferisci al contesto socio-culturale e ai suoi modelli?

«Sono entrata nel mondo del lavoro universitario in un periodo in cui si iniziava a parlare del problema delle nuove leve e della scarsa presenza delle donne nel corpo insegnante. Questo avveniva però nel contesto sociale svizzero, in cui il modello della famiglia borghese con il padre che mantiene la famiglia e la moglie che si occupa di prole e casa è ancora ben radicato nella mentalità, anche se in pratica sempre meno seguito».

  • Ti sei trovata insomma in una situazione conflittuale?

«Mi sono trovata nel bel mezzo di correnti e immagini della donna (moglie, madre, insegnante, ricercatrice ecc.) completamente contrastanti. Gli impieghi all’università sono pochi, quindi anche molti uomini faticano a trovare uno sbocco professionale. Ci si è impegnati a sostenere le donne, ma gli sforzi si sono rivelati un’arma a doppio taglio: da una parte hanno sicuramente facilitato l’erogazione di fondi di ricerca, dall’altra hanno però insinuato il sospetto che per ottenere una borsa di ricerca basta essere di sesso femminile, anche se non si è portati per questo tipo di lavoro.

«Bisogna rilevare che questa situazione di transizione ha comportato anche aspetti positivi: nel mondo accademico si sono aperte nuove porte, le possibilità di finanziamento e sostegno in generale sono in questi anni migliorate».

  • E sul piano culturale dell’immagine femminile?

«Si rivela logorante l’eterno confronto con le tipologie della ricercatrice ideale: donna emancipata e moderna che delega fornelli e bimbi a collaboratrici famigliari (che devono poi essere pagate, cosa di non facile realizzazione con le borse di studio), oppure donna tradizionale e di supporto che si occupa della famiglia facendo della ricerca un hobby prestigioso?

«Pur lavorando in un mondo dominato da assistenti, ricercatori e professori uomini, io sono riuscita – almeno credo – a mantenere una certa indipendenza nell’impostazione ideologica del mio lavoro. Il fatto di lavorare in una facoltà teologica, sì di impronta protestante, ma inserita in un’università statale, offre su questo piano notevoli vantaggi. È chiaro che tutto il discorso sul ruolo della donna come membro attivo in ambito teologico e più generalmente accademico da noi è ancora molto arretrato. Considerando il numero crescente di donne che studiano e lavorano da noi, direi che siamo a una svolta decisiva».

Miniatura di una pagina dell'Apocalisse, secolo XIV. Firenze, Biblioteca. Laurenziana.
Miniatura di una pagina dell’Apocalisse, secolo XIV.
Firenze, Biblioteca. Laurenziana (foto Lores Riva).

  • Quale è la difficoltà maggiore?

«Direi quella legata all’organizzazione della famiglia quando entrambi i genitori lavorano. È difficile impegnare contemporaneamente tutte le proprie forze sul fronte familiare ed educativo, e su quello accademico-scientifico.

«Proprio in questi anni, nei quali i miei figli sono piccoli e hanno bisogno della mia presenza, in quanto ricercatrice dovrei essere presente sulla scena europea, accettare scambi, cercare attivamente collaborazioni all’estero, frequentare congressi internazionali ecc. Inoltre il lavoro di insegnamento e ricerca necessita di un investimento di tempo che a volte, nei periodi di crisi, mi sembra infinito. Questo in Svizzera rimane un problema irrisolto, visto che le strutture prescolastiche sono poco sviluppate. A causa di ciò molte ricercatrici anche qualificate abbandonano il mondo accademico».

  • Ma concretamente che problemi ti ha posto l’essere donna?

«Il ruolo del sesso a livello di lavoro quotidiano nell’università svizzera è un capitolo a sé. A livello ideologico ho goduto di una grande libertà; a livello strutturale e di possibilità di impiego, invece, le cose sono state più problematiche. Anche se è sempre difficile oggettivare queste impressioni, l’attività universitaria si indirizza a temi e a modelli e stili di lavoro molto dominati dalla mentalità maschile. Infatti nelle posizioni chiave ci sono praticamente solo uomini. Anche se questa non dovrebbe essere di per sé una cosa negativa, è chiaro che ha un influsso non da poco sulle scelte contenutistiche e metodologiche, e anche sullo stile di lavoro, sul tipo di organizzazione, sulla formazioni di modelli e ideali della cosiddetta "carriera" accademica».

  • Qual è il tuo percorso personale nella Chiesa e nella ricerca?

«Il fenomeno della religione mi ha sempre affascinato: pieno di contrasti e contraddizioni, ripropone tradizioni, usi, concetti che hanno segnato e segnano profondamente sia la cultura nella quale vivo che il mio modo di vedere il mondo. Dalle statuette di plastica di Maria di Lourdes riempite d’acqua santa, che mia nonna conservava negli armadi, alle prediche tremende del parroco del comune in cui sono cresciuta, che faceva delle proprie allucinazioni il tema principale delle sue messe, alle letture di Marx e Freud sui banchi di liceo sotto la guida di un cappuccino intellettualmente molto vivace, alle composizioni sulla Passione di Matteo e Giovanni di Johann Sebastian Bach: affermazioni disparate ma sempre legate alla tradizione religiosa, approcci e comprensioni completamente differenti di questo medesimo fenomeno che volevo conoscere in modo più approfondito».

  • Cosa soprattutto ti interessava?

«Fin dall’inizio non solo il contenuto trasmesso da queste varie forme, ma anche queste affermazioni di per sé; segni che persone di ceto, istruzione, età, confessione, immaginario diversi hanno lasciato nel grande flusso della tradizione. La percezione della tradizione cristiana come vero e proprio calderone di elementi svariati mi ha spinto a chiarire la questione delle origini del cristianesimo, delle radici ebraiche, antico-orientali ed ellenistiche e anche la questione della storicità di Gesù, della sua persona, della sua appartenenza sociale e religiosa, del suo messaggio».

  • Come interferisce ciò nella tua vita di credente?

«Le domande e le risposte che elaboro si intrecciano alla perplessità che mi coglie quando rifletto su certi aspetti della vita quotidiana all’interno della comunità ecclesiale: la tradizione, così ricca, in questo ambito viene presentata in modo omogeneo e spesso opprimente, come depositaria di una verità non solo assoluta, ma esclusiva, non tanto orientata alle Sacre Scritture, ma a ideali morali adatti (forse) a contesti storici del passato.

«Lo studio della tradizione cristiana e di altre religioni mi ha fatto capire che anche nella pratica religiosa e nella riflessione individuale e collettiva su temi esistenziali, che si estendono oltre la percezione intellettuale del mondo e dell’esistenza, l’autonomia dell’individuo, la capacità di conoscere, riflettere e fare delle scelte è una via irrinunciabile. Da questo punto di vista si potrebbe dire che il mio percorso come laica cristiana e come ricercatrice in teologia e scienze delle religioni si è sviluppato in modo strettamente parallelo».

Studenti di teologia durante una lezione.
Studenti di teologia durante una lezione.

  • Come ti poni nell’ambito della teologia ermeneutica femminista?

«L’interesse per l’interazione tra religione, teologia e le donne sta sicuramente alla base delle mie scelte professionali. Nella società in cui sono cresciuta, anche la religione ha contribuito a mantenere (relegare?) le donne in un ruolo ben definito, tendenzialmente di sottomissione alle strutture di potere.

«Durante gli studi di teologia, approfondendo la domanda sul ruolo che le donne hanno svolto nel cristianesimo, mi sono resa conto che da una parte la tradizione cristiana, pur essendo fondamentalmente patriarcale, non è mai stata omogenea e, dall’altra, che la ricostruzione della storia avviene sempre in funzione del nostro modo di vedere il mondo nel presente.

«Non esiste un punto di vista oggettivo; esiste una riflessione accurata sulla propria soggettività. Inoltre queste riflessioni sui contenuti e sui metodi dell’interpretazione da un punto di vista femminile sono secondo me inscindibili dall’analisi delle strutture di potere che governano il lavoro accademico e in generale scientifico.

«L’asimmetria tra i sessi nelle distribuzioni dei posti di lavoro e di ricerca all’interno degli organi scientifici non può non ripercuotersi sui contenuti e sui metodi del lavoro che viene svolto.

«A questo livello mi sembra ci sia un enorme lavoro da fare: da una parte come docente mi sento in dovere di incoraggiare le donne non solo a riscoprire il valore e le difficoltà delle donne nelle tradizioni religiose, ma anche a interagire in modo attivo con il mondo del lavoro, a insistere e cercare di rappresentare la donna come parte integrante del mondo scientifico».

  • Qual è allora l’apporto peculiare delle donne?

«Secondo me l’apporto principale delle donne nella vita ecclesiale, politica e scientifica sta fondamentalmente in questo: diventare soggetto attivo, partecipare, cooperare alla formazione di una coscienza vigile e critica. Non credo che le donne siano forzatamente meglio o peggio di altri in queste funzioni, penso però che solo un sano miscuglio tra i sessi possa creare ambiti di lavoro, se non equilibrati, almeno rappresentativi per la comunità scientifica, la Chiesa, la società nelle quali lavoriamo, pensiamo, viviamo».

  • Un’ultima domanda: come e quando hai conosciuto tuo marito?

«Ho conosciuto Valdo in Ticino prima di iniziare gli studi a Friburgo nell’autunno del 1985. In quel periodo veniva regolarmente a casa nostra per curare i miei fratelli. Faceva il servizio delle urgenze fuori orario per i medici della città di Locarno e lavorava come assistente all’Istituto cantonale di patologia. Ci siamo sposati nell’estate del 1987, un paio di mesi prima di trasferirci a Zurigo. Io ho cambiato università e lui ha iniziato a lavorare all’ospedale pediatrico universitario di Zurigo, dov’è rimasto fino al 1998».

Cettina Militello
     

Docente, moglie e madre
TEOLOGA CON FAMIGLIA

Daria Pezzoli-Olgiati.Daria Pezzoli-Olgiati è nata l’8 giugno 1966 a Locarno (Svizzera). Si è trasferita per gli studi universitari nella Svizzera tedesca, prima a Friburgo, poi a Zurigo. Nel 1991 ha ottenuto la licenza in teologia, nel 1996 il dottorato in Nuovo Testamento con un lavoro sull’Apocalisse di Giovanni, nel 2002 l’abilitazione alla libera docenza in Scienze e storia generale delle religioni presso la facoltà di teologia dell’Università di Zurigo. Dal 1991, con alcune pause in occasione di soggiorni all’estero (Roma, Oxford), lavora presso questa istituzione, prima come assistente e attualmente come ricercatrice e docente. È socia della Sirt ai cui convegni ha ripetutamente partecipato con relazioni. È sposata dal 1987 con il pediatra Valdo Pezzoli e ha due figli, Noè e Leandro, in età prescolare. L’anno scorso si è stabilita a Lugano con la famiglia.

   

Una vasta produzione di articoli, monografie e raccolte
TRA I SUOI COLLABORATORI ANCHE IL MARITO

Sue monografie e raccolte: Immagini urbane, Interpretazioni religiose della città antica, Universitätsverlag – V & R (Obo), Freiburg – Göttingen 2002 ; con A. Michaels - F. Stolz (Ed.), Noch eine Chance für die Religionsphnomenologie?, Lang, Bern 2001 (StRH 2000/2001); con F. Stolz (Ed.), Cartografia religiosa – Religise Kartographie – Cartographie religieuse, Organizzazione, codificazione e simbologia dello spazio nei sistemi religiosi – Organisation, Darstellung und Symbolik in religiösen Symbolsystemen – Organisation, codification et symbolique de l’espace dans les systèmes religieux, Lang, Bern 2000 (StRH Series Altera 4); Zukunft unter Zeitdruck: Auf den Spuren der "Apokalypse", Tvz, Zürich 1998; Täuschung und Klarheit, Zur Wechselwirkung zwischen Vision und Geschichte in der Johannesoffenbarung, V & R (Frlant 175), Göttingen 1997; con A. Bondolfi - W. Lesch (Ed.), "Würde der Kreatur": Essays zu einem kontroversen Thema, Pano, Zürich 1997.

Suoi articoli: con V. Pezzoli, "Paternità/maternità al vaglio dell’esperienza: alcune riflessioni soggettive", in G. Giovanni, Dio Padre Creatore, EDB, Bologna 2002, pp. 153-161; "Between Fascination and Destruction, Considerations on the Power of the Beast in Rev 13:1–10", in M. Labahn - J. Zangenberg, (Ed.), Zwischen den Reichen: Neues Testament und Römische Herrschaft, Tübingen - Basel, Francke 2002 (Tanz 36), pp. 229-237; "Stadt als heiliger Raum? Drei mesopotamische Beispiele", in A. Michaels - D. Pezzoli-Olgiati - F. Stolz, Noch eine Chance für die Religionsphänomenologie?, Lang, Bern 2001 (StRH 2000/2001), pp. 47-66; "Images of Cities in Ancient Religions: Some Methodological Considerations" (Annual Meeting AAR /SBL, Nashville 2000), im Internet unter www.cwru.edu/affil/GAIR/Construction/Programm2000.htm; "La città al centro del cosmo, Immagine di Nippur nell’‘Inno a Enlil’", in Dies - F. Stolz (ed.), Cartografia religiosa – Religiöse Kartographie – Cartographie religieuse, Organizzazione, codificazione e simbologia dello spazio nei sistemi religiosi – Organisation, Darstellung und Symbolik in religiösen Symbolsystemen – Organisation, codification et symbolique de l’espace dans les systèmes religieux, Lang, Bern 2000 (StRH, Series altera 4), pp. 65-82; Zwischen Gericht und Heil, Frauengestalten in der Johannesoffenbarung, BZ 43 (1999), pp. 72-91; "Zur Wechselwirkung zwischen Vision und Geschichte in der Johannesoffenbarung (anhand von Apk 5,6–10 und 13,1–10)", in Velkd (Ed.), Mensch – Gott – Menschwerdung, Texte aus der VELKD 85 (1999), pp. 31-41; "La ville éphmère, Lamentations entre ‘cosmos’ et ‘chaos’", in V. Mauron - C. de Ribaupierre, Le corps évanoui, les images subites, Hazan, Paris 1999, pp. 134-147; "Im Spannungsfeld zwischen Weltende und Offenbarung, Apokalyptische ‘Zeitmodelle’, in Dies. (Ed.), Zukunft unter Zeitdruck: Auf den Spuren der "Apokalypse", TVZ, Zürich 1998, pp. 11-32; "Würde der Kreatur": ein neuer Begriff im Lichte biblischer Quellen, in R, Kaufmann-Hayot - A. Di Giulio (Ed.), Kulturelle Kontexte und umweltethische Diskurse, Proceedings des Symposiums "Umweltverantwortliches Handeln" vol. 4-6/7. September 1996 in Bern, IKAÖ, Bern 1997, pp. 180-185; "Ausgeliefert und getragen, Streifzüge durch biblische Texte auf der Suche nach der ‘Würde der Kreatur’", in A. Bondolfi - W. Lesch - Dies. (Ed.), "Würde der Kreatur": Essays zu einem kontroversen Thema, Pano, Zürich 1997, pp. 5-19; "Die Offenbarung als Buch – Die Sprache der Visionen – Gottes Thron im Himmel: Offb 4,1–11 – Zwei Tiere, Offb 13,1–18", in Ökumenischer Arbeitskreis für Bibelarbeit (Ed.), Offenbarung, Benziger, Zürich – Düsseldorf 1996, pp. 17-33, 73-85, 112-128; "Potenza, debolezza, perversione e purezza, Spunti sul femminile nell’Apocalisse", in C. Militello (a cura di), Che differenza c’è?, Fondamenti antropologici e teologici della identità maschile e femminile, Dehoniane, Roma: 1996, pp. 178-186; "Donne (e uomini) in Rm 16: alcune provocazioni per oggi?", in C. Militello (a cura di), Donna e ministero, Un dibattito ecumenico, Dehoniane, Roma 1991, pp. 476-485.

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