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Le nostre liturgie

Eucaristia: tra celebrazione e devozione

di RINALDO FALSINI
   

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2003 - Home Page La messa di "devozione" è comprensibile solo come eccezione. 
Una celebrazione "vera" richiede l’assemblea.

La celebrazione eucaristica senza popolo –di cui abbiamo parlato in una recente risposta (VP 8-9, 2003, pp. 12-13) – vista e descritta nella seconda Istruzione generale del messale (n. 19/4) e presentata con una formulazione piuttosto benevola, secondo la dizione «messa alla quale assiste un solo ministro» (cap. IV, III), collocata al centro del messale dopo l’Ordo Missae, potrebbe facilitare il passaggio dalla celebrazione vera e propria a quella di devozione, analogamente a quanto avvenne nel Medioevo, come rileva lo studio di E. Mazza (La celebrazione eucaristica a trent’anni dal concilio, Milano 1993, pp. 66-88). Pensiamo ovviamente alla proposta per la messa privata, o peggio ancora "solitaria": «La celebrazione senza ministro o almeno un fedele non avvenga senza una giusta e ragionevole causa» (n. 254/211).

Infatti, se da una parte non pochi sacerdoti si astengono dalla celebrazione quotidiana, altri partecipano con disagio alla concelebrazione regolare (si sentono menomati nell’esercizio del loro sacerdozio), altri ancora ricorrono alla messa privata per ritrovare la devozione interiore, in quanto la celebrazione con il popolo è impegnativa perché implica particolare attenzione nei gesti e nelle parole all’assemblea, anche senza una breve omelia e la preghiera dei fedeli, cosicché resta poco spazio rispetto al passato a momenti personali di preghiera o di raccoglimento.

Milano, duomo: proclamazione delle letture dall'ambone.
Milano, duomo: proclamazione delle letture dall’ambone (foto Belluschi).

Ho letto in un periodico l’elogio della messa privata incentrata nel colloquio con Gesù nella quale, in assenza dei fedeli, assistono gli angioli e Maria. Viene chiamata di "devozione", non tanto per l’atteggiamento interiore di raccoglimento valorizzato, prima della riforma, da numerose preghiere strettamente personali e sottolineato dall’esortazione rubricale attente, devote, reverenter, con la dovuta preparazione e il relativo ringraziamento, quanto dalle motivazioni che a cominciare dal secolo VIII si sono succedute (la parola "eucaristia" intesa come grazia o dono di Dio, secondo sant’Isidoro; voti personali; commutazioni penitenziali; sorte dei defunti; lasciti di offerte per i defunti specialmente ai monasteri, da cui l’ordinazione presbiterale dei monaci; umanità di Cristo, soprattutto la presenza di Cristo, da cui la "devozione all’eucaristia"). Quindi, secondo la natura della devozione, la causa o motivo particolare della celebrazione quotidiana privata non è sempre un aspetto centrale della fede e comunque non è una ragione intrinseca dedotta dalla celebrazione ma è piuttosto un motivo esterno quasi estraneo al rito, come ha dimostrato C. Vogel nella sua accuratissima ricerca storica ("Une mutation culturelle inespliqué: le passage de l’Eucharistie communautaire à la Messe privée", in Revue des Sciences Religieuses, luglio 1980, pp. 231-250). L’oggetto prevalente è stata l’adorazione a Cristo presente nel sacramento, com’è confermato dalla messa davanti al sacramento e dalla stessa formula indicativa di "devozione all’eucaristia". Non si conosce affatto il rendimento di grazie, ovvero la preghiera di azione di grazie, caratterizzante la celebrazione.

Oggi, grazie a Dio, molto è cambiato e il sacerdote ha presente il significato oggettivo della celebrazione, ha coscienza del suo ufficio sacerdotale e del valore dell’atto ecclesiale, sebbene liturgicamente mortificato (Istruzione 19/4), potendo attingere con maggiore facilità ai testi rituali. Ma difficilmente può considerarla la sorgente di una spiritualità eucaristica (vedi R. Falsini, "Eucaristia, dalla devozione alla spiritualità eucaristica della celebrazione" in Rivista di Pastorale Liturgica n. 229, 2001, pp. 34-39). Se è comprensibile una soluzione eccezionale, non si giustifica una scelta volutamente ordinaria perché annullerebbe il principio del vero soggetto della celebrazione costituito dall’assemblea, sviserebbe la nozione di Chiesa, non manifesterebbe la funzione fondamentale del sacerdote quale presidente, sarebbe in contrasto con la verità strettamente rituale. Insomma non sarebbe una "vera" celebrazione, che per la sua stessa natura anche etimologica equivale ad azione compiuta assieme e in forma solenne secondo un determinato ordinamento rituale.

L’assemblea con il sacerdote come presidente è la premessa o il segno primario per la celebrazione dell’eucaristia, secondo la proposta cattolica maturata con la riforma liturgica del concilio Vaticano II. Ecco il numero 27/7 dell’Istruzione generale del messale: «Nella messa o cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore cioè il sacrificio eucaristico». La celebrazione eucaristica chiama in causa direttamente la Chiesa nella sua natura visibile, come popolo di Dio guidato dai pastori, come insegna il concilio nel n. 26 della Sacrosanctum concilium: «Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi». Un’assemblea di persone in azione o se si vuole come partecipanti attive, e il sacerdote nella qualifica e funzione di presidente: «Le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l’assemblea nella persona di Cristo vengono dette a nome di tutto il popolo santo e di tutti gli astanti» (SC 33).

Se la guida dell’assemblea è riservata al sacerdote, sono previsti vari ministeri per le varie azioni e uffici celebrativi: lettore, cantore, ministrante, commentatore o animatore, ecc... Un’assemblea ben strutturata favorisce lo svolgimento rituale, dalle risposte ai gesti, alle azioni e ai movimenti, dal canto comune al silenzio. Il sacerdote presidente dovrà attenersi alle disposizioni rituali, ma conserva un margine di libertà nella scelta dei testi e delle letture, degli stessi formulari delle messe, non seguendo le proprie idee o il gusto personale, ma il bene effettivo dell’assemblea in vista di una seria e sana formazione/crescita nella fede. Ha la possibilità anche di compiere interventi e monizioni personali in determinati momenti della celebrazione. Il n. 352/313 dell’Istruzione è un’ottima guida per il sacerdote nella scelta dei testi, dalle orazioni alle letture, ai canti, secondo le necessità, per la preparazione spirituale dei partecipanti. Non solo viene raccomandato di tener presente, come già detto, il bene spirituale comune dell’assemblea, ma che la scelta venga compiuta insieme ai ministri e alle persone che svolgono particolari uffici nella celebrazione. Anzi, è suggerita una consultazione prima della messa con i diretti responsabili (diacono, cantore, lettore, commentatore, schola cantorum, ecc.), perché ciascuno conosca bene la sua parte, in modo che nulla sia lasciato all’improvvisazione.

Celebrazione della messa in una parrocchia romana.
Celebrazione della messa in una parrocchia romana (foto Max Rossi).

Il sacerdote non è un puro esecutore delle norme liturgiche, ma un autentico servitore di Dio e del suo popolo, come si legge nel n. 93/60 dell’Istruzione, dall’inizio alla fine. Dice questo brano programmatico: «È insignito del potere derivatogli dall’ordine sacro di offrire il sacrificio nella persona di Cristo, presiede l’assemblea riunita, ne dirige la preghiera, annuncia ad essa il messaggio della salvezza, si associa al popolo nell’offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e partecipa con essi al banchetto. Pertanto quando celebra l’eucaristia deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà e nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo».

Ora si comprende quanto i testi conciliari e quelli annessi dichiarano ripetutamente, che la celebrazione eucaristica è il centro della vita della Chiesa, il culmine e la fonte o la fonte e il culmine della sua attività, il momento massimo della scadenza domenicale per il cammino della Chiesa. Ma anche nella sua forma quotidiana, con la partecipazione di un’assemblea ridotta e la funzione meno impegnativa del sacerdote come presidente, non perde la sua importanza e la sua efficacia di valenza pastorale, che non si può attribuire a quella di "devozione", ovvero "privata", pur dotata di valore ed efficacia presso Dio.

Una celebrazione eucaristica – se vogliamo conservare questo nome – non è il modo per l’esercizio del sacerdozio, un diritto per l’esercizio del suo potere consacratorio (già nella preghiera eucaristica l’inclusione dell’epiclesi lo ridimensiona notevolmente), non è solo un fare memoria del comando di Cristo, offrendo il sacrificio e intercedendo in unione a Cristo per l’umanità intera, né tanto meno atto di obbedienza per un religioso o la soddisfazione di un impegno esplicito con un fedele (offerta), ecc… se viene escluso in via ordinaria un rapporto diretto con il popolo di Dio. Tutto questo è certamente possibile, ma se compiuto in via ordinaria è del tutto insufficiente perché con il concilio è stata messa in prima istanza la funzione di presidenza del sacerdote e il nuovo ordinamento rituale implica la presenza e la partecipazione attiva e molteplice dell’assemblea nella varietà dei suoi ministeri, allo scopo di radunare, ordinare, nutrire del pane della Parola e del convito eucaristico i fedeli, trasformandoli in un solo corpo e in un solo spirito. Il mancato raggiungimento di questo obiettivo è una lacuna, un vuoto che in via ordinaria costituisce una perdita per il sacerdote "efficiente", una menomazione della sua funzione pastorale. Sarà un atto di "devozione", ma non la sorgente della sua spiritualità eucaristica.

Rinaldo Falsini

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