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Ci scrivono

UNA PREGHIERA "SEMPLICE E POPOLARE"
ALLO SPIRITO SANTO

    

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2003 - Home Page Da molto tempo mi viene da osservare che lo Spirito Santo non è molto presente nel pensiero e nella devozione dei fedeli cattolici. Infatti viene celebrato di proposito una sola volta all’anno a Pentecoste mentre, per esempio, alla Madonna sono dedicate ben quattordici ricorrenze del calendario liturgico generale. A parte il segno della croce, fra le preghiere comuni del buon cristiano lo Spirito Santo compare solo nel Gloria al Padre, mentre alla Madonna ne sono dedicate espressamente due (senza considerare le litanie) ed esistono persino le preghiere specifiche all’angelo custode e ai defunti. Non ce n’è nessuna di altrettanto popolare dedicata allo Spirito Santo.

Inoltre, sebbene la Vergine Maria abbia concepito il Cristo Redentore per opera dello Spirito Santo, nell’Ave Maria e nella Salve Regina questo fatto così importante non è nemmeno richiamato. La minoranza che conosce e recita le preghiere un po’ meno comuni ha occasione di nominare lo Spirito Santo solo nell’Atto di fede. Solo una piccola minoranza di fedeli, poi, conosce e recita la sequenza Vieni Santo Spirito. Nella tradizione cattolica esistono novene popolari dedicate alla Madonna e ai santi mentre non è altrettanto comune la Novena per la festa di Pentecoste.

Ora, siccome per la conoscenza popolare l’importanza delle cose sante dipende molto dalla frequenza con cui esse vengono ricordate e celebrate, e siccome questa celebrazione e questo ricordo sono resi possibili dall’esistenza di preghiere espressamente dedicate, ne deriva, per esempio, che la Madonna e certi santi a cui sono dedicate tante ricorrenze o per i quali esistono forme di preghiera popolare a loro dedicate, assumono – agli occhi dei fedeli – un’importanza molto maggiore dello Spirito Santo, mentre dovrebbe essere proprio il contrario.

L’Enciclica Dominum et vivificantem nel suo paragrafo conclusivo cita la sequenza di Pentecoste come preghiera che la Chiesa rivolge allo Spirito e qualche riga più avanti dice che a Lui la Chiesa si rivolge per invocare incessantemente il dono dell’amore, la rettitudine degli atti umani, la grazia delle virtù, la consolazione, la salvezza eterna, la felicità e la gioia che nessuno potrà togliere, la pace che solo Dio può dare, ecc.

Ora, non c’è dubbio che questa sia l’aspirazione profonda della Chiesa, ma di fatto questa preghiera incessante non viene mai fatta perché in realtà i suoi membri con conoscono una formula che permetta loro di farlo. La massa dei fedeli non dice mai una preghiera rivolta allo Spirito Santo.

Ci è stato insegnato che ciò che la Chiesa prega è anche ciò che la Chiesa crede. Ora, se un estraneo al cristianesimo dovesse farsi un’idea di ciò che la Chiesa crede basandosi sulle preghiere più usuali e popolari dei cristiani, se ne farebbe un’idea esatta?

Mi rendo conto che osservazioni analoghe si potrebbero fare anche per Gesù Cristo (infatti anche per lui non esiste una preghiera specifica nel repertorio comune) però la sua visibilità e la sua presenza nella coscienza dei fedeli sono supplite da tante altre forme di devozione popolare.

Premesso tutto questo rivolgo una domanda ed esprimo un auspicio. Perché non si è ancora pensato di mettere a disposizione del popolo di Dio una preghiera semplice e popolare dedicata allo Spirito Santo? Ecco invece l’auspicio: se le osservazioni fatte sono giuste non sarebbe utile che l’autorità ecclesiastica colmasse questa lacuna creando e proponendo finalmente al popolo cristiano una preghiera facile, completa e "ufficiale" dedicata allo Spirito Santo?

don Alessandro Lanfranco
San Bernardo di Carmagnola (To)

P.S. Questa lettera è stata sottoscritta anche da un gruppo di 120 fedeli della mia parrocchia.

   

  QUEI PRETI CONBERRETTI ROSSI E GIALLI...

Sono d’accordo con chiunque sostenga che si può essere ottimi preti anche col berrettino rosso o giallo, col frontino spostato a lato o col fazzoletto da naso con le cocche, il tutto a complemento di camice, stola e anche di una bella casula, come si vede nella foto di copertina di Vita Pastorale n. 10, ottobre 2003.

Ad aprire il corteo di piazza San Pietro figurano dei vescovi inappuntabili, i quali probabilmente si aspettano qualche riparo dai raggi solari nella tribuna loro riservata. Seguono una cinquantina di preti inquadrati dall’obiettivo, i quali probabilmente dovranno godersi il sole cocente: due terzi di essi non si preoccupano ancora di evitare l’insolazione mentre un terzo si premunisce, come può, con mezzi diversi e multicolori. Del berretto ecclesiastico (il quadrato), che, se pur nero, riparerebbe, non c’è neanche un singolo esemplare: sembra che sia ormai esclusiva di qualche vescovo e di tutti i cardinali. Mi pare, che, almeno per la stagione estiva, in considerazione della difesa dal sole, si potrebbe inventare un qualcosa di dignitoso da accostare ai paramenti liturgici, non so, forse il cappuccio presente in molte tuniche più o meno monastiche. Il problema non è solo estivo. Nei mesi rigidi si vedono, specialmente ai funerali, giubbotti e copricapi e calzoni e scarpacce che fanno a pugni col decoro liturgico. Ho avuto modo di assistere a vivaci proteste di fedeli offesi per il modo di presentarsi di preti e diaconi al funerale dei loro cari. Una regola imposta dall’autorità ecclesiatica non starebbe male. È verissimo che l’abito non fa il monaco. Ma resta vero che anche l’abito può essere un segno negativo o positivo del rispetto e della carità che si ha verso il prossimo.

don Gaetano Tumia
Trieste
   

     Un’esperienza di catechesi con gli audiovisivi
  RACCONTARE LA BIBBIA NELLE ELEMENTARI

È un normale giovedì di scuola: entro nell’aula di una quarta elementare statale, accolto festosamente. Porto con me il mio fido proiettore di filmine. I bambini rimangono al loro posto, si fa buio e io comincio a raccontare la Storia Sacra (la Bibbia) in mezzo alla più premurosa attenzione. Sono 20 disegni per volta. Uso la classica filmina LDC - B41, 42... illustrata splendidamente da un pittore olandese. I bambini rimangono incollati all’immagine anche perché, parlando io e non delegando la spiegazione a una registrazione, posso calibrare i concetti in funzione delle persone che ho davanti.

Ricordo con commozione un bambino musulmano che restava alla mia proiezione (con il permesso dei genitori) ricompensandomi con un affetto e una dedizione incredibili. La stessa cosa è accaduta quando ho avuto in classe bambini provenienti dall’Africa francofona, da quella anglofona, cinesi... Ogni volta ho ricevuto il "sì" dalle famiglie più disparate. Pensando a loro, sto attento a sottolineare certi passaggi della Bibbia adeguati alla circostanza. Mentre avanzo nel discorso mi concedo il lusso di citare rapidamente l’opera d’arte che più di tutto illustra il fatto: la creazione dell’uomo di Michelangelo, la cacciata del Masaccio ecc..

Cosa rimarrà? Non mi faccio illusioni. So benissimo che questa frequentazione dei ragazzi – ottenuta grazie all’intelligente collaborazione delle maestre del plesso – di per sé non è il toccasana della fede dei nostri flebili cristiani italiani. Tuttavia una qualche speranza voglio coltivarla: una maggiore conoscenza della Bibbia non può che portare frutti positivi; la presenza dei bambini di altre religioni può fungere da trampolino per ulteriori motivi di dialogo; la scuola italiana vede tornare fra la sue mura una persona che in passato era di casa: il prete. Può non essere un risultato da poco, oggi che si ipotizza addirittura la rimozione del Crocifisso dalle aule. Il prete è sempre un catecheta speciale agli occhi dei bambini: non sostituisce nessuno ma può completare proficuamente il lavoro degli insegnanti laici.

don Romano Nicolini
Riccione - tel. 0541-06577

Nota: Le stesse filmine sono disponibili – volendo – in edizione vhs (videocassetta) e dvd.


   

  IL COMPITO ESSENZIALE DI RIMETTERE I PECCATI

È vero che Nostro Signore affidò agli apostoli il compito di predicare..., ma quel tanto che è sufficiente per amministrare poi il battesimo... Una volta fatto questo, il compito degli apostoli è solo quello di rimettere i peccati, perché il penitente possa rivivere il suo sacerdozio regale e profetico ricevuto col battesimo, e che è qualcosa di reale, concreto, non solo nominale e che lo guiderà da solo a impossessarsi sempre di più della luce di Cristo. Noi invece – ironia della sorte – per tutti i tipi di lavoro troviamo il tempo..., ma per dare al fedele la possibilità di "gestirsi anche da sé" che egli riacquista con la remissione dei peccati, mostriamo sempre una certa difficoltà, se non riluttanza, a trovare il tempo...!

Dire che anche la nostra sta diventando sempre più "Terra di missione" è un comodo alibi per non occuparci di quest’unico servizio..., e soprattutto non capire che ci sono ancora altre pecore che attendono da altre parti... e che sono le Terre di missione tradizionalmente dette. In un’area urbana ampia quanto dieci attuali parrocchie, un solo prete basta ed è anche di troppo..., per dire Dio a tutta la gente del luogo. Un prete che si limiti a stare tutto il giorno nel Confessionale (come Padre Pio da Pietrelcina) per uscirne di lì unicamente per la celebrazione della Santa Messa (una sola) quand’è la domenica.

p. Michele Massaro ofm
Campobasso
   

  ALCUNE QUESTIONI DI CARATTERE LITURGICO

Desidero sottoporre all’esperto liturgista le seguenti richieste:

1. su ogni volume della Liturgia delle Ore, in fondo, ci sono le intercessioni, che si possono usare liberamente. È preferibile utilizzarle a Lodi (e sarebbero allora invocazioni) oppure a Vespro (e quindi sarebbero esattamente intercessioni).

2. In una concelebrazione eucaristica in cui si usa il canone romano, il gesto del quarto concelebrante (con la destra si batte il petto) va fatto dagli altri concelebranti?

3. Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo: si celebra l’eucaristia, dopo la recita dell’orazione postcommunionale si prepara l’ostensorio con l’ostia consacrata e si inizia la processione per le vie del paese; si ritorna poi in chiesa, si depone l’ostensorio sull’altare mentre si canta il Pange lingua, al termine del quale il celebrante si ritira in sacrestia in silenzio perché si prolunga l’adorazione fino al pomeriggio, quando si canta il vespro. È corretto questo modo di fare liturgico? La gente ha un po’ criticato perché è rimasta senza la benedizione subito.

4. Anche se poche volte, però invito qualche fedele a pregare anche davanti agli spazi/luoghi/segni liturgici (per esempio l’altare, la croce, il fonte battesimale, l’ambone) per abituarsi alla ricchezza liturgica come insieme di simboli. È giusto? Come educare il popolo a ciò? Che spiritualità se ne può ricavare?

5. Durante l’anno vorrei celebrare la messa votiva di san Barnaba, patrono della parrocchia: che formulario usare nel messale romano? E per la messa votiva di san Carlo devo usare il formulario del Comune dei Pastori?

Un sacerdote

Risponde don Silvano Sirboni.
A domande precise altrettante risposte sintetiche e, per quanto possibile, precise cercando di superare il semplice rubricismo per privilegiare un corretto uso pastorale dei testi liturgici.

1 – Le intercessioni in forma breve (appendice III) sono state chiamate così proprio perché previste e redatte per i vespri. Ne è prova l’ultima intercessione che riguarda sempre i defunti, come avviene nei formulari lunghi di ogni liturgia del vespro. Questa intenzione, dignitosamente integrata nella preghiera della Chiesa, ha inteso sostituire il semplice versetto fidelium animae... con il quale nel precedente breviario si concludevano sempre le Ore.

2 – La rubrica non lascia adito a dubbi: «Con la destra si batte il petto mentre dice [...] ». Il verbo al singolare riguarda solo il concelebrante che pronuncia il particolare testo del Canone Romano. Infatti, il gesto, introdotto nel XII secolo, fa parte di quegli atteggiamenti penitenziali (apologie) che si svilupparono in quell’epoca e riguardavano individualmente il prete, allora unico celebrante.

3 – Sembra che il rito della benedizione con il Santissimo affondi le sue radici nella tradizione monastica del XIII secolo quando, al termine della giornata, insieme con il saluto a Maria (= le note antifone mariane!) si volle aggiungere anche il saluto a Cristo presente nell’eucaristia, attraverso la contemplazione degli occhi. Non è senza ragione che, fino a pochi anni fa, nell’area linguistica francese la benedizione eucaristica fosse chiamata salut. Questa ostensione nasce quindi come rito di conclusione. Rito che ben presto si sviluppa in una vera e propria benedizione, attraverso il segno di croce, come già si faceva con le reliquie dei santi al termine di una celebrazione in loro onore. In questo contesto, all’inizio del XIV secolo, anche la processione del Corpus Domini si conclude con la benedizione per mezzo del segno del pane. Anche oggi le norme prevedono che questa processione termini generalmente con la benedizione eucaristica senza per questo pregiudicare l’eventuale adorazione successiva (cf Caerim. Episc. 394). Per una serena applicazione delle norme non è superfluo ricordare che anche durante il percorso processionale vi possono essere "stazioni" significative con benedizione eucaristica (cf Culto eucaristico n. 104).

4 – In fedele continuità con l’antica tradizione cristiana tutti i luoghi liturgici non sono soltanto spazi per la celebrazione, ma anche luoghi di devozione e di culto privato. Dopo la riforma del Rito della dedicazione delle chiese, dopo la pubblicazione del Benedizionale e dopo i documenti della Cei sulla progettazione e adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica del Vaticano II, non c’è dubbio che lo spazio liturgico costituisce un importante elemento iniziatico per comunicare il deposito della fede. Di conseguenza non può non essere anche un venerabile luogo di preghiera. I testi eucologici e le premesse del Pontificale e del Benedizionale, come i sopra citati documenti della Cei, sono le fonti per una corretta catechesi e spiritualità a partire dai luoghi che nella loro struttura e arredo rispecchiano (o dovrebbero rispecchiare!) la struttura e il significato delle azioni sacramentali che ivi si svolgono.

5 – «Nelle ferie del tempo ordinario nelle quali occorrono memorie facoltative o si fa l’ufficio della feria o si può celebrare qualunque messa [...] » (PNMR 334). Nel caso specifico, pertanto, si potrebbe usare o la messa propria dell’11 giugno oppure un formulario a scelta dal comune dei santi, come previsto dalla rubrica a p. 689 del Messale. Lo stesso vale per san Carlo, attingendo preferibilmente e liberamente dai formulari per i pastori. Si tenga presente la norma del Lezionario: «Il sacerdote che celebra con la partecipazione del popolo deve anzitutto preoccuparsi del bene spirituale dei fedeli, evitando di imporre loro i propri gusti. Soprattutto cerchi di non omettere troppo spesso e senza motivo sufficiente le letture assegnate per i singoli giorni del Lezionario feriale: la Chiesa infatti desidera che venga offerta ai fedeli una mensa più abbondante della parola di Dio» (OLM 83).
   

     Un Discepolo della Società San Paolo
 
"VIVO CON SANTO ENTUSIASMO LA MIA VOCAZIONE"

Due nomi, che indicano due stuoli di anime aventi un unico e medesimo spirito: quello del Divin Maestro... «Io vi manderò il mio Spirito»; aventi pure un’unica e medesima missione: Glorificare il Padre e salvare le anime donando Gesù Maestro, Via, Verità e Vita; conseguentemente, anche la stessa promessa del premio imperituro: «Avrete la vita eterna».

Sono Discepolo (è il nome dei fratelli laici nella Società San Paolo, ndr), perciò non celebro il sacrificio della Messa; però partecipo misticamente al sacerdozio di Gesù e dei suoi ministri immolandomi per lo stesso duplice ideale: gloria di Dio, salvezza delle anime.

Il mio tempio è il mondo; il mio altare è il posto assegnatomi dall’ubbidienza: le mie funzioni sacre sono le mansioni che compio nell’apostolato, il mio modello è Gesù Maestro, nei suoi anni di vita mortale, specialmente nel tempo del suo nascondimento a Nazaret. Non invidio il sacerdote che celebra la Santa Messa, che distribuisce la Santa Comunione, che amministra i Sacramenti... Lo venero come ministro di Dio, lo amo e sono felice di coadiuvarlo nella sua santa missione, ma so di essere anch’io sacrificatore, anch’io distributore di beni eterni, anch’io salvatore di anime, con la mia vita interiore, con l’ascesa costante verso la santità.

Il sacerdote guida le anime sulla via del bene, le forma e le spinge verso la santità.. Ma so di fare questo anch’io, quando con cuore ardente di zelo, diffondo quel libro, quell’opuscolo, quella rivista che richiamerà sulla retta strada un’anima che sta perdendosi, che santificherà un’anima mediocre, che farà fiorire una vocazione di più nella Chiesa, che darà forse un santo di più al Paradiso. Io vado ai piedi di Gesù che assolve e che si dona a noi per fonderci nel suo cuore e comunicarci l’unica felicità: il suo amore.

E capisco, anche, che la mia posizione di Discepolo è necessaria nella nostra congregazione e nella Chiesa... Io sono la longa manus del sacerdote; io ho modo di avanzare fin dove egli non può portarsi; ho modo di avvicinare anime che a lui non si avvicinerebbero: ho modo, e soprattutto tempo, di compiere un apostolato esterno che lui, preso dal suo ministero e dai suoi studi, non può compiere.

Io gli sono necessario come la mano è necessaria al cervello per compiere un’azione; e so che solo da questo movimento collegato del sacerdote e del Discepolo Sampaolino la congregazione trae la sua vitalità e la sua forza di conquista spirituale.

Per questo vivo con santo entusiasmo la mia vocazione e penso al premio grande che mi aspetta lassù... .

fra Celestino Rizzo
Alba (Cn)
   

  SI FA PELLEGRINO PER IL VATICANO III

Ringrazio Vita Pastorale per aver dato notizia della mia iniziativa di promozione della petizione al Papa per un nuovo concilio ecumenico, ispirandomi al sito dei vescovi dell’America Latina (www.proconcil.org), nel numero di gennaio 2003: "Appello per un Vaticano terzo". Ha suscitato molto interesse fra il clero e i laici, i gruppi e le comunità di base che continuano a incoraggiarmi su questa strada. Continuerò questo mio pellegrinaggio fra le parrocchie e le comunità religiose di Toscana, Umbria e Marche, poi mi muoverò nelle altre regioni, finché Dio lo vorrà, avendo io dedicato tutto il mio tempo e tutte le mie, sia pur modeste, risorse finanziarie da pensionato a questa causa. Considerato l’interesse e l’apprezzamento dei molti, chiedo a quanti condividono i contenuti della mia proposta un contributo che mi consenta di proseguire nel cammino intrapreso. Il mio indirizzo è: Bronzi prof. Giuseppe, Case Sparse 131 - 52040 Terontola (Ar). Un grazie anche a quanti vorranno pregare per me.

prof. Giuseppe Bronzi
   
 

  CELIBATO SACERDOTALE E LE PAROLE DI GESÙ

Mi riferisco all’intervento "La realtà di chi non osserva il celibato" a firma di p. Giuseppe Bonardi, che termina esprimendo il desiderio di «sentire l’opinione di altri lettori». Eccomi. Sono un prete vecchio (80 anni) ma non sprovveduto. Dal Concilio in poi ho imparato a osservare criticamente tutto ciò che avviene nella Chiesa. Fatti recenti – la "Purificazione della memoria" voluta dal Papa all’inizio del Giubileo e la posizione del nostro ex-arcivescovo Martini, che auspica la parresia della Chiesa – mi hanno liberato dai residui di timore reverenziale che impediscono di vedere e soprattutto di "parlare" della verità. Obbedisco alla prima raccomandazione dell’attuale arcivescovo Tettamanzi: «Non stancarti mai di lottare per la verità».

In questione non è il celibato: per ogni celibe prete o religioso ci sono almeno 10 celibi volontari, per i più diversi motivi, non tutti meritori. È la legge (can. 277) che non si giustifica. Conosco bene gli argomenti che si portano in suo favore; possono servire per proporre, consigliare, non per imporre. Il "celibato per il Regno" è un consiglio evangelico; dovrebbe rimanere tale, non diventare un obbligo.

«Da principio non fu così» (Mt 19,8). L’affermazione di Gesù dovrebbe riferirsi all’intero disegno di Dio, non solo al divorzio. E il disegno di Dio è molto chiaro: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gen 2,18). Dunque la Chiesa impone a certe categorie di persone qualcosa che Dio stesso ha dichiarato che non è bene. Egli sapeva perché non è bene e ha offerto subito il rimedio giusto: la donna. Oggi ci si accorge dei vari inconvenienti derivanti dall’inosservanza del disegno divino e gli esperti fanno tanti discorsi psicologici, sociologici, antropologici... e propongono rimedi che sono solo surrogati: sublimazione dell’istinto, integrazione affettiva nella comunità...; quando non si sa più che cosa fare si ricorre allo psicoterapeuta (dopo averlo detestato per tanti anni). Non sarebbe meglio arrendersi all’evidenza?...

Poi c’è l’affermazione dei diritti umani. La Chiesa insiste molto, ma poi si contraddice. Se i diritti umani sono necessari perché l’uomo possa vivere "da uomo", debbono rimanere per tutta la vita: nessuno ha il potere o la facoltà di toglierli; sarebbe un’ingiustizia. Dopo aver affermato due diritti – quello di formare una famiglia e quello di accedere alla vita religiosa o sacerdotale – la Chiesa dichiara con grave incoerenza: di questi due diritti si può esercitarne uno solo!

sac. Albis Corio
Via Arco Nuovo 16 - Castano Primo (Mi)
   

     Leggendo una copia trovata "per caso"...
 
CRISI DELLE VOCAZIONI: ECCO LA SOLUZIONE

Riflettendo sulla soluzione che hanno dato Marco Demarie e Stefano Molina nelle pagine 22-25 di Vita Pastorale n. 8-9, agosto-settembre 2003 (che ho trovato "per caso" davanti alla cappella della Stazione Termini, Roma), cioè che occorrono un tot di sacerdoti ogni anno per risolvere la crisi di vocazioni nel Piemonte, mi sono detto che occorrono famiglie che pregano per le vocazioni e un modello di sacerdoti contenti della loro scelta vocazionale.

Più avanti nella stessa rivista, a pagina 75, c’era la soluzione. Era la bellissima pagina in cui ho letto: "Vocazioni: nascono in famiglia ma noi la trascuriamo" e più in fondo: "Così abbiano celebrato l’anniversario di ordinazione". Pure le famiglie degli ultimi canonizzati: Daniele Comboni, Arnold Janssen e Josef Freinademetz ci danno il migliore esempio.

father Francis Bonnici
Via Sforza Pallavicini, 10 - 00193 Roma
   

  CELEBRAZIONI IN PIAZZA: TROPPE LE COMUNIONI

Con gioia assistiamo alle meravigliose celebrazioni eucaristiche in piazza San Pietro, come in altre, presiedute dal Santo Padre novello Mosè che parla e prega, trascinatore di folle, dolce Cristo in terra. Purtroppo, viene un momento quando il cuore di non pochi credenti resta turbato: quando al momento della comunione, centinaia di sacerdoti vanno tra la folla e a quanti si presentano porgono la sacra particola. Viene da chiedersi: quanti di quei comunicati sanno e pensano chi ricevono? E, più ancora, quanti sono in grazia di Dio? Vi è di peggio: experientia docet; si va per carpire quella particola da usare per riti satanici, o per curiosità o perché ci vanno tanti. Non vorrei pensarlo ma accade anche questo: particole sputate per terra. Come ovviare a così gravi sacrilegi? Videant consules.

Si dirà che anche in altre chiese potrebbero verificarsi fatti simili. Vero, ma la differenza è che nelle grandi piazze abbiamo una enorme folla anonima, i comunicati si disperdono come e dove vogliono, mentre nelle nostre chiese è gente conosciuta, seguita, per cui è difficile compiere gesti sacrileghi. Importante sarebbe studiare i modi opportuni perché al Sacro Convito non accedano oves et boves.

don Giovanni Maiorana
Messina

   

  HO SEMPRE PREDICATO GESÙ CROCIFISSO...

Con molta umiltà, posso dire anche la mia: anch’io sono giudice "in foro interno". Sono stato 10 anni in Amazzonia, ho difeso con battaglie interminabili i poveri. Sono stato parecchie volte sotto il mirino di una P38, ho svolto 400.000 km di apostolato, sono stato processato, ricattato, imprigionato a Rio de Janeiro e infine espulso dal Brasile: ma ho sempre predicato Gesù Cristo Crocifisso.

Caro giudice Montanaro, ti sei dimostrato sciocco nei miei confronti e anche ignorante (perché non conosci nulla sulla religione e di concordato). Perché non mandi un musulmano (ne ho tanti in parrocchia) a strappare la croce sul petto svelato delle dive e delle prime donne?

don Giuseppe Fontanella
parroco di Cotrebbia Nuova (Pc)
   

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