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La teologa veronese ha
scelto di stare in una comunità nomade, ma rifiuta gli atteggiamenti da
operatore: «Non ci sono casi interessanti, bensì amici e nomi propri».
Diffidente verso l’erudizione ora insegna patristica,
conquistandosi il nomignolo al femminile tra i colleghi di facoltà.
Ha scelto
di vivere in un accampamento di Rom a Verona, ma continua il suo impegno
accademico, insegnando patristica. Cristina Simonelli rappresenta un caso
singolare nel panorama delle donne teologhe.
- Cristina, com’è nato il tuo interesse per la
teologia?
«Sono approdata alla teologia lentamente e con
diffidenza. La ritenevo oziosa ed erudita, lontana dalla vita, anzi ostile
alle sue manifestazioni; sospetto che estendevo anche ad altri ambiti di
studio. Dopo la scuola superiore avevo scelto di diventare infermiera».
- Che cosa ti ha indotta a mutare opinione?
«Il
clima ecclesiale degli anni ’70, con gli echi del Concilio, mi convinse
che vivere il Vangelo vuol dire "condividere". Così nel ’76
sono andata a vivere in un campo di Rom, prima in Toscana, poi dall’81
con la piccola comunità della diocesi di Verona (altre due donne laiche e
un prete). Queste realtà sono maturate dapprima in modo indipendente, e
oggi "insieme" in una vita ecclesiale simile a una diocesi senza
territorio. Dopo una decina di anni, avevo voglia di valutare, ripensare,
confrontarmi. Sentivo l’esigenza di conoscere meglio la Scrittura. Con
questo desiderio e molta titubanza, ho iniziato a infilarmi come uditrice
in un banco, molto indietro, allo Studio teologico di Verona».
- Era più logico frequentare un corso di teologia per
laici. Come mai hai scelto il "San Zeno"?
«Dal campo nomadi non era conveniente "uscire di
notte", sarebbe stato difficile frequentare l’Istituto di scienze
religiose. Allo Studio veronese sono rimasta veramente affascinata dalla
lettura teologica, che non era affatto come avevo temuto, ma incrociava le
mie esigenze e le mie domande, anzi le dilatava e le rilanciava. Così da
uditrice sono passata alla frequenza ordinaria e quel luogo dai corridoi
bui è diventato "di casa" come la mia roulotte, fuori dal
casello dell’autostrada».
- Vedo un’analogia tra lo stare tra i Rom e in
seminario. Essere donna e laica in un ambiente maschile e clericale ti
ha creato problemi?
«Nel dire che "mi era di casa come...", cerco
di esprimere la mia percezione, per l’uno e l’altro ambiente, che è
contemporaneamente "luogo" e "fuori luogo",
"casa" e "spaesamento", piena presenza e non totale
appartenenza. Per quanto riguarda il campo nomadi, ho sempre diffidato di
chi diceva "sono diventato come loro", lo trovo non realistico e
presuntuoso. Pur nella familiarità, si sperimenta la distanza, l’essere
stranieri rovesciato! Posso dire lo stesso anche per il mondo della
teologia: ci sto bene, ma mi sento sempre un po’ fuori posto. Questa
percezione non è negativa: anche se a volte è faticosa, permette di
incrociare linguaggi diversi ed è stimolante».
- Quando nel tuo percorso hai messo a tema il tuo
essere donna? Ti sarai anche accostata alla teologia femminista. Ti
senti a tuo agio in questa prospettiva?
«È in questo insieme "bilingue" che ho messo
a tema anche il mio essere donna. Fino ad allora non era per me una
domanda esplicita, anche per quanto riguardava il mio impegno ecclesiale
non mi ponevo la questione, pensavo che lo potevo fare e dunque lo facevo.
Mi sono così avvicinata agli scritti delle teologhe e delle filosofe,
perché mi danno fastidio le prospettive ristrette, riduttivamente
confessionali. Non mi considero una "produttice" di teologia
femminista, ma mi trovo a mio agio ad abitarne le domande. E dico
"femminista", anche se nei nostri ambienti suona male e mi viene
spesso corretta in "femminile". Ma uso questo termine per
rispetto di chi ha iniziato questo tipo di riflessione, pagando prezzi
alti, e perché mantiene viva la percezione che le cose sono tutt’altro
che "pareggiate". Dico anche "teologia delle donne",
mentre "femminile" mi rimanda il suono dolciastro di una
"mistica delle femminilità", secondo cui non c’è nulla da
cambiare e c’è poco posto per le donne».
- La tua città ha una lunga tradizione ecumenica.
Penso a san Bernardino che è poi emigrato a Venezia. Il disagio per
le prospettive riduttivamente confessionali obbliga a fare attenzione
alle altre esperienze di fede e alle donne che le vivono con analogo
impegno...
«Di questo mio percorso fa parte anche, in questi
ultimi anni, la collaborazione con Letizia Tomassone, pastora a Verona
della Chiesa valdese. Insieme abbiamo tenuto corsi e seminari, sia allo
Studio teologico sia all’Istituto superiore di scienze religiose,
riuscendo ad articolare sia le prospettive comuni sia quelle differenti,
in modo credo efficace. Ma sto sorvolando il mio percorso di studio: ho
concluso a Verona il percorso istituzionale, ho conseguito la licenza in
antropologia teologica a Firenze, quando lo Studio teologico fiorentino
era aggregato alla Gregoriana. Ma già durante la specializzazione ho
privilegiato un percorso storico-patristico, perché in questa direzione
mi spingevano le esigenze del "mio" Studio teologico, come
consideravo il San Zeno».
- Hai così sostenuto un’ulteriore
specializzazione...
«Ho frequentato per due anni i corsi dell’Augustinianum,
dove ho discusso e pubblicato la mia ricerca di dottorato. Così dal ’96
insegno a livello istituzionale teologia patristica, nei corsi teologici
condotti a Verona in modo interdisciplinare, e patrologia all’Istituto,
dove un collega mi chiama appropriatamente "matrologa". Anche in
questo caso la questione si è pian piano dilatata e ciò che sembrava un
passatempo è diventato un impegno perché i corsi e le sedi sono
aumentati: ora insegno anche al San Bernardino a Verona e alla Facoltà
dell’Italia settentrionale, a Milano, nel biennio di specializzazione in
fondamentale e sistematica. Si aggiungono corsi vari, che faccio molto
volentieri, con suore e monache, come quelli dell’internoviziato di
Verona o quello delle monache benedettine legato a Sant’Anselmo. Pur
mantenendo una sensazione tipo "ma qua come ci sono capitata?",
con la fatica di una disciplina che si distende per secoli e culture, e
rispetto alla quale mi sento sempre molto "apprendista", è un’esperienza
positiva, che spero di svolgere dignitosamente ma che trovo utile».
- Una matrologa tra i Rom, strano incrocio! Potresti
parlarci della tua esperienza con loro?
«No. Le parole escono stonate, distorte o comunque
rischiano di diventarlo nella percezione comune. Sembrano imbarazzanti e
invadenti. C’è un pudore della condivisione ed è il pudore dell’amicizia
profonda: non ci sono casi interessanti, ma amici e nomi propri. Abbiamo
spesso un’altra impressione, rappresentata con un’immagine: una statua
su un piedistallo. La statua è l’eroico operatore e il piedistallo sono
le persone per cui opera. Più il piedistallo è descritto e ridescritto,
più si erge, grandioso, il santo operatore. Il nostro è invece uno
statuto antieroico per eccellenza: questa è una vita ordinaria, spero
sinceramente cristiana, ma come tante altre. I pionieri e gli eroi mi sono
antipatici».
- Torniamo all’argomento interrotto: pensi ci possa
essere un contributo delle donne alla teologia?
«Non penso a una quasi automatica o miracolosa presenza
del "femminile" (del resto spesso gli uomini fanno esercizi di
riscoperta del "femminile che è in loro", così hanno entrambe
le dimensioni...) che darebbe respiro e sensibilità a una teologia
razionalistica e arida. Credo che la questione sia di dare spazio non al
"femminile", ma a donne concrete, che faranno quello che
possono, come da molto fanno gli uomini, con realizzazioni a volte felici,
altre un po’ meno, portando le loro molteplici "differenze",
che sono in primo luogo di genere, ma anche individuali, sociali,
etnico-culturali. Anche per questo è nato il Coordinamento delle donne
teologhe. Sono convinta che questa iniziativa potrà dare un grosso
contributo. Dall’affermazione della propria parzialità dichiarata
vengono per lo meno messe in crisi tante pretese universalità. Ma la
presenza delle donne non è scontata, perché il percorso di studio è
lungo e la possibilità di mantenersi insegnando teologia è spesso legata
alla moltiplicazione degli impegni e all’assunzione di altre mansioni
per sopravvivere. Al di là del contesto accademico, penso sia importante
l’accesso di sempre più donne a vari corsi di teologia, possibilità
che sta cambiando la consapevolezza e la presenza femminile anche nella
Chiesa cattolica, forse lentamente, ma come un Tir, che una volta in
marcia non rallenta facilmente».

Monsignor Giuseppe Amari benedice
un nuovo campo nomadi
a Verona (foto Di Monte).
- Sei impegnata anche sul fronte della vita religiosa
femminile...
«Sempre di più chi la vive si sente prima donna e poi
suora e alcune di loro possono qualificarsi dal punto di vista teologico.
Ma credo resti ancora tanta strada da percorrere».
- Pensi che la Chiesa viva un momento di transizione?
«Non saprei, forse una formazione di tipo storico mi fa
dire che non conosco periodo che non sia stato di transizione o in cui le
Chiese siano vissute altrimenti che secondo un "principio
riforma". Sulle strategie ricordo una raccolta di saggi cui sono
molto affezionata: L’elogio del margine di Bell Hooks».
- Dobbiamo affrontare una congiuntura complessa. Cosa
possono fare le donne per la situazione politica internazionale?
«Le strategie che ritengo più felici sono simili a
quelle dell’autrice citata: vivere la propria parzialità e marginalità
non come "emarginazione imposta", ma come luogo di elaborazione
di pensiero, come critica di ciò che viene pensato comunemente
"centro"; vivere la dimensione feriale e privata della
"casa" e della "cura" come resistenza politica e
pubblica. Tutto ciò vale per i miei molti "bilinguismi" e per
le svariate appartenenze in tensione fra loro: il rischio è la
schizofrenia, ma quando gli orizzonti si incrociano aprono interessanti
prospettive. Questo tipo di visione è anche un punto di vista più ampio
di quello del panorama ecclesiale e configura anche uno "stare nel
mondo". Rispetto a ciò temo una regressione del pensiero critico,
per bere ogni notizia o meglio ogni propaganda, anche nella situazione
italiana; temo lo sviluppo di un razzismo volgare e ignorante e l’instaurarsi
della logica delle armi e della guerra, assurdamente e arrogantemente
proposta come "preventiva". Rispetto a ciò non sopporto mezze
misure o titubanze. Tuttavia non sono completamente sicura che basti
essere donna per contrastare la guerra. Spero che le molte possibilità di
non aggressività, che le donne vivono nella propria quotidianità, spesso
vicino alla vita nella sua dimensione di fragilità, come quella dei
bambini, dei malati e anziani, possano diventare anche pensiero critico e
impegno pubblico per la pace».
Cettina Militello
La cattedra "Donna e
cristianesimo" al Marianum
IL RUOLO FEMMINILE TRAMITE MARIA
La
Pontificia facoltà teologica Marianum ha istituito, nell’ambito della
sua attività accademica, la cattedra "Donna e cristianesimo".
Il corso, che vi è dato annualmente con impostazione culturale
socio-antropo-teologica, tende a studiare gli aspetti della condizione
femminile, nelle diverse situazioni umane e nelle varie epoche storiche,
a valutare l’influsso che la figura di Maria ha esercitato sul modo di
concepire la donna, la sua dignità e il suo ruolo. Il corso, nell’anno
accademico 2003/2004, si articola in quattro percorsi.
1
La donna nella Bibbia (3-7 novembre), lezione pubblica al Teatro dei
Servi; Nuria Calduch Benages della Pontificia università Gregoriana,
Una storia da riscoprire: la donna nell’AT, celebrazione liturgica
delle donne nella storia della salvezza; Marinella Perroni del
Pontificio ateneo Sant’Anselmo, Le donne nel NT, una introduzione al
tema; Maria Luisa Rigato della Pontificia università Gregoriana, Figure
femminili nel vangelo di Giovanni; Aristide Serra della Pontificia
facoltà Marianum, Ritratti/o biblico di Maria.

Madonna tra sante Ursula
Caterina, Barbara e Cecilia
(foto Lores Riva).
2
La donna nella storia (1-5 marzo), lezione pubblica al Teatro dei Servi;
Emanuela Prinzivalli dell’università La Sapienza, Le donne nell’età
dei Padri. Lettura di testi patristici; Paola Gaiotti, storica del
movimento femminile, La storia di lei. Questioni metodologiche. Linee
cronologiche; Felice Accrocca della Pontificia università Gregoriana,
Maria e l’identità femminile negli autori francescani del ’200;
Adriana Valerio dell’Università Federico II, Donne e diritti umani.
3 L’identità
femminile (8-12 marzo), lezione pubblica al Teatro dei Servi; Maria
Grazia Fasoli, responsabile nazionale Coordinamento donne Acli, Dietro
lo specchio. Percorsi e peripezie della identità femminile. Lettura di
testi poetici; Giovanni Silvestri della Lumsa, La donna e le scienze
umane: questioni metodologiche e nodi disciplinari; Maria Grazia Piazza
della Pontificia università Gregoriana, La donna nelle culture;
Cristina Carnicella della Pontificia università Gregoriana, Donna e
teorie della comunicazione.
4
Donne e teologia (3-7 maggio), lezione pubblica a Santa Cecilia in
Trastevere; Crispino Valenziano del Pontificio istituto liturgico, Il
caso nobile della donna nell’abside delle basiliche cristiane a Roma;
Cettina Militello della Pontificia facoltà Marianum, Donne e teologia:
sviluppo storico e snodi tematici; Ignazio Calabuig della Pontificia
facoltà Marianum, Maria e la donna nella "Marialis Cultus";
Letizia Tomassone, pastora valdese, La cristologia femminista.
Per ulteriori informazioni ci si può
rivolgere alla segreteria del Marianum, viale Trenta Aprile 6 - 00153
Roma, tel. 06-5839161; e-mail marianum@marianum.it.
r.v.
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Anche corsi e seminari
insieme alla valdese Letizia Tomassone
IN PRINCIPIO
FURONO CIRILLO E AGOSTINO
Cristina
Simonelli, laica, è nata a
Firenze, il 24 maggio 1956. Dal 1976 vive in un accampamento Rom,
prima in Toscana, ora a Verona. Ha conseguito il baccellierato
presso lo Studio teologico San Zeno nel 1993; la licenza in
antropologia teologica allo Studio teologico fiorentino aggregato
alla Pontificia università Gregoriana di Roma nel 1995 con la
dissertazione: Ho Synodoìporos. L’antropologia delle catechesi
prebattesimali di Cirillo di Gerusalemme. Nel giugno 1997 si è
diplomata in teologia e scienze patristiche con la discussione
dottorale: La fede nella resurrezione di Cristo nel "De
Trinitate" di Agostino – Moderatore il professor B.
Studer – presso l’Institutum Augustinianum di Roma, dove sullo
stesso tema nel 1999 ha poi difeso la tesi.
È docente dello Studio teologico
San Zeno di Verona affiliato alla Pontificia università Lateranense,
dove insegna: "Momento storico-patristico del tema fondamentale
I Sacramenti" dall’anno accademico 1996/97;
"Momento storico-patristico del tema fondamentale Cristologia"
dal ’99/2000. Presso l’Istituto superiore di scienze religiose
San Pietro Martire di Verona insegna patrologia dal ’96/97 (corso
semestrale). Dal 2000/2001 è anche docente di patrologia allo
Studio teologico San Bernardino di Verona. Nello stesso anno ha dato
il corso annuale di patrologia antenicena alla Facoltà teologica
dell’Italia settentrionale a Milano. Negli anni seguenti ha dato
al ciclo di specializzazione i corsi: "Il De Trinitate di
Agostino" (2001/2002); "Dentro di te è il pozzo di acqua
viva. L’antropologia di Origene tra regola della
fede e ricerca filosofica" (2002/2003); "I De Spiritu
Sancto nel IV secolo" (2003/2004).
Insieme a Letizia Tomassone, ha
tenuto il seminario teologico (soteriologia in chiave ecumenica e
inclusiva): "Per noi e per la nostra salvezza", presso il
San Pietro Martire (2001/2002 e 2002/2003); e il corso
complementare: "Un approccio femminista alla Scrittura?"
presso il San Zeno (2002/2003), sempre con la Tomassone.
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A sostegno delle
teologhe
È NATO IL
CTI
Il
Coordinamento teologhe italiane (Cti) è sorto nel giugno 2003.
Tra i suoi obiettivi: riunire teologhe delle diverse tradizioni
cristiane che abbiano conseguito un dottorato o una licenza in
scienze teologiche e docenti della facoltà di teologia, delle
scuole di teologia dei seminari, delle congregazioni religiose e
degli istituti superiori di scienze religiose; valorizzare gli studi
di genere in ambito teologico, biblico, patristico, storico, in
prospettiva ecumenica; favorire la visibilità delle teologhe nel
panorama ecclesiale e culturale italiano; promuovere e sostenere le
donne che desiderano dedicarsi allo studio, alla ricerca, all’insegnamento
della teologia.

Maria C. Bartolomei, Marco
Marchini, la Tomassone
e la Militello a un convegno (foto Di Monte).
Prima presidente è stata acclamata
Marinella Perroni, segretaria Serena Noceti. Le altre socie
fondatrici: Cettina Militello, Stella Morra, Renata Natili, Maria
Luisa Rigato, Cristina Simonelli, Manuela Terribile, Nadia Toschi,
Adriana Valerio (che in agosto è stata eletta presidente dell’Afert).
Per ulteriori informazioni visitare il sito www.teologhe.org
(e-mail info@teologhe.org).
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La produzione della
teologa
IL VANGELO
NELLA COMUNITÀ SINTI
La
teologa Cristina Simonelli ha pubblicato i volumi: La
resurrezione nel "De Trinitate" di Agostino. Presenza,
formulazione, funzione, (Sea 73) Institutum Patristicum
Augustinianum, Roma 2001; "‘Ci sarà annunciato Dio da
uno di noi’. Lo sviluppo del movimento ‘vangelista’ in una
comunità di Sinti", in L. Piasere (a cura), Italia Romanì,
Roma 1996, pp. 71-92.

Volontaria al lavoro in un
campo nomadi (foto Giuliani).
Tra i suoi articoli, segnaliamo:
"Destino comune" in Servizio Migranti 1/2 (1993),
pp. 104-124; "Il Compagno di strada. La XIII catechesi
prebattesimale di Cirillo di Gerusalemme", in Esperienza e
Teologia 3 (1996), pp. 49-55; "L’eterno abbraccio. La
dottrina trinitaria di S. Zeno", in Annuario Storico
Zenoniano 14 (1997), pp. 11-16; "Che mi ricordi di Te, che
comprenda Te, che ami Te" (Agostino, De Trinitate 15,28,51),
in Esperienza e Teologia 6 (1998), pp. 42-51; "Il Padre
che allatta. La 19ª Ode di Salomone", in Esperienza e
Teologia 7 (1998), pp. 69-77; "Lettere dal confine. L’epistolario
di Sinesio di Cirene", in E. Falavegna - G. Girardi (a cura), In
dialogo con l’Altro. Fede cristiana, alterità e dialogo,
Verona 1998, pp. 101-106; "Dio di misericordia, amico degli
uomini. La Penitenza in Didascalia siriaca/Costituzioni
Apostoliche" in Esperienza e Teologia 8 (1999), pp.
45-57; "Come il pane. La preghiera di Policarpo (Mart. Pol
14,1-3 )" in Esperienza e Teologia 9 (1999), pp. 43-53;
"Desiderio e ricordo. L’esposizione sul salmo 37 di
Agostino" in Esperienza e Teologia 10/11 (2000), pp.
57-67; "Abitò solo con sé stesso (Gregorio Magno, Dialoghi II,3,5).
Disprezzo e cura nella tradizione monastica" in Esperienza e
Teologia 12 (2001), pp. 21-30; "Facendo svanire la dolcezza
del vivere (Sinesio di Cirene, ep. 16) in Esperienza e Teologia 15
(2002), pp. 55-72.
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