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Ci scrivono

CON LE CELEBRAZIONI SENZA PRESBITERO 
SI EVITEREBBERO LE MOLTIPLICAZIONI

    

   Vita Pastorale n. 8-9 agosto/settembre 2003 - Home Page Sabato 14 giugno un sacerdote titolare di parrocchia di 2.100 abitanti e amministratore di parrocchia viciniore, ha celebrato: ore otto, messa d’orario nella parrocchia di cui è titolare; ore nove, messa nella parrocchia di cui è amministratore, distante km. 10, in occasione di un funerale; ore dieci e trenta, messa nella sua parrocchia in occasione di matrimonio; ore sedici, messa in occasione di matrimonio celebrato pure nella sua parrocchia; ore diciassette, messa (pre)festiva, sempre nella sua parrocchia come si usa al sabato e alle vigilie; ore diciotto messa (pre)festiva nella parrocchia di cui è l’amministratore. Fatta salva la retta intenzione dopo aver espresso, semmai, anche un complimento per la buona volontà e la fatica sostenuta nel portare a termine la celebrazione di sei messe con il clima tropicale di quei giorni, permettetemi di chiedere un giudizio non sul confratello, al quale va tutta la mia simpatia, ma su un simile comportamento o forse abuso sia pure con il consenso tacito del vescovo.

Lettera firmata

Risponde padre Rinaldo Falsini.
La moltiplicazione delle messe domenicali fu al centro dell’attenzione negli anni ’80, come è testimoniato dalla felicissima battuta «meno messe e più messa» e, soprattutto, dalla nota pastorale della Cei su Il giorno del Signore (1984), ove al n. 32 si legge: «Molti sacerdoti preoccupati di offrire a tutti l’opportunità di assistere alla messa festiva, moltiplicano oltre il giusto il numero delle messe domenicali, quindi anche delle messe festive del sabato sera, e di quelle vespertine della domenica. Aldilà delle buone intenzioni, questa prassi risulta di grave pregiudizio per la cura pastorale», provocando un eccessivo frazionamento della comunità, assorbendo tempo ed energie ai sacerdoti. Ne deriva una svalutazione della messa, ridotta a pura formalità rituale e del sacerdote ridotto a stanco esecutore, quasi meccanico. Non a caso al termine del decennio, che vide fiorire in vari Paesi (Francia, Canada, Brasile, India, Nuova Zelanda) assemblee domenicali in assenza del sacerdote, presiedute da laici (donne comprese) con la liturgia della Parola completa e relativa distribuzione della comunione, spinse la Congregazione per il culto divino alla pubblicazione nel 1988 del Direttorio di celebrazioni domenicali in assenza del presbitero. Conosciamo la sua attuazione anche in Italia, ove però resiste la riserva "presbiterale" con la moltiplicazione "materiale" di sante messe senza contare il limite di stanchezza domenicale del sacerdote come abbiamo sopra rilevato. La responsabilità non è solo del sacerdote che celebra sei messe domenicali ma anche del vescovo "consenziente".

Rimando a un articolo che sembra scritto appositamente per il nostro caso su Settimana (n. 22, 2003, pp. 12-13) dal vescovo di Alba monsignor Sebastiano Dho, in cui riporta riflessioni e suggerimenti raccolti nel libro sinodale. Dall’articolo, intitolato "Un parroco con più parrocchie", stralcio questa annotazione autorevole e saggia: «È bene richiamare un principio che riguarda più direttamente i parroci ma pure di riflesso i fedeli. Ogni sacerdote, nei giorni festivi, può celebrare al massimo tre eucaristie; perciò non si può e non si deve pretendere né concedere di più». Sottoscriviamo anche noi "tre eucaristie", ma in via eccezionale, non in forma regolare. Due eucaristie ben preparate e celebrate impegnano il sacerdote a sufficienza ogni domenica.
  

 I RITARDI NELLE CAUSE DI ANNULLAMENTO

A titolo di cronaca, segnalo al direttore di Vita Pastorale, che ancora in una diocesi dell’Italia centrale una pratica di causa matrimoniale, aperta nel 1998, che ha avuto una prima dichiarazione di nullità nel 2000, ha richiesto poi nel 2001 ulteriori prove di secondo appello, realizzatesi nel marzo 2003. Si è ora in attesa della sentenza definitiva... Ricordo di aver seguito su Vita Pastorale le disposizioni della Cei del 1998: il tribunale diocesano, prima in sede amministrativa e poi in sede giudiziale, dovrebbe espletare la pratica in un anno, con una spesa inferiore a 1 milione di vecchie lire! Qui sono passati 5 anni e si sono superati i 5-6 milioni... È normale tutto questo? È mai possibile?...

p. Gualberto Giachi
Roma

   

     Perché nei loro confronti non c’è privacy?
  È VERO CHE I PRETI SONO PERSONE PUBBLICHE
     MA NON ANDIAMO APPRESSO AI "SI DICE"

Accenno a un tema un po’ scabroso: la privacy dei preti. È vero, e sono io il primo a dirlo, che noi siamo persone pubbliche, in quanto abbiamo una funzione da svolgere per gli altri, tra gli altri e con gli altri, mai contro gli altri; ma c’è sempre una persona in ciascuno di noi, che va tutelata nei suoi diritti fondamentali.

Tra questi, c’è anche il rispetto e la valutazione per quello che uno dice e fa. Per quello che si sogna o si pensa, nessuno può essere giudice, finché il pensiero e il sogno non diventano parola o magari scrittura, attraverso un processo, che solo chi non lo pratica, non lo apprezza appieno. Il che vuol dire che non si può a vanvera dire: «Don Tizio...», se manca un riscontro reale, concreto, verificabile, vero, soprattutto, e genuino.

Quando si viaggia in compagnia della parola sussurrata o strillata, sulla scia di chiacchiere, «si dice», «sembra che», «mi hanno detto», non si sa dove si può arrivare, senza neppure accorgersene, ma con responsabilità oggettive, che nulla e nessuno possono occultare. Gli spazi di offesa alla privacy, ma soprattutto alla persona in sé, segnata da un carisma altissimo e da un ministero, che più vado avanti e più mi sembra appassionante, per tutti i suoi risvolti sociali, sono amplissimi. Allora? Allora, niente! o meglio, tutto!, in quanto non si può essere cittadini degni di questo nome tanto strapazzato, se ci si lascia condizionare dall’andazzo della chiacchiera, nemica della verità, che trova nel vuoto lo spazio infinito, per diffondersi e proliferare.

Comunque, si fa sempre in tempo ad arrestare la corsa veloce verso la meschinità. E se, imprudentemente, si fossero messe nero su bianco, in base alle chiacchiere, notizie inesatte nei Palazzi? La soluzione spetta all’autorità ed è drastica: bruciare al più presto possibile, le carte che le contengono.

don Sergio Andreoli
Pesaro
   

  ARRIVA L’ACCOLITO E CAMBIA LA LITURGIA

Sono un’assidua lettrice del vostro giornale, essendo stata per quasi 25 anni animatrice di liturgia nella mia parrocchia. Col cambio del parroco, sono stata messa... in pensione. È giusto che si facciano avanti altre persone nella comunità, ma non trovo giusto che le nuove mandino a casa quelle che già operavano. Ma tant’è, noi laici siamo soggetti alle simpatie e antipatie dei preti. Ora, poiché vedo tante cose diverse in fatto di liturgia, vorrei dei chiarimenti.

È giusto che l’accolito istituito dia inizio al rito, in assenza del presbitero, col saluto: «La pace sia con voi!»? Non è questo un saluto riservato al diacono e al presbitero? È esatto dire, da parte dell’accolito: «Ora ci prepariamo alla distribuzione dell’eucaristia, con la liturgia della Parola» e quindi limitarsi al brano di Giovanni: «Io sono il pane della vita ecc.», che si usa nel rito breve della distribuzione a domicilio? In una chiesa affollata e che si aspettava di partecipare alla celebrazione della messa, non sarebbe stato meglio leggere le letture del giorno dal Lezionario? Ed è cosa tanto cattiva che qualcuno l’abbia suggerito al momento all’accolito? Io so che i cerimonieri accompagnano finanche il papa, suggerendogli in alcuni momenti che cosa deve fare.

È giusto che il ministro, accolito o sacerdote, mentre distribuisce la comunione, canti, piuttosto che dire: «Il corpo di Cristo», dando al fedele la possibilità di fare il suo ultimo atto di fede? È giusto che il celebrante compia il rito di offertorio con le parole del canto Guarda quest’offerta, piuttosto che con le parole del Messale?

Durante la celebrazione della messa, è giusto genuflettersi verso l’altare del Santissimo, trascurando del tutto il luogo della celebrazione, cioè l’altare centrale? Questo di solito fanno i lettori, chierichetti e quant’altri si muovono durante la celebrazione. Si rispetta... la dispensa e non il luogo in cui si sta compiendo quel Mistero che poi sarà riposto nella dispensa. Anzi, l’altare centrale non dev’essere sempre oggetto di inchino, anche nei momenti in cui non c’è celebrazione, perché rappresenta Cristo, pietra angolare? Di solito, invece, quando non c’è la messa, l’altare è una sorta di bancarella dinanzi a cui si passa e ripassa, senza un minimo segno di rispetto. È corretto che il celebrante durante il Padre Nostro dia le mani ai chierichetti o chiericoni, mentre molti dell’assemblea sollevano le mani in alto? A che serve il bacio alla pisside durante la celebrazione? A dar sfogo ai sentimentalismi del celebrante? Ma l’eucaristia non è segno sacramentale e non una persona in carne e ossa? Allora perché non baciare l’acqua del battesimo o il crisma della cresima? Dulcis in fundo: è corretto mettere una pisside vuota al centro dell’altare, con le candele, inginocchiarsi, fare inginocchiare i fedeli e... adorare? Alle mie osservazioni, il parroco mi ha risposto che non è un peccato grave! La cosa era stata fatta dal suo accolito preferito e avallata da lui, il quale, arrivando, ha indossato camice e stola e si è inginocchiato anche lui!

Linda Curtarello
Corato (Ba)

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Ci rifiutiamo di commentare i singoli abusi che rivelano una totale mancanza di coscienza ministeriale, di rispetto per la massima azione di fede, di servizio per la santa assemblea dei fedeli. Ci domandiamo come possano verificarsi situazioni così anomale nel silenzio dei diretti responsabili. È stata annunciata una nuova lettera apostolica contro gli abusi nella celebrazione eucaristica. Non servono lettere, ma un lavoro continuo di formazione per avere veri presbiteri di assemblee liturgiche.
   

  SI PUÒ CELEBRARE MESSA SENZA POPOLO?

Vorrei qualche informazione a proposito della messa "privata". Se è ancora lecito celebrare in forma privata anche senza un ministro o un fedele. E come si giustifica: per devozione, per soddisfare particolari intenzioni eccetera. Circolano voci sulla sua soppressione e sull’obbligo di concelebrare in ogni caso. È obbligatorio per ogni sacerdote celebrare ogni giorno?

Lettera firmata

Risponde padre Rinaldo Falsini.
L’argomento della messa senza il popolo è delicato sotto molteplici aspetti (teologico, legislativo, spirituale, pastorale) perché è un’eccezione rispetto al modello tipico – quello con il popolo descritto dall’Istruzione generale del messale (77/115) – e a quello della concelebrazione (153/199). Ne tratta ampiamente la citata Istruzione (209-221/ 252/272). Ne aveva parlato esplicitamente il concilio Vaticano II (SC 26) dichiarando che «le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità, cioè popolo santo adunato e ordinato sotto la guida dei vescovi». Aveva poi precisato che «quando una celebrazione è caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata». Ho posto in tondo il linguaggio "misurato" anzi "refrattario" all’aggettivo "privato" e l’esplicita preferenza per la concelebrazione, richiesta «dalla natura pubblica e sociale di qualsiasi messa» (ibi). La preferenza per la concelebrazione («si inculchi»: si compia un’opera educativa) non esclude o non impedisce la celebrazione della messa in forma individuale. In altre parole, la messa senza il popolo non perde la sua natura pubblica e sociale, ma reclama "ritualmente" la partecipazione attiva dei fedeli. Non sono infatti ammessi all’eucaristia "muti spettatori" (SC 48), anche se oggi simili esempi in Italia non mancano.

La sua legittimità o giustificazione è ripresa e chiarita dall’Igm (4/19): «Non sempre si può avere la presenza e l’attiva partecipazione dei fedeli che manifestano la natura ecclesiale dell’azione liturgica, sempre però la celebrazione eucaristica ha l’efficacia e la dignità che le sono proprie, in quanto azione di Cristo e della Chiesa, e il sacerdote [aggiunta nell’ed. 2000: "esercita il suo precipuo ministero"] e agisce per il popolo di Dio». Le sottolineature sono nostre e ricalcano la motivazione che giustifica almeno sul piano teologico non altrettanto però su quello rituale e pastorale, nonostante l’aggiunta recente. Viene tuttavia riaffermato il modello di riferimento che resta quello della "messa con il popolo" con alcuni comprensibili adattamenti indicati nell’ordo missae.

Sulle condizioni di liceità si registra un alleggerimento con il Codice di diritto canonico del 1983 che nel can. 906 sopprime la precedente disposizione «non si celebri senza la partecipazione di un ministro, se non per grave necessità» (n. 211) e la sostituisce con la seguente: «il sacerdote non celebri il sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele se non per un motivo giusto e ragionevole». La modifica è passata nella Igm del 2000.

Il cambiamento non è di poco conto perché la "grave necessità" poteva essere solo di ordine esterno (es. viatico per moribondi), invece la causa giusta e ragionevole potrebbe essere di carattere devozionale (non certo quotidiana) o per particolari intenzioni. Non si può negare che la particolare preferenza o simpatia di alcuni sacerdoti per la celebrazione senza il popolo dimostra scarso senso ecclesiale e incapacità di cogliere la sfasatura rispetto a una azione comunitaria, visibile e dialogica compiuta da una sola persona o al massimo due. Il Codice non ha dimostrato molta fedeltà allo spirito conciliare. Altra novità nell’ultima edizione dell’Igm è rappresentata dal titolo "Messa a cui assiste soltanto un ministro", che sostituisce quella "senza popolo", mentre prima si parlava di "partecipazione" e "ministro". Ci sfugge il miglioramento e il progresso. Va notato però il nuovo Igm n. 253, relativo alla sola presenza di un diacono, con compiti propri e sostitutivi del popolo. Un tipo di celebrazione non estraneo ai riti orientali.

Con la risposta diffusa alla prima domanda abbiamo soddisfatto anche alla seconda. Ricordo semplicemente che non esiste alcun obbligo della celebrazione quotidiana – introdotta verso la metà del sec. XIX – salvo impegni di carattere pastorale. Ma nella recente Igm al n. 19/4 è stata aggiunta una frase nella quale si esorta caldamente di celebrare ogni giorno. Il nuovo messale riporta per esteso il nuovo ordinamento, dopo quello della messa con il popolo (p. 655ss). Speriamo che non avvenga, come nel Medioevo, il passaggio dalla celebrazione alla devozione.
   

 QUELLA FOTO NON ERA DEL MIO VESCOVO

Sono stato onorato di vedere una mia fotografia (e anche bella) fatta da G. Giuliani, a pag. 85 di Vita Pastorale n. 7, del luglio scorso; cosa accaduta anche in numeri precedenti. C’è stato però questa volta un evidente e spiacevole errore: l’articolo, nella rubrica "Problemi pastorali" è a firma del mio vescovo, monsignor Silvio Padoin, e chi legge e guarda pensa che la figura in paramenti sacerdotali verdi, che regge una lampada accesa, sia l’autore dell’articolo e cioè il mio vescovo. Chi invece conosce di faccia me e lui, penserà che mi sono fatto avanti per promuovermi, molto inopportunamente. La foto, che senza dubbio si trova in una cartella di foto di repertorio relative alla diocesi di Pozzuoli nella vostra fototeca, si riferisce a un reportage realizzato su di me e la mia parrocchia da Alberto Laggia con Giuliani nell’aprile 2002 per la rivista Jesus.

parroco Giuseppe Leonardi
Pozzuoli (Na)

Caro don Giuseppe, i lettori avranno già capito che la foto inserita non era per sua personale vanità, né per indicare il vescovo di Pozzuoli (infatti non c’era didascalia), bensì per illustrare il tema dell’articolo: la liturgia. Ha ragione lei, forse una didascalia esplicita avrebbe fugato ogni dubbio, ma a volte ci si dibatte tra le informazioni necessarie e quelle superflue: e il confine non è mai così chiaro. Intanto lei ci dà l’occasione per ringraziare tutti quei sacerdoti che si prestano a rendere Vita Pastorale più attraente e godibile anche alla vista, oltre che più vera perché coglie i pastori nell’esercizio del loro ministero.
  

     Non sempre si apprezza l’informazione
 SE TUTTE LE PARROCCHIE SI ATTREZZASSERO 
     PER PUBBLICARE UN LORO BOLLETTINO

Da tanto tempo sono lettore di Vita Pastorale. Sono grato per il bel servizio che offrite a noi sacerdoti. Un modo per ringraziare è anche quello di comunicare, rispondere, scambiare esperienze, tentativi di evangelizzare... Se vi invio questa raccolta del primo semestre dei "Fogli di collegamento" dei cristiani di S. Egidio è proprio per scambiare esperienze pastorali. Così se si ritiene che sia cosa buona, valida come piccolo strumento di comunicazione e collegamento. Lo è stato per noi di S. Egidio di Cesena (2.000 famiglie) e lo è sempre più. Dalle poche copie che si tiravano per animatori e responsabili di gruppi ora il "Foglio" viene ritirato da più di 700 famiglie. Serve per prepararsi alla liturgia della domenica successiva personalmente e nei gruppi vari che ci sono in parrocchia (Ac, scout, giovani, famiglie, anziani, coppie, Cvs).

don Pino Zoffoli
Cesena (Fo)

Ringraziamo don Pino per il dono del suo bollettino parrocchiale. Sono in tanti i parroci o gli uffici diocesani che regolarmente inviano le loro pubblicazioni e ci informano delle loro iniziative: sono preziose perché permettono di avere un quadro della situazione nelle diverse parrocchie e realtà ecclesiali, ma anche perché spesso danno lo spunto per articoli o dossier da offrire a tutti gli operatori di pastorale. C’è da augurarsi che in tutte le parrocchie nasca un bollettino che racconti la vita della Chiesa locale, da mettere accanto ai fogli liturgici o ai giornali di informazione cristiana: dal quotidiano ai settimanali diocesani e nazionali, ai vari mensili di cultura religiosa. Ai parroci, ma anche a qualche vescovo, che ancora storcono il naso di fronte alla carta stampata, quasi sia una distrazione dalla pastorale, e che guardano con fastidio ogni pubblicazione loro proposta, non smetteremo di ripetere con il beato Giacomo Alberione: «Occorre fare agli uomini la carità della verità».
   

 L’OFFERTA SUSCITA ANCORA PERPLESSITÀ

Desidero un chiarimento circa la messa: sento spesso parlare di messa quasi come un’alternativa a sostenere certe spese per ritiri o riunioni fatti dai presbiteri. Qualche anno fa lessi una lettera di una diocesi indirizzata ai presbiteri in occasione di un ritiro annuale. Il testo era: «La diocesi mette a disposizione dei partecipanti un pullman con partenza 2 luglio alle ore 9 da piazza Duomo. Si prega di comunicare l’adesione a don..., segreteria dell’arcivescovo. Nel prenotarsi, si prega di comunicare se si sceglie il pullman o se si preferisce raggiungere la sede con i mezzi propri. Il pullman partirà da... il giorno 6 luglio dopo pranzo. Occorre portare il camice, la stola bianca e la Liturgia delle Ore. Note tecniche. La quota è di lire 76.000 a persona al giorno per un totale complessivo di lire 304.000, che può essere sostituita con la celebrazione di 20 sante messe».

Mi domando, la messa ha un costo? Può essere oggetto di sostituzione per un pagamento anche per ritiro? Dove vanno a finire i tanti documenti sull’eucaristia di san Tommaso, sant’Alfonso e del magistero della Chiesa come l’ultima enciclica Ecclesia de Eucharistia? Non sarebbe più bello che in certe occasioni la diocesi si facesse carico di certe spese? Non vi è anche l’Istituto per il sostentamento per il clero che può provvedere? Perché rendere oggetto di scambio il mistero della fede che è «fonte e il culmine della vita della Chiesa»?

Lettera firmata

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Questa lettera parte da un episodio che appartiene al passato per lanciare una requisitoria contro la tariffa/offerta per la celebrazione della messa. L’autore, che dice di essere diacono, sembra caduto da una nuvola perché chiede il chiarimento su un argomento che da anni occupa le pagine delle riviste (compresa la nostra, di cui ricordiamo l’annata del 1991, particolarmente i numeri 4 e 6) e ha provocato negli ultimi trent’anni ben tre interventi magisteriali, e tutti a difesa!

Accogliamo la richiesta di chiarimenti, limitandoci alle informazioni essenziali, lasciando da parte i vari interrogativi, tutti retorici!

Il primo documento che ha trattato direttamente del problema è il motu proprio Firma in traditione di Paolo VI, del 1974, nel quale viene data la giustificazione teologica e pastorale: l’offerta è una forma di partecipazione del fedele alla messa, un contributo alla necessità della Chiesa, un aiuto al sostentamento del clero. La sua legislazione ha trovato ampia sistemazione nel nuovo Codice di diritto canonico del 1983: un titolo intero dedicato a "L’offerta data per la celebrazione della messa" con ben tredici canoni: dal 945 al 958. Infine nel 1991 la Congregazione per il clero pubblica un Decreto relativo alle messe collettive, con disposizioni sul cumulo di intenzioni, concesse a determinate condizioni, raccomandando di non eliminare l’offerta, utile anche per le necessità delle missioni. È noto poi che in ogni diocesi viene fissata una tariffa/offerta minima, onde evitare abusi e perché tutto si svolga sotto il controllo del vescovo.

Su questa posizione ufficiale e "magisteriale" – che il diacono invoca quale correttivo per liberare l’eucaristia da ogni ombra di denaro, ma senza citare una sola frase, cominciando dall’ultima lettera del Papa – la riflessione non si è appiattita, ma ha avanzato riserve e proposte, come può controllare nei numeri citati di Vita Pastorale (compreso il mio contributo: "Una offerta, una messa") e l’azione pastorale ha escogitato vari tentativi per sganciare il legame stretto di "un’offerta, una messa", non privo di equivoci, anche dal punto di vista del linguaggio, come dell’appropriazione della messa!
  

     Vanno rispettate le norme di sicurezza
 LE RESPONSABILITÀ PER I LAVORI IN CORSO

Pongo un caso che si è verificato presso un santuario della Liguria, in seguito alla morte accidentale di un bambino, che per inseguire la palla è caduto da un muretto a causa, pare, di un mucchio di terra e sabbia che era lì vicino per lavori e che gli ha facilitato la corsa oltre il muro dove c’era il vuoto. In seguito sono stati indagati il rettore e il vicerettore del santuario. La cosa è stata dolorosissima.

Ora come è possibile che in un complesso così impegnativo una persona sia completamente a conoscenza e provveda a tutto in modo da non finire poi responsabile di una tragedia? La questione si ripropone per tutti i parroci, specialmente per quelli che hanno più chiese cui badare. Bisognerebbe stare tutto il giorno a girare per evitare incidenti anziché dedicarsi al lavoro specifico pastorale?

E quel che più conta è che un prete rimane distrutto in coscienza, poi dall’opinione pubblica, dalla giustizia, forse da un problema di fede e di fiducia. Rimane come un marchio per tutta la vita, che è veramente pesante.

Ci vorrebbe quel tic che ti facesse passare l’imbarazzo e il complesso di non poter comunque fare qualcosa perché tanto tu hai sulla coscienza una morte. Quali sono le cose che servono e che bisogna fare? Uno avrebbe la tentazione di ritirarsi da tutto, di dare le dimissioni. Bisogna difendersi, essere comunque di sangue freddo per influire sull’opinione pubblica? O rimanere in silenzio nella speranza che tutto passi? E un prete come si presenta al mondo? La giustizia non è giusta, è parziale, è settoriale, non contempla alternative? Insomma da qualsiasi parte la rigiri non ci si può salvare? Si può scrivere qualcosa in merito per affrontare la spinosa questione?

Lettera firmata

Al di là del caso specifico segnalato e dei drammi personali che si possono vivere, qualunque lavoro venga eseguito esige il rispetto delle norme di sicurezza previste dalla legge, oltre le quali subentra la responsabilità: da una parte per inadempienza se non vengono predisposte misure di sicurezza; dall’altra per dolo se si violano i dispositivi di sicurezza o i divieti di accesso al cantiere.
    

 LE VOSTRE RICHIESTE

Una delle mie quattro parrocchie – Rhêmes Saint Geoges (Aosta), accanto al Parco del Gran Paradiso – possiede una casa per ferie adatta per gruppi di giovani e famiglie, e appena ristrutturata con un prestito. Per coprire le spese sostenute, a partire dalla seconda metà di agosto, la casa (32 posti letto in due camerate, refettorio per 40 posti, campetto di calcio) sarà a disposizione di chi ne fa richiesta. Per contattarmi: tel. 348-2704270.

don Paolo Curtaz

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Mi rivolgo a voi perché sono alla ricerca di un lavoro come sacrestano. Abito a Cavour (Torino). Mi si può contattare al numero 0121-6185.

Luigi Martina
   

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