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INTERVISTA A GIUSEPPE DE RITA La società aperta e i suoi nemici di BIAGIO
BONARDI |
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Il segretario generale del Censis critica l’irrigidimento piramidale e verticistico del potere nel nostro Paese, sempre più personalizzato e incapace di riforme che tengano conto della molecolarità sociale. È virtù dei pochi indicare in modo chiaro e dettagliato le difficoltà che la nostra società deve affrontare per uscire da una situazione caratterizzata dalla progressiva perdita dei valori, che rende l’uomo sempre più attento al lato materiale e molto meno a quello spirituale della sua esistenza. Questa tendenza si è radicata nel nostro Paese, intaccando particolarmente la politica e le istituzioni sociali, creando un lento disinteresse per entrambe e favorendo così chi ha saputo trarre, da questa situazione, un crescente vantaggio a scapito degli altri. Il libro di Giuseppe De Rita, Il regno inerme. Società e crisi delle istituzioni (Einaudi), dovrebbe essere letto e meditato da chi vuole riprendere in mano il proprio futuro, consapevole che la "buona società" si costruisce con l’impegno di tutti. A De Rita, da 40 anni animatore del Censis e attento osservatore della nostra società, abbiamo rivolto alcune domande.
«Il disinteresse per la politica ha radici lontane, è inscritto in processi di lunga deriva, che hanno progressivamente svuotato di significato l’azione politica più tradizionale, riducendola a monopolio di soggetti e dinamiche verso i quali, oltre all’antico scetticismo, prevale tra i cittadini una sospettosa repulsione, nonché la convinzione che costoro non si occupano degli interessi della collettività. Alla radice della "inutilità percepita" della politica c’è lo svuotamento delle sedi classiche della partecipazione istituzionale ai vari livelli: dai consigli comunali, provinciali e regionali al parlamento nazionale. Si tratta di organismi rappresentativi ormai sacrificati all’attività e al protagonismo di sindaci, governatori o governo nazionale. Questa è la concreta fenomenologia che rimanda a un nodo di cultura politica che è stato assolutamente egemone dagli anni Ottanta in poi: il primato della decisionalità, e del suo omologo più arrogante, il decisionismo, e la connessa scelta della verticalizzazione del potere. Ma questo irrigidimento piramidale e gerarchico della politica e delle istituzioni avveniva, paradossalmente, proprio mentre la società accentuava i processi di molecolarità e individualizzazione dei percorsi di vita (dal lavoro, alla formazione, alla tutela della salute, alla previdenza), muovendosi perciò sempre più in orizzontale, secondo una logica opposta a quella piramidale e verticalizzante, condensandosi in un’architettura decentrata. La politica ha pensato di colmare il gap accentuando proprio quegli aspetti che lo avevano generato e, quindi, decisionismo e verticalizzazione sono sfociati nella personalizzazione del potere, intesa non come caratura personale della leadership, ma come identificazione della politica con figure e vicende squisitamente personali, dove l’appeal e l’immagine del candidato fa premio sulla sostanza, così da attivare meccanismi emozionali e irrazionali di identificazione. Insomma, la situazione attuale viene da lontano e ha la sua radice primaria nella scelta di accrescere in modo eccessivo il tasso di decisionalità del sistema rispetto a quello di rappresentatività».
«Senz’altro perché dati e fenomenologie indicano l’accentuarsi della molecolarizzazione dei soggetti, degli interessi e dei comportamenti economici e sociali. Anzi direi che su un piano di cultura socio-politica è necessario cominciare a considerare come aggirabili alcuni processi come: l’individualizzazione dell’impresa e del lavoro, che significa che in Italia operano quattro milioni e mezzo di imprese (una ogni otto abitanti) prevalentemente a conduzione familiare, quattro milioni circa di professionisti, un sommerso che coinvolge cinque milioni di persone, due milioni di lavoratori con contratti da coordinati e continuativi e 700 mila interinali; la personalizzazione dei bisogni di welfare che si materializza in un crescente fai-date nella tutela della salute, della pensione e delle diverse forme di assistenza ai non autosufficienti; una richiesta di sicurezza e di certezze, che non significa "più polizia", ma rafforzamento della vita comunitaria, della sua qualità e della quotidiana sicurezza. Si tratta di dinamiche che danno forma, a volte ancora in modo molto labile, a nuove e originali condensazioni (non solo in termini di maggiore responsabilità individuale) e che, pertanto, richiedono una revisione dell’assetto organizzativo pubblico. Le stesse modalità di azione della politica, finché continueranno a essere modulate sulle caratteristiche più patologiche e datate del paradigma statuale tradizionale (la centralità del potere, la verticalità dello Stato, il modello organizzativo gerarchico), saranno erose e vanificate dalle lunghe derive della molecolarità».
«Sono tre parole che riassumono molte delle cose di cui c’è bisogno, ma è importante guardare al loro contenuto rispetto ai processi che la classe politica deve tenere presenti. Intanto deve liberarsi dall’illusione che si possano rifare istituzioni dall’alto, secondo disegni preordinati di pochi e illuminati padri costituenti. Occorre immergersi nella realtà attuale, nelle sue dinamiche e nelle sue logiche e da qui ragionare sui nuovi paradigmi che si vanno formando. Solo così il vizio astratto e intellettualistico di pensare il migliore dei mondi e delle istituzioni possibili può lasciare il posto alla quotidiana e spesso oscura fatica dell’incorporazione di criteri di orizzontalità, mettendo in secondo piano canoni più classici di verticalità del potere e delle istituzioni. Capire e orientare ciò che va accadendo nella società, inquadrarlo in un contesto di lunghe derive, dove l’imprinting statalista è ormai eroso dalla molecolarità e dal policentrismo crescenti, è esercizio di realismo essenziale. Infatti, è il solo modo per capire che non c’è arroccamento possibile sullo Stato-soggetto perché questo non ha più la legittimazione di traino della società, ma deve riconquistarla in un’ottica di Stato-funzione che offre al sistema socio-economico in evoluzione le prestazioni e i servizi di cui necessita. La lungimiranza è tutta qui: nel rimodulare la funzione politico-istituzionale rispetto alle lunghe derive del sociale. È su questo che va costruita una nuova passione per la politica che non sia esplosione di emozionalità estemporanea, magari alimentata dalla gratificante prossimità fisica delle grandi adunate o dall’appiattimento sul presunto lider maximo del momento».
«Ho scritto un libro sulle istituzioni spinto dall’indignazione per la vocazione suicida che le va caratterizzando e per il tradimento dei chierici che, invece, dovrebbero farle vivere. E, tuttavia, credo che a fronte di tentazioni di rinserramento neoburocratico e di pura sopravvivenza nelle istituzioni, di persistente furba autoreferenzialità che rende poco probabile una loro auto-riforma, del diffondersi nella nostra società di un pericoloso virus di spaccature e inimicizie verticali, della miope tendenza delle forme politiche a non fare i conti con l’evoluzione in atto (la molecolarità di soggetti e processi) ma piuttosto a manipolare il suo lato oscuro (le emozioni della moltitudine), sia cruciale praticare l’asimmetria della condensazione neoistituzionale, cioè tornare a valorizzare il cambiamento spontaneo del tessuto sociale, soprattutto per gli aspetti di evoluzione neoistituzionale. Si deve vedere com’è necessario un reticolo istituzionale funzionante, per la formazione di un tessuto intermedio di regole e strutture che favoriscono la condensazione della molecolarità crescente di soggetti e interessi».
dove l’immagine del candidato fa premio sulla sostanza (foto PALAZZOTTO).
«Ci sono troppe letture semplicistiche e unilaterali della globalizzazione e dei suoi effetti anche sulla società civile, soprattutto nel lungo periodo. Apologeti e detrattori si limitano a vedere singoli aspetti, chiudendo gli occhi sul fatto che la globalizzazione è un crogiuolo di processi potenzialmente funzionale a una cultura della molteplicità dei fori, dell’articolazione distribuita dei poteri, insomma molto vicino alla specifica molecolarità e orizzontalità della realtà italiana. In questa ottica, lo sviluppo di relazioni orizzontali, che tagliano trasversalmente gli Stati, i confini nazionali e le loro costruzioni giuridiche stabilite, sono all’origine di forme, spesso primordiali, di condensazione organizzativa (più o meno transeunti e cangianti), propedeutiche rispetto a una condensazione istituzionale».
«Del welfare italiano si è detto tanto male, che era assistenziale, paternalista, spendaccione; in realtà ha esercitato una funzione alta nelle diverse fasi della storia socio-economica nazionale e, in particolare, la stessa molecolarità di lavoro e impresa deve molto al fatto che il welfare ha liberato dalle preoccupazioni sui bisogni sociali (scuola, sanità, previdenza, assistenza). Ora, però, subisce l’impatto della molecolarità delle scelte, con la personalizzazione dei bisogni e la ricerca di risposte modulate sulle esigenze degli individui. In sostanza, una parte dei bisogni sociali considerati non monetabili (istruzione, salute ecc.) sono, invece, oggetto di scelta da parte delle famiglie che investono di tasca propria e, comunque, chiedono di poter scegliere provider e tipologia di prestazioni. La maggiore responsabilizzazione individuale va di pari passo con processi di autoorganizzazione della domanda particolarmente visibile in sanità e assistenza (associazioni dei malati, organizzazioni di volontariato), e di articolazione dell’offerta con lo sviluppo di autonomie funzionali e la territorializzazione delle responsabilità. In altre parole, il welfare statocentrico, monopolista e a logica verticale, lascia il posto a una protezione sociale territorializzata, pluralista e a logica orizzontale. Il risultato di questo passaggio non è necessariamente un peggioramento della condizione dei più poveri, anzi la maggiore responsabilità individuale e territoriale dovrebbe garantire un’articolazione dei servizi più vicina alle reali esigenze. Tuttavia le tentazioni neocentraliste (nazionali o regionali) assumono oggi l’aspetto del rigore finanziario che può condizionare pesantemente il risultato effettivo dei processi di mutamento del welfare che, di per sé, hanno una dinamica spontanea che tende a far aderire il sistema tradizionale di protezione sociale alla nuova articolazione dei bisogni».
«Le tentazioni di re-istituzionalizzare dall’alto sono evidenti nella classe politica e, più in generale, nell’establishment, ma si tratta di una pura illusione (a volte furbesca) di fronte alla potenza sfarinatrice della molecolarità e della globalizzazione che si esercita sui paradigmi tradizionali dello Stato-nazione. Io credo che l’orizzontalità sia inscritta in processi di lunga deriva che hanno eroso la piramide statuale e alimentano forme di neoistituzionalismo (dalle Camere di commercio alle associazioni dei malati, per intenderci). Tuttavia c’è il rischio dell’arroccamento sul paradigma verticista e, soprattutto, che la piramide e i suoi vertici si difendano costruendo una sorta di corridoio verticale interno come accade, a esempio, con lo spoil system, dove al malfunzionamento della piramide si risponde con l’attivazione di una specie di cabaletta interna, dove il politico di turno chiede al funzionario scelto la fedeltà alla sua persona, piuttosto che all’oggetto che dovrebbe caratterizzare l’azione del funzionario statale e che dà senso all’istituzione di cui è parte. Il rischio è il contagio di una cultura del servilismo, dove l’appiattimento sui contingenti interessi di immagine del politico di turno azzera la capacità istituzionale di pensare su un orizzonte temporale più ampio e, quindi, più consono alle funzioni di supporto ai soggetti socio-economici che deve caratterizzare lo Stato funzione. Comunque, io credo che si possa ben sperare soprattutto nel lungo periodo, perché i processi reali portano verso una lucida, anche se lenta, accettazione di un paradigma istituzionale di poliarchia coerente con il carattere orizzontale, a rete, cibernetico e non organicistico della dinamica socioeconomica e decisionale». Biagio Bonardi |
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