Il vescovo emerito
eporediese è uno dei pochi viventi tra quelli che parteciparono al
Concilio. Ci furono innovazioni ma anche freni alle riforme. Il momento
politico influì sfavorevolmente. «In una situazione di stallo, solo i
movimenti dicono qualcosa».
Gran
parte del ministero pastorale di monsignor Luigi
Bettazzi, da quando è "andato in pensione" da vescovo di Ivrea,
si svolge in incontri, conferenze e interviste che lo interpellano come
testimone autorevole – e tra i pochi ancora viventi – dell’evento
conciliare del Vaticano II. Lui c’era, a fianco del cardinale Lercaro,
arcivescovo di Bologna, che del Concilio fu uno dei quattro moderatori e
vi apportò grandi istanze, tra cui quelle dell’ecumenismo e del
rinnovamento liturgico; c’era, come giovane vescovo che assorbiva le
esperienze delle Chiese emergenti del Terzo Mondo e le riportava a quelle
comunità italiane che attendevano spunti di innovazione e di
universalità. Monsignor Bettazzi continua a esserci oggi, instancabile
testimone del cammino conciliare, della voce di tante Chiese disperse nel
mondo, sofferenti di tanti problemi e in attesa di solidarietà per la
pace e lo sviluppo.
Il concilio Vaticano II non è un fatto esaurito nel suo
tempo, né un reperto storico da rileggere, ma un punto di riferimento per
tutta la Chiesa contemporanea, un insieme vitale di dottrina, proposte e
obiettivi che attende ancora di essere pienamente acquisito e tradotto
nella realtà: non per nulla si moltiplicano le sollecitazioni del Papa e
dei vescovi perché si riprenda quanto i Padri conciliari colsero 40 anni
fa come moto dello Spirito per la vita della Chiesa, per ritrovarlo oggi.
«Le questioni che il Concilio non affrontò», dice
monsignor Bettazzi, «quelle che Paolo VI volle riservarsi, nel timore che
il dibattito sulla stampa influenzasse i vescovi, quali i preti sposati,
la contraccezione, la riforma della curia, i matrimoni misti e, forse in
parte, anche la Chiesa dei poveri, sono ancora questioni sul tappeto. In
altri casi, come per la collegialità nella Chiesa, si è svolta la
discussione e qualche soluzione è stata indicata, ma è poi mancata la
volontà di portare avanti l’approfondimento attuativo».
- Durante i lavori, vescovi e collaboratori avevano la
percezione di partecipare a un grande evento di modernizzazione della
Chiesa?
«C’era un gruppo molto consapevole, un altro
altrettanto deciso a frenare e la maggioranza in posizione intermedia.
Però, e per me qui c’è la grazia dello Spirito, proprio quest’ultima
parte si è resa conto che si doveva cambiare e ha dato forza a quelle
spinte al rinnovamento che nella Chiesa già si sentivano: per esempio il
movimento biblico, guardato con diffidenza, ma già avviato, quello
liturgico delle grandi abbazie benedettine, quello ecumenico. I vescovi
hanno intuito che quella era la strada: in fondo i primi convertiti del
Concilio siamo stati noi, perché quando siamo usciti non avevamo più le
idee iniziali. Basta vedere i 12 volumi di suggerimenti pervenuti a
Giovanni XXIII nella fase preparatoria, e come di essi non sia rimasto
niente alla fine. È stato proprio dentro, anche per le sollecitazioni di
quelli che vedevano le cose un po’ più in prospettiva, che anche i
vescovi si sono posti sulla strada del rinnovamento».

Monsignor Luigi Bettazzi.
- Che ruolo ha avuto Paolo VI?
«Paolo VI in questo è stato un grande mediatore, tra
tutte le componenti conciliari. Era infatti preoccupato di quel coetus
internationalis patrum con 450 vescovi molto tradizionalisti (con
Lefebvre e altri) che a ogni discussione o argomento nuovo chiedevano a un
teologo tradizionalista di presentare il punto della tradizione per
contrastare quanto si andava discutendo; il Papa cercava di avere anche il
loro voto, persino con sofferenze da parte della maggioranza, per non
produrre lacerazioni. Ricordo alla fine della III sessione, che fu
chiamata la settimana nera o di passione, con alcuni interventi e il
rimando di alcuni temi come la "libertà religiosa", perché era
stata cambiata e bisognava ridiscuterla, la "proclamazione di Maria
madre della Chiesa" che non si era voluta mettere esplicitamente nel
testo e che lui ha proclamato, e ricordo in particolare 21 correzioni che
il Papa apportò al decreto sull’ecumenismo – per esempio quando il
testo diceva "i fratelli separati, guidati dallo Spirito Santo,
possono trovare Cristo", fu corretto in "con la grazia del
Signore possono cercare Cristo" –, e in questo modo, con il dolore
di alcuni, ottenne il voto anche dei 450. In effetti, valutato a distanza,
è vero che se il Concilio fosse risultato con delle grosse minoranze
avrebbe prestato sempre il fianco a critiche e rivendicazioni. Invece con
5 o 6 voti contrari su 2.500 poteva contare su una grande condivisione. In
questo senso l’intervento del Papa fu "pastorale", ma aveva
alcune esitazioni per non arrivare a drastiche fratture sul difficile
cammino intrapreso».
- Queste incertezze e ambiguità hanno pesato sulla
successiva attuazione dei testi conciliari?
«Credo che nell’attuazione ci sia stata una parte di
contrasto, con dei freni ad alcuni cambiamenti, ma va anche ricordato che
in quel tempo di reazione mondiale (il ’68-’69) c’è stato chi ha
cavalcato il rinnovamento spingendolo anche al di là del dovuto, offrendo
così la motivazione per fermarlo. Per esempio, abbiamo proibito i gruppi
d’incontro sulla parola di Dio e la liturgia del sabato sera, che forse
avevano delle esagerazioni, ma in fondo erano un segno di vitalità,
mentre adesso abbiamo le liturgie dei neocatecumenali. Si è sofferto il
ti-more di cambiamenti troppo radicali che ci sembravano inficiare l’ordine
costituito e portare ad avventure ingovernabili. Come c’è stata
reazione nella società civile dopo il ‘68 all’insorgere del
terrorismo, con il blocco di riforme e cambiamenti (i partiti maggiori
chiusero le sezioni giovanili), così anche noi abbiamo avuto timore e
interrotto quel cammino difficile che il Concilio aveva inaugurato».
- Da più parti si ritiene siano stati soffocati gli
slanci profetici del Concilio e che nel percorso d’attuazione sia
andato perso o svuotato il suo grande messaggio. Condivide questa
lettura un po’ pessimista?
«Direi che il Concilio è stato rallentato: un già, ma
non ancora; molto è stato fatto, ma non fino alle sue ultime conseguenze.
C’è un ritorno al passato come a una garanzia di sicurezza e controllo.
Dei vescovi che vi hanno partecipato, molti l’hanno subìto attivamente,
per cui dopo forse non l’hanno continuato. C’è stata una grande
spinta iniziale – la Bibbia in mano a tutti, la liturgia comprensibile,
i consigli pastorali –, ora non c’è più analogo slancio. Ci sono
stati alcuni "profeti": penso a don Giuseppe Dossetti, molto
importante, perché sollecitava i moderatori, a Lercaro che era segretario
e che ha fatto maturare la liturgia da cerimonia a fatto pastorale, l’ha
portata a essere il momento più alto della vita della Chiesa, figure di
cui oggi non abbiamo corrispettivi. Penso che anche la vicenda politica
sia stata sfavorevole, nel senso che il rinnovamento pareva un gioco della
sinistra, per portare la Chiesa dalla sua parte. Allora l’attuazione era
frenata da chi non voleva cambiamenti; ora, caduto il Muro di Berlino,
ancora si dice che bisogna stare attenti al comunismo, in America Latina,
ma anche in Europa: un espediente che serve a bloccare le riforme non
gradite».

Il cardinale Lercaro con don
Giuseppe Dossetti.
- Avanzano nuove richieste di democrazia e di
partecipazione dei laici nella Chiesa, mentre diminuisce la pratica
religiosa. Forse il Concilio aveva indicato soluzioni che furono
lasciate da parte perché troppo in anticipo sui tempi?
«Qualcuno parla di un tempo di devolution, nel
senso che si percepisce nella Chiesa la necessità di una maggiore
autonomia nei vari continenti. Si dice che l’impostazione della vecchia
Chiesa europea si trova a disagio di fronte alla sollecitazione dei
movimenti culturali e religiosi che incalzano. È vero che la Chiesa ha il
problema di un volto unitario, credo però che una maggiore autonomia dei
continenti permetterebbe anche alle Chiese ortodosse di ritrovarsi,
aggregarsi. Così pure, si rischia di far invecchiare la Chiesa e che i
giovani che ci sono cerchino in essa più una difesa che non una ragione
di impegno personale. Penso che la società civile solleciti di più,
mentre noi abbiamo paura di rischiare, specie con i giovani (li valutiamo
solo se eseguono quello che noi adulti decidiamo). C’è poi chi dice che
il Vaticano II ha ceduto alla secolarizzazione, ma questa sarebbe venuta
avanti comunque, perché nel mondo, soprattutto quello occidentale,
crescono la conoscenza, e insieme lo spirito critico, il senso di
responsabilità. Il Concilio ha cercato di interpretare i tempi che
venivano per far maturare la Chiesa, perché essa fosse lievito del mondo
del 2000, come lo era stata nei secoli precedenti. I Padri conciliari
hanno anche indicato dei rimedi: la fede non come adesione alle verità,
ma come risposta personale a Dio che ci parla; la liturgia non come grande
spettacolo di fede a cui assistere, ma realtà a cui partecipare; una
Chiesa comunione non verticistica: ci vuole anche la gerarchia, ma per
garantire la presenza e l’azione del popolo di Dio, profetica,
sacerdotale e regale. E, infine, una Chiesa aperta al mondo, come indicato
nelle quattro costituzioni, una Chiesa fiduciosa del cammino del mondo».
- Si sta camminando dunque in questa direzione?
«No, tutto questo l’abbiamo un po’ dimenticato e, a
parte qualche profeta, siamo in una situazione di stallo. Solo i movimenti
oggi riescono a muovere qualcosa: per cui dovrebbero essere educati ad
aprirsi a tutta la Chiesa, come carismi dati dal Signore per la Chiesa».
Rosangela Vegetti