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A COLLOQUIO CON MONSIGNOR LUIGI BETTAZZI

Vaticano II? Già e non ancora

di ROSANGELA VEGETTI
      

   Vita Pastorale n. 3 marzo 2003 - Home Page

Il vescovo emerito eporediese è uno dei pochi viventi tra quelli che parteciparono al Concilio. Ci furono innovazioni ma anche freni alle riforme. Il momento politico influì sfavorevolmente. «In una situazione di stallo, solo i movimenti dicono qualcosa».

Gran parte del ministero pastorale di monsignor Luigi Bettazzi, da quando è "andato in pensione" da vescovo di Ivrea, si svolge in incontri, conferenze e interviste che lo interpellano come testimone autorevole – e tra i pochi ancora viventi – dell’evento conciliare del Vaticano II. Lui c’era, a fianco del cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, che del Concilio fu uno dei quattro moderatori e vi apportò grandi istanze, tra cui quelle dell’ecumenismo e del rinnovamento liturgico; c’era, come giovane vescovo che assorbiva le esperienze delle Chiese emergenti del Terzo Mondo e le riportava a quelle comunità italiane che attendevano spunti di innovazione e di universalità. Monsignor Bettazzi continua a esserci oggi, instancabile testimone del cammino conciliare, della voce di tante Chiese disperse nel mondo, sofferenti di tanti problemi e in attesa di solidarietà per la pace e lo sviluppo.

Il concilio Vaticano II non è un fatto esaurito nel suo tempo, né un reperto storico da rileggere, ma un punto di riferimento per tutta la Chiesa contemporanea, un insieme vitale di dottrina, proposte e obiettivi che attende ancora di essere pienamente acquisito e tradotto nella realtà: non per nulla si moltiplicano le sollecitazioni del Papa e dei vescovi perché si riprenda quanto i Padri conciliari colsero 40 anni fa come moto dello Spirito per la vita della Chiesa, per ritrovarlo oggi.

«Le questioni che il Concilio non affrontò», dice monsignor Bettazzi, «quelle che Paolo VI volle riservarsi, nel timore che il dibattito sulla stampa influenzasse i vescovi, quali i preti sposati, la contraccezione, la riforma della curia, i matrimoni misti e, forse in parte, anche la Chiesa dei poveri, sono ancora questioni sul tappeto. In altri casi, come per la collegialità nella Chiesa, si è svolta la discussione e qualche soluzione è stata indicata, ma è poi mancata la volontà di portare avanti l’approfondimento attuativo».

  • Durante i lavori, vescovi e collaboratori avevano la percezione di partecipare a un grande evento di modernizzazione della Chiesa?

«C’era un gruppo molto consapevole, un altro altrettanto deciso a frenare e la maggioranza in posizione intermedia. Però, e per me qui c’è la grazia dello Spirito, proprio quest’ultima parte si è resa conto che si doveva cambiare e ha dato forza a quelle spinte al rinnovamento che nella Chiesa già si sentivano: per esempio il movimento biblico, guardato con diffidenza, ma già avviato, quello liturgico delle grandi abbazie benedettine, quello ecumenico. I vescovi hanno intuito che quella era la strada: in fondo i primi convertiti del Concilio siamo stati noi, perché quando siamo usciti non avevamo più le idee iniziali. Basta vedere i 12 volumi di suggerimenti pervenuti a Giovanni XXIII nella fase preparatoria, e come di essi non sia rimasto niente alla fine. È stato proprio dentro, anche per le sollecitazioni di quelli che vedevano le cose un po’ più in prospettiva, che anche i vescovi si sono posti sulla strada del rinnovamento».

Monsignor Luigi Bettazzi.
Monsignor Luigi Bettazzi.

  • Che ruolo ha avuto Paolo VI?

«Paolo VI in questo è stato un grande mediatore, tra tutte le componenti conciliari. Era infatti preoccupato di quel coetus internationalis patrum con 450 vescovi molto tradizionalisti (con Lefebvre e altri) che a ogni discussione o argomento nuovo chiedevano a un teologo tradizionalista di presentare il punto della tradizione per contrastare quanto si andava discutendo; il Papa cercava di avere anche il loro voto, persino con sofferenze da parte della maggioranza, per non produrre lacerazioni. Ricordo alla fine della III sessione, che fu chiamata la settimana nera o di passione, con alcuni interventi e il rimando di alcuni temi come la "libertà religiosa", perché era stata cambiata e bisognava ridiscuterla, la "proclamazione di Maria madre della Chiesa" che non si era voluta mettere esplicitamente nel testo e che lui ha proclamato, e ricordo in particolare 21 correzioni che il Papa apportò al decreto sull’ecumenismo – per esempio quando il testo diceva "i fratelli separati, guidati dallo Spirito Santo, possono trovare Cristo", fu corretto in "con la grazia del Signore possono cercare Cristo" –, e in questo modo, con il dolore di alcuni, ottenne il voto anche dei 450. In effetti, valutato a distanza, è vero che se il Concilio fosse risultato con delle grosse minoranze avrebbe prestato sempre il fianco a critiche e rivendicazioni. Invece con 5 o 6 voti contrari su 2.500 poteva contare su una grande condivisione. In questo senso l’intervento del Papa fu "pastorale", ma aveva alcune esitazioni per non arrivare a drastiche fratture sul difficile cammino intrapreso».

  • Queste incertezze e ambiguità hanno pesato sulla successiva attuazione dei testi conciliari?

«Credo che nell’attuazione ci sia stata una parte di contrasto, con dei freni ad alcuni cambiamenti, ma va anche ricordato che in quel tempo di reazione mondiale (il ’68-’69) c’è stato chi ha cavalcato il rinnovamento spingendolo anche al di là del dovuto, offrendo così la motivazione per fermarlo. Per esempio, abbiamo proibito i gruppi d’incontro sulla parola di Dio e la liturgia del sabato sera, che forse avevano delle esagerazioni, ma in fondo erano un segno di vitalità, mentre adesso abbiamo le liturgie dei neocatecumenali. Si è sofferto il ti-more di cambiamenti troppo radicali che ci sembravano inficiare l’ordine costituito e portare ad avventure ingovernabili. Come c’è stata reazione nella società civile dopo il ‘68 all’insorgere del terrorismo, con il blocco di riforme e cambiamenti (i partiti maggiori chiusero le sezioni giovanili), così anche noi abbiamo avuto timore e interrotto quel cammino difficile che il Concilio aveva inaugurato».

  • Da più parti si ritiene siano stati soffocati gli slanci profetici del Concilio e che nel percorso d’attuazione sia andato perso o svuotato il suo grande messaggio. Condivide questa lettura un po’ pessimista?

«Direi che il Concilio è stato rallentato: un già, ma non ancora; molto è stato fatto, ma non fino alle sue ultime conseguenze. C’è un ritorno al passato come a una garanzia di sicurezza e controllo. Dei vescovi che vi hanno partecipato, molti l’hanno subìto attivamente, per cui dopo forse non l’hanno continuato. C’è stata una grande spinta iniziale – la Bibbia in mano a tutti, la liturgia comprensibile, i consigli pastorali –, ora non c’è più analogo slancio. Ci sono stati alcuni "profeti": penso a don Giuseppe Dossetti, molto importante, perché sollecitava i moderatori, a Lercaro che era segretario e che ha fatto maturare la liturgia da cerimonia a fatto pastorale, l’ha portata a essere il momento più alto della vita della Chiesa, figure di cui oggi non abbiamo corrispettivi. Penso che anche la vicenda politica sia stata sfavorevole, nel senso che il rinnovamento pareva un gioco della sinistra, per portare la Chiesa dalla sua parte. Allora l’attuazione era frenata da chi non voleva cambiamenti; ora, caduto il Muro di Berlino, ancora si dice che bisogna stare attenti al comunismo, in America Latina, ma anche in Europa: un espediente che serve a bloccare le riforme non gradite».

Il cardinale Lercaro con don Giuseppe Dossetti.
Il cardinale Lercaro con don Giuseppe Dossetti.

  • Avanzano nuove richieste di democrazia e di partecipazione dei laici nella Chiesa, mentre diminuisce la pratica religiosa. Forse il Concilio aveva indicato soluzioni che furono lasciate da parte perché troppo in anticipo sui tempi?

«Qualcuno parla di un tempo di devolution, nel senso che si percepisce nella Chiesa la necessità di una maggiore autonomia nei vari continenti. Si dice che l’impostazione della vecchia Chiesa europea si trova a disagio di fronte alla sollecitazione dei movimenti culturali e religiosi che incalzano. È vero che la Chiesa ha il problema di un volto unitario, credo però che una maggiore autonomia dei continenti permetterebbe anche alle Chiese ortodosse di ritrovarsi, aggregarsi. Così pure, si rischia di far invecchiare la Chiesa e che i giovani che ci sono cerchino in essa più una difesa che non una ragione di impegno personale. Penso che la società civile solleciti di più, mentre noi abbiamo paura di rischiare, specie con i giovani (li valutiamo solo se eseguono quello che noi adulti decidiamo). C’è poi chi dice che il Vaticano II ha ceduto alla secolarizzazione, ma questa sarebbe venuta avanti comunque, perché nel mondo, soprattutto quello occidentale, crescono la conoscenza, e insieme lo spirito critico, il senso di responsabilità. Il Concilio ha cercato di interpretare i tempi che venivano per far maturare la Chiesa, perché essa fosse lievito del mondo del 2000, come lo era stata nei secoli precedenti. I Padri conciliari hanno anche indicato dei rimedi: la fede non come adesione alle verità, ma come risposta personale a Dio che ci parla; la liturgia non come grande spettacolo di fede a cui assistere, ma realtà a cui partecipare; una Chiesa comunione non verticistica: ci vuole anche la gerarchia, ma per garantire la presenza e l’azione del popolo di Dio, profetica, sacerdotale e regale. E, infine, una Chiesa aperta al mondo, come indicato nelle quattro costituzioni, una Chiesa fiduciosa del cammino del mondo».

  • Si sta camminando dunque in questa direzione?

«No, tutto questo l’abbiamo un po’ dimenticato e, a parte qualche profeta, siamo in una situazione di stallo. Solo i movimenti oggi riescono a muovere qualcosa: per cui dovrebbero essere educati ad aprirsi a tutta la Chiesa, come carismi dati dal Signore per la Chiesa».

Rosangela Vegetti

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