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Ci scrivono RITI DI COMUNIONE:
LE PROPOSTE |
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Nella
liturgia di comunione, dopo il Padre nostro, iniziamo un discorso diretto
con Gesù presente sull’altare, sotto le specie del pane e del vino. «Signore
Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli...»; «Agnello di Dio, che
togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi». Il discorso continua
nella preparazione alla comunione: «Signore Gesù Cristo... liberami da
ogni colpa»; oppure: «La comunione con il tuo corpo e il tuo sangue...».
Mostrando poi il pane eucaristico, il celebrante dice: «Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa...». Al momento della comunione, cessa purtroppo questo parlare diretto e confidenziale con Gesù realmente presente sull’altare e il celebrante rivolge l’attenzione su sé stesso, dicendo: «Il corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna». Non sarebbe più bello e più logico continuare il discorso diretto suggerito da un atteggiamento di fede e dire: «Il tuo corpo Gesù mi custodisca per la vita eterna» e poi: «Il tuo sangue Gesù mi custodisca per la vita eterna». don Giuseppe Ramundo Risponde padre Rinaldo Falsini. Ma veniamo al nostro caso che sembra prospettare la possibilità di una fase celebrativa incentrata sulla preghiera rivolta a Cristo. Ora tutti i formulari romani antichi e la maggior parte delle famiglie liturgiche orientali si attengono a quanto stabilito dal III concilio di Cartagine del 397 (cui partecipò sant’Agostino): quando si partecipa all’altare semper ad Patrem dirigatur oratio. Il Padre è il termine di ogni preghiera liturgica per la mediazione del Figlio, nel pieno rispetto delle processioni trinitarie e in obbedienza a quanto raccomandato da Gesù di pregare il Padre in suo nome. Il Figlio svolge il ruolo di mediatore con la menzione regolare alla conclusione e alla dossologia della preghiera liturgica (recenti conclusioni anche se di tipo privato con l’intercessione di Maria appaiono discutibili). Questa legge è stata osservata nella riforma del Messale del 1969 a proposito anche dell’epiclesi. Tuttavia per reazione contro l’eresia ariana, alcune liturgie antiche, come l’ispanica, hanno rivolto la preghiera a Cristo. Così pure in qualche orazione romana. Nelle preghiere private, dette apologie, composte per ravvivare la devozione del sacerdote, nei riti iniziali, offertoriali e di comunione, ci si rivolge direttamente a Gesù Figlio del Padre. Quelle attuali ne sono la conferma. Ma la prima delle tre orazioni dette privatamente, per volontà di Paolo VI è stata ritoccata con il tema dell’unità della Chiesa e di conseguenza ne è stata disposta la recita a voce alta che fino al 1970 era invece secrete. Questa è l’unica preghiera dell’Ordo Missae proclamata dal sacerdote e rivolta direttamente alla persona di Gesù con lo scopo di valorizzare la domanda dell’unità e della pace della Chiesa, utilizzando quindi una delle tre formule ad uso personale del sacerdote. Incontriamo tuttavia altri due testi uno di tipo litanico e l’altro invocatorio. L’Agnello di Dio è idealmente un canto, di origine orientale (introdotto dal papa siriano Sergio I alla fine del secolo VII) in una forma litanica per accompagnare la frazione del pane. Non esiste infatti nel rito ambrosiano. Una invocazione personale «Signore non sono degno...» (tratta da Mt 8,8) costituisce la risposta all’invito del sacerdote «Ecco l’Agnello di Dio...» (da Gv 1,29 e Ap 19,9). Ma la preghiera presidenziale conclusiva dopo la comunione si allinea ovviamente alla struttura classica trinitaria. Quindi l’orientamento propriamente liturgico è al Padre (a lui rimanda la formula di comunione) come ha di recente sottolineato P. de Clerck ("Une mjstagogie des rites de la communion" in La Maison Dieu 226, 2001/2, 151-160). Nulla impedisce che si possa rivolgere la preghiera a
Cristo – e le invocazioni personali dei riti di comunione lo dimostrano
–, ma la celebrazione non si muove in quest’ottica, tanto che lo
stesso Paolo VI ha sostituito la popolare invocazione «Signore mio e Dio
mio» durante l’elevazione – quindi un riferimento esplicito alla
presenza cosiddetta "reale" – con «Annunciamo la tua morte...»,
spostando cioè l’attenzione all’evento pasquale nella sua pienezza di
espressione: passato, presente, futuro. La riflessione teologica,
cominciando dal secolo IX con Pascasio Radberto, ha messo in evidenza la
presenza oggettiva/reale di Cristo, il concilio Vaticano II in Sc 7 ci
insegna che molteplice è la presenza di Cristo nell’eucaristia e, in
forma progressiva, nell’assemblea, nel ministro, nella Parola, e
soprattutto nelle specie eucaristiche. Manteniamo questa prospettiva ampia
e ricca ("reale", ricorderà Paolo VI nella Mysterium
Fidei, lo è per eccellenza non per esclusione) veramente
"eucaristica". È a questa teologia della celebrazione che
dobbiamo adeguare la nostra, troppo limitata, ristretta e
occidentalizzata.
Cosa prevede il Direttorio della
Cei Mio marito (catechista) ed io siamo collaboratori stretti del parroco. Io faccio parte del coro e recentemente il parroco ha concesso, creando non pochi malumori, a una coppia di conviventi (orgogliosi della loro situazione) con un figlio, di fare parte della corale. Inoltre il loro pensiero sulla Chiesa cattolica è noto. Il parroco ha addotto la motivazione che la Chiesa è carità, non giudica e accoglie nel suo grembo anche i peccatori. In noi sono sorti molti dubbi su questa giustificazione perché sapevamo che chi partecipa pubblicamente alla vita della Chiesa deve dare testimonianza di vita cristiana. Potremmo avere delucidazioni (perché la confusione è tanta) su chi è abilitato a partecipare attivamente all’animazione liturgica: lettori, coristi eccetera? Lettera firmata Risponde don Silvano Sirboni. Ora, il Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa italiana (1993) applica ai conviventi gli stessi divieti che riguardano i divorziati risposati, per i quali è scritto che «non possono svolgere nella comunità ecclesiale quei servizi che esigono una pienezza di testimonianza cristiana, come sono i servizi liturgici e in particolare quello di lettori, il ministero di catechista, l’ufficio di padrino per i sacramenti» (n. 218). La norma è sufficientemente chiara anche se non cita esplicitamente l’attività in un coro parrocchiale. Tuttavia, è lo stesso Direttorio che invita ad applicare la norma dopo una «attenta opera di discernimento» (228), nel contesto di «un’azione pastorale accogliente e misericordiosa verso tutti» (n. 200). Nel caso in questione è lecito e cristianamente
doveroso pensare che nella decisione del parroco siano intervenuti altri
elementi di valutazione, legati alla situazione delle singole persone,
ignoti ad altri e che, comunque, la presenza in un coro non è
equiparabile al lettore o all’ufficio di padrino. D’altra parte si
deve tenere presente che la norma disciplinare (dalla quale abbiamo molto
da apprendere) non implica mai un giudizio morale sulle persone, ma mira a
salvaguardare un valore e a evitare lo scandalo, cioè a evitare
confusione riguardo agli ideali evangelici e alla normale prassi della
Chiesa. Quando questa confusione è evitata e lo scandalo non c’è (e
non è farisaicamente fomentato!), gli spazi di accoglienza possono essere
più ampi perché altri, sentendosi amati e non giudicati se non da Dio,
siano aiutati a dare testimonianza cristiana.
Perché non riportare e non fare pressione sui giudici e sui pm come sta facendo il ministro Castelli? 9 milioni di processi insoluti. 9 milioni di famiglie che piangono. Come cappellano ospedaliero ho già assistito a vari suicidi, come pure io, sotto processo da due anni, da fondatore di una città "Cidade Rondon", in Amazzonia e fondatore pure di una scuola di 1.500 alunni, brillante, battagliero, sto diventando una carretta. Ho scritto "Processo per il bene fatto". Perché gli ecc.mi vescovi non sono stimolati in un’avventura così bella? Ci saranno molti complimenti, senza la paura di una riduzione dell’8 per mille, anzi. don Giuseppe Fontanella Ci sono studi che
dicono che anche se i giudici lavorassero notte e giorno, con le pratiche
giacenti e con il personale attuale, non riuscirebbero a smaltire il tutto
neanche in decine d’anni. L’asino stracarico (per quanto asino) non lo
si fa camminare più speditamente frustandolo a morte o creandogli un
percorso a ostacoli. Ma lo scandalo della giustizia in Italia, secondo
lei, è solo una questione di lentezza nei processi? Con quale coraggio si
chiede al popolo di Dio un comportamento moralmente ineccepibile, se poi
la realtà è di una "morale" (si fa per dire) per chi comanda e
di un’altra per chi obbedisce? Forse che la Nota
dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il
comportamento dei cattolici nella vita politica è già stata
archiviata?
Ho letto con interesse l’articolo "Il neocatecumenato non è l’iniziazione" su VP 11/2002 (pp. 58-59). Non è la prima volta che Vita Pastorale si cimenta su (presunte) problematiche relative al Cnc. Stavolta l’articolo, a differenza degli altri, tenta un approccio meno pregiudiziale, con criteri di valutazione tendenzialmente più oggettivi. Espongo due perplessità. – La prima è sul titolo dell’articolo. Per quanto la rispettabile tesi sia quella di riflettere criticamente sulla non omogeneità tra il Cnc come catecumenato per non battezzati e il Rica, ritengo che titolare in questo modo l’articolo sembra contraddire nettamente quanto approvato dalla Santa Sede almeno agli art. 1§2 degli Statuti del Cnc («Il Cnc è al servizio dei vescovi come una modalità di attuazione diocesana dell’iniziazione cristiana») e 24§1 («Il Cnc è uno strumento al servizio dei vescovi anche per l’iniziazione cristiana dei non battezzati»). – La seconda è sulla natura dell’articolo. Se una problematica vuole essere affrontata scientificamente ciò dev’essere fatto con completezza (e Vita Pastorale non è certo la rivista su cui è possibile farlo). Diversamente l’elemento parzialmente scientifico diventa un espediente per ammantare di plausibilità quella che è poco più di un’opinione soggettiva. L’atteggiamento critico di Vita Pastorale verso il Cnc fa constatare che il direttore, diversamente dall’amministratore infedele (Lc 16,1-8), non sa accattivarsi molte amicizie! p. Enzo Massei Risponde padre Rinaldo Falsini. 1) Lei sa che i titoli sono di pertinenza redazionale. Quello da me proposto era "Il neocatecumenato e i sacramenti dell’iniziazione cristiana". Ma la sua "riduzione" non pregiudica il contenuto. 2) Nella mia rubrica tratto da anni argomenti non meno
complessi e ovviamente rispetto lo spazio. La scientificità della
trattazione non è data dalla lunghezza, bensì dal contenuto. L’argomento
trattato per me non è nuovo, anche se mi sono limitato a una sola
citazione personale che mi pareva importante. Se c’è un rilievo da fare
è che non è facile raccogliere materiale di prima mano (tutto è
ciclostilato). Uno studio completo e documentato è: P. Sorci, "La
proposta del cammino neocatecumenale" in AA.VV., Iniziazione
cristiana degli adulti oggi (Settimana Apl), Ed.
Liturgiche, Roma 1998, p. 277-302. Vedute personali o questioni morali
scottanti? La lettera indirizzata al "Caro cappellano militare" (VP n. 2 - febbraio 2003, p. 54), la ritengo offensiva per i cappellani militari, i quali con dedizione, con serio impegno e anche di fronte a certi pericoli, svolgono la loro missione e attività pastorale, al servizio dei militari. L’autore, absit iniuria verbis, forse ha dimenticato la storia del cristianesimo e le ragioni storiche delle crociate, quando i musulmani con la ferocia delle armi volevano abbattere ab imis il cattolicesimo, distruggendo e devastando tutti i suoi luoghi santi e sacri nella Palestina "la nostra Terra Santa". C’è un grande abisso tra gli aggressori e aggrediti! La storia magistra vitae, insegna che nei secoli passati ci sono stati coloro che hanno scatenato guerre sanguinose, e dividendo "il mondo in pace e il mondo in guerra" hanno cercato di occupare l’Europa per sostituire alla sua civiltà e cultura giudaico-cristiana il loro totalitarismo oppressivo di tutti i fondamentali diritti naturali della persona umana, per distruggere chiese e campanili e costruire al loro posto moschee e minareti. L’autore dice «il terrorismo può annidarsi dovunque», quindi il terrorista è guerrafondaio, nemico giurato della vera pace tra i popoli, e non chi ha diritto di difendersi contro il terrorismo. Io assolverei di vero cuore tutti i cappellani militari e i loro soldati, mentre non mi sentirei di assolvere l’autore della lettera, che si erge come severo giudice della retta coscienza altrui. Certamente conosce le frasi velenose e blasfeme che un rappresentante islamico in due trasmissioni televisive ha pronunciato contro il crocifisso, definendolo «cadavere in miniatura - esecrabile idolo», mentre io non ho mai detto che Maometto è un animale. Non può ignorare che un altro della stessa ideologia, a Ofena in Abruzzo, ha scatenato una guerra di religione facendo togliere il crocifisso nella scuola, turbando la tranquillità e la quiete di quella popolazione che viveva in pace all’ombra bimillenaria del suo campanile. Non è lecito chiamare in causa la Chiesa per le vedute personali, discutibili, opinabili, ritengo che di fronte a certe circostanze e avvenimenti bisogna usare più prudenza nello scrivere e più saggezza nel parlare, perché quando la pietra è stata scagliata non torna indietro e nessuno può sapere quanti e quali danni può provocare. don Giovanni Cirotti Don Giovanni ci
intima di "pubblicare la presente integralmente" (cosa che
facciamo). Noi non abbiamo nulla da rispondere personalmente. Citiamo solo
uno che nella "nostra Terra Santa" ci è vissuto: «Beati gli
operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Sono di ritorno da un viaggio in Terra Santa. Oltre che i luoghi abbiamo visitato anche le "persone sante". Abbiamo visto un fiume di odio, ma anche un fiume di amore. Persone distrutte che non sanno più sorridere e persone che col sorriso aiutano i fratelli senza chiedere a quale religione appartengono. Ci hanno ringraziato per la nostra presenza, che per loro è di grande conforto, e ci hanno pregato di dire a tutti di andare in Terra Santa: non c’è pericolo per i pellegrini. Ma anche se ci fosse pericolo, inviterei ugualmente ad andare come pellegrini, non come turisti, perché il mondo ha bisogno di testimoni. Molte persone ci hanno parlato della situazione politica. La conclusione era sempre: «Pregate, pregate, pregate, perché è impossibile una soluzione con mezzi umani. Solo Dio può darci la pace, la sua pace, quella del mondo non serve a nessuno. Il Papa ha chiesto di recitare il rosario per la pace. Se ubbidiamo al Papa la pace ci sarà, altrimenti saremo tutti responsabili di tutto questo sangue innocente». Sono tornata col cuore piccolo piccolo. Ogni giorno penso e prego per quei fratelli martiri che continuano la passione di Cristo; soffro e prego anche per noi italiani che viviamo come se Cristo non fosse mai esistito. Gina Olivieri
Nelle nuove Collette del Messale Romano, ed. 1983, tempo ordinario, Domenica XXVII - Anno A, si legge: «Padre giusto e misericordioso [...] non abbandonare la vigna [...]. Continua ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite [...]». Trovo difficoltà ad accettare questa immagine. Essendo figlio di contadini, so per esperienza che si innesta un ramoscello gemmifero buono o una gemma buona su una pianta cattiva o bastarda e non viceversa. È vero che questo paragone ci viene da san Paolo, ma non era contadino. Altra osservazione. Nella festa della natività di Maria, nell’orazione sulle offerte leggiamo: «[...] che nascendo dalla Vergine non diminuì, ma consacrò l’integrità della Madre». Anche questa espressione non mi sembra felice. Mi sembra un poco offensiva per le donne o per lo meno riduttiva. Così altre espressioni come: «Sempre intatta nella sua gloria verginale». Penso che alcune affermazioni mariologiche andrebbero riviste senza, per questo diminuire la bellezza di Maria. p. Alessandro Pennacchi Risponde padre Rinaldo Falsini. Invece l’orazione sulle offerte dell’8 settembre
(Natività di Maria) con l’esaltazione eccessiva della verginità di
Maria a scapito della maternità riflette una teologia occidentale del
secolo IV. Dubito che una rilettura in chiave positiva della maternità
venga accettata. Il suo pensiero, tuttavia, mi sembra molto condivisibile.
Lo scomparso Indro Montanelli disse che alcuni testi «sono di una partigianeria assolutamente inaccettabile» e l’Osservatore Romano definisce i testi in uso «un tritume ideologico tuttavia efficiente nel colpire con la forza del luogo comune duemila anni di storia della Chiesa». Possiamo dare la colpa alla secolarizzazione del mondo occidentale, ma da decenni la sinistra ha lavorato per "l’egemonia gramsciana" nella convinzione che il controllo della cultura e degli apparati sociali fosse uno strumento per la conquista del potere politico: per decenni stare da altre parti ha significato per un intellettuale l’emarginazione professionale o la perdita del lavoro. Basti ricordare l’ostracismo decretato dal Pci contro "dissidenti interni" come Ignazio Silone, Cesare Pavese o Pier Paolo Pasolini. La storia della nostra Italia è passata nel giro di pochi anni a dire tutto e il contrario di tutto. Prima si affermava la superiorità del pensiero comunista, dopo il crollo del muro di Berlino si è passati alla sua totale rimozione: la parola comunismo è stata cancellata anche come semplice parola da ogni testo italiano che conti. Il DM357/1998 sulle prove d’esame per l’abilitazione e il concorso a cattedre di insegnamento richiede la conoscenza della storia del Novecento, così specificata: i grandi conflitti mondiali e i nuovi assetti dell’Europa, il fascismo e il nazismo, la resistenza in Italia e in Europa e nascita della repubblica italiana. Tracce di comunismo? Nessuna! Figuriamoci se nei nostri libri scolastici si può leggere di foibe o di un certo revisionismo di Romolo Gobbi o del partigiano Claudio Pavone. È necessario liberalizzare la scuola e i libri di testo, spingendo a letture alternative. don Giuseppe Bastia
Nel leggere a p. 65 di VP di gennaio 2003 il comunicato stampa a nome del vicario della diocesi di Agrigento "Perché una diocesi prega per i lavoratori e i disoccupati", sono rimasto meravigliato. La verità è che quella sera del 30 novembre in cattedrale, in una città di 60 mila abitanti e di molte parrocchie, erano presenti appena una trentina di laici, quasi tutti sindacalisti, che dopo la liturgia si sono presentati all’arcivescovo per il rituale baciamano. Le parole dicevano: «Vogliamo farci carico dei problemi degli uomini, nostri fratelli...»; «Ci impegneremo...»; e ancora «Ci faremo voce...». Intanto mentre l’ultima espressione corrisponde a verità, perché qui si continuano a fare solo chiacchiere, la prima e la seconda sono molto lontane dalla volontà di quel Cristo che si chinava verso l’uomo per dargli la mano, ma principalmente per agire e operare dandogli da mangiare, operando i miracoli, schierandosi con lui denunciando senza mezzi termini e con coraggio la classe politica di allora (farisei e scribi) fino a morire per esso. Qui invece si continua a guardare, come il giorno delle ruspe nella Valle... Parlare è facile, ma dire: «Ecce ego mitte me», è duro. Non basta chiedere interventi tempestivi per il porto di Porto Empedocle o fare bei discorsi alla televisione locale... Bisogna mettersi in marcia, andare di persona, perché: «Chi vuole anda, ma chi non vuole manda». don Calogero Scaglia
A volte l’ambiente ecclesiale è tacciato di bigottismo in modo esagerato e, purtroppo, in alcuni casi tali affermazioni hanno del vero. Mi riferisco, in modo particolare, all’ipocrisia che regna nel mondo di noi preti, davanti alle promozioni di alcuni confratelli, che in molti casi avvengono per incapacità di trovare un ministero idoneo a certi presbiteri. Il paradosso nasce laddove si vogliono motivare con paroloni tipo obbedienza, servizio alle altre Chiese, incarico di prestigio, quelli che in primo luogo risultano spostamenti causati dalle negligenze del singolo o da incapacità di svolgere appieno certi servizi pastorali. Perché come preti, ma anche come vescovi, non abbiamo il coraggio di dire apertamente come stanno le cose? Perché nasce in noi il desiderio di edulcorare delle scelte che vengono fatte anche per salvaguardare una comunità dalla pessima gestione di un parroco? Perché non considerare anche i fallimenti e valutare come certe persone possono andare bene in un posto e non nell’altro? Forse una maggiore umiltà nel riconoscere che si è importanti anche in parrocchie piccole e che l’unico prestigio è quello di servire il Signore farebbe bene a tutti. don Luigi Trapelli Gesti concreti possono estirpare una
brutta abitudine «Perché», mi ha chiesto una signora, «fino a qualche anno fa nel calendario della Chiesa era inserita, in occasione della festa del nome di Gesù, la Giornata contro la bestemmia e oggi no?». Non ho saputo rispondere, ma mi ha fatto pensare. In una società che cerca di lottare contro ogni sorta di inquinamento e dice di tenere alla buona educazione, come mai ci si rassegna supinamente a una pessima abitudine? E non solo tra adulti, ma anche tra ragazzi e in luoghi come gli ambienti sportivi. Bravo quel giovane della mia parrocchia che ha cambiato squadra di calcio perché dov’era prima ci si comportava male e si bestemmiava, senza che i dirigenti dicessero niente. E bravo quel muratore che, lavorando con un tipo "una parola una bestemmia", replicava con un sonoro Ora pro nobis. Li ho trovati un giorno tutti e due che uscivano dalla chiesa dei frati dove erano andati a confessarsi, e il bestemmiatore mi ha confidato che era stato convinto a non più bestemmiare proprio da quell’Ora pro nobis. Non si potrebbe lanciare contro la bestemmia la campagna dell’Ora pro nobis? don Giovanni Dan
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