 |
Si può discutere sulla
presenza trasversale o sul partito unico, ma che dire di fronte a
decisioni che impegnano in una guerra?
Sulla
Nota dottrinale circa alcune questioni
riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita
politica, resa pubblica nel gennaio scorso, abbiamo già dissertato (VP
2/2003, p. 88). Si tratta di una felice sintesi teoretica, per far sì
che nella città dell’uomo (polis) attecchiscano e portino frutto
le caratteristiche del veniente regnum Dei: ossia il già, seppur
non ancora pienamente, della pace nella giustizia e salvaguardando il
creato, tipiche della futura città di Dio. Abbiamo già indicato le
materie sulle quali la Nota non ammette «deroghe, eccezioni o
compromessi» in quanti, ovunque nel mondo, vogliono "onorare da
cristiani" il loro fare politica (analisi più dettagliata anche in Civiltà
Cattolica, 15.02.03).
Fin qui
indicazioni e paletti della Nota,
lasciando al discernimento personale la scelta delle opzioni operative e
dei mezzi concreti per raggiungere quei fini. A cominciare dal favorire l’unità
partitica dei cattolici o preferire il loro disperdersi nei vari
schieramenti. Teoricamente, infatti, la Nota ammette entrambe
queste vie ma poi, nelle diverse circostanze, non è facile discernere il
meglio tra i due scenari. 1) Leggi e decisioni, in democrazia, vengono
fatte e prese a maggioranza; quindi, parrebbe indispensabile ai cristiani
fare unità tra loro. Com’è possibile servire la verità con la
divisione? La storia dei cattolici in politica testimonia che, cedendo a
questa tentazione, hanno compromesso beni e valori fondamentali! 2) D’altra
parte, i cristiani dispersi negli schieramenti laici potrebbero lievitare,
con istanze loro (centralità della famiglia, rispetto della vita, pace
nella giustizia ecc.) quei programmi e favorire convergenze trasversali.
Ma c’è davvero questo guadagno, oppure il lievito dei fedeli laici,
presenti a destra e a manca, finisce vanificato e insipido?

Il vicepremier Gianfranco Fini
saluta Giovanni Paolo II
durante la sua visita al Parlamento italiano
(foto MARI).
Insomma, nella travagliata e pluralistica agorà quotidiana
come fanno i politici cattolici a tenere insieme le suddette esigenze alte
del Regno e, intanto, consentire alle mediazioni intermedie, senza le
quali "nel frattempo della storia" proprio le avanguardie del
Regno tarderebbero? O anche: proprio nella tensione fra il già ma
non ancora, come fanno i politici cattolici a non smarrire gli
orizzonti del Regno mentre quotidianamente devono accontentarsi che il
loro impegno politico, nella migliore delle ipotesi, raggiunga non tutto
il bene auspicato ma quello possibile qui e ora? E ciò pur non cessando
di mirare ai beni ulteriori del Regno (sennò mancherebbero al loro
impegno specificamente cristiano)! Il tutto poi, ripetiamolo, marciando
talvolta uniti, tal’altra in ordine sparso (a destra e a manca); ovunque
e sempre però fedeli ai valori della dottrina sociale della Chiesa, col
rischio che lo schieramento in cui militano richieda scelte e voti cui
dovranno fare obiezione di coscienza, perché intaccano quei valori.
Tocchiamo qui il nervo scoperto dei risvolti
pratico-operativi sorvolati dalla Nota: quello che tale obiezione
di coscienza, se frequente, oltre che un preambolo ai (temuti?)
"ribaltoni", genererebbe un (auspicato?) partito trasversale,
formato di cattolici militanti a destra e a manca, che potrebbe lanciare
messaggi non trascurabili in entrambi gli schieramenti. Infatti, ben
altrimenti dal classico partito organizzato, questa solidarietà
trasversale – in difesa di famiglia, vita, pace ecc. – favorirebbe o
no la connessione indispensabile tra la personale adesione di fede e l’impegno
politico dei fedeli laici, ovunque militanti? Anche pensando che davanti
abbiamo le macrosfide del tipo: biotecnologie, tutela della privacy,
invadenza tecnologica (e alienante) dell’informazione, col sapere fluido
e universale nell’era di Internet, la globalizzazione, con la
preminenza dell’economico tendente a vanificare il momento normativo e
di controllo, incarnato nella dimensione politica, e quant’altro.

Una soldatessa nel Golfo Persico (foto LETO).
Un minitest degli scenari futuri potrebbe
essere quant’è avvenuto col recente "indultino": un
condono-tappabuchi, decisamente poca cosa rispetto al dettato
costituzionale – art. 27: è redentiva soltanto quella pena che ti priva
della libertà, ma per aiutare la persona a riprendersi (fornendole
capacità e strumenti per non tornare a delinquere) –, ma
significativamente ottenuto convergendo i vari partiti sull’appello del
Papa (novembre 2002). Adesso staremo a vedere cosa faranno i nostri
sedicenti politici cattolici di fronte alla guerra contro l’Iraq e a
quali bizantinismi ricorreranno per tacitare la coscienza e non mostrarsi
contrari alla dottrina sociale della Chiesa in genere e agli appelli di
Giovanni Paolo II in specie.
Piersandro Vanzan
|