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Del Rio si sentiva
accomunato al frate poeta con il quale ha condiviso lo stesso calvario.
Amò la Chiesa e questo Pontefice.
Critico
umile dei mali della Chiesa, Domenico Del Rio è
morto in punta di piedi, dopo due anni di malattia. Il suo stile
brillante, piacevole, quasi musicale, lo aveva reso consueto tra i lettori
prima di Repubblica, poi de La Stampa, e, infine, di Famiglia
Cristiana e Avvenire, ma più ancora nella pubblica opinione
cattolica del Paese che egli ha percorso negli ultimi anni per conferenze
e dibattiti. Da giornalista era diventato scrittore. Nel libro stava più
a suo agio. Proprio lo scrivere libri (tanti sul Papa, cinque pubblicati
da vivo e uno postumo; e poi romanzi su temi religiosi) lo aveva
disamorato un poco dal ritmo quotidiano dell’informazione. Nei libri
poteva meglio riversare pezzi del suo mondo spirituale, tornato a
prevalere con forza negli ultimi tempi. Si riscopriva così affezionato
più di ogni altra cosa al suo essere cristiano che cerca nel mondo
segnali di eternità.
Gli appunti
lasciati sullo scrittoio, vergati a penna,
nonostante usasse abitualmente il computer, sono una citazione di Maestro
Eckhart: «Dio non immutabile [...] Dio che soffre» e un pensiero di
Pascal: «Bel tempo sarà quello della Chiesa quando confiderà soltanto
sulla forza del suo Dio». Entrambi sono su un foglio dentro un libro di
D.M. Turoldo (Il dramma è Dio), nel quale il frate parlava con
forti tinte della malattia e della morte che di lì a poco l’avrebbe
rapito. Turoldo era caro a Del Rio che lo sentiva vicino e somigliante. E
non solo nella malattia. Dentro al volumetto c’erano due fogli ripiegati
e scritti da "Mimmo", il nome usato in famiglia: «Tutti più o
meno abbiamo descritto Padre David Maria Turoldo quasi folkloristicamente.
Lui si prestava all’esterno, con quel suo corpo da gigante friulano, a
queste descrizioni. Non era mai stato nelle misure, neanche fisicamente.
Ancora, visto all’esterno, era il frate spavaldo, provocatore,
tormentato, irrequieto, oratore dalla voce folgorante, candido istrione
fascinoso, nomade del Vangelo in tutti gli angoli del mondo. Un frate del
trecento, rincorso dagli anatemi, capitato nel nostro secolo. Quando ti
trovavi tra le mani i suoi libri, i suoi canti spirituali, il suo
salmodiare, il suo lirico imprecare, eri come preso da tremore, da grande
riverenza e rossore. Allora Turoldo balzava infinitamente lontano dalla
tua banalità quotidiana. Dal gigante friulano ti arrivava la voce più
tenera e infuocata della poesia religiosa italiana del dopoguerra, e forse
della poesia semplicemente. A squarciare il velo della sua interiorità,
del suo sentire, del suo generare poesia e atto di fede, solo lui stesso
lo poteva fare».

Del Rio durante un viaggio con
papa Wojtyla.
In verità, con altra tonalità ma dallo stesso spartito
era uscito anche lui. Che di Turoldo stava rivivendo il calvario. Con le
parole di padre David, scritte pochi giorni prima dell’ultimo ricovero
sembrava voler raccontare quello che egli stesso passava: «Ho pochi
giorni ancora, poi devo rientrare in ospedale. Sarà quello che sarà.
Attendono altri accertamenti; ma io» e qui aveva usato i caratteri in
grassetto «attendo Lei, attendo Lui. Vorrei che fosse un incontro tra
vecchi amici, amici che non si vedono da molto, da moltissimo tempo. E
pure hanno sempre desiderato di abbracciarsi [...] Incontro che non potrà
non essere anche una sorpresa, una tremenda imprevedibilità, pure se è
il Tu con cui ho sempre dialogato, giorno e notte: il Tu che ho invocato,
esaltato e bistrattato per strada e per la pubblica piazza, o nel segreto
del cuore. Cantato e avvilito e processato in infinite circostanze; il Tu
che mi stava sempre di fronte, a guardarmi, specialmente quando peccavo. E
non sapevo mai se peccare era un’offesa a lui o un autodistruggermi. E
lui sempre a piangere su di me come se piangesse su sé stesso. Questa sì
che è stata la mia certezza di sempre, per cui ora penso che l’incontro
sarà sicuramente tra amici. Con quale umile / E grata e diuturna
passione, vita, / io ti amavo, e come / ora con la morte / – ultimo
dovere – / vorrei sdebitarmi / e pagare lietamente / il pedaggio d’entrata.
Ho scritto per tenerezza verso Dio: verso di Lui sento sempre più
tenerezza».
Critico sobrio ma
determinato di ogni potere, Del Rio non volle
mai essere distaccato dalla sua Chiesa, soffrendo quando riscontrava in
essa prassi e fatti in contrasto con la coscienza. Per questa franchezza
era stato escluso da un volo papale: ricambiò dedicandosi con più vigore
a scandagliare il pontificato di Wojtyla, letto e raccontato sotto il
profilo di rilancio della fede cristiana in un salto di epoca. Ma al
giornalismo egli si sentiva come prestato: in comune aveva solo l’annuncio.
Sui contenuti manteneva sue idee che favorivano la pedagogia della
comunicazione per aprire al lettore scenari oltre il visibile. Era
approdato come collaboratore ad Avvenire, un quotidiano che per lui
aveva un po’ l’aria di casa. Per il quotidiano cattolico gli ultimi
scritti, sugli angeli in forma di favola, quando una stanchezza mortale
già lo attanagliava. Non leggeva più quotidiani, ma quei due numeri di Avvenire
li volle sul letto della malattia, alla vigilia dell’ultimo Natale.
Se un rammarico c’è, per noi che restiamo, è di dover constatare che
la stampa cattolica di lui si è accorta tardi. Quando era in pensione.
Con meno forze. Ma molto prima avrebbe potuto essere una risorsa.
Carlo Di Cicco
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