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Il ricordo

Un "Turoldo mite" dei vaticanisti italiani

di CARLO DI CICCO
    

   Vita Pastorale n. 3 marzo 2003 - Home Page

Del Rio si sentiva accomunato al frate poeta con il quale ha condiviso lo stesso calvario. Amò la Chiesa e questo Pontefice.

Critico umile dei mali della Chiesa, Domenico Del Rio è morto in punta di piedi, dopo due anni di malattia. Il suo stile brillante, piacevole, quasi musicale, lo aveva reso consueto tra i lettori prima di Repubblica, poi de La Stampa, e, infine, di Famiglia Cristiana e Avvenire, ma più ancora nella pubblica opinione cattolica del Paese che egli ha percorso negli ultimi anni per conferenze e dibattiti. Da giornalista era diventato scrittore. Nel libro stava più a suo agio. Proprio lo scrivere libri (tanti sul Papa, cinque pubblicati da vivo e uno postumo; e poi romanzi su temi religiosi) lo aveva disamorato un poco dal ritmo quotidiano dell’informazione. Nei libri poteva meglio riversare pezzi del suo mondo spirituale, tornato a prevalere con forza negli ultimi tempi. Si riscopriva così affezionato più di ogni altra cosa al suo essere cristiano che cerca nel mondo segnali di eternità.

Gli appunti lasciati sullo scrittoio, vergati a penna, nonostante usasse abitualmente il computer, sono una citazione di Maestro Eckhart: «Dio non immutabile [...] Dio che soffre» e un pensiero di Pascal: «Bel tempo sarà quello della Chiesa quando confiderà soltanto sulla forza del suo Dio». Entrambi sono su un foglio dentro un libro di D.M. Turoldo (Il dramma è Dio), nel quale il frate parlava con forti tinte della malattia e della morte che di lì a poco l’avrebbe rapito. Turoldo era caro a Del Rio che lo sentiva vicino e somigliante. E non solo nella malattia. Dentro al volumetto c’erano due fogli ripiegati e scritti da "Mimmo", il nome usato in famiglia: «Tutti più o meno abbiamo descritto Padre David Maria Turoldo quasi folkloristicamente. Lui si prestava all’esterno, con quel suo corpo da gigante friulano, a queste descrizioni. Non era mai stato nelle misure, neanche fisicamente. Ancora, visto all’esterno, era il frate spavaldo, provocatore, tormentato, irrequieto, oratore dalla voce folgorante, candido istrione fascinoso, nomade del Vangelo in tutti gli angoli del mondo. Un frate del trecento, rincorso dagli anatemi, capitato nel nostro secolo. Quando ti trovavi tra le mani i suoi libri, i suoi canti spirituali, il suo salmodiare, il suo lirico imprecare, eri come preso da tremore, da grande riverenza e rossore. Allora Turoldo balzava infinitamente lontano dalla tua banalità quotidiana. Dal gigante friulano ti arrivava la voce più tenera e infuocata della poesia religiosa italiana del dopoguerra, e forse della poesia semplicemente. A squarciare il velo della sua interiorità, del suo sentire, del suo generare poesia e atto di fede, solo lui stesso lo poteva fare».

Del Rio durante un viaggio con papa Wojtyla.
Del Rio durante un viaggio con papa Wojtyla.

In verità, con altra tonalità ma dallo stesso spartito era uscito anche lui. Che di Turoldo stava rivivendo il calvario. Con le parole di padre David, scritte pochi giorni prima dell’ultimo ricovero sembrava voler raccontare quello che egli stesso passava: «Ho pochi giorni ancora, poi devo rientrare in ospedale. Sarà quello che sarà. Attendono altri accertamenti; ma io» e qui aveva usato i caratteri in grassetto «attendo Lei, attendo Lui. Vorrei che fosse un incontro tra vecchi amici, amici che non si vedono da molto, da moltissimo tempo. E pure hanno sempre desiderato di abbracciarsi [...] Incontro che non potrà non essere anche una sorpresa, una tremenda imprevedibilità, pure se è il Tu con cui ho sempre dialogato, giorno e notte: il Tu che ho invocato, esaltato e bistrattato per strada e per la pubblica piazza, o nel segreto del cuore. Cantato e avvilito e processato in infinite circostanze; il Tu che mi stava sempre di fronte, a guardarmi, specialmente quando peccavo. E non sapevo mai se peccare era un’offesa a lui o un autodistruggermi. E lui sempre a piangere su di me come se piangesse su sé stesso. Questa sì che è stata la mia certezza di sempre, per cui ora penso che l’incontro sarà sicuramente tra amici. Con quale umile / E grata e diuturna passione, vita, / io ti amavo, e come / ora con la morte / – ultimo dovere – / vorrei sdebitarmi / e pagare lietamente / il pedaggio d’entrata. Ho scritto per tenerezza verso Dio: verso di Lui sento sempre più tenerezza».

Critico sobrio ma determinato di ogni potere, Del Rio non volle mai essere distaccato dalla sua Chiesa, soffrendo quando riscontrava in essa prassi e fatti in contrasto con la coscienza. Per questa franchezza era stato escluso da un volo papale: ricambiò dedicandosi con più vigore a scandagliare il pontificato di Wojtyla, letto e raccontato sotto il profilo di rilancio della fede cristiana in un salto di epoca. Ma al giornalismo egli si sentiva come prestato: in comune aveva solo l’annuncio. Sui contenuti manteneva sue idee che favorivano la pedagogia della comunicazione per aprire al lettore scenari oltre il visibile. Era approdato come collaboratore ad Avvenire, un quotidiano che per lui aveva un po’ l’aria di casa. Per il quotidiano cattolico gli ultimi scritti, sugli angeli in forma di favola, quando una stanchezza mortale già lo attanagliava. Non leggeva più quotidiani, ma quei due numeri di Avvenire li volle sul letto della malattia, alla vigilia dell’ultimo Natale. Se un rammarico c’è, per noi che restiamo, è di dover constatare che la stampa cattolica di lui si è accorta tardi. Quando era in pensione. Con meno forze. Ma molto prima avrebbe potuto essere una risorsa.

Carlo Di Cicco

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