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DONNE E TEOLOGIA: MARIA LUISA RIGATO

Quel tailleur in mezzo alle talari

di CETTINA MILITELLO
    

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2003 - Home Page

Un’esistenza all’insegna di una grande volontà quella della teologa italiana: dal lavoro precario per pagarsi gli studi, alla decisione di insegnare religione, non potendo diventare prete, e poi la costanza per accedere (la prima) al Biblico, dove frequentavano solo maschi.

Chi ha la fortuna di frequentare Maria Luisa Rigato sa che è un personaggio estroso e imprevedibile. Ma la sua vicenda umana è tormentata e complessa. Ha dovuto conquistare tutto a caro prezzo. Ciò giustifica la sua parresìa disarmante, a volte imbarazzante. Però si resta sedotti dal suo caparbio e viscerale amore per la Scrittura. Chi, come me, nel pomeriggio del 14 novembre 2002 ha assistito alla sua discussione del dottorato in teologia biblica (dottorato di ricerca, precisa lei) alla Pontificia università Gregoriana, è stato testimone di un percorso non comune. Il professor Ugo Vanni ha presieduto la commissione, che ha avuto nel cardinale C.M. Martini un "presidente onorario" d’eccezione. Le tappe della vita di Maria Luisa sono scandite nell’intervista: il matrimonio dei genitori, doppiamente misto in senso religioso e linguistico; un tracollo familiare iscritto nella crisi post-bellica; la necessità di accettare lavori né qualificati né qualificanti; la voglia di crescere nell’intelligenza della fede e di accedere come donna al testo delle Scritture. Può forse imbarazzare la sua candida vocazione al ministero ordinato, ma non è poi così rara nella storia delle donne religiose. Maria Luisa è intelligente e singolare testimone di un cammino faticoso, non concluso, ma certo avviato. Non a caso iscrive la sua vicenda – né è la sola – nella stagione e nei frutti del Concilio.

  • Come mai hai studiato teologia?

«Professionalmente, non poter diventare prete ha significato studiare teologia per insegnare religione. Personalmente ho vissuto con gioia, come se avessi potuto fare quella scelta, una vita celibataria (uso volutamente il termine in senso inclusivo, per donne e uomini) da single, senza far parte di strutture istituzionalizzate. Una scelta che ho fatto a ventun anni, pur non mancando in seguito le occasioni e le sollecitazioni per trasgredirla».

Maria Luisa Rigato.
Maria Luisa Rigato.

  • Volevi diventare prete. Oltre l’ansia apostolico-ministeriale non era polemico questo desiderio?

«No. Ho sempre amato autodefinirmi "femminista secondo il Vangelo", fin dall’autunno del 1961, quando iniziai gli studi sistematici di teologia, molto prima che a Roma comparissero le femministe radical-marxiste. Allora, più che di femminismo, si parlava di antifemminismo, di cui le strutture ecclesiastiche debordavano. Le donne con vent’anni di meno non possono avere avuto i miei problemi. Ho notato, poi, differenze generazionali anche da un punto di vista femminista: oggi non sono "arrabbiate" come quelle della mia generazione».

  • Dove hai diretto la tua rabbia?

«Non parlerei di rabbia. Uno dei miei problemi, era ed è dimostrare che il Nuovo Testamento non è contro la donna. Intuivo che la discriminazione sul sesso derivava da interpretazioni sbagliate di certi passi scritturistici. Non esistevano riletture fatte da donne, che potessero dirsi scientifiche e quindi da prendere sul serio. Bisognava acquisire quegli strumenti di ricerca che in campo di esegesi biblica mi avrebbero permesso di riuscire a capire e interpretare i testi dalle lingue originali (l’ebraico e il greco), e di creare opinione con risultati scritti. Oggi le "giovani" trovano tutto pronto. Talora si meravigliano per certe mie affermazioni o atteggiamenti. Ma ciò che adesso è un dato acquisito (che i laici, e in particolare donne, siano ministri straordinari dell’eucaristia, facciano le letture liturgiche, possano ricevere l’eucaristia sotto forma di pane e vino consacrati, che frequentino le facoltà teologiche pontificie) per me non lo era affatto. Ho sempre dovuto difendere ogni piccolo spazio conquistato; ho lottato, non solo per quello che ancora non ci danno, ma anche per ciò che oggi è scontato. Penso che sia giunto il tempo di chiudere la fase della rivendicazione, tipica dell’ultimo quarto del XX secolo, per leggere titoli e/o appellativi ministeriali (diacono, apostolo, testimone, presbitero) presenti nel Nuovo Testamento, per secoli solo per gli uomini, finalmente riferiti a discepoli donne e uomini, anche se grammaticalmente al maschile. Sarebbe questo un frutto saporoso del Vaticano II, un segno dei tempi (Mt 16,3)! Possa davvero adempiersi l’augurio-manifesto verosimilmente già prepaolino: "Né donna separatamente da uomo, né uomo separatamente da donna, nel Signore" (1Cor 11,11), dove il contesto non è matrimoniale, ma liturgico. La prevaricazione non è evangelica».

  • Parliamo della tua infanzia: tua madre era ebrea, ma tu sei stata battezzata...

«Per fortuna la mia famiglia non era bigotta. Mio padre, veneto, per ragioni commerciali si era trasferito a Breslau, capoluogo della Slesia di oltre 600 mila abitanti, allora un Land della Germania. Là conobbe mia madre, ebrea tedesca osservante, che si convertì al cattolicesimo nel 1938, alla morte di sua nonna. Io nacqui il lunedì di Pasqua del 1934. Tre anni dopo fui battezzata nella parrocchia di S. Nicola. Nel marzo di quell’anno nacque mia sorella. L’arciprete della parrocchia (distrutta dai bombardamenti nel 1945) mi ammise alla prima comunione nella festa dell’Ascensione del 1940. Ricordo una suora catechista dalla quale appresi il racconto della Passione, rimanendo molto impressionata. Da allora non ho smesso di interessarmi alla mia fede. Polemizzavo già a otto anni con chi diffamava Cristo».

Padre Bernard Häring.
Padre Bernard Häring
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  • Tua madre era pur sempre ebrea. Hai avuto problemi?

«Mia madre si salvò dalle persecuzioni naziste perché sposata con un italiano e battezzata: era il loro un "matrimonio privilegiato" (privilegierte Ehe) per le leggi razziali. I guai incominciarono dopo l’8 settembre 1943, per fortuna senza conseguenze tragiche per mia madre. Invece suo fratello e degli zii morirono a Buchenwald e ad Auschwitz. L’unico mio svantaggio fu di non poter essere iscritta al ginnasio, non facendo parte del Bund deutscher Mädchen, la lega delle ragazze tedesche, che mi aveva rifiutata perché figlia di ebrea. Eravamo nel settembre del 1944 e a Breslau erano state chiuse le scuole, a causa della guerra. Il 22 gennaio del 1945 la città fu dichiarata "piazzaforte" (Festung); il 19 aprile vidi in fiamme il palazzo dove abitavamo; il 6 maggio terminò la guerra con la resa incondizionata di Breslau, distrutta al 75% (Berlino aveva già capitolato), e due giorni dopo entrarono vittoriosi i Russi. Dopo l’evacuazione coatta di tredici milioni di tedeschi dalla Slesia, divenuta territorio polacco, anche noi preferimmo essere rimpatriati dalla Croce Rossa. Il viaggio durò dal 21 al 28 ottobre del 1947 per arrivare a Sacile. In un anno feci quarta, quinta e l’esame di ammissione alle scuole medie statali, allora molto selettive e non obbligatorie. Imparai l’italiano, il latino, il francese, senza dimenticare il tedesco».

  • Questo riguarda la tua istruzione. Parlami delle difficoltà della tua famiglia...

«Rimpatriammo ridotti in povertà. Il mio amato papà morì nel maggio del 1950 di cancro. Io frequentavo la seconda media e mia sorella la prima. Sopravvivemmo con il sussidio degli sfollati, nonostante i debiti, fino all’autunno del 1951, quando terminai le medie e mi iscrissi all’istituto magistrale (a Sacile non c’erano licei). Pur lavorando, potei terminare l’anno scolastico con la promozione. Nel 1948 mi ero iscritta tra le "giovanissime" dell’Azione cattolica e feci anche i primi esercizi spirituali: fu indimenticabile. Frequentavo le lezioni di catechismo tenute dall’assistente dell’Ac. Avevo sempre domande da porre, scocciando le mie compagne, poiché si allungava la lezione! Cominciai ad accostarmi alla comunione quotidiana. Siccome non c’era la messa vespertina, bisognava provvedere prima della scuola».

  • A parte l’adesione alle feste religiose, fenomeno quasi folkloristico, come cresceva la tua partecipazione alla fede?

«Per la processione del Corpus Domini portavo la bandiera dietro il baldacchino del Santissimo, in rappresentanza del ramo femminile dell’Ac. Per me era una testimonianza di fede. Poi ricopiai in un quadernetto il canone in latino della messa, per seguire quelle parti che il sacerdote recitava sottovoce. Un cappellano militare mi prestò il suo Nuovo Testamento in latino (1952) e imparai quasi a memoria il vangelo di Matteo. Allora sentii la vocazione al ministero e cominciai a chiedere: perché non posso diventare prete? Mi si rispondeva: perché non ti fai suora? Ma non era la stessa cosa! Penso che in quel periodo se non fossi stata credente mi sarei buttata nel Livenza: la situazione economica era precaria e la vita senza prospettive».

  • Che ne era dei tuoi studi? Avevi sempre bisogno di lavorare...

«Troncati gli studi con dispiacere, lavorai presso l’ottico di Sacile. La retribuzione era scarsa: ci si accontentava o si emigrava. Così venni a Roma, che mi diede pane e cultura, il 4 agosto del 1954. Dovendomi allontanare da mia madre e mia sorella, decisi di andare nella città dei miei sogni: Roma, il centro del cristianesimo, non potendo andare a Gerusalemme... Don Carlo De Nardi aveva fondato a Conegliano l’Opera delle domestiche, tramite la quale andai "al primo servizio" presso la famiglia di un console onorario. Non sapevo fare niente e dopo un mese fui licenziata. Feci un’esperienza analoga, sempre a Roma, che durò otto mesi. Durante l’estate feci la cameriera-interprete di tedesco a Riccione. Ritornai a Roma senza lavoro. Conobbi una suora, assistente sociale, che si adoperò perché riprendessi gli studi. Così mi fu offerto vitto e alloggio nel loro pensionato per giovani; guadagnavo qualcosa facendo delle ore a mezzo servizio».

L'atrio della Pontificia università Gregoriana a Roma.
L’atrio della Pontificia università Gregoriana a Roma
(foto Max Rossi).

  • Ma alla fine sei riuscita a riprendere gli studi.

«Sì. Nel gennaio del 1956: frequentando regolarmente e saltando il terzo anno, feci l’abilitazione magistrale nel luglio del 1957. Pur avendo un’inclinazione quasi naturale all’insegnamento, non ho voluto fare la maestra elementare. Se avessi insegnato, lo avrei fatto ad adolescenti che mi sembrava di conoscere meglio dei bambini. Per alcuni anni feci un’esperienza con religiose esperte in servizio sociale, imparando bene lo spagnolo».

  • Qual è stato l’avvio della tua vocazione alla Scrittura? Le donne non potevano frequentare il Biblico né alcuna facoltà teologica...

«Nel 1958 conobbi un gesuita, padre Emilio Rasco, in occasione di una sua conferenza. Fu la prima volta che sentii parlare un vero biblista e appresi l’esistenza del Biblico. Fui entusiasta del suo modo di esporre e spiegare le Scritture: È rimasto il mio primo e più importante maestro. Nell’autunno del 1961 ci fu la svolta decisiva per la mia vita professionale. Vidi un manifesto dell’Istituto superiore femminile di studi religiosi e sociali che pubblicizzava un corso per insegnare religione. Era questo uno dei tre istituti romani per il reclutamento "sussidiario" dei laici. Decisi di fare l’insegnante di religione, il massimo consentito per una donna nella Chiesa. Solo nella capitale esisteva la possibilità per una laica di insegnare religione nelle scuole di primo e secondo grado, non per mancanza di preti, ma perché coloro che non erano impegnati nelle parrocchie preferivano il servizio nelle congregazioni romane o in Vaticano. Frequentavo i corsi nel pomeriggio (la mattina lavoravo a mezzo servizio per mantenermi). L’anno successivo passai al Pontificio istituto Regina Mundi, molto più qualificato, il massimo per noi donne, che non avevamo accesso alle università pontificie. Inoltre il redentorista padre Bernhard Häring mi diede da copiare a macchina su matrici cerate le sue dispense in latino (non esisteva ancora il sistema delle fotocopie, e meno che mai il computer). Gli tradussi anche un libretto dal tedesco. Dal 1963 al ’66 insegnai tedesco e spagnolo al liceo linguistico di Trinità de’ Monti, in ore compatibili con la frequenza delle lezioni al Regina Mundi. Quanti salti mortali per non arrivare in ritardo di qua o di là!».

  • Sono già gli anni del Vaticano II.

«Sì. L’aria nuova di vera libertà cristiana cominciò a filtrare dappertutto. Caddero tante sovrastrutture (e forse anche qualche struttura...). La prima a cadere fu il velo dal capo delle donne. Lutero aveva tradotto 1Cor 11,10: "Perciò deve la donna avere un potere (eine Macht) per amore di/per riguardo agli angeli" e pone in margine una delle sue poche note: "Cioè il velo o copertura, perché si rimarchi che ella sia sotto il potere dell’uomo". Il velo, assente nel greco, era effetto di una cattiva traduzione del versetto e le conseguenze negative furono sopportate dalle donne per circa 1.900 anni, in nome di Paolo! Tante aperture si profilavano all’orizzonte. Chi, come me, ha fatto l’esperienza del "prima, durante e dopo", non potrà mai dimenticare quell’evento e l’azione poderosa dello Spirito!».

Da sinistra: Urbano Navarrete, il Pontefice, Paolo Dezza, il card. Baum e Giuseppe Pittau.
Da sinistra: Urbano Navarrete, il Pontefice, Paolo Dezza,
il card. Baum e Giuseppe Pittau (foto G. Giuliani).

  • Ma come e quando sei approdata al Biblico?

«Nel settembre 1962 ebbe luogo nella sede del Biblico la XVII settimana dell’Associazione biblica italiana. Avevo terminato il primo anno di studi teologici con un 30/30 e lode in Sacra Scrittura. Padre Rasco mi diede il suo invito personale dell’Abi per offrirmi l’opportunità di partecipare alla Settimana biblica. Mi presentai, nella portineria del Biblico, a monsignor Gioachino Scattolon, segretario dell’Abi, con il mio libretto para-universitario, chiedendo timidamente se potessi assistere alle conferenze. Egli, in abito talare fino alla fine dei suoi giorni (1986), mi squadrò da cima a fondo e mi disse di attendere. Ritornò dicendomi che si era consultato con il neo-presidente, padre Giovanni Canfora: mi si concedeva di assistere, "ma mi raccomando, stia in fondo!". Io rimasi in fondo, e al termine della settimana mi si disse: "Non doveva prendere la raccomandazione troppo sul serio!" e divenni socia dell’Abi».

  • Cominciasti a frequentare il Biblico?

«Non esattamente. All’inizio avevo solo accesso alla biblioteca, con il tesserino del Regina Mundi, il cui preside era un gesuita, padre Paolo Dezza. Poi però potei assistere anche alle tesi di dottorato. Mi rendevo sempre più conto che cosa grandiosa doveva essere poter accedere direttamente alle fonti del cristianesimo con gli strumenti adeguati. Altrimenti noi donne non avremmo mai avuto voce in capitolo. Hai voglia a dire: secondo me il Nuovo Testamento non può essere antifemminista, quando poi c’era sempre qualcuno pronto a ripetere la famosa frase di Paolo "le donne nelle assemblee tacciano" (1Cor 14,34)! Ci voleva competenza per dimostrare che si trattava di affermazioni disciplinari, non teologiche. Conseguito il diploma in scienze sacre al Regina Mundi, coltivavo il desiderio di frequentare il Biblico. Conoscevo quattro lingue moderne; conoscevo il latino, ma del greco sapevo soltanto l’alfabeto e dell’ebraico avevo frequentato un corso semestrale facoltativo. Tuttavia il vero impedimento era che al Biblico le donne non venivano ammesse, al contrario degli uomini laici, anche non cattolici. Nel 1963 due suore colombiane avevano avuto dal rettore dell’epoca risposta negativa. Il primo luglio del 1965 andai dal segretario del Biblico chiedendo se potevo essere iscritta alla facoltà: mi fu risposto che non era possibile. Dissi: "Ma lei lo chieda al rettore". L’8 luglio ci incontrammo casualmente a piazza Venezia e mi disse: "Il rettore ha detto sì!". Il 12 ottobre fui immatricolata (n. 4017). Eravamo in quell’anno 305 studenti. Il nuovo rettore fu il gesuita canadese Roderich A.F. MacKenzie. Giuridicamente ero alumna extraordinaria, non avendo la licentia generalis in sacra theologia. Potevo dunque frequentare e dare esami, ma il titolo l’avrei ottenuto soltanto se avessi conseguito la licentia in teologia».

Il cardinale Carlo Maria Martini.
Il cardinale Carlo Maria Martini
(foto Tagliabue).

  • Benché "extraordinaria" al Biblico eri finalmente arrivata!

«Il 15 ottobre nell’Oratorio del Caravita ci fu la messa di inaugurazione dell’anno accademico 1965-66. Gli studenti erano tutti preti. Mi misi in un banco, in tailleur nero e camicetta bianca, alquanto emozionata. Al momento del "segno della pace" tutti si scambiarono, secondo l’usanza tra il clero, un abbraccio stilizzato. Al mio vicino di sinistra diedi la mano, mica potevo abbracciarlo! È stato un momento un po’ buffo, che anni dopo uno dei concelebranti, padre Stanislas Lyonnet mi ricordava divertito. Poi andammo tutti alla lectio brevis, e all’uscita dall’aula magna il primo e l’unico che osò rivolgermi la parola fu un africano, in un cattivo italiano! Al rinfresco che seguì fu padre Luis Alonso Schoekel a rivolgermi la parola, considerandomi "una pioniera". Due settimane dopo arrivò un’altra donna. Fu questa in assoluto la prima facoltà teologica romana ad aprire le aule alle donne. Fu senza dubbio un frutto del Concilio, giunto alla sua ultima sessione, in cui stava per essere promulgata la costituzione dogmatica sulla parola di Dio, la Dei Verbum (18.11.1965)».

  • Come hai sostenuto l’onere economico di studi così impegnativi? E che ricordi hai di quegli anni?

«Non ho mai avuto borse di studio da parte di un vescovo, come in seguito ebbero altre teologhe. A quel tempo il mio apparve quasi un hobby. Guadagnavo quanto mi bastava per vivere, per cui chiesi e ottenni l’esonero delle tasse universitarie. Gli anni al Biblico sono stati stupendi. L’ambiente era internazionale, e da un punto di vista intellettuale, data la notoria difficoltà degli studi in questo campo, c’era il fior fiore dei preti. Tutti ci davamo del "lei". La prudenza e la saggezza erano d’obbligo, per non mettere nei guai me stessa: quello del Biblico era un esperimento; più tardi veniva reso di dominio pubblico, meglio era. Ho cercato un rapporto paritario con i miei colleghi, senza rinunciare alla femminilità, ma senza esibirla in maniera provocatoria, dato l’ambiente. Ero comunque una nota di colore in mezzo a tanti abiti clericali, specie il primo anno. Le lezioni avevano luogo in lingua latina (fino al 1972). Imparai negli anni il greco della Koiné, l’ebraico, l’aramaico, il copto, la critica testuale, l’esegesi di testi biblici e altro. Dopo un anno – era vice-rettore il gesuita C.M. Martini – riuscii a far cambiare l’orario accademico, secondo noi studenti poco razionale, in quello in vigore ancora oggi».

Padre Ignace de La Potterie.

Monsignor Ugo Vanni.

Padre Ignace de La Potterie.

Monsignor Ugo Vanni (foto Galazka).

  • Come vivevi la condizione di unica donna tra tanti chierici?

«Ho dei bellissimi ricordi. Come quando alla fine del secondo anno accademico (il 22.5.1967), durante l’intervallo, un gesuita mi chiamò per posare insieme agli altri del mio corso per la foto di gruppo. Arrivammo sul terrazzo, dove tutti, docenti e studenti, erano già in posa disposti su una gradinata: fui accolta con uno scrosciante applauso! Conservo con orgoglio quella foto, nella quale mi rivedo unica donna, in seconda fila, in mezzo a tanti preti. O come quando dal 4 al 14 luglio 1969 partecipai alla 49ª Caravan biblica in Egitto. Eravamo 19, io sola donna. Il direttore del viaggio culturale di quell’anno fu il gesuita Richard M. Mackowski, residente a Gerusalemme, che non ebbe alcuna rémora a portarmi con il gruppo. Egli continuava a chiamarmi Miss Biblicum: così venni a sapere che era questo il nome datomi dai miei professori, e ancor oggi mi si chiama così. In Egitto, nonostante precauzioni e vaccinazioni, i mal di testa, le coliche intestinali, i vomiti erano distribuiti con "pari opportunità", per via del caldo e delle condizioni igieniche. Ho resistito! Però, quando al Cairo mi fu assegnata una pomposa camera con bagno in stile Vittoriano e vidi gli scarafaggi passeggiare, chiamai in aiuto un compagno più coraggioso».

  • Quando ti sei esibita per la prima volta come "studiosa"?

«Ho pubblicato nel 1969 su Rivista Biblica, il primo lavoro scientifico esegetico di una donna, l’elaborato del seminario con padre Ignace de la Potterie sulla guarigione dalla febbre della suocera di Simon Pietro. Mentre, per ottenere il grado accademico al Biblico, ho dovuto attendere il 16 settembre del 1974. Ero sviata dall’insegnamento di religione, i corsi di specializzazione e aggiornamento di varia natura, più altri impegni, senza dimenticare la frequenza nel 1970-’71 del "quarto anno" accademico, finalmente aggiunto, al Regina Mundi per il grado di magistra in scientiis religiosis. Finalmente nel 1972-’73 mi iscrissi presso la Pontificia università di S. Tommaso, l’Angelicum, per conseguire la licentia specialisata in theologia biblica (5 anni di teologia). Tornai al Biblico, feci un anno di riqualificazione e presi il titolo. Due suore arrivate dopo di me lo hanno conseguito prima di me. Credo di essere l’unica donna al mondo a possedere il diploma del Biblico sotto gli auspici di Paolo VI e con le firme autografe del vice gran cancelliere Pietro Arrupe (Generale della Compagnia di Gesù), del rettore magnifico Carlo Maria Martini, del decano Albert Vanhoye e la dicitura "Rev. Dom. Maria-Luisa Rigato Licentiatus in Re Biblica": persino i diplomi solenni erano ancora tutti al maschile. Magari fossi stato un reverendus dominus! Catriona Mac Leod, Anna Maria Bellia ed io siamo le prime tre licentiatae, le bibliste della prima generazione. A quelle della seconda generazione non fu più richiesto come titolo accademico previo la licentia, ora basta il baccalaureato o titolo equivalente. Scomparve anche l’insegnamento in latino».

Il biblista Albert Vanhoye.
Il biblista Albert Vanhoye
(foto Galazka).

  • E sul piano del lavoro?

«Dopo aver superato brillantemente l’esame di abilitazione presso il Vicariato nel 1966, ebbi l’incarico come insegnante di religione in una scuola media superiore pubblica. Per un timore diffuso che potesse sparire tale insegnamento, nel 1976-’77 mi iscrissi alla facoltà di lettere e filosofia, alla Sapienza. Con il passare del tempo e con il nuovo Concordato del 1984, quando la "precarietà" divenne "stabile", lasciai perdere quella pista. Ripresi seriamente la ricerca biblica, iniziai a pubblicare articoli e dal 1984 dirigo come professore incaricato seminari esegetici nella facoltà di teologia della Pontificia università Gregoriana. Il 14 novembre 2002 ho difeso (summa cum laude) la dissertazione del mio dottorato di ricerca alla Gregoriana: "Il titolo della croce di Gesù. Confronto tra i vangeli e la tavoletta- reliquia della Basilica Eleniana a Roma", conseguendo il grado accademico di dottore in teologia».

  • Che consiglio dai alle donne che volessero intraprendere una strada come la tua?

«Innanzi tutto garantirsi con un lavoro adeguato l’autosufficienza economica, non solo in gioventù. Vale anche per le sposate e per quelle che fanno parte di una comunità religiosa più o meno strutturata».

  • È vero che dai del "tu" al cardinale Martini?

«È stato mio professore di critica testuale al Biblico. Dopo dodici anni che ci conoscevamo, quando era già rettore della Gregoriana, mi disse che potevamo darci del "tu". Il Concilio aveva semplificato enormemente i rapporti nelle rigide strutture ecclesiastiche e gesuitiche. Quando nel 1980 divenne vescovo, gli chiesi se potevo continuare a dargli del "tu" ed egli disse di sì. Quanto ai miei rapporti con lui, voglio raccontare un aneddoto. Il 5 maggio 1998, il direttore dei simposi su san Giovanni apostolo a Efeso, professor Luigi Padovese, riuscì a inaugurare il VII simposio alla presenza del cardinale Martini. Al termine del pranzo di gala, monsignor Giuseppe Celata, nunzio apostolico in Turchia, mi chiese: "Ma lei si sente più teologa o più donna?" Risposi: "Sono biblista". "Ma si sente più biblista o più donna?". "Sono biblista!" ripetei. Intervenne il cardinale: "Ha sentito, è biblista. È la prima biblista del mondo!"».

  • Facendo un bilancio, cosa senti di dire della tua vita?

«La riassumerei in termini matteani come quella di un mercante, in cerca di perle preziose, che trovatane una di grande valore, vende tutto per avere quella (Mt 13,46). Infatti, dov’è il tuo tesoro, là è il tuo cuore (Mt 6,21). Mentre, di fronte a un "argomento di autorità", un leitmotiv del mio carattere, lo esprimerei così: "Chi l’ha detto? Dove sta scritto?"».

Buchenwald, dove sono periti alcuni parenti della Rigato.
Buchenwald, dove sono periti alcuni parenti della Rigato
(foto Dondero).

  • In che direzione vuoi proseguire la tua ricerca biblica?

«Vorrei: aggiungere delle tessere al complesso e variopinto mosaico della vicenda terrena di Gesù-Messia-Signore (Lc 2,11), Figlio di Dio (Gv 20,30); continuare a indagare sulla presenza delle donne nel Nuovo Testamento, tenendo conto che Gesù fu un innovatore – in senso etimologico – riguardo alla Legge di Mosè, la Torà, che reinterpretò nell’ambito del giudaismo, operando delle "aperture evangeliche", come mi piace chiamarle, a favore della donna. Vorrei continuare a lavorare all’identità dell’evangelista Giovanni, il più "femminista", "apostolo e arcisacerdote levitico", con una mente spiccatamente cultuale come emerge dai suoi scritti. Infine, senza escludere altri temi, vorrei continuare la mia ricerca sulla lingua ebraica, non aramaica, come propria alla nazione giudaica al tempo di Gesù. Quanto all’approccio, amo parlare di rilettura, rivisitazione, reinterpretazione. Quanto alle donne, cerco di far vedere con analisi puntigliose come spesso certi termini in apparenza solo maschili sono in realtà inclusivi anche delle donne. Sono convinta che ogni esegeta dovrebbe sempre ripetere con i due discepoli di Emmaus: "Forse non era infiammato il nostro cuore per come (Gesù) parlava a noi sulla via e in che maniera ci apriva le Scritture?" (Lc 24,32). Fare esegesi biblica è un carisma profetico, nella speranza di estrarre dal tesoro comune, come lo scriba, "cose nuove e cose antiche" (Mt 13,52)».

Cettina Militello
    

Biografia di "Miss Biblicum"
È ARRIVATO ANCHE IL DOTTORATO

Maria Luisa Rigato è nata a Breslau (ex-Germania) il 2 aprile 1934, da padre italiano e madre tedesca. Ha conseguito nel marzo 1965, al Pontificio istituto Regina Mundi, il diploma ad scientias sacras tradendas in scholis etiam superioribus e, nel giugno 1973, la licenza in teologia biblica presso la Pontificia università di S. Tommaso; dopo un anno di riqualificazione, nel settembre 1974, ha ottenuto la licenza presso il Pontificio istituto biblico dell’Urbe.

Nel gennaio 1992 ha conseguito il magistero in scienze religiose presso il Pontificio istituto Regina Mundi. Il 14 novembre 2002 ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia università Gregoriana.

Sotto il profilo professionale, dopo aver sostenuto gli esami di idoneità all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche presso il Vicariato di Roma (1965 e 1966) e la conseguente missio canonica, è stata docente di religione a Roma dal 1966 al 1992.

Nel maggio 1984 è stata nominata assistente nella facoltà di teologia della Gregoriana dal rettore magnifico R.P. Urbano Navarrete, per gli anni accademici 1984-86; è seguita la nomina a professore incaricato nella medesima facoltà. In essa, dal 1984, dirige seminari di esegesi del Nuovo Testamento.

c.m.

    

Sono numerosi gli articoli pubblicati da Maria Luisa Rigato
DALL’APOSTOLO GIOVANNI AL TITULUS CRUCIS

La ricerca di Maria Luisa Rigato è attestata da molteplici articoli che indichiamo in ordine di tempo: "«La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli» (Mc 11,17)", in Parole di Vita, 5-6 (1963) pp.180-189; "La riverenza nel luogo di culto" in Fonti vive, 39-40 (1964) pp. 353-364; "Tradizione e redazione in Mc 1,29-31 (e paralleli). La guarigione della suocera di Simon Pietro", in RivBibIt 17 (1969) pp. 139-174; "Commento liturgico alla Prima Lettera di Pietro", in Luciano Pacomio (cur.), Il dialogo che ci salva, 3, Marietti, Casale Monferrato 1972, pp. 17-46; "Commento liturgico alla Seconda Lettera di Pietro", Ibidem, 4, 1972, pp. 676-696; "Paolo misogino, antifemminista e maschilista", in AA.VV., La storia di Gesù, 4, Rizzoli, Milano 1984, pp. 1.164-5; "«Giunge Maria Maddalena annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore» (Gv 20,18). A quali angeli allude Paolo in 1 Cor 11,10", in Ho Theológos, Nuova serie, anno II, 2 (1984) pp. 269-282; "Le donne nella Facoltà biblica del Pontificium Institutum Biblicum de Urbe", in Cettina Militello (cur.), Teologia al femminile. Atti del Colloquio. Donne: Studio Ricerca Insegnamento della Teologia, Fac. Teol. di Sicilia, Palermo 1985, pp. 52-55; "Donne testimoni della Risurrezione", in Salvatore Spera (cur.), Uomini e donne nella Chiesa, Atti della VII Primavera di S. Chiara 1987, Vivere In, Roma 1988, pp. 37-53; "Quali i profeti di cui nella 1Pt 1,10", in RivBibIt 38 (1990) pp. 73-90; "Le figure femminili nel vangelo secondo Giovanni", in Vittorio Liberti (cur.), I laici nel popolo di Dio. Esegesi biblica, ED, Roma 1990, pp. 173-233; "L’apostolo ed evangelista Giovanni, ‘sacerdote’ levitico", in RivBibIt 38 (1990) pp. 451-483; "«Era festa dei Giudei» (Gv 5,1). Quale", in RivBibIt 39 (1991) pp. 25-29; "Maria di Betania nella redazione giovannea", in Antonianum 64 (1991) pp. 203-226; "Gesù ‘profumato’ a Betania da una donna, nella redazione matteana", in Cettina Militello (cur.), Donna e ministero. Un dibattito ecumenico, ED, Roma 1991, pp. 497-504; "Riflessioni su Lc 24,6c-8: «Ricordatevi [...] e si ricordarono»", in Gilberto Marconi - Gerald O’Collins (cur.), Luca-Atti. L’interpretazione a servizio della Scrittura, Cittadella, Assisi 1991, pp. 135-148; "Riflessioni sulla sezione dei magi (Mt 2,1-12)" e "«Sarà chiamato Nazoreo» (Mt 2,23)", in Aristide Serra - Alberto Valentini (cur.), I vangeli dell’infanzia, EDB 1992, pp. 119-127.129-141; "La testimonianza di Policrate di Efeso su Giovanni evangelista. Riscontri nel quarto vangelo", in Luigi Padovese (cur.), Atti del III simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 1993, pp. 108-142; "A quali angeli allude Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (11,10)", in RivBibIt 41 (1993) pp. 305-313; "«Remember" [...] Then they remembered»: Luke 24,6-8", in Gilberto Marconi – Gerald O’Collins (cur.), Luke and Acts. N.I, Paulist Press, New York-Mahwah 1993, pp. 93-102 e pp. 232-235; "Il titolo della Croce «Gesù il Nazoreo il re dei Giudei» (Gv 19,19). Perché Nazoreo e non Nazareno?" in Luigi Padovese (cur.), Atti del IV simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 1994, pp. 41-74; "Gv 4: La mente cultuale dell’evangelista. Gesù si rivela alla donna Samaritana", in Luigi Padovese (cur.), Atti del V simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 1995, pp. 27-84; "Le tentazioni del discepolo e delle comunità nel N.T.", in Servizio della Parola, Queriniana, 275 (1996) pp. 25-34; "Giuseppe, sposo di Maria, in Matteo 1-2", in Theotokos. Ricerche interdisciplinari di mariologia 4 (1996) pp. 189-218; "Convergenze e divergenze con Claude Tresmontant sull’autore del quarto vangelo", in RivBibIt 44 (1996) pp. 245-256; "La testimonianza di Papia di Gerapoli sul ‘Secondo’ Giovanni e il contesto eusebiano. Riscontri nel Nuovo Testamento", in Luigi Padovese (cur.), Atti del VI simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 1996, pp. 229-264; "‘Mosè ed i Profeti’ in chiave cristiana: un pronunciamento e un midrash (Lc 16,16-18/19- 31)", in RivBibIt 45 (1997) pp. 143-177; "La Bibbia e l’Italia. Le origini", in La Parola 10 (1997) pp. 4-5; "L’infermo trentottenne presso ‘la Riserva/Betsaida’ (Gv 5,1-6.14) nell’immaginario cultuale giovanneo", in Rinaldo Fabris (cur.), La parola di Dio cresceva (At 12,24), EDB, Bologna 1998, pp. 171-194; "Papia di Gerapoli", in Luciano Pacomio - Giuseppe Occhipinti, (cur.), Lexicon. Dizionario dei teologi, Piemme, Casale Monferrato 1998, p. 976; "Gesù «l’agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29) nell’immaginario cultuale giovanneo. Secondo Giovanni Gesù muore il 13 Nisan (Gv 18,28/19,14.31-37)", in Luigi Padovese (cur.), Atti del VII simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 1999, pp. 69-115; "‘Titulus Crucis’. La reliquia custodita nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme - Roma", in Luigi Padovese (cur.), Ibidem, pp. 329-336; "Il riso di Abramo e di Sara per via di Isacco", in Servitium. Quaderno di ricerca spirituale, 123 (1999) pp. 285-290; "La rivelazione oltre il pregiudizio. Gesù si rivela ad una donna samaritana ‘dai cinque mariti’", in Messaggero Cappuccino, 43 (1999) pp. 75-76; "Amici e amiche di Gesù", in Monte Senario 9 (1999) pp. 31-35; "‘Lingue come di fuoco’ e ‘invio’ di discepoli/e come profeti-testimoni (At 2,3-4 e Is 6,5-8)", in Cettina Militello (cur.), Profezia. Modelli e forme nell’esperienza cristiana laicale, CEDAM, Padova, 2000, pp. 81-106; "Il valore inclusivo di pantes nella narrazione dell’evento di Pentecoste in Luca (At 2,3-4) Apostoli-testimoni pentecostali", in RivBibIt 48 (2000) pp. 129-150; "Maria di Nazaret di stirpe levitica sacerdotale", in Theotokos. Ricerche interdisciplinari di mariologia, 8 (2000) pp. 275-304; "L’evento della Pentecoste secondo At 2,3-4 alla luce di Is 6,5-8", in RivBibIt 48 (2000) pp. 443-451; "La donna valorizzata nell’opera di san Luca per merito di Gesù Signore sotto l’azione dello Spirito Santo", in La teologia narrativa di san Luca, Edizioni Messaggero Padova 5-6/2000, pp. 111-120; "La sepoltura regale e provvisoria di Gesù secondo Gv 19,38-40" in Luigi Padovese (cur.), Atti dell’VIII simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 2001, pp. 47-80; "Il ‘Titulus Crucis’. Retroscena di una ‘storia’ della documentazione", in RivBibIt 48 (2001) pp. 337-342; "Il carisma di interpretare la Sacra Scrittura in profeti cristiani (1Pt 1,10-12)", in Ricerche Teologiche, 2, Dehoniane, Bologna, 12 (2001) pp. 15-49; "Luca originario giudeo, forse di stirpe levitica, seguace dei ‘testimoni oculari’ (Lc 1,2-3). Una rilettura delle fonti più antiche con riscontri nell’opera di Luca", in Giovanni Leonardi - Francesco G.B. Trolese (cur.), San Luca evangelista testimone della fede che unisce, Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana, Padova 2002, pp. 391-424; "‘Remember’ [...] Then they remembered: Luke 24,6-8" (ristampa), in Amy-Jill Levine con Marianne Blickenstaff (cur.), A Feminist Companion to Luke, Sheffield Academic Press, London-New York 2002, pp. 269-280; "Presenza viva e marginalizzazione della donna nella Chiesa romana delle origini", in Ricerche Teologiche, 13 (2002) pp. 31-87; "Lampada/e nell’opera giovannea (Gv-Ap). Reminiscenze del ‘Santo’ nel Tempio di Gerusalemme. Nostalgia del Tempio perduto" in Luigi Padovese (cur.), Atti del IX simposio di Efeso su s. Giovanni apostolo, Roma 2003, p. 25; Il titolo della croce di Gesù. Confronto tra i vangeli e la tavoletta-reliquia della Basilica Eleniana a Roma, di prossima pubblicazione.

c.m.

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