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CINQUANT’ANNI FA NASCEVA LA CEI

Da campanili a Chiesa d’Italia

di FRANCESCO SPORTELLI
      

   Vita Pastorale n. 11 novembre 2002 - Home Page

I primi "conventus episcoporum" sono del 1830 in Belgio. Nel nostro Paese la Conferenza episcopale viene istituita nel 1952, superando la frammentazione preunitaria. Gli eventi ecclesiali e i mutamenti sociali affrontati. Gli uomini che l’hanno diretta: da Schuster a Ruini.

La tradizione antica delle istituzioni ecclesiastiche di collegialità episcopale, legata all’organizzazione dei concili ecumenici e dei sinodi provinciali, può indurre a considerare il cinquantesimo anniversario della nascita della Conferenza episcopale italiana come occasione storicamente impalpabile rispetto alle ricordate e plurisecolari adunanze di vescovi. In realtà non è così. Per l’Italia cattolica l’avvento nel 1952 di una Conferenza nazionale dei vescovi rappresenta uno snodo di particolare valore storico, oltre che un punto di arrivo unitario per le tante Chiese locali della Penisola.

I primi conventus episcoporum, cioè quelle periodiche assemblee prive di carattere conciliare a cui partecipavano i vescovi di un determinato territorio, iniziano nel 1830 quando i vescovi belgi si riuniscono a Malines per consultazioni, che da allora saranno periodiche e rappresenteranno un esempio per altri episcopati, come quello tedesco che, stimolato dagli avvenimenti rivoluzionari di metà Ottocento, comincerà a incontrarsi in conferenza a partire da quella tenuta a Würzburg nel 1848 (G. Feliciani, Le Conferenze episcopali, Bologna 1974).

Giovanni XXIII riceve in udienza i 23 membri della Cei nel 1958.
Giovanni XXIII riceve in udienza i 23 membri della Cei nel 1958 (foto FELICI).

Riunioni regionali

In Italia, a parte alcuni isolati e contingenti incontri dell’episcopato lombardo, napoletano e di poche altre province, le Conferenze episcopali vengono istituite per regioni nel 1889 dalla Congregazione dei vescovi e regolari. A partire da questa data i vescovi italiani cominciano a incontrarsi per gruppi, con una certa periodicità annuale, per consultarsi su temi di volta in volta specificati. Un elemento risulta subito evidente: la divaricazione nell’Italia unita tra quadro geografico e realtà ecclesiale. Per un lungo periodo manca per l’Italia religiosa un punto di riferimento unitario, un centro di aggregazione capace di approfondimenti, di proposte, di sintesi e di indirizzi misurati sul contesto della situazione nazionale, e come tale fortemente caratterizzato da una vivida coscienza civile e politica. Eloquente riprova è l’assenza di concili nazionali nella storia della Chiesa italiana postunitaria, dove pure si sviluppa un’intensa attività sinodale a livello diocesano e dove risulta preminente, e non solo sul piano circoscrizionale, la provincia metropolitica. La stessa istituzione delle Conferenze episcopali regionali non si discosta dai modelli particolaristici e dagli assetti gravitazionali subnazionali (C.D. Fonseca, "Presentazione", in F. Sportelli, La Conferenza episcopale italiana (1952-1972), Galatina 1994).

La prima volta in un pensionato

Dal 1952 comincia a profilarsi anche per l’Italia una organizzazione centrale per i vescovi, differenziata dalle strutture della Santa Sede, sino ad allora riferimento unico per i responsabili delle diocesi italiane. Nella prima riunione di Firenze del gennaio ’52 la collegialità episcopale della Penisola è rappresentata dai presidenti delle Conferenze regionali che, pur ribadendo nel verbale il carattere di "Conferenza episcopale italiana" del loro incontro, si ritrovano con grande riservatezza in un pensionato universitario al 19 del Lungarno Serristori, tenuto dalle suore francescane dell’Immacolata.Pellegrinaggio giubilare ad Assisi dopo l’assemblea Cei del 2000 (foto GIULIANI).

Da subito l’assemblea della Cei, pur solo rappresentativa di un carattere collegiale più ampio, si dimostra l’organo centrale della nuova istituzione, perché esprime paradigmaticamente nelle analisi, nelle riflessioni, nei dibattiti e nelle conclusioni le dinamiche interne e le tendenze dell’episcopato italiano. Certo le riunioni della Cei non definiscono in maniera esauriente e completa i caratteri della Chiesa italiana, perché le istanze e gli umori di un episcopato molto numeroso e frastagliato come quello italiano hanno bisogno di essere osservate da molti angoli visuali; questo non toglie però valore alla visione di insieme offerta dall’attività della Conferenza nazionale dei vescovi d’Italia. Nei suoi cinquant’anni di vita la Cei ha visto innumerevoli protagonisti della Chiesa italiana coinvolgersi, a vario titolo, nei suoi cammini istituzionali. Ci sono stati i presidenti, a cominciare dai primi chiamati a svolgere questo ruolo perché cardinali "decani", cioè più anziani di creazione, o cardinali responsabili di dicasteri vaticani, come Ildefonso Schuster (1952-1953), Adeodato Piazza (1953) e Maurilio Fossati (1954-1958), seguiti dai presidenti votati dalla Cei e nominati dal Papa, a cominciare da Giuseppe Siri (1959-1965), seguito da Giovanni Colombo, Ermenegildo Florit, Giovanni Urbani, quali comitato di cardinali con presidenza collettiva temporanea (1965), e poi da Giovanni Urbani (1966-1969), Antonio Poma (1969-1979), Anastasio Ballestrero (1979-1985), Ugo Poletti (1985- 1991) e Camillo Ruini, presidente dal 1991.

Spesso decisivo è stato il ruolo assunto dalla segreteria generale. Alla Cei le funzioni del segretario generale sono andate spesso nella direzione non solo del coordinamento burocratico, ma anche verso funzioni di stimolo e di iniziativa che superavano la stretta fisionomia statutaria; questo delicato incarico è stato assolto primariamente da Giovanni Urbani (1952-1953), e poi da Alberto Castelli (1954-1966), Andrea Pancrazio (1966-1972), Enrico Bartoletti (1972-1976), Luigi Maverna (1976-1982), Egidio Caporello (1982-1986), Camillo Ruini (1986-1991), Dionigi Tettamanzi (1991-1995), Ennio Antonelli (1995-2001) e Giuseppe Betori, attuale segretario.

Dal percorso storico della Conferenza episcopale italiana, difficilmente sintetizzabile perché notevolmente complesso e articolato, emergono alcuni nodi problematici che i vescovi italiani sono obbligati a prendere in considerazione. Negli anni della modernizzazione i vescovi della Cei mostrano grande interesse e studiano intensamente i temi emergenti dalla realtà ecclesiale e dalla società italiana: i cambiamenti di costume, i problemi causati dalle migrazioni, i nuovi centri di informazione pubblica, la disgregazione della famiglia, le difficili condizioni di vita di chi abita nelle periferie urbane e il fenomeno collegato della scristianizzazione, la difficoltà di fare il prete in condizioni di mutamenti rapidi, l’adeguamento dell’istruzione religiosa ai tempi, la situazione del Sud. Sono problemi spesso posti in luce nei dibattiti Cei.

I vescovi riflettono molto sugli effetti pastorali, e anche umani, causati dallo sradicamento di buona parte della popolazione dal mondo contadino e dalla conseguente immissione nella vita urbana. Della modernizzazione dell’Italia i vescovi offrono collegialmente un giudizio positivo sulle cause che hanno provocato questo processo di avanzamento industriale, di inurbamento e di miglioramento generale delle condizioni economiche del Paese. Contemporaneamente, però, ne criticano gli effetti: allontanamento dalla religione, diffusione di orientamenti morali distorti, laicizzazione della cultura. Probabilmente il generale tipo di formazione teologica e dottrinale dell’episcopato italiano degli anni Cinquanta rende estremamente vischioso il rapporto con la società in trasformazione e blocca le risposte pastorali su schemi rigidi, esprimendole con categorie tutte interne al linguaggio ecclesiale e solo velatamente consapevoli dello strettissimo rapporto già esistente tra modernizzazione, scristianizzazione e rievangelizzazione.

L’attuale presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini.
L’attuale presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini (foto GIULIANI).

Pignedoli e le due nazioni

In un’assemblea Cei del 1956 Sergio Pignedoli, ausiliare di Montini a Milano, si spinge a dire che ci sono due Italie, «una nazione materialistica o pagana che vive mescolata alla nazione cristiana. Due popoli che vivono uniti assieme con sistemi di idee e con dizionari di parole ormai opposti e che si escludono a vicenda». L’acuto intervento di Pignedoli non costituisce un unicum negli

incontri dei vescovi italiani prima del concilio Vaticano II; scorrendo i verbali delle assemblee, si incontrano interventi e relazioni di Ernesto Ruffini, Giuseppe Siri, Marcello Mimmi, Giacomo Lercaro, Luigi Traglia, Angelo Giuseppe Roncalli, del Nunzio Borgongini Duca, di Enrico Nicodemo, Giovanni Battista Montini, Gerolamo Bortignon; ma sono protagonisti anche i vescovi Ferro, Colli, Gilla Gremigni, Stella, Bignamini, Camozzo, Mingo, Borromeo, Gaddi, Cambiaghi e molti altri che costituiscono il robusto e attento mondo episcopale italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, che in filigrana è il protagonista di buona parte dei cammini storici della Chiesa in Italia dal dopoguerra alla fine del XX secolo (M. Guasco, Chiesa e cattolicesimo in Italia (1945-2000), Bologna 2001).

In 450 senza fare blocchi

Al Vaticano II la Conferenza nazionale dei vescovi italiani arriva con una struttura in via di consolidamento, sia pure attraverso un processo molto variegato e rapsodico, che conduce l’episcopato italiano verso una forma più cosciente e organica dell’esercizio congiunto del ministero episcopale, avviando il cammino dell’intera Chiesa italiana da una frammentazione particolare a una fisionomia più unitaria. Di sicuro i percorsi istituzionali e organizzativi della Cei vanno accostati e intrecciati con il ruolo e la partecipazione dei singoli vescovi al Concilio e, più in generale, con il coinvolgimento della cattolicità italiana nell’evento conciliare.

Il segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori.
Il segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori (foto GIULIANI).

Al primo periodo del Vaticano II partecipano 450 vescovi di nazionalità italiana, 313 hanno responsabilità diocesane, mentre 137 sono cardinali della curia romana, nunzi, delegati apostolici, incaricati a vario titolo di uffici ecclesiastici centrali. Fra gli oltre trecento vescovi responsabili di diocesi è difficile intravedere intendimenti collegiali o quantomeno camminamenti suscettibili di coesione.

Quando il 14 ottobre 1962, per la prima volta, e informalmente, tutti vengono convocati dal presidente della Cei, l’arcivescovo Montini considera quell’assemblea come un avvenimento storico senza precedenti. Effettivamente tutti i vescovi italiani non si erano mai incontrati. Per questo assumono un ruolo tutto particolare le riunioni plenarie settimanali alla Domus Mariae. Durante i periodi delle quattro sessioni conciliari, questi incontri rappresentano una massiccia immersione in una collegialità nazionale mai vissuta. Gli incontri della prima sessione saranno fragili e disordinati, mentre a partire dal 1963 la Cei predispone un lavoro più organizzato, a cominciare dalla costituzione di una commissione episcopale teologica della Conferenza per un supporto ai vescovi e dalla partecipazione alle assemblee plenarie della Domus Mariae anche degli esperti teologi della Cei, i quali spesso relazionano e offrono chiarimenti e osservazioni sui principali schemi in discussione. Le settimanali riunioni della Cei alla Domus Mariae sono svolte spesso in un clima di prolissità e confusione, ma si rivelano utili per la costruzione di una fitta collegialità. Favoriscono una frequentazione quasi quotidiana dei vescovi italiani fra loro e sollecitano la maggior parte di questi a uscire dall’abituale isolamento diocesano per aprirsi a reciproci rapporti personali, teologici e culturali.

Certo trecento vescovi formano un gruppo nazionale troppo numeroso, una vera collegialità è quasi impossibile; è più facile intervenire in Concilio personalmente o per piccoli gruppi regionali, al contrario di episcopati di altre nazioni che in maniera "imponente" intervengono e formulano voti. Solo il 14 novembre 1963 il presidente Siri interviene in aula a nome della Cei "quasi unanime", Il cardinale Giovanni Urbani (foto FARABOLA).una formula di intervento che non sarà più usata. È la Cei a fare un bilancio globale sulla partecipazione dell’episcopato italiano al Concilio. Giovanni Urbani, all’ultima assemblea plenaria dei vescovi italiani presenti a Roma per il Vaticano II, sottolinea che tutti i vescovi italiani sono stati assistiti dalla loro Conferenza nazionale attraverso gli organi della presidenza e della segreteria, attraverso le relazioni specifiche che vescovi e teologi hanno tenuto durante gli incontri plenari alla Domus Mariae, ma soprattutto attraverso le numerose relazioni scritte consegnate ai vescovi a ogni adunanza. Tali relazioni formano un’ampia documentazione che, per Urbani, fa onore alla Chiesa italiana per contenuti, varietà di opinioni espresse, indicazioni accolte e che, se raccolte in volume, testimonierebbero la "presenza" dell’episcopato italiano nei dibattiti conciliari e sarebbero segno del funzionamento della Cei.

Lo stile italiano di Urbani

Urbani individua uno "stile" italiano al Vaticano II, cercato e avviato dalla Cei, che così chiarisce: «Sappiamo che in altri episcopati si è cercato di raggiungere l’unanimità di consensi e di puntare compatti su alcuni problemi. A parte il fatto che è molto più facile mettere d’accordo trenta o al massimo sessanta persone, specialmente attraverso riunioni preparate di lunga mano, che non 300 vescovi, ciascuno dei quali è a ragione geloso della propria autonomia in sede conciliare, è da domandarsi se il metodo seguito da noi italiani, tutto considerato, non sia stato il più opportuno, eliminando esso il pericolo di blocchi contrapposti che, nella storia di tutti i concili, si sono sempre dimostrati piuttosto di danno che di vantaggio». Le parole di Urbani sono aderenti alla realtà. Nel primo periodo conciliare l’episcopato italiano naviga a vista. Nel proseguimento dei lavori la Cei non ricerca un forzato concerto di intenti, sa assumere un ruolo leggero e le sue strutture collegiali organizzate si configurano snelle, ma presenti. Non poteva essere diversamente, ma da necessità diventa il metodo e lo stile che la Conferenza nazionale si trova a indicare ai vescovi italiani.

La spinta di Montini

La Cei in Concilio non rappresenta il "blocco" dei vescovi italiani, bensì favorisce fra questi il reciproco confronto, talvolta disordinato, ma utile e vantaggioso non solo per il cammino conciliare, ma anche e, forse soprattutto, per la maturazione di una coscienza di comunione (cf F. Sportelli, "I vescovi italiani al Vaticano II: il ruolo della Conferenza episcopale italiana", in Rivista di scienze religiose, 23/1998, pp. 37-90).

Il cardinale di Milano Ildefonso Schuster.
Il cardinale di Milano Ildefonso Schuster (foto FARABOLA).

Gli eventi conciliari conducono, quasi forzatamente, l’episcopato italiano a uscire dal lungo periodo del particolarismo istituzionale e organizzativo del territorio ecclesiastico italiano per accedere a punti di riferimento unitari. È al Vaticano II che si delinea la fisionomia di una Chiesa italiana, dovuta soprattutto allo sforzo di papa Montini che vive intensamente, proprio a partire dagli anni del Concilio, il suo ruolo di Primate d’Italia.

Gli interventi di Paolo VI alla Cei sono di particolare e fine significato pastorale, ancorché poco conosciuti, a cominciare dalla lettera indirizzata al presidente della Cei, Siri, del 22 agosto 1963, ma di rilievo sono anche l’intervento in assemblea plenaria Cei dell’aprile 1964 e il saluto che rivolge all’intero episcopato italiano prima della partenza da Roma a chiusura del Concilio, quando il Papa chiede a tutti di essere vescovi rinnovati, perché il postconcilio «non è un periodo di ordinaria amministrazione, né tanto meno di riposo o di facile ministero».

Papa Montini è alla testa dei vescovi italiani, organizzati e coordinati da una nuova Cei, alla quale affida il compito quotidiano e complesso di lavorare per la recezione del Concilio in Italia. La Cei inizia il suo cammino postconciliare con la prima assemblea generale del giugno 1966: sono presenti sei cardinali e 273 vescovi. Per Paolo VI ha inizio un nuovo periodo nella storia della Chiesa italiana. L’episcopato italiano affronta con sicurezza gli incontri collegiali internazionali: il simposio episcopale europeo di Rotterdam (11-13 luglio 1967) e il sinodo tenuto a Roma dal 20 settembre al 29 ottobre 1967. Per la rappresentanza italiana la novità al dibattito sinodale è costituita dal timbro collegiale degli interventi. In Concilio era stato impossibile intervenire a nome dell’episcopato italiano, al sinodo i rappresentanti della Cei parlano a nome di tutti. È un segnale concreto di un iniziale impianto unitario dei vescovi italiani.

Il cardinale Sergio Pignedoli.
Il cardinale Sergio Pignedoli (foto GIULIANI).

Piani pastorali e catechismi

L’impostazione di una pastorale globale per l’intero Paese sarà il vero punto di arrivo. Dopo il documento pastorale Vivere la fede oggi del 1971, la Cei vara nel 1972 un programma pluriennale unitario incentrato sul rapporto tra evangelizzazione e sacramenti. Il disegno montiniano per la Chiesa italiana, cioè far recepire il Concilio attraverso la Cei, senza scossoni e senza squilibri, diventa il cammino proprio dell’episcopato della nazione. L’ingresso nella solidità istituzionale della Cei è quasi simboleggiato dal passaggio, nel gennaio 1974, dalla vecchia sede di via della Conciliazione alla Domus Aurea in via Circonvallazione Aurelia.

Oggi, a cinquant’anni dalla prima riunione fiorentina, esistono elementi significativi per parlare con convinzione concreta e correttezza pastorale di identità nazionale della Chiesa italiana, primo e imprescindibile fra tutti il legame stretto della Cei con il Papa, vescovo di Roma e Primate d’Italia. Ma altri elementi identificano una vera e ricca dimensione nazionale di Chiesa: i piani pastorali che partono dal 1972, i catechismi, i convegni ecclesiali che iniziano a Roma nel 1976, un quotidiano cattolico per tutta la Penisola, la ripresa delle Settimane sociali, e, non ultimo, il progetto culturale orientato in senso cristiano. Tutto questo porta con trasparenza al riconoscimento preciso e corretto di una «presenza pubblica della Chiesa in Italia che abbia una vera e adeguata dimensione nazionale, ruolo che in via principale, anche se certamente non esclusiva, può essere esercitato soltanto dal corpo dei vescovi e quindi, nella pratica quotidiana, attraverso lo strumento della Conferenza episcopale» (C. Ruini, Chiesa del nostro tempo, Casale Monferrato 1996, p. 15).

I cinquant’anni di vita della Conferenza episcopale rappresentano per la Chiesa italiana contemporanea una memoria complessa, storicamente stratificata, umanamente ricca. In pochi decenni la Cei ha dovuto crescere rapidamente in un Paese che si andava modernizzando con velocità, ma questo suo cammino ha contribuito non poco alla costruzione della Chiesa italiana.

Francesco Sportelli

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