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LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI (1922-1979)

Si sta, come insetto sul papavero

di ANTONIO SPADARO
    

   Vita Pastorale n. 7 luglio 2002 - Home Page

Si scoprì poeta durante la guerra, ma dopo il successo, fece silenzio per un decennio. Dalla scrittura intesa come «cruento atto esistenziale» alla lenta apertura verso il mistero, ipotizzando un "oltre" l’alfa e l’omega per l’anima inquieta, che sulla terra è meno di una farfalla.

Ottant’anni fa, il 6 luglio 1922, nasceva a Barcellona (Me) il poeta Bartolo Cattafi. Così egli rievoca la sua nascita: «Il sei luglio alle cinque del mattino / il tram a vapore partito per Messina / emise dall’imbuto fumo / faville e un lungo fischio, / appena nato girai la testa / verso quel primo saluto della vita» (Cancro). Carlo Bo scrisse che la poesia fu per lui «il solo, l’unico modo di stare al mondo». Un’antologia delle poesie cattafiane è stata di recente pubblicata da Mondadori (Poesie 1943-1979) a cura di Giovanni Raboni e Vincenzo Leotta. L’editore Novecento di Palermo ha pubblicato in volume unico le ultime raccolte dal 1976 al 1979 (Ultime), a cura di Luigi Baldacci. Due occasioni per riscoprire un poeta di grande valore.

Per Cattafi la parola, se è vera, graffia, anzi taglia e il suo bisturi è la neroparola che lotta a «contendersi / lo spazio bianco o biancocarta». Di più: per Cattafi è «segno d’un coltello», come scrive in una poesia della raccolta Segni. Anzi: «Inutile farla lunga, / girarla, rigirarla / allo spiedo, al rovello / dell’attenta osservazione, / l’analisi, la sintesi, / i discorsi sul metodo. / Si muore dalla noia. / C’è un modo d’aggredire la questione: / col coltello» (Metodologia). Sarebbe come dire: è inutile perdersi in chiacchiere. La vita e il suo senso è questione da tagliare di netto non con discorsi, ma con la lama di una parola forte, capace di rendere una ragione e un senso. La linea scritta è dunque una ferita di coltello e l’inchiostro è sangue; le righe, addirittura, covo di vipere: «Tra cosa e cosa / due righe buttate là sulla pagina / ma chi si prende la briga / di passarci su il dito / di farsi morsicare da due aspidi / nell’estate pietrosa?» (Due righe).

Il poeta Bartolo Cattafi.
Il poeta Bartolo Cattafi (foto EFFEGIE).

Essenzialità espressiva

Una scrittura intesa in questi termini rifugge ogni forma di vana e furba sperimentazione. La direzione è quella dell’accuratezza e nell’essenzialità espressiva, che vuole usare dell’inchiostro come se fosse una «vena arteria in cui scorre / a occhi chiusi il mondo» (Creazione). In tal senso la poesia diventa anche «parola onda sulla carta» (Onda). «Poesia è dunque per me avventura, viaggio, scoperta, vitale reperimento degli idoli della tribù, tentata decifrazione del mondo, cattura e possesso di frammenti del mondo, nuda denuncia del mondo in cui si è uomini, cruento atto esistenziale». La poesia è un corpo a corpo, duro e cruento, a volte, ma che mette in campo le tensioni più forti e vere della vita.

Cattafi scoprì la poesia da militare intorno al 1943. Ricorda: «Cominciai a scrivere versi non so come, ero sempre in preda a non so quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, dolci. Le mille cose che quella snervante primavera mi poneva erano magicamente gravide di significati, ricche di acutissime, deliziose radiazioni. Come in una seconda infanzia, cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo». La poesia nasce come una nuova forma di vedere, sentire e nominare il mondo. In questa reinvenzione totale, persino nella tragedia, si fa varco la trasfigurazione: «Tutt’intorno lo schianto delle bombe e delle raffiche degli Hurricane, degli Spitfire... Me ne andavo nella colorita campagna nutrendomi di sapori, aromi, immagini; la morte non era un elemento innaturale in quel quadro; era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza attraverso la viottola». Da queste note si deducono già alcuni aspetti fondanti la poesia cattafiana: partenza dal dato reale e anzi dalla sua polpa, dal particolare del mondo, trasfigurazione della realtà, desiderio di creare un inventario, senso del tragico come parte del flusso della vita, poesia come intensa folgorazione.

Nel 1958 Mondadori pubblica la sua prima grande raccolta di poesie: Le mosche del meriggio. In questi componimenti l’autore si concentra sugli oggetti e sulla loro forza individuale. La tensione è dalla nuda descrizione superficiale all’attrazione verso un enigma profondo inciso dentro la realtà, sempre però a partire dall’oggetto, dalla figura. Lo sguardo tende a muoversi non dentro l’oggetto in sé stesso, ma dentro il suo senso metaforico, come nella poesia Domani: «Domani apriremo l’arancia / il mondo arancia nel verde domani, / si poserà la nuvola lontana / con le zampe guardinghe di colomba / sopra il tetto di tegole vecchie / sopra il tempo piovuto rugginoso». I colori – elementi di estrema concretezza visiva – assorbono la visione e la proiettano in una dimensione ulteriore rispetto a quella del concreto. La poesia cattafiana è tesa verso il mistero del reale. Nel 1964 Cattafi pubblica L’osso, l’anima, che segna la sua definitiva consacrazione poetica. Nella raccolta l’uomo è inquadrato in un vortice centripeto abissale. Niente può salvare chi gira intorno a questo vortice. Come venirne fuori? Si chiede il poeta: «E l’apertura d’ali?» (Apertura d’ali). Egli vorrebbe sciogliere il nodo dell’esistenza, arrivare all’osso. Occorre una luce che illumini «secchi e squadrati / i nostri metri di mondo» (Metri). La luminosità invocata giunge: ecco che «Comparve un esile barbaglio, / era il filo di fiamma di una torcia / o d’altro dramma che riguarda l’uomo» (ivi). La luce giunge improvvisa e non è frutto dello sforzo umano. Non è il fuoco di Prometeo. Occorre la luce d’altro fuoco per giungere all’anima del reale. Il poeta, e con lui la coscienza umana, si spinge ai confini della capacità di conoscere. C’è uno scarto, qualcosa che supera radicalmente la luce razionale della conoscenza illuministica. Il fuoco che illumina e fa vedere (e dunque conoscere) è sempre altro. La chiarezza logico-razionale è luce artificiale e artificiosa. Ciò che conta, l’unica cosa amata va sottratta a questa luminosità inutile e accecante.

Veduta di Barcellona Pozzo di Gotto.
Veduta di Barcellona Pozzo di Gotto (foto PALAZZOTTO)
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«L’anima non puoi tagliartela»

Cattafi, dopo la pubblicazione de L’osso, l’anima, vive un lungo periodo di astinenza poetica fino al 1971, quando, in un giorno di marzo, alle quattro del mattino, si sveglia e riprende a scrivere. L’anno successivo pubblica L’aria secca del fuoco, una raccolta di 362 poesie. In una delle sette sezioni in cui la raccolta si suddivide leggiamo un gruppo di poesie di grande intensità espressiva: si dipingono i fichi dell’inverno, le lumache, le olive, le api, lo scarabeo stercorario... La bellezza di questi elementi emerge magistralmente dai versi e tuttavia essa a volte cela al suo interno una dimensione di effimero, di mortale. I fichi invernali «chiusi sodi caparbi [...] / sono rossi di dentro come un tramonto / gelido senza giallo / [...] Giunti inaspettati / se ne vanno così / come son venuti / frammenti erranti / nel vuoto e nel buio / per un attimo colpiti dalla luce» (I fichi dell’inverno). Ma l’uomo, al contrario del fico, ha un’anima che lo tiene inquieto, che lo tiene tra le spine, che non gli consente di essere solo un "frammento errante". Cattafi ne sente il peso, sente la sua consistenza e sente che la questione della spiritualità dell’uomo, dell’anima, è affare serio: non puoi tagliartela, «non puoi mica mandarla sulla forca / arrotolarla nella cesta della roba sporca. / Ti arrangi ficcato tra le spine / te la tieni addosso te la piangi» (Te la piangi).

Nella quarta raccolta cattafiana, La discesa al trono, restano vivi i toni che lamentano la condizione sgomenta di un uomo «dagli occhi spalancati verso il buio» (Il buio). Nella successiva Marzo e le sue idi la speranza di una conoscenza illuministica del mondo frana del tutto. Il reale si conosce solo sulla soglia del mistero: se comprensione del mondo può esserci, essa non è risolvibile tra le pareti anguste della razionalità umana. È necessario un salto, aveva già scritto nella raccolta precedente: «Non c’è scalata / per il frutto dell’al di là / sul ramo arcuato / sul fusto spalmato di sapone / c’è il salto il volo» (Per il frutto). L’atteggiamento del poeta è dunque quello dell’attesa di una forma di rivelazione, «attesa che qualche / scatola s’apra / cateratta celeste / che il fuoco investa / terre bruciate / umidi prati» (All’oscuro di tutto). Attesa e fuoco sono le parole-chiave. Anzi «tutto è pazienza e attesa / che ribalti la pietra pasquale / il lato tombale delle cose / dall’altra parte il vero disegno / il volto luminoso / il regno il regno il regno» (Dall’altra parte). Cattafi comincia a vedere in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che continua a vedere dopo averla oltrepassata. A questo punto lo scrittore giunge a ciò che sta in fondo al reale, sollevando la pietra tombale e svelando l’altro lato della vita. Solo la poesia, forse, può cogliere queste «parole impalpabili / perdute sull’altro lato della vita».

L’allodola ottobrina

Ne L’allodola ottobrina l’enigma del mondo è dichiarato e il lato tombale ribaltato in una splendida poesia, insieme concreta, sonora e visiva, dal titolo Costrizione: «Siamo ora costretti al concreto / a una crosta di terra / a una sosta d’insetto / nel divampante segreto del papavero». In questi versi scarni quanto densi, Cattafi sembra definire la condizione umana come costrizione al concreto. La forza di questa costrizione non è da intendersi come condanna, ma come legame insuperabile e imprescindibile. La terra non è opzionale per l’uomo: è lo spazio, il luogo in cui egli deve affondare le proprie radici e la propria precarietà. Ma non basta. Subentra un’altra immagine: quella del tempo. L’uomo è costretto alla terra per la durata di una sosta d’insetto. Il tempo dell’uomo sulla terra non è né l’eternità né lo svolazzare di una farfalla o di un uccello, ma l’infimo e stordito poggiarsi di un insetto. Ma la crosta della terra e la sosta d’insetto sono circoscritti in un mistero in cui la parola del poeta affonda sonoramente la lama: il "divampante segreto del papavero". Il verso è un’esplosione perché contiene al suo interno i suoni "...pam... pa... pa". La realtà è indagata non nella dimensione della superficie, ma in quella profonda del mistero. L’enigma del mondo è tutto affidato a questa immagine rossa, aperta, solare. Non c’è contorsione o ripiegamento nella meditazione sul mondo. È questa apertura che fa approdare alla fede e alla preghiera a un Tu: «Tu che mi scorri accanto / come un’acqua fedele nel cammino / di volta in volta raddrizzi paesaggi / storte visioni / alle cose imponi / una dolce chiarezza / e l’enigma è sciolto / tutto in un filo / il cammino allungato» (Cammino).

Il fiore compare nella poesia "Costrizione".
Il fiore compare nella poesia "Costrizione" (foto AP).

Intanto Cattafi nel 1977 si riavvicina con maggior forza ed esplicitamente alla fede. Ciò lo conduce, tra l’altro, in piena consonanza con la moglie Ada che aveva sposato civilmente in Scozia nel 1967, al matrimonio religioso, celebrato il 2 gennaio 1978. Alla fine dell’aprile del 1978 Cattafi scopre di avere un tumore ai polmoni. Dedica gli ultimi suoi giorni alla definizione delle raccolte Segni e Codadigallo. Quest’ultima verrà pubblicata postuma assieme a otto ultime poesie non riviste in forma definitiva dal poeta, con il titolo complessivo di Chiromanzia d’inverno. La tensione interiore va oltre ogni metro, ogni alfabeto, come scriveva in Oltre della raccolta Segni: «L’alfa e la beta per cominciare / e va oltre / troppo oltre l’omega / l’anima inquieta. Se alpha e omega sono intesi come l’inizio e la fine, si comprende come l’anima umana non può porre confini alla sua tensione tanto che l’omega non è più limite all’inquietudine, ma solo tappa. Oltre l’omega è il titolo cui Cattafi aveva già pensato per una sua raccolta. Le ali che spingono a un volare inquieto si abbassano solo davanti a Dio: «Oh sì, non alto / abbasso le mie ali / ai Tuoi piedi mi metto / libero lieve occhi socchiusi / aspetto assorbo accetto / dall’ultimo al primo i Tuoi soprusi» (Libertà).

In una poesia composta a Cimbro nel dicembre del ’78 riconosce anzi due forme della grazia: «Quella che fa cadere a fiocchi / gelo candore oblio e quella che c’imbratta la faccia / di fiamme e fumo / che ci rammenta d’essere / schiatta di legna da ardere al buon Dio» (La Grazia).

È quest’ultima grazia che Cattafi sente forte per sé. Egli si avverte come in bilico: «Un piede di qua / e l’altro di là / tutto è lieve e smussato / pane vino / con un mezzo sapore d’eternità» (Di qua, di là). Il poeta muore il 13 marzo del 1979. Un mese prima aveva scritto: «In te in te confido / tutto ho rubato al mondo / sei il Cubo la Sfera il Centro / me ne sto tranquillo / tutto t’è stato ammonticchiato dentro» (In te).

Antonio Spadaro

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