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La teologa brasiliana
ritiene che attraverso la coniugazione del genere maschile e femminile la
Chiesa e la società possano essere arricchite e trovare soluzioni ai
gravi problemi sociali, povertà compresa. «La lotta delle donne in
America Latina è inseparabile dalla lotta dei poveri».
Quest’intervista
è stata per metà virtuale per metà reale. Ho, infatti, incontrato
Maria Clara nel febbraio scorso. Ci eravamo già viste a Bari, in
occasione di un convegno sull’identità maschile promosso dall’infaticabile
coppia Danese-Di Nicola. A Roma ci siamo riviste con più calma. Era
venuta per un incontro internazionale promosso dalla curia generalizia
della Compagnia di Gesù sul tema della collaborazione con i laici. Maria
Clara è una graziosa signora che non dimostra gli anni che ha (è nata
nel 1949 a Rio de Janeiro). Né la si direbbe madre di tre figli già
adulti. Ha un aspetto curato ed è curiosa e affabile. L’aspetto e l’atteggiarsi
la iscrivono nella classe agiata. Ma, come si legge nell’intervista,
questa sua condizione di privilegio non la rende estranea alle
problematiche riguardanti le donne del suo Paese. Anzi, nei loro confronti
ha espressioni molto commoventi. I brasiliani sono gente allegra,
ottimista. Se ciò costituisce una marcia in più, è altrettanto
importante non iscrivere nella volontà di Dio una situazione di
condizionamento ed emarginazione. Uno dei messaggi più forti consiste
proprio nell’inconciliabile dilemma da una parte di osare sperare,
sentendo Dio vicino, dall’altra lottare a fronte di un’ingiustizia che
non si può iscrivere nel suo volere.
Dal 1982 Maria Clara è docente associata dell’Università
Cattolica di Rio de Janeiro. Tra i molteplici suoi insegnamenti il
trattato di teologia fondamentale e quello di teologia della rivelazione.
Molti e diversi, poi, i corsi particolari attinenti alle diverse aree cui
si dirige la sua ricerca: teologia sistematica, teologia pastorale, etica,
teologia morale, storia della teologia, spiritualità e antropologia della
religione. All’attività accademica unisce una larga attività
professionale che la vede attiva anche al Centro Loyola de fé e cultura (Clfc)
con la funzione di direttore, al Centro João XXIII de investigação e
ação social (Cias/Ibrades), all’Ecumenical Association Of Third World
Theologians (Eatwot). Viaggia anche molto, tenendo conferenze nel suo
Paese e all’estero.
- Maria Clara, com’è che sei diventata una teologa?
«Ero una giornalista. Lavoravo a Rio de Janeiro
presso la Conferenza episcopale brasiliana nel settore dei mass-media. La
nostra Chiesa viveva un momento di grande conflittualità e insieme di
grande entusiasmo. In piena dittatura militare, i vescovi erano i soli a
levare la loro voce in difesa dei diritti umani. Era il 1975! Ho accolto l’invito
a studiare teologia. Non pensavo di cambiare lavoro. Desideravo piuttosto
dare maggior fondamento e consistenza al mio impegno nell’ambito della
comunicazione. Sono dunque andata alla Pontificia Università Cattolica (Puc)
di Rio e mi sono iscritta. La frequentavano soprattutto seminaristi, per
nulla contenti del fatto che ci fossero donne ammesse ai loro corsi. Col
tempo però si instaurò un clima di fiducia. Mi sono davvero appassionata
nello studio della teologia e ho sentito che il Signore mi chiamava
proprio a questo. Mi chiedevo soltanto come avrei potuto trovare lavoro
nell’ambito teologico. In verità il lavoro non tardò a venire, giunsi
al baccellierato, alla licenza e finalmente al dottorato, presso la
Gregoriana, a Roma nel 1989».
- Questo "finalmente" dice quanto siano
lunghi i tempi accademici. E dice pure che sono tutti in salita...
Come donna, hai trovato difficoltà aggiuntive o no?
«Non è facile essere una donna teologa.
Anzitutto perché si tratta di un campo sino a oggi quasi del tutto
occupato dagli uomini. E, a seguire, perché nella Chiesa è presente un
grande pregiudizio nei confronti della donna, vista tuttora come colei che
ha introdotto nel mondo il peccato. La donna resta seduttrice, una
minaccia al celibato».
- Ti sei, dunque, battuta contro il pregiudizio?
«Ho sempre creduto – e lo credo ancora – che
in queste questioni, come in ogni altro campo della vita ecclesiale, il
confronto diretto e violento non paga. In America Latina, poi, noi donne
abbiamo un modo d’essere assai differente da quello di quante abitano
nell’emisfero Nord. Queste ultime credono assai di più alla positività
del confronto e delle rivendicazioni dirette. Da parte mia, ho sempre
ritenuto necessario saper occupare ogni spazio vuoto che capita d’incontrare.
Per questa ragione mi sono ritrovata a insegnare alla facoltà di
teologia, a pubblicare su riviste specializzate e a guidare tesi di
licenza e di dottorato nella stessa facoltà».
- Ma le difficoltà e i pregiudizi rimangono...
«Sì. Debbo aggiungere che nel corso di questi
ultimi tempi ho sofferto molto vedendo donne davvero competenti perdere la
titolarità di corsi tenuti quasi da una ventina d’anni solo perché un
prete, fresco di dottorato, veniva a prendere il loro posto. Quando una
donna è proposta per un compito direttivo, è davvero raro che lo si
accetti... Una donna deve far fronte a non pochi conflitti per poter
esercitare la sua professione. Insomma, si avverte ancora la mancanza di
fiducia, soprattutto da parte del clero. In ogni caso, da parte degli
allievi, ho sempre riscontrato molta ricettività e reazioni positive.
Questo incoraggia a continuare una lotta che è sempre molto accanita».

Maria Clara Lucchetti Bingemer.
- Parlami, allora, del tuo percorso di ricerca...
«Sin dal principio, la mia grande passione è
stato il trattato sulla Trinità. Ho perciò scelto in quest’ambito il
tema per la licenza e poi per il dottorato. Debbo dire che in entrambi i
casi ho messo insieme anche l’altra mia grande passione: la
spiritualità ignaziana, di cui avevo fatto conoscenza ed esperienza. La
mia tesi di dottorato ha perciò avuto come tema "La Trinità in sant’Ignazio".
Da ciò ho appreso a praticare la teologia, intrecciandola strettamente
con la spiritualità. Ti dirò francamente: non credo a una teologia di
tipo razionale, che non aiuta a fare esperienza di Dio. Credo invece a una
teologia spirituale, che nasce dall’esperienza e la nutre e la sprona
alla pratica dell’amore. Il fatto, poi, di vivere in America Latina, e
in un contesto prossimo alla teologia della liberazione, mi ha costretta
anche, pensando ed elaborando la mia teologia, a non perdere la
prospettiva dei poveri e dell’opzione preferenziale per essi».
- E l’attenzione alla donna?
«Ho cominciato a riflettere e a produrre teologia
su questo tema per un percorso obbligato e similare. La lotta delle donne
in America Latina è inseparabile dalla lotta dei poveri. Sicché, a un
certo punto del mio cammino, mi sono trovata con altre compagne a
elaborare una teologia che scaturiva dalla pratica e dalla riflessione
delle donne povere, dalle comunità di base. Erano loro a fornirci quei
dati che noi, poi, avremmo elaborato e organizzato. In questo momento, pur
continuando a lavorare sulla Trinità e sulla donna, fondamentalmente
lavoro su due piste di ricerca. Da una parte studio Simone Weil, il cui
pensiero ho scoperto già da qualche anno e che mi appassiona. Ho scritto
un libro sulla sua interpretazione della violenza, mettendola a confronto
con quella di altre donne a lei contemporanee: Edith Stein, Etty Hillesum
ecc. Dall’altra porto avanti una linea di ricerca volta a promuovere il
dialogo della teologia con le altre tradizioni religiose (in particolare
con gli altri due monoteismi) e con gli altri ambiti del sapere,
soprattutto la letteratura».
- Nel tuo passato c’è un libro scritto insieme a
Ivone Gebara, una teologa molto nota anche da noi, non ultimo in
ragione delle sanzioni che ha subìto. Mi parli della vostra
collaborazione?
«È stata per me una grande esperienza. Benché
sia passato molto tempo, ricordo bene il lavoro condotto insieme a questa
donna così dotata, intelligente, profonda e sensi-bile. Una donna che
unisce il talento poetico alla serietà accademica. Il libro scritto
insieme su Maria è stato tradotto in diverse lingue. Scrivendolo, ho
appreso sulla madre del Signore molto di più di quanto non avessi appreso
sin lì. Ti dirò: ogni volta che lavoro con gruppi di donne d’estrazione
popolare – le quali, evidentemente, non hanno letto il mio libro –
constato che quelle tesi di fondo vengono fuori dalle loro labbra e dalla
loro esperienza di vita. Questo è bello. Non vedo da molto tempo Ivone.
Ha avuto non pochi problemi; ha dovuto allontanarsi dal Brasile; so che
continua a lavorare e spero di poterla incontrare di nuovo e di poter
ancora lavorare con lei».
- In una precedente intervista Lina Boff tracciava un
quadro preoccupante della situazione nelle facoltà di teologia. Si ha
spesso l’impressione che la stagione dei laici sia finita e che i
chierici ritornino a esserne gli unici fruitori e docenti.
«Ancora una diecina d’anni fa erano davvero
tanti i laici che frequentavano la facoltà di teologia e non soltanto per
approfondire la loro fede, ma anche per conseguire i gradi accademici, il
che avrebbe loro consentito successivamente anche di insegnare teologia.
Mi pare però che questo tempo sia ormai passato. Per quanto la
maggioranza dei nostri allievi siano ancora laici, si sente che per essi l’avvenire
non prospetta una Chiesa aperta ai loro talenti, alla loro solida
formazione, al loro modo differente di fare teologia. Davvero li aspettano
battaglie assai più impegnative di quelle che ha vissuto la nostra
generazione. Evidentemente per le donne la situazione è ancora più
difficile. Il processo di clericalizzazione esclude del tutto queste
"figlie di Eva" (come dice Ivone Gebara). Per questo è assai
importante che noi, le donne, avviamo un serio lavoro di ricerca per
riacqui-sire la storia e la vita delle donne che sono state
particolarmente importanti nella storia della Chiesa. Come fai tu da tanto
tempo. Come io stessa sono in procinto di fare nello studio che metterà a
confronto Simone Weil, Edith Stein ed Etty Hillesum».
- Pensi che la ricerca teologica nella prospettiva del
"genere" possa aiutare le donne, le credenti e le Chiese del
tuo Paese?
«Sì, lo credo profondamente. La teologia nella
prospettiva del "genere" aiuta a "includere" – una
parola d’ordine oggi in tutti gli ambiti del sapere e in tutte le
dimensioni della riflessione – la differenza che ci fa più umani.
Questa è una delle teologie che ha più futuro. In un Paese come il
Brasile, pieno di problemi, la teologia nella prospettiva del
"genere" può aiutare – e aiuta già – le donne dei ceti
popolari, che realizzano una nuova solidarietà con le loro sorelle
teologhe così da creare le condizioni per un futuro migliore per la
società come per la Chiesa».
- Per noi dell’emisfero Nord è difficile capire una
riflessione teologica che parta dall’esperienza e dalla pratica
delle donne emarginate. Quale pensi possa essere, per il futuro, il
contributo delle donne nell’ambito della teologia?
«La donna è già in grado di contribuire, e
molto, a una riflessione teologica più umana, perché più attenta all’affettività
e più aperta all’esperienza. La teologia tradizionale ha messo in
circolo soprattutto le esperienze di vita dei maschi. Ora, finalmente,
anche le donne mettono in circolo le loro esperienze, il loro modo di
sentire e sperimentare Dio, lo Spirito, la rivelazione. È una prospettiva
diversa che porta ricchezza alla riflessione tradizionale».
- Già negli anni Ottanta il Brasile viveva un grande
fermento sul fronte della presenza femminile nella Chiesa e nella
teologia. Vuoi aggiungere qualche notazione sugli ultimi vent’anni?
«La ricerca teologica ha dimostrato che le donne,
nella Chiesa, non possono più essere considerate come subalterne o
inferiori – il contrario apparirebbe insensato oltre che infedele alle
testimonianze del Nuovo Testamento e della tradizione più antica. Le
donne vi appaiono infatti come compagne, amiche, come soggetti attivi del
regno di Dio. Tutto ciò nel rispetto profondo per la differenza propria a
ciascuno e instaurando nuove relazioni di reciprocità (si leggano gli
studi di X. Picaza e di M.P. Aquino, ma anche di G.P. Di Nicola). Da noi
le donne, e specialmente le donne dei ceti popolari che si incontrano nei
circoli biblici, nei club e nelle Ceb, stanno mettendo in atto questa
esperienza del "nuovo" stando insieme in una maniera nuova,
compartendo problemi e speranze e stabilendo un nuovo contatto e una nuova
possibilità di interpretare la Scrittura e la parola del Vangelo. Ne
consegue il loro diventare nuovi soggetti, come afferma M.P. Aquino.
Questa nuova soggettualità non si esprime necessariamente in termini di
allargamento degli spazi istituzionali nella Chiesa come tale, né ha come
scopo la rivendicazione primaria o la conquista dei ministeri sin qui
negati alle donne quali il presbiterato o gli altri ministeri ordinati.
Passa invece da un’esperienza umana e religiosa che apre percorsi nuovi.
Osservando le donne, soprattutto quelle di estrazione popolare, questa
esperienza pare davvero rivelarsi come via di passaggio a un altro
"nuovo" che è la costruzione di uno spazio pubblico e di una
modalità nuova dell’esercizio della cittadinanza, a partire dalla
"differenza", riaffermata come prezioso e importante elemento di
tutto il processo, come reinvenzione inclusiva della propria comprensione
dei concetti di "pubblico" e "privato"».
- Immagino che tutto ciò sia stato sorretto da ipotesi
teoriche e da riscontri sul campo...
«Gli studi condotti nell’ultimo decennio ci
hanno dato gli elementi necessari perché il materiale mutuato dall’osservazione
potesse essere elaborato non nella sua nudità statistica ma come un testo
vivo che dialoga con la parola di Dio, la vive e costituisce il referente
della speranza stessa di queste donne».
- Il volto della Chiesa brasiliana è stato segnato da
iniziative importanti che hanno avuto come protagoniste le donne...
«La cristianità brasiliana ha quali attrici, per
la sua maggioranza, le donne. E, al loro interno, circa l’80% sono di
estrazione popolare, fruiscono di un basso reddito e vivono in condizione
di povertà. Per molte di queste donne, l’esperienza religiosa ed
ecclesiale si è rivelata un’autentica via di accesso all’emancipazione,
al recupero della propria dignità umana. Questo passaggio ha offerto loro
una possibilità reale e originale di accesso a maggiore coscienza sociale
e acquisizione di uno spazio pubblico. Se nella famiglia, nel mondo del
lavoro e nella società, queste donne sono state veramente oppresse e
marginalizzate, la loro partecipazione effettiva al mondo religioso ed
ecclesiale alla fine ha offerto loro anche uno spazio pubblico facendole
partecipare ai sindacati, alle associazioni di quartiere, ai movimenti
popolari e agli stessi partiti politici».
- Dunque, partecipazione ecclesiale come pratica di
emancipazione?
«Sì. L’esperienza e la pratica religiosa delle
donne delle classi popolari, la loro assunzione massiccia e maggioritaria
dei diversi servizi ecclesiali ha costituito, il più delle volte, in un
primo momento, l’unico spazio loro consentito di visibilità e
autorealizzazione fuori dai confini domestici e dalla cura familiare. Il
fatto che la Chiesa del Brasile, in molte diocesi, abbia adottato il
modello ecclesiale delle Ceb (le Comunità ecclesiali di base) accanto al
modello tradizionale di parrocchia, in cui i servizi restano saldamente
concentrati nelle mani del prete, ha consentito a molte donne di provare
le proprie capacità e potenzialità sul piano del coordinamento, della
leadership e dell’organizzazione (si leggano a tal proposito, ad
esempio, i due libri di I. Gebara (Levanta-te e anda, São Paulo,
Paulinas, 1989 e As incômodas filhas de Eva na Igreja da América
Latina, São Paulo, Paulinas, 1989)».
- Cosa caratterizza gli anni Novanta rispetto al
decennio precedente?
«Direi i servizi esercitati dalla donna. Essi
testimoniano ulteriormente la novità che si produce nella donna e a
partire da essa. Se sin lì la visibilità delle donne toccava appena i
tradizionali ministeri della catechesi o della cura della chiesa e della
casa parrocchiale o cose del genere, ora si passa a costatare come le
donne stanno dinanzi alla comunità a pieno titolo, quali veri operatori
pastorali, rispondendo in tutto del gruppo loro affidato e impegnandosi ad
articolarlo nel modo più idoneo nel suo accesso alla dignità ecclesiale.
Da ultimo, mi riferisco al settore della spiritualità, la presenza delle
donne è cresciuta in maniera rilevante. Laiche o religiose le donne si
dedicano alla predicazione di ritiri, all’accompagnamento spirituale
delle persone e alla produzione di sussidi per promuovere la qualità
della preghiera e la pratica della liturgia. Sono notevoli i frutti
prodotti da queste maestre, che aiutano tanti uomini e donne, secondo la
propria femminile percezione di Dio e la propria esperienza dello Spirito,
segnata anch’essa dal modo femminile di essere».

Nella Favela do Borel a Rio de
Janeiro (foto
GIULIANI).
«Dopo essere passate attraverso un processo tutt’altro
che facile di riscoperta di sé stesse e del loro ruolo nella comunità
teologica, molte donne frequentano, direi in numero sempre crescente, gli
istituti teologici, ottenendo i gradi accademici ed esercitando con
competenza il ministero dell’insegnamento e della ricerca. La produzione
teologica segnata dal loro cuore e dalla loro mente attinge un livello
sempre maggiore di maturità. Va detto pure che esse non lavorano soltanto
o principalmente al tema della donna, ma toccano tutti gli ambiti del
sapere teologico, studiandoli ed elaborandoli – questo sì – a partire
dalla propria visione e prospettiva femminile. Professoresse scrittrici,
pensatrici e intellettuali di peso, le donne teologhe già oggi permettono
d’affermare che la teologia in Brasile sarebbe impensabile senza il loro
contributo. Se venissero meno, verrebbe meno una parte importante della
riflessione teologica, un approccio ai problemi e un apporto che solo loro
possono dare».
- Quali sono i temi specifici a cui, in Brasile,
lavorano le donne?
«Negli anni Ottanta le teologhe hanno lavorato
soprattutto al tema specifico dell’identità e hanno ripensato dalla
prospettiva femminile tutti i grandi temi teologici e biblici. Oggi mi
pare di dover segnalare soprattutto due temi. Sono entrambi polemici e
delicati, ecclesialmente parlando, e il primo approccio a essi, all’inizio
degli anni Ottanta, fu per le donne cristiane timido e cauto. Già però
negli anni Novanta sono entrati con forza quali grandi sfide per la
teologia elaborata dalle donne. Mi riferisco ovviamente alla morale e al
tema ecclesiologico dei ministeri. Ritengo davvero fondamentale per la
riflessione teologica delle donne, il nodo circa i diritti connessi alla
riproduzione, il piacere, la maternità ecc. La sfera della sessualità è
come un immenso continente che chiede d’essere esplorato, e che ha
ricevuto nuova forza e vigore, ciò vale soprattutto per le teologhe
cattoliche, dopo l’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II. Va
sempre più facendosi evidente per le donne la sfida del pensare la
propria corporeità, la propria sessualità, la propria fecondità, alla
luce della Rivelazione cristiana e dialogando con il magistero della
Chiesa. Si tratta di un compito a cui non possono sottrarsi. E questo le
teologhe hanno già fatto e continuano a fare con coraggio e speranza».
- Lo stesso si può dire per il grande tema
ecclesiologico dei ministeri non ordinati...
«Credimi, tutte le donne coinvolte in servizi
ecclesiali sentono quotidianamente nella propria carne l’urgenza di una
riflessione e di una pratica che risponda alle aspettative del popolo di
Dio. Negli anni Ottanta le donne cominciarono effettivamente a rispondere
a una situazione di disagio, assumendo ministeri diversi in seno alle
comunità. Negli anni Novanta si è continuato ad approfondire questa
pista, producendo percorsi fecondi, tuttavia non sempre facili. È
importante allargare lo spettro delle conquiste, già compiute o
fattibili, che mostrano via via come la donna cristiana sia obbligata a
percorsi nei quali lo spazio ecclesiale è condizione del suo passaggio
dall’invisibilità del privato alla visibilità del pubblico».
- Quest’ultimo problema mette l’accento sul fatto
ecclesiale. Cosa pensi della situazione attuale e cosa ci si può
augurare per il futuro?
«Questo pontificato che è segnato dalla figura
molto carismatica di Giovanni Paolo II registra anche, mi pare, la crisi
più profonda che la Chiesa abbia mai vissuto. Tuttavia sono persuasa che
stiamo vivendo un momento di grande ricchezza. Proprio in questo contesto
possiamo infatti ripensare (e rielaborare) certe realtà che sembrerebbero
definitivamente dissolte. Non si possono davvero riciclare certe
esperienze passate. Occorre rivisitarle in maniera del tutto nuova».
- Ti riferisci a qualche realtà in particolare?
«Sì. Tutto quanto tocca l’esperienza di Dio, l’esperienza
religiosa e spirituale, in dialogo con la secolarità e con l’esperienza
delle altre tradizioni, deve costituire la priorità fondamentale della
Chiesa in questo nuovo millennio. Occorre integrare le differenze e
immaginare, insieme a quelli che sono diversi da noi, le strategie idonee
per costruire un mondo più giusto, più pacifico, più umano e così più
divino... Occorre costruire un modello nuovo di comunità ecclesiale, più
attento alle persone, meno massificante, più fondato sui laici e sulle
donne; in modo, insomma, da lasciarsi alle spalle la contrapposizione di
chierici e laici, per aprirsi piuttosto alla tensione feconda tra
comunità e ministeri. La donna ha molto da fare al suo interno. Né va
dimenticato che l’attenzione all’ecologia oggi assume un posto
rilevante nella riflessione teologica. Il legame della donna con la terra
è prezioso. Le donne possono aiutare a promuovere una teologia e una
Chiesa che siano amiche e alleate della terra e della vita in tutte le sue
espressioni».
- Cosa pensi della situazione politica internazionale?
Le donne possono dare un loro contributo?
«Il quadro è veramente drammatico a causa dell’ingiustizia
e della povertà crescenti, e, vorrei aggiungere, soprattutto a causa
della violenza che minaccia più che mai l’umanità e il pianeta. Penso
che, in questo momento della storia, la donna, vittima millenaria di ogni
forma di violenza, può contribuire a promuovere iniziative di non
violenza. Soprattutto la donna teologa, a mio parere, ha un ruolo davvero
importante in un momento in cui la religione è utilizzata per legittimare
la violenza. Questa contraddizione dev’essere smascherata con coraggio e
con dolcezza. Sono persuasa che il ruolo della donna, nella sua alleanza
con le radici della vita, è cruciale in un mondo e in una società in cui
la morte pare aver vinto la partita».
- Se dovessi tracciare un bilancio, guardando alle tue
sorelle più emarginate, in che cosa ti pare di poter cogliere novità
e speranza?
«Non meravigliarti se sottolineo quello che mi
pare davvero un elemento caratteristico che segnerà profondamente il
futuro della società e della Chiesa. Queste donne sanno valutare il loro
quotidiano, molte volte duro e insieme disincantato, in chiave di speranza
e di confidenza. Per esse la vita e il mondo non si presentano come una
potenza distruttiva e minacciosa, ma al contrario, sono ricchi di
possibilità di vivere e costruire qualcosa che è maggiore e migliore di
quanto è stato sin lì fatto e vissuto. Questo sentire emerge già nella
coscienza – ancora molte volte bisognosa di percorsi di chiarificazione
– che l’oppressione di cui molte volte le donne sono vittime, a casa e
nella società, non è iscritta nella volontà di Dio. Dio per esse è
Qualcuno di cui fanno esperienza positiva. È Qualcuno che chiede loro di
trasformarsi e che in verità le trasforma profondamente. Sostenute dalla
fede in questo Dio – che spesso costituisce il loro unico punto d’appoggio
e la loro unica possibilità di futuro – esse proseguono in maniera
propria e originale (non sino in fondo percepibile a noi e agli altri
osservatori della loro lotta e del loro coraggio) nella difficile
battaglia che le renderà alla fine davvero visibili e protagoniste, oltre
l’angustia del domestico anche nella sfera pubblica».
Cettina Militello
| Una notevole produzione
SPIRITUALITÀ IGNAZIANA,
MISTICA E POLITICA
È difficile dar
conto delle innumerevoli pubblicazioni di Maria Clara Lucchetti Bingemer.
La sua bibliografia distingue i saggi connessi a convegni (sono più di
20), articoli apparsi su riviste scientifiche (una novantina), saggi
contenuti in opere collettive, volumi collettivi relativi a congressi da
lei organizzati, articoli apparsi su giornali e riviste non
scientifiche... Segnaliamo solo i saggi interamente suoi (o curati da
lei): A identidade crística. Reflexão sobre vocação, identidade e
missão dos leigos, São Paulo: Loyola, 1998, v. 2000, pp. 187; A
Igreja e os intelectuais: contribuição para a construção da
sociedade, Bauru, Sp. Edusc, 1998, v. 1000, pp. 82; A Igreja e os
intelectuais: contribuição para a construção da sociedade, Bauru,
Edusc, 1998, v. 1000, pp. 87; ODeus de Jesus Cristo e dos cristãos,
1a ed. Rio de Janeiro, Puc-Rio, 1998, v. 1000, pp. 120; (con Bartholo
jr. e Roberto dos Santos), Exemplaridade etica e santitade, São
Paulo: Loyola, 1997, pp. 180; (curato con F. Ivern), Jesuitas e
leigos. Servidores da missão de Cristo, São Paulo, Sp. Loyola,
1997, pp. 73; Nucleo tematico 2: Encontro com Deus que se revela,
Rio de Janeiro: Puc-Rio, 1997, pp. 47; (con Bartholo jr. e Roberto dos
Santos), Exemplaridade etica e santitade, São Paulo: Loyola,
1996, pp. 180; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Exemplaridade
etica e santidade, São Paulo, Sp. Loyola, 1996, pp. 215; (a cura), Violencia
crime e castigo, São Paulo: Loyola, 1996, pp. 213; (con F. Ivern), Doutrina
social da Igreja e teologia da libertacao, São Paulo: Loyola, 1994,
pp. 315; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Mistica e politica,
São Paulo: Loyola, 1994, pp. 225; (con Bartholo jr. e Roberto dos
Santos), Mistica e politica, São Paulo: Loyola, 1994, pp. 192;
(con M.L. Brandao), Muhler e relacoes de genero, São Paulo:
Loyola, 1994, pp. 243; (con M.L. Brandao), Mulher e relacoes de
gene-ro, São Paulo, Sp. Loyola, 1994, pp. 185; Alteridade e
vulnerabilidade. Experiencia de Deus e pluralismo religioso no moderno
em crise, São Paulo: Loyola, 1993, v. 2000, pp. 102; (a cura) As
letras e o Espirito: Espiritualidade inaciana e cultura moderna,
São Paulo: Loyola, 1993, pp. 189; (a cura), CVX: Leigos vivendo o
carisma inaciano, São Paulo: Loyola, 1992, pp. 189; O impacto da
modernidade sobre a religiao, São Paulo: Loyola, 1992, pp. 278; O
segredo feminino do misterio, Petropolis, Rj: Vozes, 1991, v. 2000,
pp. 157; Em tudo amar e servir. Mistica trinitária e praxis cristã
em Santo Inácio de Loyola, São Paulo: Loyola, 1990, v. 2000, pp.
450; (curato) O lugar da mulher. São Paulo: Loyola, 1990, pp.
85; O misterio de Deus na mulher, Petropolis: Vozes-Iser, 1990,
pp. 156; (con Ivone Gebara), Maria, Mãe de Deus e Mãe dos pobres. 6.
Petropolis, Rj: Vozes, 1987, v. 15000, pp. 187 (pubblicato in Italia da
Cittadella); (con J.B. Libanio), Escatologia cristã, Petropolis:
Vozes, 985, pp. 214 (pubblicato in Italia da Cittadella).
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Segue: «Lavoriamo in due per la
Chiesa che amiamo»
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