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DONNE E TEOLOGIA: INTERVISTA A MARIA CLARA LUCCHETTI BINGEMER

È la differenza che ci fa più umani

di CETTINA MILITELLO
    

   Vita Pastorale n. 7 luglio 2002 - Home Page

La teologa brasiliana ritiene che attraverso la coniugazione del genere maschile e femminile la Chiesa e la società possano essere arricchite e trovare soluzioni ai gravi problemi sociali, povertà compresa. «La lotta delle donne in America Latina è inseparabile dalla lotta dei poveri».

Quest’intervista è stata per metà virtuale per metà reale. Ho, infatti, incontrato Maria Clara nel febbraio scorso. Ci eravamo già viste a Bari, in occasione di un convegno sull’identità maschile promosso dall’infaticabile coppia Danese-Di Nicola. A Roma ci siamo riviste con più calma. Era venuta per un incontro internazionale promosso dalla curia generalizia della Compagnia di Gesù sul tema della collaborazione con i laici. Maria Clara è una graziosa signora che non dimostra gli anni che ha (è nata nel 1949 a Rio de Janeiro). Né la si direbbe madre di tre figli già adulti. Ha un aspetto curato ed è curiosa e affabile. L’aspetto e l’atteggiarsi la iscrivono nella classe agiata. Ma, come si legge nell’intervista, questa sua condizione di privilegio non la rende estranea alle problematiche riguardanti le donne del suo Paese. Anzi, nei loro confronti ha espressioni molto commoventi. I brasiliani sono gente allegra, ottimista. Se ciò costituisce una marcia in più, è altrettanto importante non iscrivere nella volontà di Dio una situazione di condizionamento ed emarginazione. Uno dei messaggi più forti consiste proprio nell’inconciliabile dilemma da una parte di osare sperare, sentendo Dio vicino, dall’altra lottare a fronte di un’ingiustizia che non si può iscrivere nel suo volere.

Dal 1982 Maria Clara è docente associata dell’Università Cattolica di Rio de Janeiro. Tra i molteplici suoi insegnamenti il trattato di teologia fondamentale e quello di teologia della rivelazione. Molti e diversi, poi, i corsi particolari attinenti alle diverse aree cui si dirige la sua ricerca: teologia sistematica, teologia pastorale, etica, teologia morale, storia della teologia, spiritualità e antropologia della religione. All’attività accademica unisce una larga attività professionale che la vede attiva anche al Centro Loyola de fé e cultura (Clfc) con la funzione di direttore, al Centro João XXIII de investigação e ação social (Cias/Ibrades), all’Ecumenical Association Of Third World Theologians (Eatwot). Viaggia anche molto, tenendo conferenze nel suo Paese e all’estero.

  • Maria Clara, com’è che sei diventata una teologa?

«Ero una giornalista. Lavoravo a Rio de Janeiro presso la Conferenza episcopale brasiliana nel settore dei mass-media. La nostra Chiesa viveva un momento di grande conflittualità e insieme di grande entusiasmo. In piena dittatura militare, i vescovi erano i soli a levare la loro voce in difesa dei diritti umani. Era il 1975! Ho accolto l’invito a studiare teologia. Non pensavo di cambiare lavoro. Desideravo piuttosto dare maggior fondamento e consistenza al mio impegno nell’ambito della comunicazione. Sono dunque andata alla Pontificia Università Cattolica (Puc) di Rio e mi sono iscritta. La frequentavano soprattutto seminaristi, per nulla contenti del fatto che ci fossero donne ammesse ai loro corsi. Col tempo però si instaurò un clima di fiducia. Mi sono davvero appassionata nello studio della teologia e ho sentito che il Signore mi chiamava proprio a questo. Mi chiedevo soltanto come avrei potuto trovare lavoro nell’ambito teologico. In verità il lavoro non tardò a venire, giunsi al baccellierato, alla licenza e finalmente al dottorato, presso la Gregoriana, a Roma nel 1989».

  • Questo "finalmente" dice quanto siano lunghi i tempi accademici. E dice pure che sono tutti in salita... Come donna, hai trovato difficoltà aggiuntive o no?

«Non è facile essere una donna teologa. Anzitutto perché si tratta di un campo sino a oggi quasi del tutto occupato dagli uomini. E, a seguire, perché nella Chiesa è presente un grande pregiudizio nei confronti della donna, vista tuttora come colei che ha introdotto nel mondo il peccato. La donna resta seduttrice, una minaccia al celibato».

  • Ti sei, dunque, battuta contro il pregiudizio?

«Ho sempre creduto – e lo credo ancora – che in queste questioni, come in ogni altro campo della vita ecclesiale, il confronto diretto e violento non paga. In America Latina, poi, noi donne abbiamo un modo d’essere assai differente da quello di quante abitano nell’emisfero Nord. Queste ultime credono assai di più alla positività del confronto e delle rivendicazioni dirette. Da parte mia, ho sempre ritenuto necessario saper occupare ogni spazio vuoto che capita d’incontrare. Per questa ragione mi sono ritrovata a insegnare alla facoltà di teologia, a pubblicare su riviste specializzate e a guidare tesi di licenza e di dottorato nella stessa facoltà».

  • Ma le difficoltà e i pregiudizi rimangono...

«Sì. Debbo aggiungere che nel corso di questi ultimi tempi ho sofferto molto vedendo donne davvero competenti perdere la titolarità di corsi tenuti quasi da una ventina d’anni solo perché un prete, fresco di dottorato, veniva a prendere il loro posto. Quando una donna è proposta per un compito direttivo, è davvero raro che lo si accetti... Una donna deve far fronte a non pochi conflitti per poter esercitare la sua professione. Insomma, si avverte ancora la mancanza di fiducia, soprattutto da parte del clero. In ogni caso, da parte degli allievi, ho sempre riscontrato molta ricettività e reazioni positive. Questo incoraggia a continuare una lotta che è sempre molto accanita».

Maria Clara Lucchetti Bingemer.
Maria Clara Lucchetti Bingemer.

  • Parlami, allora, del tuo percorso di ricerca...

«Sin dal principio, la mia grande passione è stato il trattato sulla Trinità. Ho perciò scelto in quest’ambito il tema per la licenza e poi per il dottorato. Debbo dire che in entrambi i casi ho messo insieme anche l’altra mia grande passione: la spiritualità ignaziana, di cui avevo fatto conoscenza ed esperienza. La mia tesi di dottorato ha perciò avuto come tema "La Trinità in sant’Ignazio". Da ciò ho appreso a praticare la teologia, intrecciandola strettamente con la spiritualità. Ti dirò francamente: non credo a una teologia di tipo razionale, che non aiuta a fare esperienza di Dio. Credo invece a una teologia spirituale, che nasce dall’esperienza e la nutre e la sprona alla pratica dell’amore. Il fatto, poi, di vivere in America Latina, e in un contesto prossimo alla teologia della liberazione, mi ha costretta anche, pensando ed elaborando la mia teologia, a non perdere la prospettiva dei poveri e dell’opzione preferenziale per essi».

  • E l’attenzione alla donna?

«Ho cominciato a riflettere e a produrre teologia su questo tema per un percorso obbligato e similare. La lotta delle donne in America Latina è inseparabile dalla lotta dei poveri. Sicché, a un certo punto del mio cammino, mi sono trovata con altre compagne a elaborare una teologia che scaturiva dalla pratica e dalla riflessione delle donne povere, dalle comunità di base. Erano loro a fornirci quei dati che noi, poi, avremmo elaborato e organizzato. In questo momento, pur continuando a lavorare sulla Trinità e sulla donna, fondamentalmente lavoro su due piste di ricerca. Da una parte studio Simone Weil, il cui pensiero ho scoperto già da qualche anno e che mi appassiona. Ho scritto un libro sulla sua interpretazione della violenza, mettendola a confronto con quella di altre donne a lei contemporanee: Edith Stein, Etty Hillesum ecc. Dall’altra porto avanti una linea di ricerca volta a promuovere il dialogo della teologia con le altre tradizioni religiose (in particolare con gli altri due monoteismi) e con gli altri ambiti del sapere, soprattutto la letteratura».

  • Nel tuo passato c’è un libro scritto insieme a Ivone Gebara, una teologa molto nota anche da noi, non ultimo in ragione delle sanzioni che ha subìto. Mi parli della vostra collaborazione?

«È stata per me una grande esperienza. Benché sia passato molto tempo, ricordo bene il lavoro condotto insieme a questa donna così dotata, intelligente, profonda e sensi-bile. Una donna che unisce il talento poetico alla serietà accademica. Il libro scritto insieme su Maria è stato tradotto in diverse lingue. Scrivendolo, ho appreso sulla madre del Signore molto di più di quanto non avessi appreso sin lì. Ti dirò: ogni volta che lavoro con gruppi di donne d’estrazione popolare – le quali, evidentemente, non hanno letto il mio libro – constato che quelle tesi di fondo vengono fuori dalle loro labbra e dalla loro esperienza di vita. Questo è bello. Non vedo da molto tempo Ivone. Ha avuto non pochi problemi; ha dovuto allontanarsi dal Brasile; so che continua a lavorare e spero di poterla incontrare di nuovo e di poter ancora lavorare con lei».

  • In una precedente intervista Lina Boff tracciava un quadro preoccupante della situazione nelle facoltà di teologia. Si ha spesso l’impressione che la stagione dei laici sia finita e che i chierici ritornino a esserne gli unici fruitori e docenti.

«Ancora una diecina d’anni fa erano davvero tanti i laici che frequentavano la facoltà di teologia e non soltanto per approfondire la loro fede, ma anche per conseguire i gradi accademici, il che avrebbe loro consentito successivamente anche di insegnare teologia. Mi pare però che questo tempo sia ormai passato. Per quanto la maggioranza dei nostri allievi siano ancora laici, si sente che per essi l’avvenire non prospetta una Chiesa aperta ai loro talenti, alla loro solida formazione, al loro modo differente di fare teologia. Davvero li aspettano battaglie assai più impegnative di quelle che ha vissuto la nostra generazione. Evidentemente per le donne la situazione è ancora più difficile. Il processo di clericalizzazione esclude del tutto queste "figlie di Eva" (come dice Ivone Gebara). Per questo è assai importante che noi, le donne, avviamo un serio lavoro di ricerca per riacqui-sire la storia e la vita delle donne che sono state particolarmente importanti nella storia della Chiesa. Come fai tu da tanto tempo. Come io stessa sono in procinto di fare nello studio che metterà a confronto Simone Weil, Edith Stein ed Etty Hillesum».

  • Pensi che la ricerca teologica nella prospettiva del "genere" possa aiutare le donne, le credenti e le Chiese del tuo Paese?

«Sì, lo credo profondamente. La teologia nella prospettiva del "genere" aiuta a "includere" – una parola d’ordine oggi in tutti gli ambiti del sapere e in tutte le dimensioni della riflessione – la differenza che ci fa più umani. Questa è una delle teologie che ha più futuro. In un Paese come il Brasile, pieno di problemi, la teologia nella prospettiva del "genere" può aiutare – e aiuta già – le donne dei ceti popolari, che realizzano una nuova solidarietà con le loro sorelle teologhe così da creare le condizioni per un futuro migliore per la società come per la Chiesa».

  • Per noi dell’emisfero Nord è difficile capire una riflessione teologica che parta dall’esperienza e dalla pratica delle donne emarginate. Quale pensi possa essere, per il futuro, il contributo delle donne nell’ambito della teologia?

«La donna è già in grado di contribuire, e molto, a una riflessione teologica più umana, perché più attenta all’affettività e più aperta all’esperienza. La teologia tradizionale ha messo in circolo soprattutto le esperienze di vita dei maschi. Ora, finalmente, anche le donne mettono in circolo le loro esperienze, il loro modo di sentire e sperimentare Dio, lo Spirito, la rivelazione. È una prospettiva diversa che porta ricchezza alla riflessione tradizionale».

  • Già negli anni Ottanta il Brasile viveva un grande fermento sul fronte della presenza femminile nella Chiesa e nella teologia. Vuoi aggiungere qualche notazione sugli ultimi vent’anni?

«La ricerca teologica ha dimostrato che le donne, nella Chiesa, non possono più essere considerate come subalterne o inferiori – il contrario apparirebbe insensato oltre che infedele alle testimonianze del Nuovo Testamento e della tradizione più antica. Le donne vi appaiono infatti come compagne, amiche, come soggetti attivi del regno di Dio. Tutto ciò nel rispetto profondo per la differenza propria a ciascuno e instaurando nuove relazioni di reciprocità (si leggano gli studi di X. Picaza e di M.P. Aquino, ma anche di G.P. Di Nicola). Da noi le donne, e specialmente le donne dei ceti popolari che si incontrano nei circoli biblici, nei club e nelle Ceb, stanno mettendo in atto questa esperienza del "nuovo" stando insieme in una maniera nuova, compartendo problemi e speranze e stabilendo un nuovo contatto e una nuova possibilità di interpretare la Scrittura e la parola del Vangelo. Ne consegue il loro diventare nuovi soggetti, come afferma M.P. Aquino. Questa nuova soggettualità non si esprime necessariamente in termini di allargamento degli spazi istituzionali nella Chiesa come tale, né ha come scopo la rivendicazione primaria o la conquista dei ministeri sin qui negati alle donne quali il presbiterato o gli altri ministeri ordinati. Passa invece da un’esperienza umana e religiosa che apre percorsi nuovi. Osservando le donne, soprattutto quelle di estrazione popolare, questa esperienza pare davvero rivelarsi come via di passaggio a un altro "nuovo" che è la costruzione di uno spazio pubblico e di una modalità nuova dell’esercizio della cittadinanza, a partire dalla "differenza", riaffermata come prezioso e importante elemento di tutto il processo, come reinvenzione inclusiva della propria comprensione dei concetti di "pubblico" e "privato"».

  • Immagino che tutto ciò sia stato sorretto da ipotesi teoriche e da riscontri sul campo...

«Gli studi condotti nell’ultimo decennio ci hanno dato gli elementi necessari perché il materiale mutuato dall’osservazione potesse essere elaborato non nella sua nudità statistica ma come un testo vivo che dialoga con la parola di Dio, la vive e costituisce il referente della speranza stessa di queste donne».

  • Il volto della Chiesa brasiliana è stato segnato da iniziative importanti che hanno avuto come protagoniste le donne...

«La cristianità brasiliana ha quali attrici, per la sua maggioranza, le donne. E, al loro interno, circa l’80% sono di estrazione popolare, fruiscono di un basso reddito e vivono in condizione di povertà. Per molte di queste donne, l’esperienza religiosa ed ecclesiale si è rivelata un’autentica via di accesso all’emancipazione, al recupero della propria dignità umana. Questo passaggio ha offerto loro una possibilità reale e originale di accesso a maggiore coscienza sociale e acquisizione di uno spazio pubblico. Se nella famiglia, nel mondo del lavoro e nella società, queste donne sono state veramente oppresse e marginalizzate, la loro partecipazione effettiva al mondo religioso ed ecclesiale alla fine ha offerto loro anche uno spazio pubblico facendole partecipare ai sindacati, alle associazioni di quartiere, ai movimenti popolari e agli stessi partiti politici».

  • Dunque, partecipazione ecclesiale come pratica di emancipazione?

«Sì. L’esperienza e la pratica religiosa delle donne delle classi popolari, la loro assunzione massiccia e maggioritaria dei diversi servizi ecclesiali ha costituito, il più delle volte, in un primo momento, l’unico spazio loro consentito di visibilità e autorealizzazione fuori dai confini domestici e dalla cura familiare. Il fatto che la Chiesa del Brasile, in molte diocesi, abbia adottato il modello ecclesiale delle Ceb (le Comunità ecclesiali di base) accanto al modello tradizionale di parrocchia, in cui i servizi restano saldamente concentrati nelle mani del prete, ha consentito a molte donne di provare le proprie capacità e potenzialità sul piano del coordinamento, della leadership e dell’organizzazione (si leggano a tal proposito, ad esempio, i due libri di I. Gebara (Levanta-te e anda, São Paulo, Paulinas, 1989 e As incômodas filhas de Eva na Igreja da América Latina, São Paulo, Paulinas, 1989)».

  • Cosa caratterizza gli anni Novanta rispetto al decennio precedente?

«Direi i servizi esercitati dalla donna. Essi testimoniano ulteriormente la novità che si produce nella donna e a partire da essa. Se sin lì la visibilità delle donne toccava appena i tradizionali ministeri della catechesi o della cura della chiesa e della casa parrocchiale o cose del genere, ora si passa a costatare come le donne stanno dinanzi alla comunità a pieno titolo, quali veri operatori pastorali, rispondendo in tutto del gruppo loro affidato e impegnandosi ad articolarlo nel modo più idoneo nel suo accesso alla dignità ecclesiale. Da ultimo, mi riferisco al settore della spiritualità, la presenza delle donne è cresciuta in maniera rilevante. Laiche o religiose le donne si dedicano alla predicazione di ritiri, all’accompagnamento spirituale delle persone e alla produzione di sussidi per promuovere la qualità della preghiera e la pratica della liturgia. Sono notevoli i frutti prodotti da queste maestre, che aiutano tanti uomini e donne, secondo la propria femminile percezione di Dio e la propria esperienza dello Spirito, segnata anch’essa dal modo femminile di essere».

Nella Favela do Borel a Rio de Janeiro.
Nella Favela do Borel a Rio de Janeiro (foto
GIULIANI).

  • E le teologhe?

«Dopo essere passate attraverso un processo tutt’altro che facile di riscoperta di sé stesse e del loro ruolo nella comunità teologica, molte donne frequentano, direi in numero sempre crescente, gli istituti teologici, ottenendo i gradi accademici ed esercitando con competenza il ministero dell’insegnamento e della ricerca. La produzione teologica segnata dal loro cuore e dalla loro mente attinge un livello sempre maggiore di maturità. Va detto pure che esse non lavorano soltanto o principalmente al tema della donna, ma toccano tutti gli ambiti del sapere teologico, studiandoli ed elaborandoli – questo sì – a partire dalla propria visione e prospettiva femminile. Professoresse scrittrici, pensatrici e intellettuali di peso, le donne teologhe già oggi permettono d’affermare che la teologia in Brasile sarebbe impensabile senza il loro contributo. Se venissero meno, verrebbe meno una parte importante della riflessione teologica, un approccio ai problemi e un apporto che solo loro possono dare».

  • Quali sono i temi specifici a cui, in Brasile, lavorano le donne?

«Negli anni Ottanta le teologhe hanno lavorato soprattutto al tema specifico dell’identità e hanno ripensato dalla prospettiva femminile tutti i grandi temi teologici e biblici. Oggi mi pare di dover segnalare soprattutto due temi. Sono entrambi polemici e delicati, ecclesialmente parlando, e il primo approccio a essi, all’inizio degli anni Ottanta, fu per le donne cristiane timido e cauto. Già però negli anni Novanta sono entrati con forza quali grandi sfide per la teologia elaborata dalle donne. Mi riferisco ovviamente alla morale e al tema ecclesiologico dei ministeri. Ritengo davvero fondamentale per la riflessione teologica delle donne, il nodo circa i diritti connessi alla riproduzione, il piacere, la maternità ecc. La sfera della sessualità è come un immenso continente che chiede d’essere esplorato, e che ha ricevuto nuova forza e vigore, ciò vale soprattutto per le teologhe cattoliche, dopo l’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II. Va sempre più facendosi evidente per le donne la sfida del pensare la propria corporeità, la propria sessualità, la propria fecondità, alla luce della Rivelazione cristiana e dialogando con il magistero della Chiesa. Si tratta di un compito a cui non possono sottrarsi. E questo le teologhe hanno già fatto e continuano a fare con coraggio e speranza».

  • Lo stesso si può dire per il grande tema ecclesiologico dei ministeri non ordinati...

«Credimi, tutte le donne coinvolte in servizi ecclesiali sentono quotidianamente nella propria carne l’urgenza di una riflessione e di una pratica che risponda alle aspettative del popolo di Dio. Negli anni Ottanta le donne cominciarono effettivamente a rispondere a una situazione di disagio, assumendo ministeri diversi in seno alle comunità. Negli anni Novanta si è continuato ad approfondire questa pista, producendo percorsi fecondi, tuttavia non sempre facili. È importante allargare lo spettro delle conquiste, già compiute o fattibili, che mostrano via via come la donna cristiana sia obbligata a percorsi nei quali lo spazio ecclesiale è condizione del suo passaggio dall’invisibilità del privato alla visibilità del pubblico».

  • Quest’ultimo problema mette l’accento sul fatto ecclesiale. Cosa pensi della situazione attuale e cosa ci si può augurare per il futuro?

«Questo pontificato che è segnato dalla figura molto carismatica di Giovanni Paolo II registra anche, mi pare, la crisi più profonda che la Chiesa abbia mai vissuto. Tuttavia sono persuasa che stiamo vivendo un momento di grande ricchezza. Proprio in questo contesto possiamo infatti ripensare (e rielaborare) certe realtà che sembrerebbero definitivamente dissolte. Non si possono davvero riciclare certe esperienze passate. Occorre rivisitarle in maniera del tutto nuova».

  • Ti riferisci a qualche realtà in particolare?

«Sì. Tutto quanto tocca l’esperienza di Dio, l’esperienza religiosa e spirituale, in dialogo con la secolarità e con l’esperienza delle altre tradizioni, deve costituire la priorità fondamentale della Chiesa in questo nuovo millennio. Occorre integrare le differenze e immaginare, insieme a quelli che sono diversi da noi, le strategie idonee per costruire un mondo più giusto, più pacifico, più umano e così più divino... Occorre costruire un modello nuovo di comunità ecclesiale, più attento alle persone, meno massificante, più fondato sui laici e sulle donne; in modo, insomma, da lasciarsi alle spalle la contrapposizione di chierici e laici, per aprirsi piuttosto alla tensione feconda tra comunità e ministeri. La donna ha molto da fare al suo interno. Né va dimenticato che l’attenzione all’ecologia oggi assume un posto rilevante nella riflessione teologica. Il legame della donna con la terra è prezioso. Le donne possono aiutare a promuovere una teologia e una Chiesa che siano amiche e alleate della terra e della vita in tutte le sue espressioni».

  • Cosa pensi della situazione politica internazionale? Le donne possono dare un loro contributo?

«Il quadro è veramente drammatico a causa dell’ingiustizia e della povertà crescenti, e, vorrei aggiungere, soprattutto a causa della violenza che minaccia più che mai l’umanità e il pianeta. Penso che, in questo momento della storia, la donna, vittima millenaria di ogni forma di violenza, può contribuire a promuovere iniziative di non violenza. Soprattutto la donna teologa, a mio parere, ha un ruolo davvero importante in un momento in cui la religione è utilizzata per legittimare la violenza. Questa contraddizione dev’essere smascherata con coraggio e con dolcezza. Sono persuasa che il ruolo della donna, nella sua alleanza con le radici della vita, è cruciale in un mondo e in una società in cui la morte pare aver vinto la partita».

  • Se dovessi tracciare un bilancio, guardando alle tue sorelle più emarginate, in che cosa ti pare di poter cogliere novità e speranza?

«Non meravigliarti se sottolineo quello che mi pare davvero un elemento caratteristico che segnerà profondamente il futuro della società e della Chiesa. Queste donne sanno valutare il loro quotidiano, molte volte duro e insieme disincantato, in chiave di speranza e di confidenza. Per esse la vita e il mondo non si presentano come una potenza distruttiva e minacciosa, ma al contrario, sono ricchi di possibilità di vivere e costruire qualcosa che è maggiore e migliore di quanto è stato sin lì fatto e vissuto. Questo sentire emerge già nella coscienza – ancora molte volte bisognosa di percorsi di chiarificazione – che l’oppressione di cui molte volte le donne sono vittime, a casa e nella società, non è iscritta nella volontà di Dio. Dio per esse è Qualcuno di cui fanno esperienza positiva. È Qualcuno che chiede loro di trasformarsi e che in verità le trasforma profondamente. Sostenute dalla fede in questo Dio – che spesso costituisce il loro unico punto d’appoggio e la loro unica possibilità di futuro – esse proseguono in maniera propria e originale (non sino in fondo percepibile a noi e agli altri osservatori della loro lotta e del loro coraggio) nella difficile battaglia che le renderà alla fine davvero visibili e protagoniste, oltre l’angustia del domestico anche nella sfera pubblica».

Cettina Militello

     

Una notevole produzione

SPIRITUALITÀ IGNAZIANA, MISTICA E POLITICA

È difficile dar conto delle innumerevoli pubblicazioni di Maria Clara Lucchetti Bingemer. La sua bibliografia distingue i saggi connessi a convegni (sono più di 20), articoli apparsi su riviste scientifiche (una novantina), saggi contenuti in opere collettive, volumi collettivi relativi a congressi da lei organizzati, articoli apparsi su giornali e riviste non scientifiche... Segnaliamo solo i saggi interamente suoi (o curati da lei): A identidade crística. Reflexão sobre vocação, identidade e missão dos leigos, São Paulo: Loyola, 1998, v. 2000, pp. 187; A Igreja e os intelectuais: contribuição para a construção da sociedade, Bauru, Sp. Edusc, 1998, v. 1000, pp. 82; A Igreja e os intelectuais: contribuição para a construção da sociedade, Bauru, Edusc, 1998, v. 1000, pp. 87; ODeus de Jesus Cristo e dos cristãos, 1a ed. Rio de Janeiro, Puc-Rio, 1998, v. 1000, pp. 120; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Exemplaridade etica e santitade, São Paulo: Loyola, 1997, pp. 180; (curato con F. Ivern), Jesuitas e leigos. Servidores da missão de Cristo, São Paulo, Sp. Loyola, 1997, pp. 73; Nucleo tematico 2: Encontro com Deus que se revela, Rio de Janeiro: Puc-Rio, 1997, pp. 47; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Exemplaridade etica e santitade, São Paulo: Loyola, 1996, pp. 180; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Exemplaridade etica e santidade, São Paulo, Sp. Loyola, 1996, pp. 215; (a cura), Violencia crime e castigo, São Paulo: Loyola, 1996, pp. 213; (con F. Ivern), Doutrina social da Igreja e teologia da libertacao, São Paulo: Loyola, 1994, pp. 315; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Mistica e politica, São Paulo: Loyola, 1994, pp. 225; (con Bartholo jr. e Roberto dos Santos), Mistica e politica, São Paulo: Loyola, 1994, pp. 192; (con M.L. Brandao), Muhler e relacoes de genero, São Paulo: Loyola, 1994, pp. 243; (con M.L. Brandao), Mulher e relacoes de gene-ro, São Paulo, Sp. Loyola, 1994, pp. 185; Alteridade e vulnerabilidade. Experiencia de Deus e pluralismo religioso no moderno em crise, São Paulo: Loyola, 1993, v. 2000, pp. 102; (a cura) As letras e o Espirito: Espiritualidade inaciana e cultura moderna, São Paulo: Loyola, 1993, pp. 189; (a cura), CVX: Leigos vivendo o carisma inaciano, São Paulo: Loyola, 1992, pp. 189; O impacto da modernidade sobre a religiao, São Paulo: Loyola, 1992, pp. 278; O segredo feminino do misterio, Petropolis, Rj: Vozes, 1991, v. 2000, pp. 157; Em tudo amar e servir. Mistica trinitária e praxis cristã em Santo Inácio de Loyola, São Paulo: Loyola, 1990, v. 2000, pp. 450; (curato) O lugar da mulher. São Paulo: Loyola, 1990, pp. 85; O misterio de Deus na mulher, Petropolis: Vozes-Iser, 1990, pp. 156; (con Ivone Gebara), Maria, Mãe de Deus e Mãe dos pobres. 6. Petropolis, Rj: Vozes, 1987, v. 15000, pp. 187 (pubblicato in Italia da Cittadella); (con J.B. Libanio), Escatologia cristã, Petropolis: Vozes, 985, pp. 214 (pubblicato in Italia da Cittadella).

Segue: «Lavoriamo in due per la Chiesa che amiamo»

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