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MATRIMONIO E RAPPORTO PADRI/FIGLI NEL CINEMA

Adulti persi in castelli di sabbia

di MARIA FOTIA
    

   Vita Pastorale n. 7 luglio 2002 - Home Page Diverse pellicole, in modo divertente o drammatico, mostrano la crisi dell’amore coniugale: dalle fughe per seguire esotici richiami spirituali alla fatica di conciliare lavoro e famiglia e, soprattutto, alla mancanza di dialogo tra generazioni. Con una novità: possibili soluzioni positive.

 

Le storie d’amore continuano a essere riproposte con successo dal cinema. Una delle ultime e delle più romantiche è quella vissuta dalla bionda Meg Ryan che, in Kate & Leopold di James Mangon, s’innamora addirittura, di un uomo dell’altro secolo, fatto precipitare nel caos dell’attuale Manhattan da un giovane e maldestro scienziato. Nostalgia di una delicatezza e di una gentilezza d’animo che non ci appartengono più? Comunque è certo che, in forme magari più normali, l’amore è il tema al centro di tanti film e sembra sempre una sicura promessa di eterna felicità. Ma si può dire con altrettanta certezza che resista poi alla prova del tempo e alle difficoltà quotidiane nel matrimonio?

Meg Ryan, interprete di "Kate & Leopold".
Meg Ryan, interprete di "Kate & Leopold" (Foto AP).

La sposa va dal santone

Forse non precisamente, almeno stando a Il nostro matrimonio è in crisi, ultimo film di Antonio Albanese. L’attore televisivo e teatrale, passato dal 1997 anche alla regia, è autore già, con La fame e la sete (1999), di una divertente satira di costume, che, rispolverando vecchi luoghi comuni su Nord e Sud della nostra Penisola, mette a fuoco con scanzonata ironia un certo cinismo moderno in nome del denaro e del successo. Sceneggiato in collaborazione con Vincenzo Cerami e Michele Serra e interpretato, oltre che diretto, dallo stesso Albanese, Il nostro matrimonio è in crisi pone il caso limite di una sposa che, ancora in abito bianco, dopo aver dichiarato che il matrimonio è, appunto, in crisi, abbandona lo sposo per cercare il proprio "io" in un "centro di salute spirituale", diretto da una specie di santone. Le peripezie del malcapitato sposo che, per non perderla, segue la donna anche nella comune, sono il pretesto per un pittoresco quadro: da una parte, gli ingenui che s’illudono di ritrovare sé stessi così facendo e, dall’altra, i furbi che si arricchiscono sfruttando queste aspirazioni. Ma, al di là del divertimento, restano drammaticamente attuali i falsi problemi che stanno dietro alla sempre minore durata dei matrimoni.

L’amore tra moglie e marito non sembra eterno neppure nel film dell’australiano Ray Lawrence, come lascia già presagire il titolo (Lantana), preso in prestito dal nome di un arbusto, che cresce in Australia e che ha tanti fiori ma anche tante spine. Al centro di tutta la vicenda c’è la misteriosa morte di una psicologa. Si tratta di un thriller psicologico, con in primo piano, più che la scoperta di un assassino, i tradimenti veri o presunti che vengono fuori a poco a poco e sono come pezzi mancanti di un mosaico nella vita di alcune coppie. In un intreccio di passioni, sentimenti e speranze deluse, protagonisti diventano il matrimonio del poliziotto che conduce le indagini (e che tradisce la moglie, anche se senza troppa convinzione), e quello della psicologa trovata morta, a sua volta negli ultimi tempi tormentata dal sospetto di un tradimento del marito. Le immagini dei cespugli di lantana interrompono a tratti la narrazione e ci ricordano che, come nell’arbusto, le tante spine del matrimonio possono farne dimenticare la bellezza; ricordano che la mancanza di dialogo, inaridendo i sentimenti, può far cercare altrove qualche cosa di diverso.

Ma non è tutto. Sul modo di affrontare la vita a due, cercando in partenza scappatoie per eventuali ripensamenti, si sofferma Alessandro D’Alatri, regista da diversi anni passato dalla pubblicità al cinema e autore, tra l’altro, di una vita di Cristo (I giardini dell’Eden, 1997). In Casomai, D’Alatri movimenta la cerimonia nuziale di Stefania e Tommaso, la classica coppia pronta a giurarsi eterno amore. Il sacerdote che deve celebrare il loro matrimonio tenta paradossalmente di dissuaderli, prospettando le difficoltà alle quali andranno incontro. Come se fossero realtà, si susseguono, così, sullo schermo, le immagini della vita che aspetta i due coniugi, con la nascita di un figlio e la crescente fatica per conciliare famiglia e lavoro.

A poco a poco assumono sempre più preoccupante evidenza, assieme all’insoddisfazione, il senso di reciproca estraneità e l’isolamento dagli altri, i quali, se in un primo momento osannavano all’amore di Tommaso e Stefania, in seguito registrano, con una certa soddisfazione, il fallimento della loro unione, quasi fossero rassicurati, in caso di analoghe vicende personali, dal constatare che anche le storie più belle sono destinate a finire.

Shel Shapiro fa il santone in "Il nostro matrimonio è in crisi".
Shel Shapiro fa il santone in "Il nostro matrimonio è in crisi".

Eppur si parlano!

Ma è inevitabilmente questa la fine del matrimonio? Stefania e Tommaso non ne sembrano convinti e si sposano ugualmente nella pittoresca chiesetta di campagna che hanno scelto per la cerimonia. E in Lantana pure il poliziotto e la sua bella moglie, che, addebitandosi in parte la colpa del tradimento, si era rivolta alla psicologa poi trovata morta, tornano a parlarsi e a capirsi dopo i tragici avvenimenti che hanno sconvolto la loro comunità. Scherzandoci sopra o facendoli emergere da vicende drammatiche, i motivi della crisi vengono messi in risalto, quindi, ma poi quasi magicamente ricomposti e, anche se si tratta di casi abbastanza isolati nel panorama del cinema contemporaneo, la novità consiste proprio nel cauto ottimismo sulla possibilità di soluzioni.

Né sembra che ci si limiti a sperare ancora nel matrimonio. Qualcosa di simile è avvertibile pure per quanto riguarda i rapporti tra padri e figli. E, in questo senso, Amnèsia di Gabriele Salvatores non è solo un film nuovo stilisticamente, perché divide lo schermo in due o tre parti per sottolineare la contemporaneità degli avvenimenti o perché racconta due diverse storie che si svolgono nello stesso tempo non con il montaggio alternato ma ricominciando dallo stesso inizio (il funerale di un vecchio hippy morto in un incidente) e arrivando alla stessa conclusione (l’inaugurazione, a Ibiza, dove ha luogo l’azione, della nuova discoteca Amnèsia). Al centro di queste storie sono i rapporti tra padri e figli resi difficili da reticenze e menzogne. In una, la figlia adolescente, che vive in un elegante collegio in Toscana, ignora, venendo a Ibiza, la vera attività del padre, produttore e regista di film pornografici e il padre, a sua volta, non immagina che la figlia sia incinta. Nell’altra storia: un ragazzo, ribelle e poco propenso a sottostare alla legge, e un padre, che è il capo della polizia locale e vive nell’ombra la propria omosessualità, si scontrano violentemente. Ma se quest’ultima storia non può che finire tragicamente, con un figlio che ricatta il padre, quando scopre il suo segreto, nell’altra la nascita del bambino sembra far prevalere, tra padre e figlia, la voglia di parlarsi e stare insieme, come appare dal finale, in cui li vediamo, come una normale famiglia, con gli amici, all’inaugurazione della discoteca. E, nella ricorrente incomunicabilità tra padri e figli è uno spiraglio nuovo.

Analoghe aperture sono riscontrabili anche per la situazione dei figli dei separati, per i quali, più che di incomunicabilità, si può parlare di quasi totale assenza dei genitori. Ce ne dà un quadro in Non è giusto (come dicono i bambini quando non capiscono il comportamento dei grandi) la regista napoletana Antonietta De Lillo, mettendo per il momento da parte l’estrosa vivacità con cui ha raccontato in Matilda (1990) la storia di una ragazza che aveva la sfortuna di far morire tutti i suoi fidanzati. Tra il sorridente e il malinconico, il "castello di sabbia" – cioè il mondo degli adulti secondo i figli dei separati, un mondo che dovrebbe essere, invece, un modello e uno stimolo per crescere –, emerge dal film con la storia di Sofia e Valerio (due ragazzi di 11 e 12 anni), sballottati tra padri quarantenni, in crisi e senza grandi prospettive, e madri latitanti o che intervengono solo con aggressività o a sproposito.

Eppure anche qui il tenero sentimento che sembra avvicinare nel finale i due, accomunati dalla stessa sorte, è una prospettiva e una speranza. Aria di crisi, dunque. Ma una certa voglia, qualche volta, anche di superarla.

Maria Fotia

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