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Dialogo ecumenico

Con quale islam concludere un’intesa?

di ANDREA PACINI
      

   Vita Pastorale n. 7 luglio 2002 - Home Page

Il pluralismo di posizioni tra musulmani esige cautela sia nei giudizi sia nella scelta di adeguati interlocutori.

Da diversi anni e recentemente in modo più ricorrente, soprattutto dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, si è molto parlato e scritto sull’islam in Europa e in Italia e sulle sfide poste alle società europee dall’inserimento al loro interno di una popolazione musulmana quantitativamente crescente. Non si possono tuttavia affrontare le sfide senza avere un quadro realistico della situazione dell’islam, evitando così da un lato di appiattirsi su posizioni superficiali che rifiutano di vedere i problemi, e dall’altro di abbandonarsi a visioni massimaliste che identificano l’islam con il terrorismo.

Che cosa si può dire allora dell’islam in Italia? Per rispondere sia pure in modo sintetico a questa domanda, bisogna in primo luogo sottolineare la dimensione "plurale" della popolazione musulmana. Se è vero che i musulmani attualmente in Italia sono circa 650 mila (di cui 511 mila immigrati regolari), è altrettanto vero che tale numero è lungi dall’identificare una comunità omogenea. In effetti la popolazione musulmana ha un intenso pluralismo interno per almeno tre ragioni principali: a) la pluralità delle origini nazionali; b) la diversa modalità di appartenenza all’islam; c) il tipo di interpretazione della religione islamica cui si fa riferimento.

La pluralità delle origini nazionali è già da sola un elemento di forte differenziazione, perché porta con sé l’uso di lingue diverse, processi storici e culturali differenti in cui l’islam è stato integrato e che conducono a modi differenziati di vivere la stessa religione. Per fare un esempio evidente, basti riflettere sulla profonda differenza nell’esperienza che corre tra gli albanesi (computati al 65% come musulmani), sottoposti nel corso del secolo XX a un processo di ateizzazione coatta che li ha portati a perdere quasi totalmente ogni riferimento religioso, e i marocchini, abituati a vivere in una società musulmana per lo più tradizionale, o ai tunisini, maggiormente sensibili al processo di secolarizzazione, ma con un’appartenenza culturale all’islam ancora radicata.

Musulmani in preghiera a fine Ramadan a Palermo.
Musulmani in preghiera a fine Ramadan a Palermo (foto
MIKE PALAZZOTTO ).

La seconda ragione di pluralismo è data dalla diversificazione dell’appartenenza individuale all’islam, che in Italia e in Europa ha possibilità di espressione ben più grande che nei Paesi di origine, dove pure esiste. Si passa così da appartenenze puramente culturali e secolarizzate, ad appartenenze religiose che si esprimono nella pratica di pochi atti religiosi fondamentali, in connessione con le stagioni della vita o con le feste religiose, a forme di pratica religiosa più assidua, fino a forme impegnate sul piano collettivo, che non si limitano alla semplice pratica personale della fede, ma si attivano anche per aprire spazi comunitari in cui esprimere questa fede.

È in quest’ambito che si situano le varie iniziative dell’associazionismo islamico, evidenti soprattutto nell’apertura di sale di preghiera e di scuole coraniche. La categoria estrema, inclusa nella forma associativa, è poi rappresentata dall’appartenenza militante, che è caratterizzata da una dimensione politica prevalente, per cui l’islam viene interpretato senza sfumature come un sistema onnicomprensivo in cui religione, Stato e società (e diritto) sono indissolubilmente interconnessi. Gli appartenenti a quest’ultima categoria – siano essi individui, movimenti o Stati – sostengono dunque una visione fondamentalista o conservatrice dell’islam, e tra essi prevale il discorso anti-occidentale, che sul piano religioso diventa di frequente anche una posizione anti-cristiana.

Il pluralismo esistente all’interno dell’islam obbliga quindi in Italia e in Europa – ma anche a più ampio livello internazionale – a una grande prudenza nella selezione degli interlocutori da parte delle istituzioni degli Stati europei, sempre più frequentemente interpellate dai vari organismi musulmani al fine di ottenere riconoscimenti e spazi per l’islam. In Italia la richiesta di più alto livello in quest’ambito è quella di ottenere un’intesa con lo Stato italiano, per altro avanzata già nel corso degli anni Novanta da ben quattro organismi musulmani diversi, a ulteriore dimostrazione di un pluralismo interno che finisce per diventare anche una concorrenza reciproca.

Poiché, specie a livello organizzativo, tale pluralismo è determinato da diverse interpretazioni sia dell’islam sia del rapporto tra l’islam e la cultura europea, è chiaro che diviene fondamentale evitare di legittimare quegli interlocutori che propongono visioni in netta conflittualità con la cultura europea e con i valori che sono alla base dell’ordinamento istituzionale e sociale italiano. Una simile legittimazione potrebbe finire per produrre soltanto ostilità nel prossimo futuro, ostacolando il processo di integrazione della popolazione di origine musulmana in Italia e in Europa.

Un iman parla ai fedeli nella moschea di Roma.
Un iman parla ai fedeli nella moschea di Roma (foto
SICILIANI).

Gli interlocutori con cui usare molta prudenza appartengono essenzialmente a due categorie: i movimenti dell’islam politico e gli Stati conservatori. In Italia e in Europa vi sono infatti da un lato le moschee affiliate in maniera più o meno diretta ai movimenti dell’islam politico, sia di tipo neo-tradizionalista, come l’Associazione dei fratelli musulmani, sia di tipo radicale, come al-Jihad o Jaamat al-Islamiyya. Se questi ultimi in Europa hanno una presenza più rarefatta, i primi sono invece molto bene organizzati. In Italia è collegata ai Fratelli musulmani l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche d’Italia (Ucoii), che ha presentato una delle quattro domande d’intesa con lo Stato italiano.

Dall’altro lato vi sono organizzazioni islamiche collegate a Stati che, pur politicamente filo-occidentali, propongono tuttavia visioni culturali e valoriali legittimate da interpretazioni rigidamente conservatrici dell’islam; visioni che sono apertamente conflittuali con la cultura europea e con la sua traduzione in pratiche sociali, giuridiche e istituzionali. Il caso dell’Arabia Saudita è il più evidente in questa prospettiva.

Se è palese l’attivo sostegno dato da questo Stato – o direttamente o tramite la Lega del mondo islamico – al rafforzamento di un’identità islamica conservatrice tra gli immigrati musulmani in Europa, non può allora non destare preoccupazione la sua azione in favore della stipula di un’intesa con lo Stato italiano, in cui la confessione musulmana sarebbe rappresentata da un’associazione egemonizzata dalla sezione italiana della Lega del mondo islamico. Entrambe queste categorie di interlocutori non sembrano quindi adeguate a rappresentare una comunità musulmana che intenda certamente continuare a professare la sua fede religiosa, coniugandola però con la leale fedeltà ai principi costituzionali dello Stato italiano e al patto civile che ne deriva, nella prospettiva di un’integrazione reale nella società italiana. È dunque auspicabile che si cerchi altrove una rappresentanza adeguata dell’islam in Italia.

Andrea Pacini
(1– continua)

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