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Il pluralismo di posizioni tra
musulmani esige cautela sia nei giudizi sia nella scelta di adeguati
interlocutori.
Da
diversi anni e recentemente in modo più
ricorrente, soprattutto dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, si
è molto parlato e scritto sull’islam in Europa e in Italia e sulle
sfide poste alle società europee dall’inserimento al loro interno di
una popolazione musulmana quantitativamente crescente. Non si possono
tuttavia affrontare le sfide senza avere un quadro realistico della
situazione dell’islam, evitando così da un lato di appiattirsi su
posizioni superficiali che rifiutano di vedere i problemi, e dall’altro
di abbandonarsi a visioni massimaliste che identificano l’islam con il
terrorismo.
Che cosa si può dire allora
dell’islam in Italia? Per rispondere sia pure in modo sintetico a questa
domanda, bisogna in primo luogo sottolineare la dimensione
"plurale" della popolazione musulmana. Se è vero che i
musulmani attualmente in Italia sono circa 650 mila (di cui 511 mila
immigrati regolari), è altrettanto vero che tale numero è lungi dall’identificare
una comunità omogenea. In effetti la popolazione musulmana ha un intenso
pluralismo interno per almeno tre ragioni principali: a) la pluralità
delle origini nazionali; b) la diversa modalità di appartenenza all’islam;
c) il tipo di interpretazione della religione islamica cui si fa
riferimento.
La pluralità delle origini nazionali è già da sola un
elemento di forte differenziazione, perché porta con sé l’uso di
lingue diverse, processi storici e culturali differenti in cui l’islam
è stato integrato e che conducono a modi differenziati di vivere la
stessa religione. Per fare un esempio evidente, basti riflettere sulla
profonda differenza nell’esperienza che corre tra gli albanesi
(computati al 65% come musulmani), sottoposti nel corso del secolo XX a un
processo di ateizzazione coatta che li ha portati a perdere quasi
totalmente ogni riferimento religioso, e i marocchini, abituati a vivere
in una società musulmana per lo più tradizionale, o ai tunisini,
maggiormente sensibili al processo di secolarizzazione, ma con un’appartenenza
culturale all’islam ancora radicata.

Musulmani in preghiera a fine
Ramadan a Palermo (foto
MIKE PALAZZOTTO ).
La seconda ragione di pluralismo è data dalla
diversificazione dell’appartenenza individuale all’islam, che in
Italia e in Europa ha possibilità di espressione ben più grande che nei
Paesi di origine, dove pure esiste. Si passa così da appartenenze
puramente culturali e secolarizzate, ad appartenenze religiose che si
esprimono nella pratica di pochi atti religiosi fondamentali, in
connessione con le stagioni della vita o con le feste religiose, a forme
di pratica religiosa più assidua, fino a forme impegnate sul piano
collettivo, che non si limitano alla semplice pratica personale della
fede, ma si attivano anche per aprire spazi comunitari in cui esprimere
questa fede.
È in quest’ambito che si situano le varie iniziative
dell’associazionismo islamico, evidenti soprattutto nell’apertura di
sale di preghiera e di scuole coraniche. La categoria estrema, inclusa
nella forma associativa, è poi rappresentata dall’appartenenza
militante, che è caratterizzata da una dimensione politica prevalente,
per cui l’islam viene interpretato senza sfumature come un sistema
onnicomprensivo in cui religione, Stato e società (e diritto) sono
indissolubilmente interconnessi. Gli appartenenti a quest’ultima
categoria – siano essi individui, movimenti o Stati – sostengono
dunque una visione fondamentalista o conservatrice dell’islam, e tra
essi prevale il discorso anti-occidentale, che sul piano religioso diventa
di frequente anche una posizione anti-cristiana.
Il pluralismo esistente all’interno dell’islam obbliga
quindi in Italia e in Europa – ma anche a più ampio livello
internazionale – a una grande prudenza nella selezione degli
interlocutori da parte delle istituzioni degli Stati europei, sempre più
frequentemente interpellate dai vari organismi musulmani al fine di
ottenere riconoscimenti e spazi per l’islam. In Italia la richiesta di
più alto livello in quest’ambito è quella di ottenere un’intesa con
lo Stato italiano, per altro avanzata già nel corso degli anni Novanta da
ben quattro organismi musulmani diversi, a ulteriore dimostrazione di un
pluralismo interno che finisce per diventare anche una concorrenza
reciproca.
Poiché, specie a livello organizzativo, tale pluralismo
è determinato da diverse interpretazioni sia dell’islam sia del
rapporto tra l’islam e la cultura europea, è chiaro che diviene
fondamentale evitare di legittimare quegli interlocutori che propongono
visioni in netta conflittualità con la cultura europea e con i valori che
sono alla base dell’ordinamento istituzionale e sociale italiano. Una
simile legittimazione potrebbe finire per produrre soltanto ostilità nel
prossimo futuro, ostacolando il processo di integrazione della popolazione
di origine musulmana in Italia e in Europa.

Un iman parla ai fedeli nella
moschea di Roma (foto
SICILIANI).
Gli interlocutori con cui usare molta prudenza
appartengono essenzialmente a due categorie: i movimenti dell’islam
politico e gli Stati conservatori. In Italia e in Europa vi sono infatti
da un lato le moschee affiliate in maniera più o meno diretta ai
movimenti dell’islam politico, sia di tipo neo-tradizionalista, come l’Associazione
dei fratelli musulmani, sia di tipo radicale, come al-Jihad o Jaamat
al-Islamiyya. Se questi ultimi in Europa hanno una presenza più
rarefatta, i primi sono invece molto bene organizzati. In Italia è
collegata ai Fratelli musulmani l’Unione delle comunità e
organizzazioni islamiche d’Italia (Ucoii), che ha presentato una delle
quattro domande d’intesa con lo Stato italiano.
Dall’altro lato vi sono organizzazioni islamiche
collegate a Stati che, pur politicamente filo-occidentali, propongono
tuttavia visioni culturali e valoriali legittimate da interpretazioni
rigidamente conservatrici dell’islam; visioni che sono apertamente
conflittuali con la cultura europea e con la sua traduzione in pratiche
sociali, giuridiche e istituzionali. Il caso dell’Arabia Saudita è il
più evidente in questa prospettiva.
Se è palese l’attivo sostegno dato
da questo Stato – o direttamente o tramite la Lega del mondo islamico
– al rafforzamento di un’identità islamica conservatrice tra gli
immigrati musulmani in Europa, non può allora non destare preoccupazione
la sua azione in favore della stipula di un’intesa con lo Stato
italiano, in cui la confessione musulmana sarebbe rappresentata da un’associazione
egemonizzata dalla sezione italiana della Lega del mondo islamico.
Entrambe queste categorie di interlocutori non sembrano quindi adeguate a
rappresentare una comunità musulmana che intenda certamente continuare a
professare la sua fede religiosa, coniugandola però con la leale fedeltà
ai principi costituzionali dello Stato italiano e al patto civile che ne
deriva, nella prospettiva di un’integrazione reale nella società
italiana. È dunque auspicabile che si cerchi altrove una rappresentanza
adeguata dell’islam in Italia.
Andrea Pacini
(1– continua)
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