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Ci scrivono

COSA RISPONDERE A CHI CHIEDE DI ESSERE CANCELLATO DAI REGISTRI PARROCCHIALI?
    

   Vita Pastorale n. 7 luglio 2002 - Home Page Pongo alla vostra attenzione questo scritto che giunge a diverse parrocchie: «Oggetto: istanza ai sensi dell’art. 13 della legge n. 675/1996. Io, sottoscritto..., nato a..., residente a... in via Modena 9, con la presente istanza, presentata ai sensi dell’art. 13, comma 1, della legge n. 675/1996, mi rivolgo a Lei in quanto responsabile dei registri parrocchiali, così come stabilito dal Decreto generale della Conferenza episcopale italiana del 20.10.1999, intitolato "disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza", concernenti anche "l’acquisizione, conservazione e utilizzazione dei dati personali". Essendo stato sottoposto a battesimo nella sua parrocchia, in una data a me non nota ma presumibilmente di poco successiva alla mia nascita, desidero che venga rettificato il dato in suo possesso, tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata "Chiesa cattolica apostolica romana". Chiedo inoltre che dell’avvenuta annotazione mi sia data conferma per lettera, debitamente sottoscritta. Si segnala che, in caso di mancato o inidoneo riscontro alla presente istanza entro 5 giorni, il sottoscritto si riserva, ai sensi dell’art. 29, comma 2, della legge n. 675, di rivolgersi all’autorità giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali. Ciò, in ottemperanza della legge n. 675 del 31.12.1996, in ossequio al pronunciamento del Garante per la protezione dei dati personali del 9.9.1999 ed alla sentenza del Tribunale di Padova depositata il 29.05.2000. Si allega fotocopia del documento d’identità. Distintamente».

don Giuseppe Bastia
Firenze

Risponde mons. Cesare Battaglino.
Il panorama socio-religioso nel quale viviamo ci offre anche la sorpresa di ricevere questa "Istanza ai sensi dell’art. 13 della legge 675/1996" dove con ineccepibile stile giuridico burocratico si chiede di annotare a margine dell’atto di battesimo del de cuius il rifiuto dell’appartenenza alla Chiesa cattolica, la richiesta di conferma scritta dell’avvenuta annotazione liberatoria "entro 5 giorni" con aggiunta la minaccia di denuncia a termini di legge per l’inadempienza.

La legge n. 675/1996, la così detta "legge sulla privacy" per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza nell’uso dei dati personali, ha dato il via a una certa diffusione di queste "istanze" utilizzate come occasione per rifiutare in modo clamoroso e documentato l’adesione alla Chiesa cattolica nata col battesimo.

Alla normativa sulla privacy ha fatto riscontro il decreto Cei del 20 ottobre 1999 che, richiamandosi al can. 220 sulla tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza della vita privata, stabilisce disposizioni circa l’utilizzazione dei dati personali, avendo presente gli aspetti di natura pattizia tra Chiesa e Stato specie in merito al matrimonio concordatario.

Tenendo presente l’art. 2 §7 del decreto Cei, pare del tutto legittima la richiesta presentata per iscritto dall’avente diritto di far annotare a margine dell’atto di battesimo come parte integrante di esso il sopravvenuto rifiuto dell’appartenenza alla Chiesa cattolica e di pretendere dal responsabile dei registri la comunicazione scritta dell’avvenuta annotazione.

Mancando tutt’ora il regolamento attuativo, promesso ma non ancora stilato, di queste disposizioni, si suggerisce di accusare ricevuta della richiesta notificando la riserva di renderla operativa appena possibile. La Toscana e le Marche, per l’antico filone culturale anarco-anticlericale, sono i luoghi di una certa diffusione di queste "istanze" difficili da quantificare. Anche una frangia di Geovisti sta facendo sua la medesima richiesta. Altrove, come nella Repubblica federale tedesca, tali istanze di dissociazione sono nate in molti casi per sottrarsi al pagamento delle decime alla Chiesa previste dalla legge.

Su Internet si incontrano l’"Associazione per lo sbattezzo", con tanto di statuto e moduli di adesione, e altre aggregazioni che fanno dell’"anti chiesa" ragione di esistenza e di vita. L’animosità delle proposte è pari alla povertà delle motivazioni addotte. In termini pastorali uno scritto di risposta a chi chiede lo "sbattezzo" può anche essere occasione di riflessione e di dialogo sul senso religioso della vita. Una richiesta all’apparenza così semplice porta però con sé forti implicazioni umane per l’implicito rifiuto delle proprie radici religiose e familiari e, non essendo l’uomo un’isola, per il rischio di consegnare sé stessi a una solitudine senza identità. Pensare poi che si spenga nel cuore dell’uomo il senso religioso sostituendolo con i lumi e la scienza, "sintesi della modernità" è un’operazione di disincanto destinata al fallimento. «Dio è morto, ma l’uomo non se la passa molto bene», diceva una vecchia battuta di Woody Allen mettendo in connessione la crisi dell’umanesimo e la proclamazione della morte di Dio. In risposta al deserto della secolarizzazione nel quale viviamo si sta attivando un processo di reincanto con forte attenzione allo spirituale e al religioso in molti casi inquinato da un "sacro selvaggio" legato al paranormale, al miracoloso, all’esoterico, e qualche volta al mondo oscuro del demoniaco. Si esce da questa temperie riproponendo con fiducia la centralità della persona di Cristo e le sue risposte di senso della vita. Occorre attivare una "cattedra per i non credenti", "sbattezzati" o "atei pratici" come ci ritroviamo, iscrivendoci un po’ tutti nel registro dei catecumeni come si diceva una volta o, come si dice oggi, dei "ricomincianti".

Sappiamo però che dietro lo sbattezzo ci sono motivi ideologici e risentimenti datati storicamente. Si tratta di filoni culturali antagonisti della Chiesa cattolica, nati in tempi di alleanza trono-altare, a sua volta porttrice di intolleranza e provocatrice di rifiuti. Il Giubileo ha offerto l’occasione di rileggere i segni di quei tempi e di pronunciare molti e severi "mea culpa" da parte della Chiesa.

L’attuale clima di libertà e tolleranza, la diversa situazione storica promossa dal Concilio nei rapporti Chiesa-società e l’acquisizione dei valori della libertà e dei diritti della persona come patrimonio condiviso pongono queste aggregazioni "anti-chiesa" fuori del tempo, nuovi don Chisciotte senza macchia e senza paura contro i mulini a vento. Ben altri sono i problemi che riguardano la persona umana, la sua dignità e il suo destino da mettere al centro dell’attenzione sia dei credenti sia di chi fa fatica a credere ma condivide la comune umanità.
   

NEANCHE LA CONTINENZA È D’ORIGINE APOSTOLICA

Caro direttore, avevo letto i vari interventi apparsi nei numeri di gennaio e febbraio della rivista (ma perché così tanta gente si chiama "lettera firmata"?) a proposito dell’origine apostolica del celibato, una tesi difficilmente sostenibile, contraddetta anzi da tanti documenti. Poi ho colto nel numero di febbraio la comprensibile amarezza di "un laico", per poi concludere in giugno con la lettera di don Saverio che protesta contro chi non capisce o non vuol capire. La tesi sostenuta dall’autore da cui tutto prende l’avvio, così dice don Saverio, non è che il celibato è di origine apostolica, ma la continenza perfetta cui fino al VII secolo erano tutti impegnati, sia chi accedeva agli ordini da celibe, e non si poteva più sposare, sia chi accedeva agli ordini sposato, e poteva da allora convivere con la moglie, ma come fratello e sorella. Il fatto è che neppure la continenza perfetta degli sposati ordinati è di origine apostolica.

Nel Concilio di Elvira, in Spagna, attorno al 300, qualche vescovo propone di chiedere la continenza permanente ai vescovi, preti e diaconi sposati; ma tale richiesta non viene ratificata, neppure nel successivo Concilio di Nicea. Si decide di lasciare a ognuno la scelta del comportamento che riteneva migliore (si vedano le testimonianze dello storico Socrate). Verso la metà del V secolo, Leone Magno riprendendo la posizione dei predecessori Damaso e Siricio invita quanti accedono agli ordini da sposati a tenere con sé la moglie vivendo come fratello e sorella. Altri però invitano soltanto a mantenere la continenza nei giorni in cui si celebra l’eucaristia.

I testi dei papi, a partire da Leone Magno, diventano la premessa per l’introduzione del celibato, che avverrà in epoca molto successiva. La prima a diffondersi, fino a diventare sempre più prassi diffusa e praticamente imposta, è dunque la continenza. Ma come dicevo siamo tra il IV e il V secolo: come dunque parlare di origine apostolica? Questo logicamente non porta a concludere che in ogni epoca ci si debba comportare allo stesso modo. Il problema vero non è lo stile di vita del prete, definito con il criterio del modello apostolico; il problema è di sapere di quale prete ha bisogno nelle diverse epoche la comunità dei credenti. E di formarlo in modo da rispondere a quelle esigenze.

Maurilio Guasco
    

IL PRETE CRITICATO NEGA LA CONFESSIONE

Sto vivendo un periodo di incertezza e buio riguardo alla fede. Premetto che da diversi anni e fino a un mese fa collaboravo attivamente in parrocchia come animatore e in special modo mi occupavo del coro parrocchiale. Circa un mese fa c’è stata la visita pastorale del vescovo, e in una riunione con catechisti e collaboratori parrocchiali, dietro invito del vescovo, mi sono permesso di illustrare una situazione di malessere che da tempo serpeggia in parrocchia. Mai l’avessi fatto! Il parroco ha reagito male, arrivando a negarmi il sacramento della riconciliazione. Non entro nel merito di quanto è successo davanti al vescovo e ai catechisti, ma mi chiedo se è ammissibile che un parroco possa rifiutarsi di confessarmi per essere stato da me "offeso". Gli insegnamenti evangelici sul perdono e sulla carità servono solo per chi li ascolta o anche per chi li predica? La mia fede sta subendo pericolosi scossoni e soprattutto sta venendo meno la fiducia nel clero, poiché ho ricevuto dissenso da altri parroci della diocesi, anche se altri (pochi) solidarizzano con me, per aver espresso l’opinione della maggior parte dei parrocchiani.

Lettera firmata

Diceva un saggio vescovo ad alcuni fedeli che si lamentavano di un confessore troppo "rigido" di vedute, che quel prete stava a sottolineare la misericordia di Dio, ancor più in evidenza se confrontata alla rigidità del confessore. Le impuntature di qualche sacerdote, incapace di accettare le critiche, fanno maggiormente risaltare i tanti confratelli che accettano le osservazioni e servono il popolo di Dio con generosità. Insomma, guardando alla testimonianza dei nostri parroci, abbiamo tanti motivi per perdere la fede, ma forse ne abbiamo molti di più per mantenerla.
     

AMBROSIANI E ROMANI SULLA FRACTIO PANIS

Sono un "ambrosiano", che è diventato "romano" a 52 anni passando da una parrocchia all’altra. Ho una certa esperienza di fractio panis. Mi pare sia pacifico che si debba fare ciò che ha fatto Gesù: «Prese il pane e rese grazie, lo spezzò...». Dunque, lo spezzò dopo aver reso grazie e non subito dopo averlo preso. La preghiera di rendimento di grazie si conclude con la "dossologia" ed è lì che nel rito ambrosiano si compie la fractio. Mi hanno insegnato che nel rito romano fu portata dopo il Padre nostro per il desiderio di includere tale preghiera nel Canone. Il rito romano, con la riforma liturgica ha preso molto dall’ambrosiano. Potrebbe farlo anche in questo caso, ritornando – se le mie informazioni sono esatte – all’antico.

Nell’attuale situazione, mi permetterei due suggerimenti. 1) Non enfatizziamo troppo lo scambio della pace con canti non pertinenti, che vengono a coprire il gesto dello spezzare il pane, facendolo praticamente scomparire. 2) Se non sempre, almeno qualche volta, teniamo ben distinti i due momenti (scambio della pace e frazione) sottolineando esplicitamente il secondo e spiegandone l’importante significato. Si può farlo in quel momento, o magari durante l’omelia, o in altri momenti in cui sono previste didascalie. Così ho fatto, per esempio, nella messa in coena Domini, in cui ho consacrato un grande pane azzimo, e la seconda domenica di Pasqua, quando la prima lettura parlava dei fratelli «che erano assidui... nella frazione del pane».

don Enrico Anzaghi
Treviglio (Bg)

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Di proposito, nella mia risposta al sacerdote di Forlì (VP 5/2002 pag. 12) avevo evitato ogni riferimento storico per spiegare il complesso rituale della comunione: Padre nostro, scambio della pace, frazione e immistione con il canto dell’Agnello di Dio. Lei accenna al Padre nostro che san Gregorio Magno nel secolo VII ha collegato alla prece eucaristica per una motivazione teologica non del tutto chiara, ma, a parte la possibilità negativa di una revisione, rimane il peso dello scambio di pace e del canto dell’Agnello di Dio che non gravano sul rito ambrosiano, quindi siamo costretti a non poter recuperare aspetti rituali antichi che invece il rito ambrosiano, nella sua autonomia, ha in parte mantenuto e anche modificato. Lascio cadere la favola circolata negli anni Sessanta che il rito romano «ha preso molto con la riforma dal rito ambrosiano». I due suggerimenti invece sembrano saggi e opportuni. In particolare, come del resto è previsto, si raccomanda compostezza e misura nello scambio della pace.
    

BATTESIMI CELEBRATI FUORI PARROCCHIA

Frequentemente ricevo richieste dai parrocchiani per far battezzare i loro figli in santuari della zona o anche lontani dalla città. Sono felicissimo di favorire la devozione dei singoli fedeli e non ho mai rifiutato ad alcuno queste possibilità: ho sempre richiesto e ottenuto i dati per la registrazione nel registro parrocchiale dei battesimi amministrati fuori parrocchia.

Ultimamente da parte del rettore di un santuario della zona mi è stata comunicata l’avvenuta amministrazione del battesimo di un bimbo della parrocchia e mi è stato anche rifiutato l’invio dei dati in quanto «il battesimo è stato trascritto, a norma del Codice di diritto canonico (can. 877 §1) nel registro della parrocchia nel cui territorio è situato il santuario» (parole testuali inviatemi).

Ora chiedo: l’interpretazione del canone 877 prevede casi di amministrazione di battesimi fuori parrocchia, col permesso del parroco, ma che debbano essere registrati nella parrocchia della famiglia del battezzato? Il sottoscritto, infatti, non avendo nel registro dei battezzati quel bimbo, come apporrà le annotazioni marginali secondo il canone 535 §2 che suona: «Nel libro dei battezzati si annoti anche la confermazione e tutto ciò che riguarda lo stato canonico dei fedeli»? Si applica il canone 877 §1, per i battesimi amministrati dal Santo Padre a bimbi di tutto il mondo? I genitori del Guatemala che hanno avuto l’onore di far amministrare il battesimo del loro figlio dal Papa ogni volta che hanno bisogno di un certificato devono rivolgersi in Vaticano?

don Luigi Caturano
Benevento

Risponde don Silvano Sirboni.
Per la sua stessa natura e finalità il Codice di diritto canonico, non affronta problematiche strettamente pastorali. Pertanto, secondo una concezione di parrocchia che risente inevitabilmente del contesto medievale di cristianità in cui è sorta questa struttura giuridica che identifica la popolazione locale con la comunità cristiana, il can. 877 presuppone che il battesimo dei bambini venga di norma celebrato nella chiesa parrocchiale propria dei genitori, «a meno che una giusta causa non suggerisca diversamente» (can. 857). In altri termini, in questa logica la territorialità ha il sopravvento al punto che «eccetto il caso di necessità, a nessuno è consentito, senza la dovuta licenza, conferire il battesimo nel territorio altrui, neppure ai propri sudditi» (can. 862). Per questo è il parroco del luogo dove si celebra il battesimo che ha il dovere di registrare l’avvenuta celebrazione del sacramento. Così avviene anche per coloro che sono battezzati dal Papa in Vaticano, ai quali però viene consegnato un attestato che eviterà loro di richiedere il certificato. Dal punto di vista strettamente giuridico, se non vi sono particolari norme locali, i fedeli non hanno bisogno di alcun permesso per celebrare il battesimo in un’altra chiesa parrocchiale diversa dalla propria. La celebrazione della cresima per chi è stato battezzato da piccolo deve essere segnalata al parroco del luogo del battesimo (can. 895).

Fin qui il discorso strettamente giuridico, che non rende piena giustizia al sacramento. I sacramenti non sono semplici "devozioni". Si è battezzati, cresimati e comunicati per costruire e manifestare la Chiesa, per fare parte visibilmente di una comunità, per condividere la missione di Cristo. Oggi la prassi dell’iniziazione cristiana dei fanciulli è in crisi e i vescovi italiani riconoscono che va ripensata (cf Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 57). Questo sarebbe l’argomento da affrontare.
    

CHE FINE HANNO FATTO I MINISTERI LAICALI?

Nel lontano 1973 la Conferenza episcopale si era proposta di istituire dei ministeri laicali da conferire anche alle donne. Siamo ancora in attesa! Da una parte fa quasi piacere alla nostra pigrizia il vedere che anche i vescovi fanno fatica a mantenere i loro propositi... naturalmente avranno le loro buone ragioni, e non sono obbligati a farcele conoscere, anche se sarebbe bello. Almeno però potrebbero dirci se quel proposito è da cancellare, o se è stato solo inceppato da particolari contingenze.

Dice Ermes M. Ronchi ("La Pentecoste dei volti" sul quotidiano Avvenire 18.05.2002 pag. 15) «Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia... una ferita alla Chiesa». Quando si parla di eucaristia come «azione del popolo di Dio, gerarchicamente ordinato», si rischia di intendere più o meno "il prete con qualcuno di buona volontà che faccia le letture e le intercessioni"? Dov’è il popolo di Dio con i suoi carismi e ministeri?

A pensarci un poco oggi, se un cristiano vuole vivere da adulto nella fede il dono dello Spirito che ha ricevuto, è costretto a inserirsi in un’associazione o movimento, perché in parrocchia il riconoscimento dei carismi è quasi sconosciuto. Potrà fare delle cose buone, ma senza la personale responsabilità e libertà. Certamente "nella comunione della Chiesa", ma questo non vuol dire "alle dipendenze del parroco" (come forse ci era stato inculcato in tempi passati!). La lettera agli Efesini afferma che pastori e maestri sono stati stabiliti «per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero».

Non sarebbe il caso che la vostra simpatica rivista riprendesse il discorso? Voi fate dei bellissimi dossier: ce ne potrebbe stare uno anche sui ministeri laicali! A meno che la mia poca attenzione di lettore affezionato ma non perfetto, non si sia lasciata sfuggire qualcosa da voi già detto.

don Francesco Marchi
Villafranca di Verona (Vr)
   

VOCAZIONI: «GETTATE LE RETI A DESTRA»

Il segretario della Cei, monsignor Betori, commentando la relazione del cardinale Ruini all’assemblea generale dei vescovi, ha detto: «Oggi nelle 25 mila parrocchie italiane lavorano 40 mila preti; nel 2020 saranno un terzo in meno, quindi ne mancheranno 13 mila» (giornali del 22 maggio 2002). Manca una statistica particolareggiata delle parrocchie prive di pastori o raggruppate sotto la guida di preti itineranti. Nulla lascia prevedere che la situazione possa migliorare.

Assistendo a una messa nell’aprile dell’anno scorso, la III domenica di Pasqua (Anno C), che presenta la pagina giovannèa della pesca miracolosa, all’omelia il celebrante applicò il comando del Cristo al problema vocazionale. Diceva: «Non peschiamo niente, cioè non raccogliamo vocazioni, perché gettiamo le reti sempre dalla stessa parte». Spiegava dettagliatamente che dalla "parte destra" c’è il serbatoio intatto delle donne, che "stanno oziose" in attesa che qualcuno le chiami a lavorare nel ministero consacrato. Aggiungeva che esse sono presenti in tutte le istituzioni: perché ci devono essere ostacoli solo per la partecipazione alla dirigenza piena della Chiesa? Si collegava, senz’alcun accento polemico, con l’affermazione di Luca (8,1-2) che documenta l’esistenza di un gruppo di discepolidonne, le quali seguivano il Divino Maestro, probabilmente a-pari con i discepoli-uomini. Se non erano state "chiamate" in maniera giuridica, certamente erano state "accettate" dal Cristo, che ne utilizzava anche i servizi fattivi, e non semplicemente ancillari. Accentuava l’importanza del ruolo delle donne durante la passione, la crocifissione, la risurrezione e nel Cenacolo, sotto la presidenza della Madonna.

Queste affermazioni mi sembravano degne di considerazione. Fare come se nulla fosse, significherebbe chiudere gli occhi ai segni dei tempi. Non tocca a noi prendere decisioni, ma non possiamo sottrarci all’impegno di dare spazio a una riflessione che, per quanto è possibile prevedere, s’imporrà nella Chiesa in maniera sempre più impegnativa.

Lettera firmata
   

LE VOSTRE RICHIESTE E PRECISAZIONI

Raccolgo cartoline, francobolli usati o nuovi, schede telefoniche usate, per beneficare e sostenere le attività missionarie in Papua Nuova Guinea. Oso presentare questa umile richiesta a nome dell’instancabile padre Salvatore Benassi, direttore della Pia opera missioni di Bologna, nonché dei missionari padre Leone e padre Gianni, i quali consumano la loro vita in quella missione. Per chi volesse aderire all’iniziativa, il materiale va spedito in busta, con l’indicazione del mittente a: don Pier Giorgio Montanari, via S. Teresa 8 - 48100 Ravenna. Telefono 0544.38548.

don Pier Giorgio Montanari
Ravenna
  

Per ricerca storica in vista di una pubblicazione, cerco libri di padre Ambrogio Arrighini o.p., pubblicati oltre cinquant’anni orsono dall’editrice L.I.C.E. di Torino. In particolare: Mille santi nella storia e In splendoribus sanctorum. Rivolgersi a: don Paolo, 
cell. 340.5867170.
   

Leggo su Avvenire del 23.04.2002, di una mostra a Catanzaro di nuove chiese con un concorso Cei. Plaudo alla Chiesa e al popolo italiano che regala l’8 per mille per tali iniziative. Io ho in costruzione la chiesa parrocchiale e il suo complesso di canonica. La parrocchia ha 15 mila abitanti con una chiesina che ne contiene un centinaio. Il comune ha messo a disposizione 2.969.627,17 euro, dichiarando il complesso "Opera di pubblica utilità", necessaria e indilazionabile. Con il sindaco sono stato a Roma negli uffici della Cei. Avendo il comune fatto l’esproprio per "pubblica utilità", può darci il complesso in uso solo per comodato, per lo meno per quindici anni, avendo beneficiato anche di un mutuo della Cassa depositi e prestiti. Nessun finanziamento è stato possibile ottenere, giacché si richiede il diritto di proprietà, come per legge e d’intesa con il governo italiano. I miei parrocchiani, a cui tocca provvedere alle suppellettili della nuova chiesa per circa 774.685,35 euro, mi chiedono perché mai non possiamo usufruire dell’8 per mille? Dobbiamo non più versarli? Possibile che avendo il comune fatto questo passo importante, dopo 35 anni di lotte e insistenze, siamo tagliati fuori da qualsiasi contributo Cei e quasi castigati?

mons. Aniello Marano
Scafati (Sa)
   

Vorrei fare un appello affinché santuari, associazioni e opere pie sospendano l’invio di riviste, bollettini e pubblicità a chi non le richiede e non paga abbonamenti. Ogni giorno arrivano montagne di carta cellofanata che finiscono nel bidone. Non conta nemmeno rinviarla ai mittenti, perché quelli non hanno gli impiegati per aggiornare le liste. Quasi tutti noi parroci siamo amministratori di diverse parrocchie soppresse, quindi tutto arriva in 4 o 5 copie. In questo modo essi sprecano i soldi delle offerte che ricevono, distruggono inutilmente carta e inchiostro, inquinano, fanno fare ai postini un lavoro improduttivo, e recano a noi un grave disturbo. Pagando la tassa sui rifiuti in base al volume, ci costringeranno anche a una spesa che i fedeli sosterranno senza alcun vantaggio per la nostra istruzione e formazione. Nel frattempo Vita Pastorale, che è una delle poche riviste di cui ho rinnovato l’abbonamento, in maggio non è arrivata: spero sia stato solo un errore, vostro o delle Poste. Gradirei moltissimo.

don Francesco Capponi
   

Con particolare interesse ho letto a pag. 60-61 di VP n. 5 l’articolo su "Il messale è alla terza editio tipica" e con viva soddisfazione ho appreso, quanto già era trapelato attraverso i mezzi di comunicazione, che fra le novità c’era l’introduzione della memoria di santa Rita. Ho provato però stupore nel leggere che tale celebrazione era segnata al 9 luglio. Sono andato a sfogliare le pagine del nuovo messale e ho constatato che di fatto la memoria di santa Rita era posta al 22 maggio. Non credete che sia opportuna una precisazione?

don Luigi Di Giannicola
Roma

Lo spostamento della data della memoria di santa Rita dal 22 maggio al 9 luglio è un nostro errore dovuto al salto di una riga nella trascrizione del testo. Ci scusiamo per il disguido e ringraziamo della segnalazione.
   

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