Da una concezione drammatica della vita
a una aperta alla luce e alla gioia: questo l’itinerario di Margherita
Guidacci (1921-1992) che, riecheggiando san Giovanni della Croce, invita
ad andare più in alto.
L'unica
volta che ho avuto modo di conoscere Margherita
Guidacci è stato intorno al 1990, in Santa Croce a Firenze, dove,
benevolmente complice Città di vita, era ospite gradita e amica.
La sua figura maestosa, sobria, spontanea invitava a pensare a lei come a
una persona venuta da lontano, da altri tempi, per nulla succube delle
artificiosità del momento; e a un tempo, sentendola parlare, a una
persona dotta, colta, che aveva letto molto e si era nutrita della grande
cultura. La sua poesia ne dava e ne dà conferma.
Margherita Guidacci nasce a Firenze nel 1921 e trascorre
la sua giovinezza tra il capoluogo toscano e il Mugello, Scarperia in
particolare, in compagnia di poeti e letterati che rispondono ai nomi di
Nicola Lisi, Carlo Betocchi, Piero Bargellini, Piero Parigi... E forse
proprio l’ambiente nitido, agreste, avvolto nella "chiarità"
mugellana, e l’amicizia dei suddetti poeti, fanno della Guidacci una
poetessa pulita, chiara, di evidente candore. Ma sempre ugualmente colta e
attenta ai segni dei tempi. Dopo un periodo passato in Inghilterra, negli
studi della lingua e della letteratura inglese, torna a Firenze e infine a
Roma, dove insegna presso l’Università di magistero Maria Assunta.
Muore dieci anni fa, il 19 giugno 1992. La familiarità con la lingua
inglese le permette di tradurre diversi poeti e scrittori anglo-americani
e di pubblicare alcuni saggi come Studi su Eliot e Studi su
poeti e narratori americani. Ma la dimensione più vasta e profonda
della Guidacci è quella poetica che va di pari passo con l’esperienza
religiosa semplice e lineare, anche se meditata e personale. Partita da un’esperienza
letteraria che risente ancora dell’ermetismo fiorentino, la Guidacci,
nell’arco di vari anni, sviluppa una poetica intima e soggettiva che
include, tra l’altro, la dimensione della morte come morte-vita, una
vitalità gioiosa e le motivazioni religiose e cristiane mediate da
immagini evangeliche e bibliche.

Margherita Guidacci, tra Carlo
Betocchi e Nicola Lisi, stringe la mano a Frida Rota.
Oltre le parate
Poetessa di grande immediatezza e spontaneità (osava
dire: «La mia poesia è il frutto di poche intense giornate... lo sbocco
di una tensione psicologica»), la Guidacci rifugge dall’idea della
poesia come "letteratura" o puro artificio, conquista uno spazio
di schietta comunicazione, al di là della parola "condotta in
parata", e riveste d’ispirazione cristiana e d’accenti
profondamente sentiti, un modo di poetare discorsivo, secco, colloquiale.
Per altro, la grande familiarità con la letteratura inglese e con autori
come Conrad, Eliot, Pound, Newman, Hopkins accentua in lei il senso del
simbolismo escatologico e della religiosità come ricerca di
rigenerazione. Mentre l’approccio con la letteratura giapponese porta la
Guidacci a comporre Una breve misura (1988), una sorta di
corrispondente italiano dello haiku giapponese, composizione di
particolare brevità e incisività.
Momenti forti e chiave dell’itinerario poetico della
Guidacci sono La sabbia e l’Angelo e Morte del ricco,
scritti tra la fine degli anni Quaranta e metà degli anni Cinquanta, un
periodo di piena evoluzione. La poetessa crea dei piccoli poemi, come un
cerchio poetico dentro cui s’instaura un discorso emotivo sperimentato,
sciolto in immagini e idee, con i suoi attacchi, gli adagio, i crescendo,
i diminuendo; una specie di sinfonia poetica che non si affida al caso e
all’imprevedibilità, ma segue il filo di una interiore programmazione,
come le immagini della vita e della morte, del principio e della fine. «Il
mondo è così diviso: in principio è la brezza: / e poi vi sono le cose
che con voce o gesto alla brezza rispondono; / e poi vi è anche la pietra
crudele, che tronca il volo alla brezza, / e su cui nulla che alla brezza
risponda può germinare».

Lo scrittore e critico Raffaele
Crovi (foto CAGNIN).
La parabola del ricco Epulone
E Morte del ricco è un oratorio che prende le
mosse dalla parabola evangelica del ricco Epulone. È ricostruita come
emblema e storia del potere: la perdizione di Epulone e la povertà e la
liberazione di Lazzaro sono espresse in una rappresentazione scenica che
vede, tra gli altri, l’amante di Epulone, i figli di Lazzaro, i servi di
Epulone, un poeta... «Sotto il profilo allegorico», bene osserva
Raffaele Crovi, «Morte del ricco cerca di individuare la verità
profetica del cristianesimo: Epulone, eroe dell’estremismo
realista-storicista, maschera dell’alienazione della civiltà del
benessere, rappresenta il rifiuto della conoscenza del Mistero, la storia
che rifiuta il riscatto, l’ideologia che rifiuta il miracolo. Nella sua
magistrale e corporale visionarietà Morte del ricco anticipa e
supera, per qualità di concentrazione e allusività, la drammaturgia in
versi di P.P. Pasolini».
Successivi pilastri poi della sua produzione poetica
sono riscontrabili in Neurosuite (1970), L’altare di Isenheim (1980)
e Inno alla gioia (1983). Come dire, da una dimensione luttuosa o
comunque drammatica della vita si passa a un’altra, aperta alla luce e
alla gioia, secondo alcuni versi di quest’ultima raccolta: «Il dolore /
Era piombo e pietra e mi chiudeva in me stessa / Ogni giorno in una nuova
cerchia di mura / Un nuovo giro di catene. Ma la gioia / Mi dilata ora dal
centro del cuore / Fino agli orli vibranti del mio essere, / leggera come
un fiore che apre i suoi petali al mattino / No, più leggera. / Io sono
spazio e luce / Sono il crocevia di liberi venti».
Neurosuite s’inoltra nel
tunnel della malattia e del dolore, dello smarrimento psicologico e della
paura in una "città murata"; ripercorre i sogni e i deliri che
attraversano i pensieri confusi dell’uomo in una filastrocca di
interrogativi, di domande e di silenzi. La fede sembra ancora incagliata
tra i fili del dubbio e dell’incredulità («La fede il dubbio l’incredulità
/ sono i tre fili annodati / che non riusciamo a districare»), mentre la
luce è lontana, perduta nelle prigioni, nelle lunghe discese della notte.
La Guidacci ritorna ancora sul tema della morte in L’altare di
Isenheim: sinfonia in versi, legata al polittico di Grünewald. Il
prologo, il primo, il secondo e il terzo ciclo e poi l’epilogo rievocano
la crocifissione, la deposizione, il concerto finale, la risurrezione, la
tentazione di sant’Antonio, l’incontro tra sant’Antonio e san Paolo
eremita nel deserto, seguendo i ritmi delle scene di Grünewald. Poesia
robusta, solenne e gridata che insegue la morte come trasformazione e
liberazione.
Ma il senso pieno dell’appagamento interiore lo si
riscontra in Inno alla gioia: canto alla vita e all’amore. Qui l’esposizione
poetica della Guidacci, partecipata e commossa, non è più rivolta a
dolorose esperienze della vita umana, ma a voci nuove, piene di luce e di
pace. In versi di grande e immediata comunicazione, mediati da una vasta
cultura (quella greca, quella inglese, quella spagnola, quella mistica di
san Giovanni della Croce), la Guidacci alza il tono della poesia verso un
"impulso immortale" che solo l’amore può intuire, «la gioia
è presenza prorompente e straripante, è amore che si dilata oltre sé
stesso, in anelli crescenti fino a includere, in un mistico abbraccio,
tutto l’universo». «Il mio amore che nasce / In te, non finisce / In
te. Sei la porta d’amore / Attraverso cui passo / Incontro all’universo,
tendendo a tutto le braccia».

La Risurrezione, particolare dell’Altare
di Isenheim, opera del Grünewald.
Il suo testamento
Ma non si può trascurare la raccolta postuma della
Guidacci: Anelli del tempo, che è il suo testamento poetico e
spirituale. Vi si trova la contemplazione della vita e della morte, la
libertà spirituale, il senso della completezza che vede al di là, nella
gloria dell’eternità. Pone particolare attenzione, la poetessa, alla
musicalità e alla forma nitida in cui cala il suo pensiero. Da una parte
affida al lettore ("all’ipotetico lettore") il suo tesoro
spirituale, dall’altra nutre la grande passione di volare, di andare
più in alto, nell’inesprimibile. Non per nulla la raccolta si apre con
una poesia il cui titolo e contenuto è preso in prestito da san Giovanni
della Croce nel trattato della Notte oscura: «Un’impazienza d’ali,
dentro di me, improvvisa. / È l’impulso del volo, se non ancora / La
direzione del volo. Qualcosa / Mi ha chiamata, qualcosa in me risponde. /
Io che rispondo sono sconosciuta / A me stessa come la voce che mi chiama».
Non è fuori luogo, in tale contesto, chiamare in causa
donne e poetesse alla cui poetica, la Guidacci si è sentita vicina:
Raissa Maritain, Emily Dickinson e Cristina Campo. Oltretutto la nostra,
scrivendo l’introduzione alla Dickinson, tra l’altro diceva: «Noi
sentiamo la nostra povertà illimitata, ma allietata dal pensiero che
qualcuno della nostra specie sia riuscito, come Emily Dickinson, ad
accumulare un tesoro inviolabile al tempo, dandoci con la sua breve
parabola il senso di una garanzia immortale. "Esseri come loro sono
morti. Per questo / moriamo con maggiore rassegnazione. / Ma vissero: per
noi questo è certezza / dell’immortalità". Non diversamente
avrebbe pensato Cristina Campo». Sarebbe quanto mai opportuno, in
occasione dell’anniversario, fare un’opera di rivalutazione della
poesia della Guidacci, anche nell’ambito dell’operazione culturale che
la Chiesa vorrebbe proporre... per non volare troppo basso.
Vincenzo Arnone