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DANIEL VARUJAN (1884-1915)

Il poeta armeno citato dal Papa

di GIOVANNA CRESTANI
    

   Vita Pastorale n. 7 luglio 2002 - Home Page Al suo arrivo a Yerevan, Giovanni Paolo II ha usato alcuni suoi versi per ricordare un popolo nella diaspora. Una poesia che unisce le tradizioni orientale e occidentale e dal profondo afflato religioso, come nella preghiera alla Vergine Madre per ottenere un’abbondante mietitura.

In occasione del suo viaggio in terra d’Armenia lo scorso settembre, Giovanni Paolo II, arrivando in questo Paese ancora sofferente per le profonde ferite subite durante il genocidio del 1915 e non ancora rimarginate, ha voluto utilizzare delle parole che arrivassero dritte al cuore di quel popolo. Parole che fossero familiari, vicine, che non ricordassero i toni ufficiali dei soliti discorsi, ma che sapessero riportare in superficie sentimenti ancestrali, ricordi solidi e profondi, legati ai valori più semplici e allo stesso tempo irrinunciabili. Lontano geograficamente da noi, quello armeno è stato invece il primo popolo a convertirsi nel 301 al cristianesimo e questo ce lo rende molto più vicino di quanto non possa sembrare, sia dal punto di vista religioso, sia come cultura e sensibilità. Per poter tessere questa tela, capace di unire e coprire insieme Oriente e Occidente e la cui trama e ordito sono dati dal sentimento d’amore per la propria Terra, dal profondo senso religioso, dall’attaccamento ai valori familiari, al sogno per un futuro di pace e prosperità per la propria gente, Giovanni Paolo II ha ricordato Daniel Varujan (1884–1915) e le sue poesie ricche di immagini vive e penetranti, ma soprattutto capaci di toccare in profondità anche ognuno di noi. Proprio rivolgendosi al presidente dell’Armenia al suo arrivo nella capitale Yerevan, il Papa ha parlato dei figli della diaspora armena con queste parole: «È squisito per il mio cuore tuffarsi nell’onda luminosa di azzurro, / naufragare – se è necessario – nei fuochi celesti; / conoscere nuove stelle, l’antica patria perduta, / da dove la mia anima caduta piange ancora la nostalgia del cielo»(1). La stessa immagine potrebbe appartenere a ognuno di noi, forse spesso inconsapevole pellegrino in cerca della via del ritorno.

Veduta panoramica di Yerevan, la capitale dell’Armenia.
Veduta panoramica di Yerevan, la capitale dell’Armenia (foto SCAGLIONE).

Fusione di due mondi

Se spesso capita di avvicinarsi alla poesia in modo superficiale e frettoloso e di restare magari delusi dalla difficoltà di comprensione, da un linguaggio finalizzato più a nascondere che a scoprire, i versi di questo giovane poeta ci parlano invece senza bisogno di intermediari, perché le immagini e le suggestioni, pur cariche di simbolismi tipicamente mediorientali, sono per noi assolutamente comprensibili. La tradizione del Medio Oriente infatti esprime la fusione tra due mondi e due tradizioni spesso distanti, ma che riescono a incontrarsi proprio dove l’ispirazione cerca spunto e origine.

A caratterizzare i poeti di Paesi come il Libano, la Turchia, l’Armenia, è un patrimonio culturale che affonda le sue radici nel ritmo lento legato alle suggestioni vive e palpitanti che rimandano a sentimenti vibranti, che ci riportano un mondo lontano che parla la nostra stessa lingua. È un universo che unisce passato e presente con un senso di profondo attaccamento alla propria terra, percepita nel modo più viscerale e intenso, ma che si apre anche alla cultura dell’Occidente e alle sue consuetudini.

All’immagine a noi cara e vicina della mietitura, ad esempio, con tutti i significati che il nostro mondo contadino, a volte dimenticato, le ha sempre attribuito di speranza per il futuro e di meritato riposo dopo il duro lavoro nei campi, Varujan riesce ad avvicinare la figura della Madonna, benevola protettrice di queste messi cresciute su una terra che per il popolo armeno è sacra. Ne scaturisce una poesia che diventa solenne come una preghiera, perché sgorga sì dal cuore di un uomo, ma ha la forza di arrivare fino al cielo proprio grazie all’intensità dei suoi sentimenti e delle sue emozioni: «Madre, benedici questa croce di spighe; e dona ai miei campi / un’estate d’oro e una primavera di perle, / più i miei granai saranno colmi, più le fiaccole / daranno luce al tuo altare. / Fa’, ti prego, che – come nei giorni antichi – / quando di campo in campo verrai a passeggiare / le spine non sfiorino i tuoi piedi, ma solo papaveri / frementi come il nostro cuore»(2).

Daniel Varujan.
Daniel Varujan.

La forza di questi versi risiede nella capacità di trasmettere con le parole semplici della quotidianità, con elementi noti a tutti coloro che le leggeranno, dei valori che invece costituiscono e caratterizzano una cultura e una tradizione ben precisa. E allora Maria, cui il poeta si rivolge, proteggerà le spighe cresciute dalla terra su cui tutti hanno sudato e che di tutti custodisce le speranze. La religione, così, viene vissuta come un elemento costitutivo della propria identità individuale da un lato e sociale dall’altro. Non c’è alcuno strappo da ricucire, nessun vuoto da riempire.

E ancora, quando parla di una notte serena sull’aia, le immagini sono soavi e leggere ma anche profonde e assolute. Pur raccontando questa volta di sentimenti tipici dell’animo umano, che si smarrisce nel mistero del cielo infinito ammantato di stelle, o del sonno sereno di una sposa che racchiude nel suo seno la promessa di una nuova vita, o ancora dell’amore fecondo dei genitori che lo hanno concepito, riesce a trasmettere tutto questo con un’intensità vibrante, con una totalità che pervade ogni fibra del suo essere e che fa vibrare ogni corda del suo animo. «È dolce per me sollevarmi sulle ali del silenzio / Ascoltare soltanto il silenzio imperturbabile dello spazio, / finché i miei occhi si chiudano in un sonno magico, e sotto le mie palpebre rimanga l’infinito con le sue stelle. / Così, così si addormenta tutta la gente del villaggio; / il pastore sul suo carro, sotto la trapunta che stilla luce, / la sposa in cima a un covone, scoperto dallo zefiro il seno / dove la Via Lattea svuota il suo latte brocca dopo brocca. / E così, avendo dormito un giorno sotto lo sfavillío del cielo, / i miei genitori contadini mi concepirono con tenerezza, / mi concepirono fissando lassù i loro occhi buoni / sulla più grande stella, sulla fiamma più splendente»(3).

Giovanni Paolo II all’aeroporto di Yerevan durante la sua visita in Armenia (settembre 2001).
Giovanni Paolo II all’aeroporto di Yerevan durante la sua visita
 in Armenia (settembre 2001) (foto
GIULIANI).

Tutto è armonia

Nella poetica di Varujan i valori che vengono di volta in volta espressi e raccontati costituiscono tutti insieme l’universo di quest’uomo e in fondo del suo popolo. Il fascino che può esercitare su di noi questo tipo di approccio è dato dal fatto che ogni elemento, sia esso l’amore per la propria donna, o il sentimento religioso, l’attaccamento alla propria terra d’origine o il desiderio di una pace duratura per il proprio popolo, l’ammirazione per la meraviglia della natura: tutti questi elementi convivono in armonia, creando un equilibrio senza contrasti, privo di conflitti e scontri.

Poi, con la stessa intensità, i toni sanno diventare più malinconici e tristi, per lasciare spazio anche alle note del dolore, della nostalgia per un figlio lontano che ancora non torna. La figura di questa madre stanca e triste è ritratta con poche e sapienti pennellate, che ce la restituiscono in tutta la sua sofferenza, nel suo smarrimento dato dall’incertezza e da ricordi struggenti. Esperienza comune in molte zone del nostro Paese che ha visto emigrare moltissimi italiani nei periodi più diversi, e che oggi è diventato la terra sognata per molti che arrivano in cerca di una vita più dignitosa. Ma la madre non perde la speranza, sa che il figlio non l’ha dimenticata e che un giorno tornerà. «Siedo sempre triste davanti alla porta, / chiedo notizie di te ad ogni gru che passa: / quel ramo di salice che hai piantato con le tue mani / su di me fa ombra. / ... Del grande gregge nella stalla, peccato, / è rimasto solo un ariete coraggioso; / sua madre un giorno – ricordi, figlio, – ancora agnella / mangiò orzo nella tua palma. / Io nutro la sua coda fiorente / con la pula del riso, col ricco trifoglio; / col pettine di bosso pettino la sua lana fine: / è una vittima preziosa. / Al tuo ritorno, con la testa cinta di rose, / lo scannerò per la tua vita giovane: / nel suo sangue laverò, dolce figliolo, / i tuoi piedi affaticati da emigrato»(4).

Giovanna Crestani

Segue: Il faro di Giuseppe e Maria

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