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"I CATTOLICI CHE HANNO FATTO L’ITALIA"

Vide la Provvidenza passare da Porta Pia

di MARTA MARGOTTI
    

   Vita Pastorale n. 5 maggio 2002 - Home Page

Da questo numero parte una serie di articoli su quanti hanno dato il loro contributo all’unità del Paese. Tra questi il gesuita napoletano Carlo Maria Curci. Neoguelfo giobertiano prima, antirisorgimentale e sostenitore del potere temporale poi, infine sostenitore di un liberalismo aperto ai problemi sociali, visse il travaglio di molti cattolici divisi tra la fedeltà alla Chiesa e il forte richiamo dell’ideale nazionale.

Nato a Napoli nel 1809, Carlo Maria Curci entrò nel settembre 1826 nella Compagnia di Gesù, dopo aver abbandonato gli studi giuridici appena iniziati. Dieci anni dopo fu ordinato sacerdote. Nel 1843, pubblicò a Benevento un’edizione del Primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, ma le simpatie per il filosofo piemontese si spensero in seguito alla pubblicazione nel 1845 de I prolegomeni nel quale Gioberti attaccava apertamente i Gesuiti. Curci replicò, innescando una vivace polemica, in cui la difesa delle proprie posizioni si accompagnava a veementi accuse nei confronti dell’avversario.

Il gesuita napoletano in uno scritto del 1849 censurò nuovamente il progetto giobertiano di confederazione italiana, accusato di confondersi nell’ancor più nefasto disegno di unità nazionale che «nelle presenti condizioni è impossibile, non si potria tentare senza fellonia e sacrilegi, non ha, né può avere il suffragio della maggioranza; e in somma non servirà che per distruggere, lasciando ai venturi la lunga e faticosa opera di riedificare sulle nostre ruine»; per Curci, «alla unità nazionale i nostri popoli non son maturi e non attaccano verun positivo interesse, appunto perché vi veggono compromessa la giustizia, la religione, e fino le tradizioni patrie».

Le posizioni di Curci si fondavano non soltanto su considerazioni di tipo politico, ma anche su perentori richiami a obblighi religiosi. L’opposizione al liberalismo e la difesa del potere temporale del Papa (messo in discussione dai diversi progetti nazionali) facevano parte dei doveri di ogni cristiano ed esprimevano l’aderenza all’unico e autentico deposito della fede cattolica. Forte di queste convinzioni, nel 1850, Curci collaborò attivamente alla fondazione della Civiltà Cattolica: il periodico ebbe un immediato successo e un’ampia diffusione in tutta la Penisola (Cf Giandomenico Mucci, Carlo Maria Curci. Il fondatore della «Civiltà Cattolica», Edizioni Studium, Roma).

Padre Curci al centro (dal libro di G. Mucci).
Padre Curci al centro (dal libro di G. Mucci).

Negli anni successivi, maturò il progressivo distacco del padre Curci dalle linee sostenute dal periodico dei Gesuiti italiani e divenne evidente la sua incompatibilità non soltanto con il gruppo redazionale, ma con la stessa Compagnia di Gesù, per le diverse valutazioni espresse intorno all’unificazione italiana e alla presa di Roma. La pubblicazione in cinque volumi delle sue Lezioni esegetiche e morali sopra i quattro evangeli (1874-1876), in cui le "austere e sante dottrine del Vangelo" erano lette in chiave anti-temporalistica, provocò la rottura definitiva e la sua uscita dall’ordine.

Curci sosteneva, infatti, la necessità per il Papa di prendere atto della nuova situazione venutasi a creare con la presa di Porta Pia e di trovare un accordo con il Regno sabaudo che era stato causa inconsapevole della nuova provvidenziale situazione della Chiesa cattolica: l’abbattimento del potere temporale del Papa. Questo evento, benché avvenuto attraverso la violazione dei diritti del Papato sui territori pontifici, poteva essere l’inizio di una riforma ecclesiastica e di una nuova fase di cristianizzazione a favore di coloro che a causa del conflitto tra Stato e Chiesa si erano allontanati dalla religione.

La breccia di Porta Pia in una stampa dell’epoca (foto Soncini).
La breccia di Porta Pia in una stampa dell’epoca (foto Soncini).

L’uscita di Curci dalla Compagnia di Gesù non significò l’abbandono del suo ministero sacerdotale, ma permise la pubblicazione, in tempi successivi, di numerose opere in cui si auspicava un’ampia conciliazione con il pensiero liberale e il mondo moderno. Il Sant’Uffizio pose all’Indice i suoi volumi La nuova Italia ed i vecchi zelanti (1881), Il Vaticano regio, tarlo superstite della Chiesa cattolica (1883) e Lo scandalo del "Vaticano regio" (1884) e l’autore, ormai trasferitosi definitivamente a Firenze, fu sospeso a divinis. Le accuse più sferzanti di Curci erano lanciate contro «il Vaticano, il quale ha non poco contribuito a far perdere alla società quella Fede, quel sentimento e quella fiducia» in Dio, attenendosi rigidamente agli articoli del Sillabo che, «nella maniera equivoca e dura, onde sono espressi, contengono la negazione e la condanna di ciò, che la civiltà moderna ha oggi di più caro, per cui ottenere ha tanto fatto e patito, e di cui più di tutto è orgogliosa».

Dopo un penoso travaglio interiore, Curci si sottomise alle decisioni vaticane e, nel settembre 1884, ritrattò pubblicamente le sue precedenti affermazioni. L’anno successivo comparì Di un socialismo cristiano: fu l’ultima opera dell’anziano sacerdote che rivelava un’inedita apertura ai temi sociali non rintracciabile negli ambienti conciliatoristi, generalmente più conservatori di lui intorno a tali questioni.

I bersaglieri alla breccia di Porta Pia nel settembre 1870.
I bersaglieri alla breccia di Porta Pia nel settembre 1870.

Come conciliare laicismo e fede?

L’idea di fondo che rimase costante nella produzione curciana fu la convinzione che solo attraverso il rinnovamento cristiano della civiltà si potesse giungere al rinnovamento politico degli Stati. La cristianizzazione della società poteva avvenire attraverso la radicale riforma della vita religiosa e l’accettazione di alcuni ideali espressi dalla società moderna (primo tra tutti, la libertà); Curci non si nascondeva, però, la difficoltà di conciliare il laicismo, diffuso in gran parte della cultura europea, con la fede cristiana. Dai suoi studi di esegesi biblica, continuati per tutta la vita, Curci traeva la speranza di un accordo tra religione e ragione e intravedeva una Chiesa non più contrapposta alla società moderna, ma una comunità evangelica, forse ridotta a "piccolo gregge", in grado di offrire la necessaria sintesi tra il Vangelo e i valori della cultura.

Neoguelfo sulla scia di Gioberti, prima; antirisorgimentale e difensore acceso del potere temporale del Papa, poi; infine, sostenitore del liberalismo e della necessaria conciliazione tra Chiesa cattolica e Regno sabaudo. Carlo Maria Curci abbracciò con uguale convinzione, in momenti diversi della sua lunga vita, idee tra loro opposte e aspramente in conflitto, testimoniando la lacerazione vissuta da molti cattolici italiani nel corso dell’Ottocento, divisi tra la fedeltà alla Chiesa di Roma e il richiamo sempre più forte dell’ideale nazionale.

Marta Margotti

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