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Ci scrivono

CI SONO CONFINI PARROCCHIALI PER BENEDIZIONI E SACRAMENTI?
    

   Vita Pastorale n. 5 maggio 2002 - Home Page Vorrei porre due quesiti: 1) È obbligatorio ricevere i sacramenti (battesimo, cresima, eucaristia) nella propria parrocchia o si può andare anche altrove informando il parroco e senza essere vincolati al suo nulla osta? Ci sono norme in proposito?

2) I fedeli trasferitisi in parrocchie limitrofe possono decidere liberamente di usufruire della benedizione pasquale del parroco d’origine?

don Stefano Giardino

Risponde don Silvano Sirboni.
La risposta al primo quesito non è così semplice come potrebbe apparire a prima vista. Oggi ci si trova, infatti, di fronte a una realtà (la parrocchia) con forti connotazioni giuridiche e a un’altra realtà (i sacramenti dell’iniziazione cristiana) che supera di gran lunga i confini giuridici. La parrocchia, prima ancora di essere un territorio, è una comunità di fedeli (can. 515). La territorialità è soltanto una conseguenza pratica, ma non costitutiva (cf cann. 372 e 374). Esistono, infatti, anche parrocchie personali (can. 518). Il rituale per il battesimo dei bambini, riguardo al luogo della celebrazione, parla di chiesa parrocchiale senza altre specificazioni (RBB 10), così il Codice (can. 857).

Ma il modo più corretto per affrontare il problema non è a suon di permessi concessi o negati, che (salvo disposizioni emanate dal vescovo locale) non sono previsti per i sacramenti dell’iniziazione cristiana, purché si tenga presente la norma che «salvo il caso di necessità, a nessuno è consentito, senza la dovuta licenza, conferire il battesimo nel territorio altrui, neppure ai propri sudditi» (can. 862). Tutti i sacramenti, e massimamente quelli dell’iniziazione cristiana, fanno ed esprimono la Chiesa e pertanto trovano pienezza di senso soltanto nella comunità dove realmente si vive, si esprime e si alimenta la propria fede partecipando alla vita di quella Chiesa locale, che potrebbe anche non identificarsi con quella del proprio domicilio, specie nelle città.

Altro è il discorso per il matrimonio concordatario, che è sottomesso anche a precise norme civili. I sacramenti non sono prodotti di consumo e non si sceglie la chiesa come si sceglie il negozio dove fare la spesa. Né il prete deve comportarsi come un negoziante in cerca di clienti! Purtroppo sovente i sacramenti dell’iniziazione cristiana (ma non solo questi) vengono richiesti per ragioni che poco o nulla hanno da spartire con la fede e la sua fondamentale dimensione ecclesiale. Il comportamento dei parroci non dovrebbe favorire questo tipo di "clientela", neppure usufruendo di formali "nulla osta" che non offrono per niente una corretta immagine di parrocchia; anzi, la riducono a un semplice ufficio di anagrafe ecclesiastico. Come si intuisce, è necessaria una radicale conversione pastorale anche per quanto riguarda la concezione e le strutture delle parrocchia.

Su tutt’altro livello si pone la tradizionale benedizione pasquale delle case o delle famiglie, sviluppatasi nel contesto post-tridentino e oggi in crisi o comunque in fase di profonda evoluzione per ovvi motivi che riguardano il numero e le attività dei preti, ma soprattutto il mutato contesto sociologico, pluralista e anche sempre più multireligioso. La norma afferma che la benedizione annuale delle famiglie nelle case spetta al parroco del luogo e ai suoi collaboratori (Benedizionale 435 e 438). Se la famiglia che ha traslocato resta ancora legata attivamente alla parrocchia di origine, al precedente parroco e amico, nulla impedisce che faccia loro visita e preghi con loro in qualsiasi occasione e non una volta sola invocando la benedizione di Dio. Ma non è proprio il caso di mettersi in concorrenza con l’attività pastorale che spetta ad altri, a un confratello. Ancora una volta non si tratta di fare o conservare "clienti", ma di fare cristiani, persone capaci di comunione e non tifosi di campanili.
   

L’OTTO PER MILLE ANCHE A FAVORE DELLA PACE

Mi permetto portarvi a conoscenza di quanto avvenuto a seguito di una mia corrispondenza con il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana. Sono obiettore di coscienza alle spese militari fin dal 1987. Qualche anno fa, avendo saputo che la Chiesa valdese aveva iniziato a devolvere l’otto per mille della dichiarazione dei redditi dei suoi fedeli a favore della difesa popolare nonviolenta (Dpn), espressi al cardinale Ruini il dubbio se, come sacerdote e obiettore di coscienza alle spese militari, potevo firmare a favore della Chiesa valdese. A sciogliere questo mio dubbio chiedevo che anche la Chiesa cattolica facesse una scelta simile finanziando, anche se in minima parte, iniziative di pace.

Alla mia richiesta il cardinale, in data 22.06.1999, rispondeva che: «firmando per la Chiesa cattolica lei potrà anche contribuire ad iniziative di questo tipo» e che «i fondi otto per mille concorrono anche al sostegno economico delle attività della Caritas italiana, la quale impiega parte delle risorse ricevute anche per iniziative di sperimentazione nel campo della difesa popolare nonviolenta».

Inviai copia della lettera alla Caritas chiedendole di attivarsi presso la Cei al fine di ottenere finanziamenti per le sue iniziative di pace. Nel frattempo continuai a firmare la dichiarazione dei redditi devolvendo l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica. Non risultando alcun intervento finanziario della Cei alla Caritas, nel giugno del 2000 scrissi ancora al cardinale rinnovando la mia perplessità a favore di quale Chiesa devolvere il mio otto per mille. Finalmente la conferma. Difatti, in occasione del convegno della Caritas italiana, tenutosi a Napoli il 6-8 ottobre 2000, il direttore don Elvio Damoli comunicava che la Cei aveva versato 200 milioni per il progetto dei 30 obiettori in missione internazionale, come caschi bianchi.

Questo finanziamento è un fatto importante: con esso la Chiesa cattolica riconosce la Dpn. Questo riconoscimento ha un grande significato presso l’opinione pubblica in quanto la Dpn gode, ormai, della fiducia delle gerarchie ecclesiastiche. Non si tratta più di azioni spontanee e sporadiche, ma di un’azione che merita fiducia, attenzione, incoraggiamento, sostegno morale e finanziario.

Chiedo ai confratelli, ai religiosi e alle religiose di continuare a firmare l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica, inviando copia della dichiarazione dei redditi alla Presidenza della Cei, unita a una lettera in cui si chiede che il proprio versamento vada a favore della Dpn. È questo un vero gesto di pace che concorre al bene di tutta l’umanità.

don Gennaro Somma
Castellammare di Stabia (Na)
    

RELIGIONE A SCUOLA: È COMPITO DEI LAICI

Il numero di marzo della vostra pregevole e interessante rivista – cui sono abbonata – riporta la lettera di un prete che sostiene quanto fosse meglio la religione insegnata dai preti, ritenendo evidentemente noi laici non affidabili. Certe affermazioni gratuite, aprioristiche e pregiudiziali mi provocano un immediato senso di rabbia, visto che posso ritenermi – anche a giudizio di amici preti – una laica sufficientemente impegnata e preparata per insegnare religione.

Ritengo però la libertà di opinione un diritto e la verità sulle cose un dovere. Mi sembra che certe nostalgie non tengano conto della realtà. Realtà che non significa solo la necessità di dover ricorrere ai laici, causa la scarsità di clero, ma che prevede la rivalutazione del laicato perché ciò è giusta conseguenza dei tria munera battesimali. E se, come afferma il Concilio, compito del laico è l’animazione delle realtà temporali, non è la scuola una di queste? La nostalgia del "prete è meglio" si rifà a un’immagine di sacerdote tuttologo in virtù dell’ordinazione. Ma le cose stanno proprio così? La situazione in cui viviamo – e quella della scuola nella fattispecie – è quanto mai variegata e complessa e sempre più richiede preparazione e carismi specifici; e non è detto che un prete sia automaticamente un bravo didatta. Per contro, la figura del laico può aiutare i giovani a comprendere che la vita di fede non è esclusivamente "roba da preti o da suore".

Veri sono i casi di laici non sufficientemente preparati o la cui vita è in contrasto coi valori evangelici, e la cosa è anche per me fonte di amarezza e di scandalo. Tali incresciosi accadimenti mi sembrano però indicare un’impotenza o una superficialità, da parte del clero responsabile, nel valutare l’idoneità degli insegnanti, così come avviene per catechisti, padrini ecc. Mi si perdoni la presunzione di quest’ultima affermazione ma credo che una risposta al problema vada cercata sia in una maggior cura della formazione sia nell’utilizzo di strutture atte a valutare detta formazione.

Rosa D’Angelo
Genova
     

È DA APPROFONDIRE QUANTO DICE SGORLON

A proposito del magistrale articolo di Carlo Sgorlon a pag.16 di Vita Pastorale di marzo 2002, "La ricetta contro il materialismo", affinché «riesca ad entrare nelle dottrine correnti della Chiesa» va riletto e arricchito. Quindi anche confrontato col libro di A. Zichichi Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, e con la dottrina di Rosmini su Dio Sentimento (Trascendenza) dei suoi sentimenti (enti, immanenza). Donde consegue che da Abramo a Feuerbach si è tenuto conto solo di un Dio pensato a misura d’uomo (antropomorfo), a misura dei nostri pensieri pensati da antichi pastori erranti. Ne consegue anche il diffuso ateismo nostrano.

La fisica moderna mostra altro concetto di Dio, che «ha un corpo come noi», quindi purissimo spirito, perché anche noi siamo purissimi spiriti; i nostri corpi sono un insieme di forze elettromagnetiche (cf A. Zichichi), ovvero energia, relazioni, affetti, desideri, sogni, bisogni. L’anima e il corpo diventano interdipendenti. Vizi e virtù crescono e calano insieme.

L’immanenza (gli enti, i sentimenti, forze elettromagnetiche) è come il corpo di Dio, come il mio corpo, fatto di cellule, molecole, atomi, cariche positive e negative, che forgiano il mio pensiero, il mio io, la mia "trascendenza", che in Dio è del tutto diversa dalla sua Immanenza, come il mio io è del tutto diverso dalle mie singole molecole e atomi, che pure sanno quello che fanno, senza il mio intervento consapevole. Come le mie cellule non vedono il mio io del tutto diverso da loro, così noi non vediamo la Trascendenza, Dio vita-amore-gioia, del tutto diverso da noi, suoi atomi (sentimenti) infinitesimali. La teologia cattolica, ristudiando la fisica, dovrebbe migliorare la propria metafisica a vantaggio di una pastorale più illuminata e credibile di quella antica, con tutto il rispetto dei "Nostri fratelli maggiori".

don Raniero Seri
Serravalle Dignano (Mc)
    

FRACTIO SOVRAPPOSTA ALLO SCAMBIO DI PACE

Ho acquistato il libro di Rinaldo Falsini Gesti e parole della santa messa. Leggendo la prefazione, ho notato con piacere che ha messo della sua competenza nell’edizione terza delle rubriche del Messale. Vorrei sapere: la Congregazione per il culto avrà consultato qualche parrocuccio di infima categoria prima di fare la nuova edizione? Eppure ci sono anche loro. Una domenica di novembre, ho celebrato tre sante messe: la prima in un’ex parrocchietta di 90 anime, la seconda nella parrocchia più grande (300 anime) e la terza in un’ex parrocchia con pochissimi residenti ma con un discreto numero di villeggianti. Io sono uno di quei preti che, prima della risposta in Vita Pastorale n. 11/2001 pp. 58-59 di padre Falsini, spezzava l’ostia alla consacrazione. Poi ho smesso. Ma ho tanta nostalgia della fractio panis che forse ricomincerò, alla barba dei tanti sapientoni. Possibile che sfugga a tutti voi che, al posto in cui è, la fractio panis non è vista da nessuno? Ed è importante vedere oltre che sentire.

Quand’ero piccolo, aiutavo il parroco a frangere in particole le ostie fatte al fuoco. Il parroco mi spiegava il rito del "frangere". Oggi deleghiamo la fractio panis alle suore che fabbricano le particole. Diciamo «spezzò il pane» senza far nulla, rimandando alla fractio, molto opportuna, prima della comunione ma sovrapposta allo scambio della pace. Vorrei aspettare che finisca lo scambio della pace, ma poi non reggo all’attesa e spezzo il pane, cantando l’Agnus Dei.

Ho letto nel libro di padre Falsini che i milanesi fanno la fractio in altro momento. Come al solito i milanesi sono intelligenti. Sono venuti alcuni mesi or sono nella mia parrocchia un gruppo di neocatecumenali. Ho celebrato con loro e mi hanno fatto fare il segno di pace prima dell’offertorio. Mi hanno detto che hanno avuto il permesso (mai revocato) da Paolo VI. Ci sarà pure un motivo per cui si tengono così caro questo permesso.

Sacerdote di Forlì

Risponde padre Rinaldo Falsini.
La sua lettera suscita compiacimento per l’attenzione che pone nella valorizzazione degli elementi simbolico-rituali, nonostante la critica eccessiva agli organismi e alle persone addette alla disciplina liturgica. Non si senta una vittima o un paria. L’ordinamento rituale della messa prevede un "doveroso" adattamento alle assemblee e un margine di libertà che non viene sempre utilizzato. La seconda edizione italiana del Messale (1983) nelle quattro pagine introduttive della Cei, invita alla conoscenza e alla migliore utilizzazione pastorale del libro: sono indicazioni preziose e "aperte".

Vengo ora ai due problemi reali, ma da lei ingigantiti: la frazione del pane e lo scambio della pace. Sono due riti pieni di significato in diretta relazione con la comunione, il primo prepara il pane eucaristico, il secondo invita alla pace fraterna. Purtroppo non si può dire che la loro posizione nella liturgia romana sia la migliore, ma ogni liturgia ha i suoi inconvenienti. Accettiamoli come sono perché dopo la recente riforma liturgica le possibilità di ritocco sono illusorie.

La frazione del pane, quella "vera", è morta da oltre mille anni quando sono cambiati il pane ordinario in azzimo, le dimensioni delle ostie e della patena. L’Istruzione generale del messale ha tentato di rivitalizzarla, prima ricordando non tanto la sua ragione positiva antica quanto quella della comunione a un solo corpo che è Cristo (IGM 56C/83) e quindi suggerendo di predisporre un pane eucaristico che si possa spezzare in varie parti e distribuirlo almeno ad alcuni fedeli. E aggiunge: «Il gesto manifesterà sempre più la forza e l’importanza del segno dell’unità di tutti in un unico pane e del segno della carità, a motivo dell’unico pane distribuito tra i fratelli» (nn. 283/321). Il canto dell’Agnello di Dio ha lo scopo di accompagnare la frazione e poiché si suppone necessiti del tempo (perché fatta con vari pani), l’invocazione può essere ripetuta più volte, concludendo nell’ultima con il «dona a noi la pace», anche se non ha nulla a che vedere con la pace. Lo stesso titolo di "Agnello", benché di origine evangelica, è usato in Oriente per indicare il dono eucaristico, equivalente di "ostia": pare sia stato Sergio I (+ 701), di origine siriaca, a introdurlo nella liturgia romana. Se lei riuscirà a valorizzare "in toto" questo rito (come raccomanda la precisazione della Cei, n. 7) lo scriva: sarebbe il primo caso "certo" a mia conoscenza.

L’attuale collocazione rituale dello scambio di pace dopo il Padre Nostro con l’impegno del perdono fraterno, la successiva preghiera al Signore Gesù per il dono della pace e il saluto del sacerdote «La pace del Signore...» risultano di fatto molto appropriati, anche se nelle più antiche testimonianze lo scambio della pace concludeva la liturgia della Parola. In seguito, in tutte le liturgie fu posto prima dei riti offertoriali, in applicazione del brano di Mt 5,23, cioè per richiamare le disposizioni interiori per l’offerta e i sentimenti fraterni. Nella liturgia romana si ebbe prima uno spostamento al termine della prece eucaristica, e poi dopo il Padre Nostro (non così gli ambrosiani "intelligenti": grazie del complimento al quale mi associo come milanese di adozione) per suggellare la richiesta di remissione dei peccati. L’importante è cogliere l’esatto significato dello scambio di pace – preparare alla comunione eucaristica –, conservandogli un carattere di grande compostezza e limitandolo ai due vicini come suggeriscono l’IGM (n. 56c) e le precisazioni Cei n. 6.

Alcuni, con discutibile senso pastorale, evitano lo scambio della pace durante la settimana a causa dell’abitudine che può generare, riservandolo alla domenica. Ma lo stesso si potrebbe dire della comunione eucaristica quotidiana, alla quale il nostro gesto è destinato come atto preparatorio (la comunione eucaristica, infatti, presuppone sempre quella fraterna): la si dovrebbe sopprimere per valorizzare quella domenicale?
    

LA PAROLA DI DIO SENZA IL "BIBLICHESE"

Sono un lettore della Bibbia e condivido questo prezioso impegno con altri (da non specialista) per conoscere il contenuto della parola di Dio. Cerco aiuti per facilitare questa lettura, ma confesso che i vostri mi danno un certo fastidio, compresa la continua insistenza a leggere la Bibbia, a causa di quel vostro linguaggio tutto "biblichese" e anche per... i prezzi!

Sogno dei piccoli opuscoli (ce ne sono per altri argomenti a 0,52 H, in carta patinata e illustrazioni a colori) con il testo sacro in una pagina e la parafrasi nella pagina accanto (con possibili disegni o schizzi) per un pubblico a livello della terza media (da non trascurare una buona forma tipografica per gente della mezza età). Se qualcuno, vero esperto in materia, volesse soddisfare il sogno di una Bibbia parafrasata si potrà iniziare con piccoli saggi (un breve profeta dell’AT, il Cantico dei Cantici, una Lettera di san Paolo...) e il contributo sarà ricompensato a dovere e con gioia.

Pier Luigi Mandich
via Enrico Poggi, 6 - 50129 Firenze

Caro signor Mandich, segnaliamo solo che Famiglia Cristiana per anni ha diffuso dei fascicoli con testo, commento e note, dell’intera Bibbia, al modico prezzo del giornale stesso, cioè regalando i fascicoli. E ciò al ritmo di un milione di copie a settimana. L’intera opera è ora reperibile su cd-rom: molto comoda per effettuare ricerche e studi. Dunque le iniziative apprezzabili ci sono. Ma ben vengano le altre (e il suggerimento lo giriamo agli editori), se servono a diffondere la Scrittura senza il "biblichese".
    

MATRIMONIO UMANO E SACRAMENTO

Un valido contratto matrimoniale per chi è battezzato è per ciò stesso sacramento. Perché non considerare sacramento un matrimonio celebrato da un battezzato in civile? Se il battesimo può essere amministrato da chiunque, anche un non cristiano, perché non considerare ministro del sacramento (lecito e valido) anche il non credente che non vuole andare a sposarsi in chiesa? La sacramentalità per il credente è data dalla sua intenzione e non dal rito in chiesa.

Il concilio di Trento e anche il Codice canonico che lo rispecchia dicono che l’unità (meglio oggi dire monogamia) e l’indissolubilità provengono dalla natura stessa dell’atto umano e non dal fatto che è anche peculiare atto religioso e cioè sacramento.

Anche nel processicolo agli sposi sarebbe meglio evidenziare ciò togliendo l’accostamento "matrimonio-sacramento" della domanda n. 9. C’è già prima la domanda distinta: «Crede nel matrimonio come sacramento?» Così si potrebbe dire della controparte al n. 9: «Accetta il matrimonio come monogamico e indissolubile? Lo riconosce come sacramento?». Anche le reazioni all’intervento di Giovanni Paolo II sull’indissolubilità rivelano mancanza di chiarezza di idee. L’indissolubilità è valore umano: il Papa poteva ribadirlo a tutti, non come Papa, ma semplicemente come uomo.

don Emanuele Solari
Garessio (Cn)

Risponde padre Francesco Bersini.
Gesù Cristo, oltre a richiamare il matrimonio alla sua primitiva purità della istituzione divina, lo elevò a vero e "grande" sacramento della Nuova Alleanza, affidandone tutta la disciplina e la cura alla Chiesa. In tal modo Gesù Cristo rese il matrimonio dei battezzati segno e fonte di quella speciale grazia intima con la quale portava l’amore naturale a una maggiore perfezione, ne confermava l’indissolubile unità e santificava gli stessi sposi. La somiglianza con Cristo, creata nel battesimo, riempie tutta la sfera dell’umano. Anche nella sua caratteristica di uomo e donna l’essere umano viene trasformato a immagine del Signore. L’unione con Cristo informa e permea quindi anche l’ordinazione dell’uomo alla donna e viceversa. Secondo la dottrina della Chiesa il matrimonio civile, se è legittimo per i non battezzati, è invalido per i battezzati. Dal diritto civile non possono essere ordinate e amministrate se non quelle cose che i matrimoni producono nell’ordine civile, e che non possono essere prodotte se non esiste la vera e legittima causa, cioè il vincolo nuziale. La celebrazione del matrimonio, a diversità degli altri sacramenti, comporta doveri religiosi, sociali e familiari di grande importanza ed è giusto che avvenga sotto la responsabilità del rappresentante della Chiesa, alla quale egli deve rispondere del proprio operato. È vero che in casi eccezionali è ammessa la dispensa (Cann. 1117 e 1127 §2), ma anche qui il matrimonio è valido non perché è osservata la legge civile ma perché non manca nulla di quanto è necessario per la sua validità secondo la legislazione ecclesiastica.

La sacramentalità non dipende dall’intenzione di chi contrae matrimonio, ma dal battesimo che pone il cristiano in uno stato ontologico di elevazione a un ordine soprannaturale in quanto lo fa membro del corpo mistico di Cristo. In virtù di questa incorporazione il matrimonio valido del cristiano viene elevato a dignità di sacramento e diviene segno e partecipazione dell’unione di Cristo con la Chiesa sua sposa. Poiché tra i battezzati non può sussistere un valido matrimonio che non sia per ciò stesso un sacramento (Can. 1055 §2), colui che esclude la sacramentalità, esclude lo stesso matrimonio. I nubendi possono anche volere una società permanente di vita, ordinata alla procreazione, ma se escludono la sacramentalità non hanno l’intenzione di fare quel matrimonio che Cristo tra i battezzati ha elevato a sacramento.

Afferma Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio: «Quando, nonostante ogni tentativo fatto, i nubendi mostrano di rifiutare in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende, il pastore d’anime non può ammetterli alla celebrazione» (n. 68). «Ciò che la Chiesa intende» è il sacramento. È quindi molto opportuno che nell’esame previo lo si accosti al sacramento. L’intervento del Papa sull’indissolubilità del matrimonio non manca di chiarezza, poiché, anche se è vero che l’indissolubilità è richiesta dal diritto naturale, per i cattolici acquista una maggiore stabilità in ragione del sacramento (Can. 1056). Ed è ai cattolici che il Papa si riferisce.
   

CI DIMENTICHIAMO DI EVANGELIZZARE

Ho letto l’articolo di Franco Ardusso a pag. 120-121 di Vita Pastorale di marzo 2002, e sono d’accordo nel considerare positivamente l’apertura verso le religioni non cristiane, tenendo conto che quanto c’è di buono in dette religioni è ispirato dallo Spirito Santo. Il concilio Vaticano II è chiaro sulla salvezza degli uomini quando seguono la legge morale della coscienza, anche appartenendo a religioni non cristiane, e questo perché tutti gli uomini e donne sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo.

La rivoluzione di Assisi consiste nella volontà del Santo Padre di evangelizzare tutte le religioni, dando a conoscere Gesù Cristo. È evidente l’intenzione di avvicinare le religioni a Pietro e alla Chiesa, ma sembrerebbe che ci siano anche degli effetti collaterali. Il popolo cristiano vedendo tutte le religioni unite, ancorché per promuovere la pace, valore evangelico, ha l’impressione che tutte le religioni siano uguali. E non è raro vedere come alcuni fedeli passano ad altre religioni orientali e mediorientali.

Un altro effetto collaterale potrebbe trovarsi nel pensare (anche se non è così), che la Chiesa cattolica ormai consideri al proprio livello le diverse religioni. In questo caso la Chiesa cattolica perderebbe la sua identità.

Ma il problema fondamentale riguarda la fede in Gesù Cristo. Attraverso i secoli siamo diventati degli abituati e accettiamo la situazione come irreparabile. Dimentichiamo il mandato di Gesù agli apostoli: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). La predicazione si è estesa nell’Europa e nelle Americhe, ma è fallita, salvo rare eccezioni, in Oriente e Medioriente. Le altre religioni messe insieme hanno molti più seguaci della Chiesa cattolica. Non esiste, allora, la possibilità che il Padre Eterno, per vie provvidenziali a noi ignote, faccia giustizia a Gesù Cristo, dandolo a conoscere a tutte le nazioni del mondo, in modo che questi, abbandonando credenze antiche e moderne, credano solo in lui?

Joan Segarra Ollé
Latina
    

BRASILE: I COMBONIANI RINGRAZIANO

Sono un missionario comboniano. Da 22 anni mi trovo nel Nord-Est brasiliano. Ricevo fedelmente Vita Pastorale, dono della direzione. È un sussidio molto buono per la nostra formazione permanente. Normalmente lo passiamo fra le comunità religiose comboniane come sussidio dei nostri incontri comunitari del lunedì, nostro giorno di confraternizzazione. È molto apprezzato da tutti. Ora stiamo approfondendo due aspetti: la liturgia e i sacramenti; e la storia dell’impegno sociale della Chiesa italiana. Le vostre riflessioni ci aiutano nell’inculturazione della liturgia e nel nostro impegno socio-politico sulle orme di Cristo. La memoria storica della Chiesa italiana con le sue sofferenze e le sue utopie evangeliche ci è di grande conforto e stimolo. Grazie!

padre Fausto Beretta
Açailândia (Brasile)
      

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