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Papa Pacelli era sicuro che
una condanna urbi et orbi del nazifascismo avrebbe «aggravato» la
situazione degli ebrei, i quali hanno comunque continuato ad apprezzare il
suo comportamento e le sue parole, come ha testimoniato Golda Meir. E c’è
anche il giallo dell’enciclica finita "bruciata".
Continuiamo
la pubblicazione dei documenti attestanti gli interventi di Pio XII su
ebrei e nazismo, iniziata con il numero di marzo di Vita Pastorale per
gli anni 1935-1942. Come già detto, i testi pontifici sono ripresi dall’edizione
ufficiale: Discorsi e radiomessaggi di S.S. Pio XII (Tipografia
Poliglotta Vaticana, 20 volumi, 1955-1958); inoltre quando Pio XII usa le
parole "stirpe" o "nazione", indica gli
"ebrei". Per comodità si usano le abbreviazioni: DR (Discorsi e
radiomessaggi) e RM (Radiomessaggio).
«Cadranno le nostre teste»
L’enciclica bruciata da monsignor Sapieha (1942).
In una conferenza ai giovani dell’associazione Kolping (14 ottobre 1963)
il vescovo ausiliare di Monaco, Johannes Neuhäusler, lesse la
testimonianza del parroco Joseph Kaul, che nel 1942 era cappellano della
Wehrmacht a Cracovia. Essa fu confermata da monsignor Quirino Paganuzzi.
Il Kaul scriveva che questi il 14 agosto 1942 gli chiese la collaborazione
per raggiungere l’episcopio, dove si qualificò col futuro cardinal
Sapieha e gli consegnò il plico portato per incarico della Segreteria di
Stato. «L’arcivescovo ruppe i sigilli e lo lesse fra lagrime di gioia.
Vidi che si trattava di un’enciclica stampata in lingua polacca, il cui
argomento principale era questo: Differenza ideologica ed opposizione
al nazionalsocialismo. Il cardinale all’improvviso si batté una
mano sul capo, lasciò cadere a terra il foglio ed esclamò: «Per l’amor
di Dio, è assolutamente impossibile che comunichi al clero questa
enciclica di Sua Santità, e tanto meno posso comunicarla al popolo della
Polonia. Basta che una sola copia arrivi nelle mani della polizia tedesca
e le nostre teste cadranno, e in tal caso la Chiesa di Polonia sarà
rovinata. Ma il S. Padre non sa in che posizione ci troviamo? Questa
enciclica dev’essere immediatamente bruciata. E senza pensarci su,
gettò tutto il pacco sul fuoco». Monsignor Neuhäusler lesse poi alcune
espressioni di monsignor Paganuzzi: «Ricordo ancora l’espressione
terrorizzata di S. Ecc., che pure era tutt’altro che pauroso». Parlò
dei trasferimenti degli ebrei nel lager di Treblinka e soggiunse: «Potessi
almeno consolarli comunicando loro la partecipazione del Papa e della S.
Sede alle loro sofferenze! In questo è il loro martirio. La situazione è
la stessa in tutta la Polonia. La gente pensa di essere stata trascurata o
addirittura abbandonata da Roma. Ma la realtà è che noi stessi vescovi
non possiamo rendere di pubblica ragione i messaggi e gli incoraggiamenti
del Papa, per evitare peggiori rappresaglie da parte della polizia
politica tedesca» (Katholische Nachrichten Agentur - Bayerischer
Dienst, 16.X.63).
Il discorso lacerato dal Papa (1942). Il
settimanale Vita (8 aprile 1964, p. 15) pubblicò un’intervista
al cardinal Tisserant in cui questi documentava l’opposizione di Pio XII
al nazismo e l’opera svolta a favore degli ebrei. L’intervista era
seguita da questa testimonianza del giornalista Lamberto Furno, attinta da
fonte autorevole e mai smentita: «Nel 1942 il Papa preparò un discorso
che condannava la ferocia dei nazisti, da pronunciare nel corso di una
udienza che doveva concedere di lì a qualche ora a un gruppo tedesco.
Preparò un testo molto vigoroso nella loro lingua. Un’ora prima dell’udienza,
egli, che era solito soppesare ogni aggettivo, lo rileggeva ancora e
rifletteva. Lo lesse ad una persona che gli era molto vicina, con voce
vibrante, commossa, sdegnata, poi tornò a concentrarsi prima dell’ultima
decisione e improvvisamente lacerò i fogli dicendo queste precise parole:
"Io ho il dovere di semplificare, non di complicare le cose!".
Quella protesta, rifletteva il Papa, avrebbe reso vana ogni azione per
salvare le vittime del forsennato dittatore nazista».
RM natalizio del 1942. È uno
dei documenti più vasti, organici e impegnativi relativi al diritto
nazionale e internazionale, fondato sempre sul Misereor super turbam,
che Pio XII considerava «una consegna sacra, inviolabile, valida e
impellente in tutti i tempi e in tutte le situazioni umane» (DM, IV, p.
328). Il Papa rigetta le teorie razziste, in quanto fondate sulla «concezione
che rivendica a particolari nazioni o stirpi o classi l’istituto
giuridico, quale ultimo imperativo o norma inappellabile» (p. 334). Nelle
Considerazioni sulla guerra mondiale e sul rinnovamento della società valorizzò,
senza nominarle, sia le Convenzioni di Ginevra che la Croce Rossa, e
condannò decisamente il nazismo e il genocidio ebraico: «Le Convenzioni
internazionali per rendere meno disumana la guerra, limitandola ai
combattenti, per regolare le norme dell’occupazione e della prigionia
dei vinti, rimasero lettera morta in vari luoghi» (p. 344). Il Pontefice
esprime il voto che venga ristabilito il diritto e il rispetto della
dignità umana. Chi sottovalutasse questo appello e si permettesse ancora
di parlare del silenzio di Pio XII, compirebbe un atto di grave
miopia e una patente ingiustizia. Egli diceva infatti: «Questo voto l’umanità
lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali, senza veruna colpa
propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono
destinate alla morte o a un progressivo deperimento» (p. 345). La
tragedia delle deportazioni, dei lager, delle camere a gas e della Endlösung
è denunciata in termini lapidari.

Pio XII a San Lorenzo dopo
un bombardamento.
I cosiddetti non-ariani
Lettera al vescovo di Berlino (30 aprile 1943). L’8
marzo 1964, parlando nel duomo di Monaco, il cardinal Julius Döpfner
lesse la lettera che Pio XII il 30 aprile 1943 aveva inviato al cardinal
Konrad Von Preysing, vescovo di Berlino, dando direttive valide per tutti
i cattolici: «Ci ha recato grande consolazione il sentire che i
cattolici, e proprio quelli berlinesi, hanno recato soccorsi ai cosiddetti
non-ariani nella loro afflizione. In questo senso esprimiamo un sentimento
di paterno riconoscimento e di intima compassione per il prelato Bernhard
Lichtenberg [ora beato] che attualmente è in prigionia... Quanto all’azione
ed al comportamento concreto, noi lasciamo la decisione ai pastori che
risiedono e operano nei vari luoghi, benché l’esigenza fondamentale sia
quella di evitare mali maggiori. È proprio questa la ragione per cui noi
stessi nei nostri messaggi c’imponiamo delle limitazioni. L’esperienza
che abbiamo fatta nel 1942, delle conseguenze prodotte dai nostri scritti,
ci ha convinti che, per quanto ci è dato di vedere, tutto ciò
giustifichi il nostro comportamento». Aggiungeva che i governanti avevano
«ben capito» il cenno fatto nel radiomessaggio natalizio di quell’anno,
e proseguiva: «Né ci occorre assicurare i cattolici non-ariani o
semi-ariani, tanto figli della Chiesa che tutti gli altri, che nella
rovina della loro esistenza esteriore e nelle loro necessità spirituali
il nostro paterno affetto e interesse è cresciuto per essi di misura.
Siamo risoluti, non appena le circostanze lo richiederanno o
permetteranno, di alzare nuovamente la voce in loro favore» (Katholische
Nachrichten Agentur, 9 marzo 1964, p. 8).
Discorso al S. Collegio (2 giugno 1943). Rispondendo
agli auguri per il suo onomastico, Pio XII nel discorso rivolto ai
cardinali riprese il tema della situazione in cui versavano coloro che
erano perseguitati a causa della loro "stirpe". Dice che sente
il loro grido; il Papa «risponde con sollecitudine particolarmente
premurosa e commossa alle preghiere di coloro che a noi si rivolgono con
occhio di implorazione ansiosa, travagliati come sono, per ragione della
loro nazionalità o della loro stirpe, da maggiori sciagure e da più
acuti dolori, e destinati talora, anche senza propria colpa, a costrizioni
sterminatrici. Non dimentichino i reggitori di popoli che colui il quale
porta la spada, non può disporre della vita e della morte degli uomini...
Né vi aspettate che esponiamo dettagliatamente tutto quello che abbiamo
tentato e procurato di compiere [a loro favore]. Ogni parola da noi
rivolta a questo scopo alle competenti autorità, e ogni nostro pubblico
accenno, dovevano essere da noi seriamente ponderati e misurati nell’interesse
dei sofferenti stessi, per non rendere, pur senza volerlo, più grave e
insopportabile la loro situazione. Purtroppo i miglioramenti visibilmente
ottenuti non corrispondono alla grandezza della sollecitudine materna
della Chiesa in favore di questi gruppi particolari, soggetti a più
acerbe sventure; e come Gesù davanti alla sua città dovette esclamare
dolente: Quoties volui... et noluisti! (Lc 13,34), così anche il
suo Vicario, pur chiedendo solo compassione e ritorno sincero alle
elementari norme del diritto e dell’umanità, si è trovato talora
davanti a porte che nessuna chiave valeva ad aprire» (DR, V, pp. 76-77).
Il Pontefice esprime poi ammirazione e solidarietà nei confronti della
Polonia.
Discorso al S. Collegio (2 giugno 1944). «Mossi
dall’esempio dei nostri predecessori, anche noi consideriamo come nostro
dovere di rivolgere la nostra sollecitudine pastorale in un’ampiezza
finora difficilmente superata o raggiunta... Non già che la Chiesa,
massime nell’ora presente, aspiri in qualsiasi modo a vantaggi terreni o
di gloria umana, perché ad una sola mèta sono tesi di giorno e di notte
i nostri pensieri, come cioè ci sia possibile di ovviare a così acerba
prova, soccorrendo tutti, senza distinzione di nazionalità e di stirpe, e
come ci sia dato di cooperare affinché alla umanità tormentata dalla
guerra possa essere alfine ridonata la pace» (DR, VI, p. 15).

Golda Meir con Ben-Gurion e
Sharrett nel 1948 (Archivio storico Sir).
Reduci in udienza
Udienza del 29 novembre 1945.
Un gruppo di 80 ebrei reduci dai campi di concentramento tedeschi
domandarono «il sommo onore di poter ringraziare personalmente il S.
Padre per la generosità dimostrata nei loro confronti durante il
terribile periodo nazifascista». Nel corso dell’udienza il Papa
rinnovò il rigetto delle dottrine razziste e rilevò che la visita dei
reduci voleva essere «un’intima testimonianza di gratitudine» verso la
Chiesa e i cristiani autentici che «sanno, nell’esercizio della
carità, sollevarsi al di sopra di tutti gli angusti e arbitrari limiti
creati dall’egoismo umano e dalle passioni razziste». Soggiunse che la
Chiesa «non può se non mantenere un saggio riserbo di fronte alle
singole questioni in quanto sono di carattere politico e territoriale.
Ciò non impedisce che essa, proclamando i grandi principi della vera
umanità e fraternità, venga a porre le basi e i presupposti per la
soluzione delle questioni medesime secondo giustizia». Riferendosi poi al
testo di Mt 5,45, disse che il sole di Dio-Padre «splende su tutti, di
qualsiasi lingua e stirpe» (DR, VII, pp. 293,294).
Udienza del 3 agosto 1946. Parlando
ai delegati del Supremo Comitato Arabo della Palestina, il Pontefice
auspicò pace e benessere nella zona, nel «rispetto dei diritti altrui e
delle tradizioni di certe posizioni e diritti acquisiti, specialmente nell’ambito
religioso». E aggiunse: «Noi riproviamo qualsiasi ricorso alla forza e
alla violenza, da qualunque parte «venga, come in passato abbiamo anche
condannato in più riprese le persecuzioni che un fanatico anti-semitismo
scatenava contro il popolo ebreo. Questa attitudine di perfetta
imparzialità l’abbiamo anche mantenuta nelle circostanze più
differenti e intendiamo mantenerla anche nell’avvenire» (DR, VIII, p.
201).
Udienza del 2 febbraio 1948. Ricevendo
in visita ufficiale i dirigenti dell’United Jewish Appeal disse: «Salutiamo
con gioia l’opportunità offertaci dalla vostra visita per manifestarvi
quanto profondamente il nostro cuore paterno s’è commosso per le
manifestazioni di gratitudine di cui siamo stati fatti oggetto a causa
della possibilità che felicemente avemmo di aiutare, fra i molti altri,
anche il vostro popolo durante gli oscuri giorni della guerra... In
maniera tutta speciale oggi siamo desiderosi di salutare [nel testo:
"to save", ndr] un piccolo gruppo di coloro che
maggiormente ebbero bisogno della protezione, della cura, e dell’assistenza
del padre. Questi furono sempre i più cari al Cuore di Cristo» (DR, IX,
p. 451).

Il campo di concentramento di
Auschwitz-Birkenau (foto Dondero).
«Vorrei
dirlo alla radio»
Ai testi diretti di Pio XII, fanno riscontro le
testimonianze da parte ebraica. Il rappresentante dell’Agenzia ebraica
di Gerusalemme, C. Barlas, il 20 gennaio 1943 scriveva a monsignor Gustavo
Testa, delegato apostolico in Egitto e Palestina: «L’atteggiamento
umanitario di S. Santità, che ha espresso la sua indignazione contro le
persecuzioni razziali, fu una sorgente di conforto notevole per i nostri
fratelli. Potrei avventurarmi a suggerire di cercare un’occasione per
dichiarare alla radio o in altro strumento utile che aiutare gli ebrei è
considerato dalla Chiesa un’opera buona? Questo rafforzerebbe i
sentimenti di quei cattolici che, come sappiamo ed apprezziamo, aiutano
gli ebrei nei territori occupati d’Europa» (Osservatore Romano, 5
giugno 1964). Il rabbino di Romania, A. Saffran, più volte espresse
gratitudine al nunzio, monsignor Andrea Cassulo. Il 7 aprile 1944 gli
scrisse: «In questi tempi duri i nostri pensieri si volgono più che mai
a quanto è stato compiuto dal Sommo Pontefice in favore degli ebrei in
generale e da V. Ecc. in favore di quelli della Romania e della
Transilvania. Essi non dimenticheranno mai questi fatti» (Civiltà
Cattolica, 1961, vol. III, p. 462). È nota la testimonianza dei
coniugi Wolfsson: «Nessuno di noi ha desiderato che il Papa parlasse
apertamente; eravamo dei fuggitivi, e chi fugge non desidera essere
mostrato a dito. La Gestapo ne sarebbe stata ancora più eccitata ed
avrebbe intensificato le sue inquisizioni. È stato meglio che il Papa
abbia taciuto; tutti allora pensavamo così e anche oggi riteniamo la
stessa convinzione» (CC, 1963, II, 317). Pinchas E. Lapide riporta
una lettera inviata al Papa il 29 ottobre 1944 da Giovanni Herrmann,
direttore del campo di concentramento di Ferramonti (Cosenza): «La
Santità Vostra ha alzato intrepida la sua voce per rivendicare
apertamente i nostri diritti alla dignità umana ridonando fiducia a
quanti tra noi erano tentati alla disperazione, e rinforzando in noi la
fede in questi ideali. Quando nel 1942 eravamo minacciati della
deportazione in Polonia, la S.V. ha steso protettrice la sua mano
impedendo la deportazione degli ebrei internati in Italia e salvandoci da
morte sicura» (Osservatore della domenica, 28 giugno 1964, p. 80).
Il ministro degli esteri israeliano, signora Golda Meir,
in diverse occasioni è stata talmente esplicita da lasciar intendere che
su questo argomento possedesse una documentazione particolarmente ricca.
Da New York, dove si trovava in visita, interrogata sulla questione disse:
«Durante il decennio in cui il nostro popolo dal terrore nazista era
sottoposto ad un orribile martirio, la voce del Papa si è levata a
condanna dei persecutori ed a compartecipazione delle sofferenze dei
perseguitati» (Katholische Nachrichten Agentur, 1964, IV, p. 307).
Man mano che il ricordo della tragedia si è sfumato, nel mondo ebraico si
è verificata una presa di distanza tanto dal magistero di Pio XII che
dalla sensibilità manifestata ripetutamente dai beneficati. È nostra
ferma convinzione che le giovani generazioni israelite gradualmente
riprenderanno i contatti con tutt’e due le realtà, il cui fascino è di
una edificazione che sarà sempre più apprezzata e valorizzata.
Rosario F. Esposito
(2 - fine)
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