 |
La religiosa, di origine
italiana, non risparmia le critiche alle istituzioni. In un Paese
tormentato da povertà e violenza, lei divide la passione per la teologia
con quella per i diritti civili. L’amore per la giustizia, insegnatole
dal padre, e il rapporto con i fratelli Leonardo e Clodovis.
Il
nome dei Boff è noto nel mondo della teologia.
Ho letto con ammirata attenzione Il volto materno di Dio (Queriniana,
Brescia 1981) di Leonardo, che ha avuto più volte gli onori
(indesiderati) della cronaca ecclesiale. Nella storia di questo
francescano, fedele al suo ordine anche nel massimalismo mariano, ha
costituito la pietra d’inciampo non tanto la mariologia quanto l’ecclesiologia.
La questione ecclesiologica ha toccato anche il fratello Clodovis, frate
tra i Servi di Maria. La parabola di Leonardo si è avviata alle
conclusioni che sappiamo dopo una vicenda lunga e sofferta. Più mite e
defilato, Clodovis insegna teologia e mi è collega alla Pontificia
facoltà teologica "Marianum".
Dei tre fratelli teologi, ho conosciuto Lina per ultima.
Ed è toccato a me, così lontana, dare un parere sul suo passaggio a
docente stabile. Da ultimo è stata in Italia in occasione del Congresso
mariologico-mariano internazionale del settembre 2000 il cui tema era
"Maria e la Trinità". Lina ha studiato presso le Serve di Maria
Riparatrice; delle quali posso testimoniare lo sforzo nella ricerca di
modelli innovativi sulle questioni attinenti il "genere". I
Servi di Maria onorano "nostra Donna" senza eluderne la
femminilità. Per questa ragione al Marianum è stata di recente istituita
la cattedra "Donna e cristianesimo". Per vie proprie, e per
contagio, anche le Serve si sono fatte attente all’identità femminile.
Lina Boff divide la passione per la teologia con quella
dei diritti civili ed ecclesiali degli individui. Alle mie domande ha
risposto in un italo-brasiliano asciutto e aspro che nei limiti del
possibile ho lasciato intatto. Traspare un mondo assai diverso dal nostro,
una situazione di lacerazione e di frontiera che è difficile percepire
non avendone fatto esperienza. Le espressioni forti della Boff vanno
ricondotte ai contesti sociali, di cui parlo a parte. Lina, prossima e
lontana insieme ai suoi due fratelli, fa la teologa in una zona di
frontiera. A me pare che assecondi e alimenti la speranza e che da lei,
come da altre donne coraggiose, passi il futuro della fede.

Suor Lina Boff, delle Serve di
Maria.
- Lina, che cosa ti ha spinta a studiare teologia?
«Un dono interiore, che ho interpretato come chiamata
speciale di Dio. Ma anche la mia insoddisfazione per le modalità in cui
si traduce la vita religiosa. Trovo in essa un eccesso di istituzionalità,
che fa perdere di vista il nocciolo. Non ho trovato risposta alle mie
domande insegnando lettere e nemmeno impegnandomi nella scienza pedagogica».
- Sembra che non tutto sia stato conforme alle tue
aspettative...
«L’essere religiosa mi ha consentito di fare
molteplici esperienze e di arrivare nel profondo di me stessa. Questo è
il positivo. Ma per spingermi sino in fondo ho dovuto oltrepassare l’orizzonte
proposto dall’assetto istituzionale. Il progetto della vita religiosa è
molto più ampio di quello che si vive e si fa. Per me qualsiasi vocazione
dev’essere dinamica; deve implicare un cammino in avanti. Questo mi sono
riproposta in ogni mia scelta e da suora non ho cambiato idea. Ma
scegliere di camminare in avanti, per chi vive in un’istituzione, è
scomodo. Non solo non la si considera una scelta profetica, ma addirittura
la si avverte come un disturbo. La teologia mi ha aiutata a non fermarmi,
anche se devo pagare sulla pelle quello che ho scelto di fare come
adeguamento al progetto di Dio. Non vedo che senso possa avere l’appartenere
a una congregazione senza il coraggio di andare sempre avanti».
- Alle spalle c’è la storia personale. La tua
famiglia è di origine italiana...
«Sì, italiani emigrati dall’Austria (Rech, Boff) i
parenti di mio padre e dal Veneto (Fontana, Poletto) quelli di mia madre.
Il veneto è stata la nostra prima lingua. Eravamo in 11: 6 sorelle e 5
fratelli! I miei fratelli Clodovis e Leonardo si sono fatti frati, io
Serva di Maria. Allora l’unica possibilità, per far studiare tanti
figli, era il seminario o l’internato presso le suore. Eravamo nati in
campagna. Mio padre, ex-allievo dei Gesuiti, era insegnante a San Leopoldo
nello Stato di Rio Grande del Sud. Lo definirei un filosofo. Ha fondato
una biblioteca popolare per la gente del villaggio. Mio padre si chiamava
Planalto, era un intellettuale, sempre pronto a pensare; però attento ai
problemi sociali. Prendeva le difese della gente di colore che abitava
vicino a un fiume. Era considerato una sorta di difensore pubblico. Veniva
da lui la povera gente. Papà li riceveva in casa e li difendeva dai
commercianti. Si impegnava a loro favore. La mamma temeva di perdere il
marito».
- Aveva ragione ad aver paura?
«Sì. Una notte papà tardava a tornare a casa e la
mamma piangeva perché temeva che lo avessero ammazzato. Proprio quella
notte lui corse questo rischio. Essendosi accorto della complicità di un
amico, suo "compare", gli disse: "Ma anche tu, compare
Argenton, sei contro di me?"».
«Mamma coltivava un campo per il nostro fabbisogno. Noi
figli, nelle vacanze, lavoravamo con lei per vivere. Avevamo una mucca,
due o tre porcellini, le galline, un cavallo per trasportare ciò che
serviva a mantenerci e che ci portava avanti e indietro dalla campagna (roça,
in portoghese). Salivamo anche in 6 su questo cavallo che si chiamava
Báio. Alla sera, al chiaro di luna, la mamma ci insegnava a cantare a due
e tre voci. Ci raccontava il suo fidanzamento con papà, le lettere
appassionate e romantiche che riceveva senza saperle leggere. Ma aveva un
fratello che leggeva per lei, il nostro caro zio Aurelio Fontana, morto da
poco. La mamma era indipendente da papà per tutto quello che si riferiva
all’amministrazione della casa, il sostentamento di tutta la famiglia,
la salute di ognuno, e anche per le scelte che si dovevano fare per il
nostro futuro. Il posto per studiare e i libri erano compito di nostro
padre».
«Eravamo tutti dalla parte della mamma quando
discutevano. Mettere insieme due teste così diverse era una battaglia che
coinvolgeva anche tutti noi. Ognuno, poi, aveva il suo lavoro in casa e in
campagna, e, oltre a ciò, dovevamo studiare le declinazioni latine, l’alfabeto
greco, il francese con un ex-seminarista amico di papà. Leggevamo i
romanzi dell’epoca, le favole di La Fontaine. Noi tre religiosi siamo
stati aiutati dalla mamma che ci lasciava molto liberi. Quando due frati
Servi di Maria sono venuti a prendere Clodovis per portarlo al Seminario
di Turvo-Santa Catarina, lui piangeva per la paura di non poter più
ritornare a casa. È andato così a consigliarsi con la mamma pochi minuti
prima di partire (con poca roba in un sacco di cotone). E lei gli ha
detto: "Caro Nene, se non riesci ad abituarti a stare con i frati,
torna a casa da me che ti voglio tanto, ma tanto, bene!". Clodovis si
è sentito libero e si è risolto a partire. Leonardo, invece, preoccupava
papà che diceva di lui: "Pensa troppo e vuole che l’umanità
cammini come la pensa lui e non come può... Va troppo avanti, cammina da
solo!". Papà era orgoglioso di questo suo figlio. Il suo sogno era
vederlo salire all’altare. L’emozione dell’ordinazione fu la più
forte della sua vita. Ci ha lasciati appena pochi mesi dopo».
- Come donna qual è stata la tua esperienza?
«La mia vocazione è stata a un tempo un incontrare me
stessa e un entrare nell’intimità di un Dio solidale e attento alla
realtà concreta della mia persona. È stata, lo dico a tutte maiuscole,
un’esperienza di "rivelazione". Le difficoltà si sono
manifestate a livello dell’istituzione. Innanzitutto di quella religiosa
che vede la suora impegnata a lavorare soltanto all’interno della sua
comunità, della sua congregazione e non fuori, in mezzo alla gente. A
livello più ampio, di istituzione ecclesiale, ho poi trovato un’estrema
povertà circa la coscienza del regno di Dio e circa la Chiesa come popolo
di Dio. Ma anche a livello accademico i problemi non sono mancati e non
mancano a causa della discriminazione clericale. Come donne si è escluse
da tante cose perché senza l’ordine. Per noi donne ci sono 6 sacramenti
e non 7! Invece è stata assai positiva l’esperienza con gli allievi –
posso proprio dirtelo! –, soprattutto con i laici e con le religiose che
riescono a uscire dal nido delle loro comunità».
- Ci dici il tuo percorso ecclesiale?
«Da Serva di Maria, sono stata impegnata, per i primi
dieci anni, come missionaria nell’Acre-Amazonia. Lì, non c’era spazio
per la teoria. Bisognava darsi da fare e c’era una grande possibilità
di contatto con la gente. Poi ho lavorato in una istituzione statale di
Rio de Janeiro con i minori abbandonati. Erano ragazzi dagli undici ai
diciotto anni. Anche in questo periodo il mio impegno era soprattutto
pratico. Dovevo portarlo avanti con gli strumenti delle scienze umane,
della sociologia innanzitutto».
- Quando hai ripreso la teologia?
«Ho ripreso gli studi quando, eletta consigliera
generale, ho dovuto abitare a Roma. Ho cominciato a frequentare la
Gregoriana. In quel periodo sono riuscita a finire la teologia cominciata
a Petropolis. Avevo tempo per lo studio e per la ricerca. In precedenza, a
più riprese e durante le mie vacanze dal lavoro, avevo frequentato vari
corsi teologici. Era una necessità, visto il tipo di attività che
svolgevo. Ero obbligata a studiare le questioni sociali. Le affrontavo
soprattutto con i laici, per i quali ero una religiosa informata ma che
non ha approfondito bene le cause... Mi riferisco ai problemi della
gioventù abbandonata, in età difficile».
- Cosa ha rappresentato per te questo ritorno alla
teologia?
«Mi sono trovata a un bivio. Ho dovuto assumere una
posizione di resistenza dinanzi alle persone che in prima linea
rappresentavano l’istituzione. Il bivio era proprio l’istituzione, la
stessa vita religiosa. Non era possibile immaginare una suora teologa.
Spiegare le ragioni della propria fede è istanza recente, di pochi anni.
Sentiamo ancora le conseguenze della resistenza opposta a tutto ciò dalla
vita religiosa. Occorre lasciare spazio alla riflessione; far luce su
certe situazioni che devono cambiare, a tutti i livelli... Non solo nella
religione, ma nel mondo, nella società, nelle istituzioni in genere, nei
movimenti popolari ecc. Tutto questo fa paura, rappresenta una minaccia
per chi deve esercitarsi nel servizio di stimolare e motivare una scelta
che crea una cultura della vita alla luce della fede. Non mi riferisco a
nomi o a specifici servizi, ma a tutta intera una situazione che è ancora
nelle doglie del parto. Personalmente cerco di rispettare lo spazio del
sapere, ma non so se il potere-servizio si rende conto di questo problema!
Sia il sapere della fede, sia il servizio del potere camminano assieme!».
- Ma non può esserci comunque la tentazione del
potere?
«Le suore teologhe sono le serve e non le padrone...
Vivono, nella loro limitatezza, la chiamata del Signore in un progetto che
deve essere rispettato e stimolato ad andare avanti. Mi considero felice
per il fatto che nella mia congregazione non c’è un modello di governo
autoritario, ma un modo d’essere, uno stile di animazione che include
tutte e tutti. Le questioni che sollevo valgono però anche per noi, per l’istituzione
a cui appartengo. Chi fa teologia fa luce sulle cose di questa vita e la
luce fa paura, non è accettata».

Il teologo Clodovis Boff,
fratello di suor Lina (foto Giacomelli).
- Torniamo al tuo percorso...
«Ritornata in Brasile, ho elaborato la tesi di laurea e
subito dopo ho avuto un anno sabbatico che mi ha consentito un
post-dottorato alla Gregoriana. Ho presentato un più approfondito lavoro
di ricerca sulla prima parte della tesi di laurea. Di nuovo in Brasile,
sono stata invitata ad assumere un servizio amministrativo a livello di
licenza e dottorato nella facoltà dove lavoro ora. Sono coordinatrice di
tutta la teologia e assegno corsi a livello di licenza, di master e
di dottorato. In questo momento sono concentrata come ricercatrice in
escatologia e mariologia. Ciò non impedisce che mi dedichi ad altri corsi
e pubblicazioni».
- I laici in Brasile frequentano le facoltà di
teologia? Che possibilità di impegno hanno nella ricerca e nella
pastorale?
«Questo non è un tempo propizio per i laici. Comunque,
vedo che qui in università la teologia è un ambito di studi cui accedono
persone che hanno già frequentato altre facoltà, che lavorano e trovano
il tempo per approfondire la loro fede, sia a livello accademico che ad
altri livelli. Abbiamo corsi, quasi accademici, alla sera, due o una volta
alla settimana, per una durata di circa 3 anni. Li frequentano coppie,
donne che esercitano professioni liberali in tutti i campi della scienza.
Parlo soprattutto di persone che lavorano nelle favelas, nelle
periferie, nei movimenti popolari, nelle organizzazioni non-governative,
nelle parrocchie, nelle piccole comunità sparse all’interno del Brasile
rurale, di militanti nei partiti. Nei corsi di master e dottorato
un terzo sono cattolici e due terzi evangelici».
- Qual è la presenza delle donne, sia come allieve che
come docenti?
«Purtroppo nella facoltà di teologia le donne sono
molto diminuite. C’è poco spazio di lavoro. Come corpo docente siamo
metà e metà. La preferenza, però, è data sempre più ai chierici, agli
uomini. Una donna non potrà mai essere preside della facoltà teologica
di Rio. Una mia collega, che insegna alla facoltà di teologia e ha già
conseguito il dottorato, per avere una possibilità più ampia di lavoro
sta conseguendo la laurea (6 anni) in psicologia per estendere la sua
ricerca fuori degli ambiti strettamente teologici. Per noi donne è un
problema serio vedersi restringere l’ambito della teologia. Come si può
lavorare da teologhe senza aprirsi alle altre scienze anche per riscattare
le conquiste già fatte, in passato, dalle donne? Davvero non ci sembra
roseo il nostro futuro come teologhe!».
- Eppure, la Chiesa brasiliana in passato ha prestato
attenzione alla questione femminile. Che cosa è rimasto di quei
documenti?
«Non voglio parlare in generale della Chiesa ma
piuttosto delle donne. Il loro impegno più forte, quello che in questo
momento vedo come tale, soprattutto da parte di coloro che in passato
dimostravano più grinta, è – mi pare – quello del dialogo
interreligioso e un po’ meno dell’ecumenismo. Nel campo del dialogo
interreligioso le donne si sentono libere. Ne sono venute fuori esperienze
bellissime. Il sacro ha preso forza nella donna latino-americana e
caraibica del nostro tempo. Ci sono degli studi e delle ricerche nel campo
esoterico, della cura, del sacro, visti come un tutt’uno; c’è il
riscatto della "strega", soprattutto con l’obiettivo di
ricercare il lato buono di cose considerate per tanti secoli
"demoniache"... Cosa è rimasto dei nostri impegni e documenti,
non saprei dirti ora, ma certamente ci hanno aperto altri campi del vivere
in comunità come donne e uomini, dato che non siamo accettate con
facilità, né nel "sacro" né nel "profano". Non a
caso, le tesi elaborate dalle donne sono soprattutto dirette alle
tematiche del "genere". Vanno dall’elaborazione di strategie a
favore delle donne stuprate dentro casa dal maschio alla riflessione su
chi è Dio per la donna, su quale sia per le donne l’immagine di Dio.
Siamo sempre più coscienti che dobbiamo lavorare con le donne e, insieme,
fare un cammino con gli uomini. Diciamo sempre più a noi stesse che non
siamo ancora diventate persone, non lo siamo noi donne, né lo sono ancora
gli stessi uomini. Quando saremo persone potremo camminare insieme. La
complessità di questo cammino spiega perché le donne preferiscono
lavorare nelle scienze religiose, nella cultura religiosa, più che nella
teologia, in senso stretto, accademica. Sul piano ecclesiale, poi, i
vescovi non possono contare pubblicamente su di noi, perché restiamo
escluse anche dal diaconato. Sono però sempre più coscienti che senza di
noi la Chiesa in America del Sud non funziona, neanche come istituzione.
Abbiamo dunque speranza per il futuro».
- Quale contributo teologico possono o debbono offrire
le donne?
«Sono innanzitutto persuasa che devono avere gli stessi
strumenti dei chierici e dei vescovi. Bisogna possedere come loro la
teologia e sapere anche quali conseguenze se ne traggono sotto il profilo
teologico e sotto quello pastorale. Solo sulla base di questa
consapevolezza si può provare a fare una teologia nell’ottica nostra di
donne, a partire dalla nostra esperienza. Ovviamente si deve tener conto
del linguaggio, del contesto sociale, dello spazio che sempre più si
restringe, e di una nuova ermeneutica che tenga conto di tutta la vita
umana, senza lacerazioni, in fedeltà al piano di Dio che ci ha creati
donna-uomo. Quello delle teologhe è un lavoro doppio. Occorre fare
teologia insieme: donne-uomini-chierici-vescovi. Bisogna anche avere più
coraggio nel dialogo con le altre confessioni e nel dialogo interreligioso».
- Mi pare di sentire un’eco di quanto scrivono i tuoi
fratelli teologi. Ne condividi le posizioni?
«Per Leonardo e Clodovis sono prima di tutto una
sorella, a volte cara e a volte no. Loro sono loro, io sono io. Per me,
tanto l’uno come l’altro, vedono le cose da lontano, alla maniera dei
profeti, ma nella pratica vedono le cose da poca distanza. Ti porto un
esempio: quando ho conosciuto meglio il socialismo dell’Africa, dove si
mischiavano Cuba, la Russia, la Francia e così via, ho posto a entrambi
grossissime questioni tornando in Brasile. Nessuno dei due ha voluto
discuterne con me. Ero convintissima che quel socialismo non portava da
nessuna parte. E loro erano già stati in Russia. Ti ricordi quanta
pubblicità sui teologi della liberazione che invadevano la Russia, che
sperimentavano il socialismo a tutte maiuscole? Con questo non escludo che
si possa approfittare di quanto di buono viene dall’esperienza
socialista! Condivido con loro tante cose in linea di principio, ma non
sempre, poi, nella pratica. Mi sembra che l’orizzonte della teologia che
nasce dalla pratica, dall’esperienza, deve venir fuori dalla
collaborazione tra uomini e donne, e non solo dagli uni o dalle altre.
Ancora oggi penso che ho provato in Africa quello che mai, fino a quel
momento, avrei pensato di provare. E quest’esperienza ha comportato un
mio diverso modo di pensare... Poco dopo, è caduto il muro di Berlino...
Clodovis e Leonardo sono due fratelli che amo con tutto il cuore. Ma tante
volte sono tentata di ignorare l’amore che nutro per ognuno dei due».

Leonardo Boff, teologo della
liberazione (foto Giuliani).
- Hai accennato alla teologia della liberazione. Cosa
è stata e cos’è per voi, in America Latina?
«Si è trattato di un momento profetico e assolutamente
necessario, senza di cui non saremmo arrivati dove siamo. Se ne parla poco
adesso, ma la si vive di più, nel senso che abbiamo assimilato in tale
forma questo modo di pensare la fede a partire dalle nostre esperienze e
dalla povertà, che non c’è più bisogno di parlarne. Non si parla di
ciò che si vive già. A livello di stampa la teologia della liberazione
non è una novità. Per noi continua a esserlo e non cesserà mai di
esserlo».
- E in rapporto alle donne?
«Anche per noi donne resta la novità del fare la
nostra teologia della liberazione senza escludere quella elaborata dagli
uomini, i quali hanno l’appoggio di tutto il mondo, teologico e non. La
teologia della liberazione nasce continuamente, a suo modo, da un’esperienza
di fede del Risorto. Io, personalmente, trovo difficoltà nel parlare
delle apparizioni del Risorto agli apostoli e alle donne nel mattino del
primo giorno. Sarà facile per il nostro corpo mortale captare la gloria
di un corpo risuscitato? A Dio niente è impossibile. Ma dobbiamo pensare
come interpretare questi testi come donne! Le scienze umane potranno
aiutarci tanto, ma l’esperienza di fede ancor di più! Abbiamo tanto da
fare come donne e in ogni campo della teologia, dell’antropologia e
della cristologia».
- Quale contributo intendi dare?
«Quello di operare in futuro per una teologia fatta da
uomini e donne, insieme, non divisi. Personalmente, poi, penso di dovermi
costruire sempre più come persona, senza perdere la mia identità di
donna credente nel Signore risuscitato. Questo il mio contributo».
- A cosa stai lavorando, che libri hai in programma?
«Sul piano della ricerca vorrei approfondire la
prospettiva dell’escatologia attingendo a fonti diverse. Mi piacerebbe
anche avviare un archivio storico relativo alle province diverse della mia
congregazione qui in Brasile. Quanto ai libri ne ho più di uno in
cantiere. Vorrei scrivere sulla mariologia in un’ottica
latino-americana; vorrei poi portare a termine il volume che ho già
iniziato sulla vita consacrata a partire dall’esperienza di vita e un
altro, sempre, sulla vita religiosa nel ritmo del terzo millennio, il cui
sottotitolo è: "Una proposta di rifondazione?"».
- Quali strategie ti sembrano possibili per il futuro
della Chiesa?
«Sarò brutale: innanzitutto occorre alimentare la
speranza che questa istituzione, così come si presenta e come agisce, nei
suoi aspetti di connivenza e di complicità con ciò che è estraneo al
disegno di Dio, muoia quanto prima. La morte porterà la risurrezione
certamente, come ha portato la risurrezione la morte per amore, la morte
di Cristo».
- Trovo queste parole pesanti. Ovviamente non parli
della Chiesa nel senso forte, misterico. Ti limiti a quegli aspetti
che sfigurano il volto della sposa di Cristo!
«Sì, certo! Lasciami però dire che sogno una Chiesa
laicale, solidale, semplice, "sposata" non solo con le donne ma
anche con il popolo. Una Chiesa "una" nella carne e nello
spirito tramite i diversi carismi: povera e umile; dove le donne, a cui è
impedito di occupare gli spazi riservati agli uomini ordinati, possano e
sappiano creare altri spazi che il potere clericale non possa
condizionare. Sogno di spostare il baricentro da una Chiesa fissa e
immobile a una itinerante; che vada dove il popolo cammina; che cammini
seguendo il popolo e da esso impari a vivere, a livello umano e cristiano».
- Cosa pensi della situazione politica internazionale e
del possibile contributo delle donne?
«Credo occorra rendersi conto che muore più gente nel
Sud del mondo che non in Afghanistan o in Palestina o in altri Paesi
dilaniati dalla guerra civile, come in Africa. I mass media sono lontani
da noi. E noi facciamo poco per far arrivare il nostro messaggio
attraverso di essi. La potenza dei media scende a compromessi contro l’umanità.
Come donne, il nostro contributo più immediato e fattibile è di stare
vicino al popolo che soffre; di ascoltarlo e avvertire quello che sente e
pensa. Spetta al popolo organizzato cambiare il corso della Storia (della
salvezza). Ma, mi chiedo, noi donne, come ci collochiamo in mezzo a questo
popolo? Credo che occorra andare avanti, mettendo a frutto la riflessione
e la ricerca secondo quanto ci è segnalato dalla gente e dalle Chiese
più impegnate con le masse escluse e derelitte. Questo significa dare il
proprio sangue. In questo periodo, in Brasile, abbiamo vissuto tre
attentati contro leader del PT, il Partito dei lavoratori (per inciso, le
Chiese più aperte di questo Paese appoggiano il progetto del PT). Due di
loro sono stati torturati e sono morti: il governatore di due prefetture
di San Paolo e il coordinatore del Movimento dei senza terra (MST).
Credimi, a San Paolo si vive in questo momento peggio che in Afghanistan.
Questa situazione disperata e tragica mi costringe a riflettere e a
cambiare il modo di fare teologia».
Cettina Militello
Tra la Gregoriana e la
Católica
SERVA
DI MARIA AL SERVIZIO DELLA TEOLOGIA
Lina Boff,
da religiosa Irmã Maria Lina, al battesimo Jenura Clotilde, è nata a
Concordia (SC – Brasile) nel 1936. Licenziata in teologia presso la
Pontificia università Gregoriana e la Pontifícia universidade
Católica do Rio de Janeiro (Puc) (1986), ha conseguito il dottorato in
teologia presso la Católica (1994), e il diploma di perfezionamento
post-dottorato presso la Gregoriana (1995) con una dissertazione guidata
dal professor Félix Alexandre Pastor.
Come religiosa ha diretto il Colgio
Estadual/SC (1960-1970); è stata orientadora educacional nella
Fundação do Bem-estar do Menor (1972-1978). Già consigliera generale
delle Serve di Maria Riparatrice (1978-1984), dal 1987 è consigliera
della Conferenza dei religiosi del Brasile (Crb), membro permanente dell’Equipe
di riflessione teologica della Crb (Ert-Crb) e membro collaboratore dell’Unione
internazionale della famiglia servitana (Unifas) (Roma). Dal 1990 al
1992 è stata professore collaboratore dell’Istituto brasiliano di
sviluppo (Ibrades). Attualmente è professore di escatologia e
mariologia per l’attualizzazione del Progetto "Arte e
Espiritualidade" della Casa Centro Loyola de Cultura e Fé, legato
alla Puc-Rio de Janeiro e membro collaboratore dell’Organizzazione
internazionale "Religious Freedom Report", per il dialogo
interreligioso, con sede a Washington (Usa).
La sua attività di docente di cultura
religiosa e di teologia, biblica, sistematica e pratica, data sin dal
1986. Attualmente dirige un’area di concentrazione relativa all’escatologia
e alla mariologia per il conseguimento dei gradi accademici e dei
diplomi post-gradi presso la Puc di Rio de Janeiro.
Collabora a diversi periodici ed è
impegnata in iniziative di promozione teologica e pastorale. Tra i suoi
volumi: Espírito e Missão na obra de Lucas-Atos. Para uma teologia
do Espírito (Dissertação de Pósdoutoramento), Edições Paulinas,
São Paulo 1996, 220 p. (tradotto in lingua spagnola); Espírito e
Missão na prática pastoral. Acre: 1920 a 1930, Edições Paulinas,
São Paulo 1997, 245 p.; Maria e o Feminino de Deus. Para uma
espiritualidade mariana, Ed. Paulus, S. Paulo 1997, 60 p. (tradotto
in lingua spagnola); Espírito e Missão na teologia. Um enfoque
histórico teológico 1850-1930, Edições Paulinas, São Paulo
1998, 262 p.
Tra i contributi a volumi di Autori
Vari: Quegli occhi tuoi misericordiosi: Riparazione nel duemila.
Ed. Centro Mariano Beata Vergine Addolorata, Rovigo 1996, 21 p.; "Às
portas do Terceiro Milênio", in Horizontes de uma Caminhada,
Crb/Edições Loyola, São Paulo 1996, pp. 137-140.; "O lugar da
Mulher", in Uma interpretação feminina da "Mulíeris
dígnítatem", Edições Loyola, São Paulo 1990, pp. 39-47.
c.m. |
Riflessioni sul
Brasile
GIOCO
AL MASSACRO PER SOPRAVVIVERE
Nel ’94, se non sbaglio, sono
stata quasi un mese in Brasile, ospite a Rio de Janeiro anche dei Servi
e delle Serve di Maria. Se rimasi colpita della generosità dei tanti
operatori italiani che ebbi il dono di incontrare (e aggiornare), mi
turbò profondamente vedere condannate a una condizione
"subumana" tantissime persone. Non pensavo, ad esempio, che
fosse possibile per un bambino di pochi anni uscire per strada e
restarci a vita, morendo comunque prima di diventare adulto. Né pensavo
che per una bambina fosse possibile restare incinta prima del menarca,
violentata dal padre o dal patrigno, e che, per di più, la madre la
buttasse fuori di casa, sempre che una casa l’avesse avuta.
Ho visto le favelas di Rio,
piaghe purulente nel tessuto di una città splendida e affascinante come
poche altre. Ricordo i colpi d’arma da fuoco e le suore che
rispondevano: «Forse è un samba». Sì, era difficile dire se sulle
colline si stessero scontrando gruppi rivali o se si stesse facendo
festa. E tutto ciò in mezzo a una straripante voglia di vivere, a un
ottimismo che, a me europea, sembrava un non senso. Del Brasile ricordo
l’odore acre, intollerabile.
Le suore che mi hanno ospitato – e
ciò fa loro onore – vivevano per lo più ai margini delle favelas,
se non dentro. Rivedo i bambini giocare allegramente nei liquami e mi
chiedo, oggi come allora, se si possono tollerare queste e altre cose, e
se si può dire civile un Paese incapace di far fronte ai più
elementari problemi della gente. In Brasile, come nei Paesi vicini, la
ricchezza è concentrata nelle mani del 2-3% della popolazione. È dura
per l’esigua classe media, forse più ancora che per i disperati, i
quali non hanno un tenore di vita da salvaguardare. Ma oltre una certa
soglia, si è fuori dall’esistenza umana, dalla coscienza, dai diritti
e dai doveri. Resta il gioco al massacro del sopravvivere quotidiano,
non importa a spese di chi o come.
Quando ci si domanda irritati di che
cosa o perché avevamo da chiedere perdono nell’anno giubilare, non
posso fare a meno di pensare all’America Latina, all’Africa, a tutti
quei Paesi che siamo riusciti a violare, erodendone la cultura,
impadronendoci delle loro risorse. Non abbiamo di che essere fieri come
cristiani. Siamo stati complici e continuiamo a esserlo tutte le volte
che il ricorso all’esprit de géometrie o all’esprit de
finesse (lusso tutto nostro) ci rende incapaci di accogliere non
sentimenti di rivolta, ma più semplicemente invocazioni, domande
elementari di umanità.
Eppure la teologia e la riflessione di
fede possono ancora offrire percorsi di umanizzazione. Ho visitato a
Manaus una scuola di teologia per laici. La frequentavano soprattutto
indios, che avevano fatto giorni di navigazione sul Rio delle Amazzoni e
sui suoi affluenti per parteciparvi. In una delle poche sere di questo
mio soggiorno si apriva un convegno catechistico. I partecipanti erano
ospitati in un piccolo palazzetto dello sport. La prima azione rituale
fu accogliere l’Evangeliario. Non riesco a reprimere ancor oggi la
commozione provata nel vedere uomini e donne accogliere il Vangelo con
un tifo da stadio. Non ne ho esperienza, ma credo avvenga così ai
concerti rock. Quella sera mi dissi che forse stava lì il futuro della
Chiesa. Mi chiesi anche se un’esperienza del genere avrebbe avuto
senso altrove e se, nelle condanne, certo non comminate a cuor leggero,
si avvertisse la posta in gioco, quella di una speranza, grande e
flebile a un tempo, che occorreva con ogni cura assecondare...
c.m. |
|