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Ci scrivono

QUALI OFFERTE POSSONO PORTARE
COMUNICANDI E CRESIMANDI?

    

   Vita Pastorale n.4 aprile 2002 - Home Page Quest’anno nella nostra parrocchia sono previste dieci celebrazioni di prima comunione e tre di cresima. Per la prima comunione i gruppi sono formati da 20-23 bambini e per la cresima ogni celebrazione ne vedrà 38-42. Noi catechiste siamo abituate a far partecipare i ragazzi con le preghiere dei fedeli e la processione offertoriale. Siamo solite far confezionare cesti aggraziati con pane, vino e uva; trasformazione da chicco in farina e poi in ostia; olio, frutta di vario genere, alimenti per la Caritas parrocchiale, icone. Una volta abbiamo osato del pesce (fresco), ma anche frutta secca, cestino in vimini a forma di gallina con uova (vere) dentro, vasetti di marmellata, una grossa candela profumata accesa e un mazzolino di fiori. Con tanti bambini, la nostra fantasia ha sempre "galoppato". I doni non riproponibili nella celebrazione seguente finivano in cucina dai frati.

Ma il nuovo parroco non è della stessa idea. Ha ristretto la tipologia, scegliendo di portare, oltre a pisside e ampolline, un fascio di spighe e un pane, la Bibbia e una croce. A questo punto non vogliamo essere fuori della liturgia e chiediamo lumi. Cosa è liturgicamente corretto portare, a seconda del sacramento celebrato? Durante la processione offertoriale al posto del canto è possibile spiegare i doni?

Simona Maruffa

Risponde don Silvano Sirboni.
Nell’attuale contesto pastorale è forte la tentazione di trasformare la celebrazione in rappresentazione catechistica con il rischio di sminuire quella verità dei gesti che costituisce una delle scelte fondamentali della riforma. La liturgia è bella perché è vera e i simboli sono tanto più comunicativi quanto più sono veri. Il gesto offertoriale è testimoniato nella più antica descrizione della messa, l’Apologia di Giustino, che risale al 150: «Terminate le preghiere si porta pane, vino e acqua... I ricchi e quelli che lo desiderano, ciascuno liberamente, dà ciò che vuole e quello che si raccoglie viene deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove» (Ap I,67). Questo gesto, solennizzato in seguito con una processione (sec. V), ridimensionato con l’avvento del pane azzimo e delle particole come pure dalla sostituzione dei doni con il danaro (sec. XIXII), rimasto in alcune circostanze come semplice offerta di ceri, trasformato in sfilata folcloristica e in rappresentazione catechistica in questi ultimi tempi, affonda pur sempre le sue radici in quell’agape di cui parla l’apostolo Paolo dove chi non condivide con il fratello è reputato indegno di ricevere il corpo di Cristo (cf 1Cor 11,20-22).

Rispettosa dell’originario significato del gesto la norma attuale è chiara: «È bene che la partecipazione dei fedeli si manifesti con l’offerta sia del pane e del vino per la celebrazione dell’eucaristia, sia di altri doni per le necessità della Chiesa e dei poveri» (PNMR 101). Questa è la norma che mira a dare verità al gesto nella consapevolezza che la liturgia è "luogo educativo e rivelativo" della fede. Essere veri è la prima e fondamentale forma di partecipazione attiva.

Alla luce della norma che non lascia dubbi ci si può chiedere che senso abbia portare la Bibbia o la croce che nella celebrazione hanno già un loro preciso spazio: la Bibbia è al centro della liturgia della Parola (l’evangeliario è addirittura portato nella processione d’ingresso!); la croce non solo apre la processione d’ingresso, ma è dominante in tutta la celebrazione accanto all’altare o comunque nell’area presbiteriale. Non è escluso che insieme al pane, al vino, all’acqua e ai concreti doni per i poveri si portino anche la tovaglia, i lumi, i fiori e l’incenso che servono veramente per l’eucaristia in atto. Questi sono i simboli più eloquenti, che non hanno bisogno di tante spiegazioni se non di una breve monizione introduttiva che non impedisce del tutto l’eventuale canto.

Si tenga poi presente che la proclamazione delle intenzioni della preghiera dei fedeli, come fa intuire l’espressione stessa, sarebbe riservata (oltre che al diacono in primo luogo) a coloro che sono già stati cresimati, cioè pienamente conformati a Cristo sacerdote per mezzo dell’unzione e quindi abilitati a pregare ufficialmente a nome di tutta la Chiesa (cf RICA 36, 232; PNMR 45). I catecumeni infatti non erano e non sono ammessi. Lo stesso si dovrebbe dire per la presentazione delle offerte (cf RICA 36, 232).

Ma, specie in quest’ultimo caso e in attesa di un globale ripensamento dell’iniziazione dei ragazzi, non è forse opportuno esasperare le cose e accontentarci di giustificare qualche accettabile compromesso facendo riferimento al battesimo ricevuto da piccoli. Tuttavia, conoscere il vero significato dei gesti e le norme che lo evidenziano e lo difendono è condizione indispensabile per una corretta catechesi e per evitare di banalizzare e stravolgere il linguaggio liturgico.
   

TAMARO, CAMON E LE "BAGET-BOZZATE"

In data 19 febbraio su Avvenire mi sono imbattuto in un titolo che mi ha incuriosito: "I preti sgridano la Tamaro e Camon". Essendo anch’io un prete itinerante, forse più sociologo che prete, mi ritrovo in molte riflessioni di Susanna Tamaro, donna scrittrice, credente e capace di comunicare. Della sua lettera condivido tante cose, anche quel bisogno di «un germe di sano anticlericalismo». C’è una frase simile che uso con molti amici: «sono prete, ma anticlericale», forse perché ho patito la categoria di cui faccio parte, che amo, ma da cui sento il bisogno di difendermi perché non voglio essere assimilato nei troppi limiti, rozze sicurezze, e scarsa volontà di ricerca e di ascolto-confronto.

Ci avviamo verso le parrocchie senza preti (e senza fedeli) perché i laici non sono stati per molti "la Chiesa", popolo di Dio. Siamo nel complesso sicuri nelle forme, ma incapaci di dire qualcosa di serio, che valga, faccia riflettere l’uomo/la donna che ci ascolta o ci interpella. Abbiamo molte sicurezze anche su contenuti poco fondati biblicamente, datati, la cui verità esteriore se n’è andata, e ora in tempo di laicità non sappiamo riproporre in modo apprezzabile.

Potrei fare molti esempi, occupandomi di immigrati stranieri (metà cristiani, metà islamici o di altre fedi) e diversi da te per molte cose, ma comuni nella loro umanità. Ho imparato ad ascoltarli, a cercare di capire il loro linguaggio figlio della loro vita, a guardarli negli occhi, a non avere paura, ad amarli (anche quando ti chiedono cose che non puoi o non vuoi dare o scambiare). «Ero straniero e non mi hai accolto» è la frase che sintetizza molti atteggiamenti di Chiese capaci di assistere, ma non di accogliere.

Fredo Olivero

Sullo scopo degli interventi di Tamaro e Camon, come di tutti gli altri scrittori (che sono oltre una ventina in un paio d’anni), abbiamo già scritto e non vorremmo tornare più, neanche per don Giancarlo Pirini che lamenta come sui preti «tutti sappiano di tutto e forse anche di più. Non solo, ma più uno è laico, più sa come si fa a fare il prete». Una riflessione semmai merita il come la notizia è rimbalzata sugli organi di informazione. L’Adn-Kronos è partita con un: «Preti in rivolta contro Susanna Tamaro...». Avvenire, riprendendo la notizia, dava un colpo al cerchio e uno alla botte, senza dilungarsi nelle motivazioni della rubrica (che poteva raccogliere direttamente alla fonte, così come ha fatto per i testi "incriminati"). La ciliegina però è arrivata attraverso un settimanale che scriveva di «una raffica di lettere, email, telefonate» (la "raffica" in realtà ammonta alla stratosferica cifra di 8 lettere in totale, comprese le due qui citate. E come si può leggere non tutte contro). Il settimanale, abituato alle "baget-bozzate", non merita risposte. Ci fa però piacere citare la risposta ad Avvenire data da una sua stessa lettrice il 3 marzo (p. 25), la quale scrive tra l’altro: «Grazie Susanna Tamaro, grazie Ferdinando Camon, perché in seguito ai vostri richiami la mia Quaresima è ora più autentica». A noi non resta che ringraziare la lettrice, suor M. Elena P. di Milano, che ha mostrato tanta sincerità e larghezza di vedute, rimandando invece a una Quaresima "più autentica" tutti gli altri.
    

FIGLI DELLA SUPERBIA E DIFESA DEI DEBOLI

Ingiustizie, povertà, terrore (violenze e terrorismo) sono grandi nemici che stanno lacerando senza pietà i più deboli. Stanno creando condizioni di pericolo di distruzione per le cose e la vita di tanti innocenti.

Sono minacce, come bombe, che d’improvviso potrebbero travolgere tutto e tutti, perché quando la pressione della misura è colma potrebbe esplodere. Figli del maligno che fate tanto male, abbassate la vostra superbia e lasciatevi correggere!

Un grazie a Vita Pastorale se nelle sue pagine permetterà ai lettori di approfondire questo discorso.

don Gabri Nunzio
Castellina di Ripa Massana (Ps)
     

MACHIAVELLI NON PIACE NELLE SACRESTIE

Ho sempre letto con particolare attenzione gli scritti di Del Colle sulle nostre riviste cattoliche, sia per la forma che per i contenuti, sovente ironici e graffianti. Il suo articolo su Vita Pastorale di febbraio non mi ha fatto buona impressione, anche perché ha voluto rifarsi al Machiavelli così poco simpatico nelle sacrestie. Nel dossier dal titolo "Un mondo che cambia" spicca a caratteri cubitali il titolo: "Il ritorno del Principe" col supporto delle foto dei due personaggi che lui vuole squalificare, nel loro impegno politico: Bush e Berlusconi.

Non intendo fare una scelta di campo, ma due elementari osservazioni: 1) Se un personaggio, per le sue capacità persuasive ha saputo raccogliere una notevole maggioranza di consensi, vuol dire che ha saputo scavalcare il politichese e si è fatto capire fino al punto di assicurare una stabilità di governo. Non è credibile e sarebbe offesa, pensare che gli elettori siano stati sprovveduti fino al punto di lasciarsi imbrogliare;

2) Sul Colle che certamente non è il suo, Gesù predicò le Beatitudini tra le quali c’è quella che dice «Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia». È giusto rispettare votati e votanti, memori di ciò che dice san Paolo: «Obbedite ai vostri governanti (coloro che sono preposti) anche ai discoli». Rispetto e fattiva collaborazione, anche con opposizione costruttiva... in attesa delle prossime elezioni da buoni cittadini!

don Mario Sirio
Parroco emerito di Castelgandolfo

Risponde Beppe Del Colle.
Ringrazio monsignor Sirio per il tono gentile con cui muove le sue critiche al mio articolo. Io non voglio "squalificare" il presidente degli Stati Uniti e il nostro premier, osservo solo che il loro comportamento corrisponde esattamente al pensiero di Machiavelli a proposito del "Principe", cioè di chi governa. Non è colpa mia se il "segretario fiorentino" è «così poco simpatico nelle sacrestie». Simpatie non ne ha mai riscosse molte, in qualsiasi luogo; resta il fatto che, per quanto sgradevoli, egli ha scritto sulle realtà crude e a volte "scandalose" della politica molte verità, fin qui mai smentite. È dunque giusto che il mio cortese interlocutore sia d’accordo con me (e con Machiavelli) circa l’importanza del saper parlare con la gente per assicurarsene il consenso, cosa che Berlusconi sa fare benissimo. Altro discorso è che la gente, convinta una volta, non possa ricredersi: sono vecchio, ricordo personalmente l’entusiasmo degli italiani il 10 giugno 1940, il giorno in cui Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Il mattino dopo, caduta qualche bomba d’aereo su Torino (dove abitavo e dove abito tuttora) qualcuno aveva già cambiato idea. Quanto al detto di san Paolo, non ho mai amato sorreggere i miei scritti giornalistici con citazioni dalla Scrittura: so bene quanto per ogni versetto se ne possano citare altri di segno contrario. Per esempio, se un apostolo ci chiede di obbedire ai governanti, per quanto "discoli", Gesù in persona cacciò i mercanti dal tempio. E gli bastava così poco per risparmiarsi la croce: inchinarsi al Sinedrio...
    

FINALMENTE ALLO SCOPERTO

Con piacere ho notato la pubblicazione della lettera di monsignor Bommarito alle comunità neocatecumenali sul vostro numero di febbraio a pag. 84. Finalmente, dopo mesi di bizantinismi, Vita Pastorale lascia meglio emergere la sua vera opinione.

Dovrebbe essere assodato (ma non lo è) il tramonto del mito illuminista dell’imparzialità nella ricerca scientifica (inclusa quella giornalistica): nessuno presenta dati grezzi, ma raccoglie opportunamente e – nel migliore dei casi – inconsciamente, gli elementi che meglio si adattano alle conclusioni che aprioristicamente vuole trarre. A questo assioma se ne potrebbe aggiungere un altro, desunto dalla pratica comune, che quanto più l’imparzialità è sbandierata tanto meno si è realmente neutri.

Intesi per buoni questi principi, mi permetto di suggerirle di lasciar da parte una autoreputata o forse anche creduta neutralità e dar piena voce alle sue opinioni a proposito del cammino neocatecumenale (Cnc). Sì, perché mi pare sia sotto l’occhio di tutti (non ultimo don B. Moratti con "Amarezza per lettera sui neocatecumenali" di febbraio) che la sua modalità di raccogliere informazioni e "documenti" sul Cnc sia così evidentemente faziosa da rasentare il parossismo.

Quale, mi chiedo, l’opportunità "pastorale" di pubblicare una lettera che entra nel merito di questioni delicate, per le quali da sempre si consiglia prudenza e fiducia negli enti ecclesiastici competenti? Perché non diffondere, a questo punto, le mezze informazioni o le insinuazioni correnti a proposito di tutte le altre realtà ecclesiali (comprese quelle episcopali) e le varie opinioni scandalistiche di chicchessia? Quale il criterio per ritenere necessariamente pubblicabile sulla vostra rivista un’opinione (sotto l’impropria rubrica "Il documento"), per quanto di un anziano presule, che contiene poc’altro che pareri personali su fatti incompleti e senza adduzione di prove sostanziali e verificabili?

Mia abitudine (e forse anche un valore) è di dire francamente quello che penso: no, non è questo il modo di fare informazione cattolica né tantomeno di osservare criticamente qualsiasi realtà ecclesiale, purtroppo... nemmeno un modo per esprimere con coraggio e dignitosamente la propria opinione.

padre Enzo Massei
Roma

Abbiamo pubblicato al completo la lettera di padre Massei, compreso il titolo che ha dato. In calce aggiungeva un P.S: «Per quanto fine della lettera sia quello di sensibilizzare fraternamente la sua coscienza, pubblichi pure. Il tono è forse un po’ sostenuto ma non credo offensivo. Voglia scusarmi se dovesse risultarle tale». Noi non ci siamo offesi, ma credo che padre Massei dovrebbe stare un po’ più attento a definire fuori dagli "enti ecclesiastici competenti" e "pareri personali di un anziano presule" quanto scritto da monsignor Bommarito, se non altro perché, in appendice alla sua lettera ai neocatecumenali, egli citava: Lettera del Santo Padre al presidente del Pontificio consiglio per i laici (5 aprile 2001); Indicazione del Santo Padre Giovanni Paolo II ai neocatecumenali (Osservatore Romano 11-II-1983); Nota pastorale della Conferenza episcopale umbra sulle comunità neocatecumenali in Umbria (2-III-1986); Decreto vescovile di monsignor Mervyn Alessander, vescovo di Clifton (15-III-1994); Lettera pastorale del cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo di Firenze (25-III-1995); Documento del cardinale Salvatore Pappalardo, già arcivescovo di Palermo (22-II-1996); Nota pastorale della Conferenza episcopale pugliese ai presbiteri della Puglia sul "cammino neocatecumenale"; Lettera del vescovo di Vicenza, monsignor Pietro Nonis (18-XII-1996); Nota della Conferenza episcopale della Basilicata firmata da monsignor Ennio Appignanesi (1-III-1998). Caro padre Massei, non le sembra che sia tanta la gente uscita allo scoperto, e non da adesso? Ciò non ci impedisce di pubblicare (a p. 64 della rivista) anche la testimonianza di un sacerdote che è gioiosamente soddisfatto del cammino neocatecumenale.
    

MI HA AIUTATO L’ESEMPIO DI DON LUIGI

Don Luigi Ziella – abbonato a Vita Pastorale – è tornato alla patria celeste il 25 marzo 2001! Sto scrivendo ora, consapevole del ritardo, perché vorrei che per il periodo di aprile-maggio anche su Vita Pastorale venisse ricordato. Don Luigi è stato il mio padre-direttore spirituale per più di 33 anni e io mi sono formato spiritualmente e pastoralmente alla sua scuola; di quel poco che sono e che riesco a realizzare come ministro di Cristo e della Chiesa, devo tutto a lui, alla sua pazienza, alla sua paterna benevolenza e a tutti i suoi insegnamenti così ricchi di saggezza e di buonsenso! L’esempio poi della sua vita, mi ha trascinato fin dai primi momenti in cui ho potuto conoscerlo: posso dire che inconsapevolmente ma con "metodicità" ho assimilato quasi tutto quello che era il suo stile di vita, la sua spiritualità, l’azione pastorale!

Certo che imitarlo nella totalità... sarebbe stato il mio grande desiderio ed è ciò che costituisce ancora il mio programma di vita, particolarmente ora che ho fatto tre promesse a don Luigi, propostemi da lui stesso pochi giorni prima della sua morte! Sono per me tre impegni che spero di "realizzare" il più possibile, per il resto degli anni che il Signore mi concederà di vivere; ben consapevole che, come san Paolo, anche don Luigi, è stato imitatore di Cristo!

Mentre chiedo preghiere per me e per la comunità parrocchiale che mi è stata affidata e che per me costituisce una prova difficile e complessa, prometto di offrire al Signore le mie preghiere e le sofferenze per tutti ma in modo particolare per quei confratelli che si trovano nella mia situazione ed anche con problemi e difficoltà maggiori.

don Vincenzo Sozzo
Montalbano J. (Mt)

    

MATRIMONI MISTI: SIATE CAUTI CON LE DISPENSE

Rivolgo una calda e fraterna preghiera a tutti i reverendissimi parroci. In virtù del Canone 1127 §1 un matrimonio misto (tra cattolico e non-cattolico di rito orientale) celebrato davanti al ministro non-cattolico è valido. Molti parroci basandosi su questo canone, procurano ai futuri sposi anche la dispensa della Curia dalla forma canonica e mandano i loro fedeli direttamente al parroco ortodosso (qui in Grecia) non curandosi della parte pastorale che deve accompagnare la celebrazione. Pregherei i parroci di indirizzare i loro fedeli al parroco cattolico del luogo dove viene celebrato il matrimonio. In Grecia non sappiamo più quali fedeli cattolici sono validamente sposati e quali no. A volte scopriamo che si celebrano seconde nozze. Le curie diocesane non sanno che prima di dare la dispensa dalla forma canonica devono consultare l’ordinario del luogo dove viene celebrato il matrimonio (Can. 1127 §2)?

mons. Francesco Papamanolis
(vescovo delle diocesi cattoliche
greche di Syros, Santorini e Creta)
   

SARÀ QUESTO IL MILLENNIO DELLO SPIRITO?

Sto leggendo un’edizione delle Cinque piaghe della Chiesa. È inspiegabile come lo stesso Rosmini e nessuna autorità a quei tempi – ed oggi? – abbiano mai fatto attenzione al fatto inaudito dell’infusione, sugli apostoli, delle lingue «di tutte le nazioni della terra» da parte dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, autorizzando così la Chiesa a usare tutte le lingue per predicare, battezzare, celebrare, pregare: a Gerusalemme, come in tutta la terra.

Qui si tratta di logica e di obbedienza. Quanti fiumi di inchiostro si sarebbero evitati in discussioni sciocche sulla riforma liturgica del Concilio. Lo stesso Rosmini sarebbe sugli altari da tempo, invocato come il santo del Vaticano II.

Per me questo inspiegabile silenzio è come uno scandalo dottrinale, un peccato contro lo Spirito. Non sarà bene iniziare una seria devozione perché questo sia davvero il millennio dello Spirito Santo? Ormai con la globalizzazione non esistono più problemi di comunicazione tra le nazioni. Dalla confusione delle lingue, all’infusione, e direi all’Internet. Ut unum sint!

P. Ottonello
p8nlo@mymailstation.com
    

SE LA FESTA SCAVALCA LA DOMENICA

La messa vespertina dell’8 dicembre scorso, festa dell’Immacolata Concezione, ha coinciso con la prefestiva della seconda domenica di Avvento. Né io, né quanti mi stavano vicino quella sera in una bella chiesa della diocesi trevigiana, ci saremmo aspettati che venisse celebrata la messa prefestiva. Al termine della celebrazione, ho chiesto ai sacerdoti della parrocchia motivazioni in merito; mi si disse in modo perentorio che questa era «universale disposizione ecclesiastica» (quasi si trattasse di un dogma) e che tale messa serviva sia per l’8 dicembre che per la seconda domenica di Avvento. Non mi fu, tuttavia, difficile venire ben presto a sapere che in altre chiese non ci si attenne a questa conclamata «universale disposizione ecclesiastica».

Dal punto di vista formale, non sono l’unico a dubitare che con la prefestiva si sia assolto anche al dovere della messa prescritta per la festa dell’Immacolata. Banalizzando, è il caso di dire che con una fava si prenderebbero due piccioni. Mi pare che in questo modo non si rispetti né il precetto, né lo spirito. Quanto, poi, al sopravvento che prenderebbe la prefestiva della domenica di Avvento sulla festa dell’Immacolata, è cosa discutibile, anche se la norma liturgica generale potrebbe far pensare così. Infatti, se ciò fosse vero, quest’anno salterebbe la festa dell’Immacolata in quanto coincidente con la seconda di Avvento. In realtà l’introduzione della messa prefestiva è storia piuttosto recente, suggerita dalla carità pastorale, per venire incontro a quanti non possono frequentare la messa il giorno seguente. V’è di più: la messa prefestiva, nelle sue origini, aveva il carattere di concessione limitata e non credo che sia assimilabile ai primi vespri di una qualsiasi festa. Questi costituiscono il primo dei momenti della celebrazione liturgica di una festa; la messa prefestiva nasce, invece, da esigenze legate alla vita moderna; è una concessione di ordine pratico-pastorale e non costituisce un luogo teologico-liturgico autonomo, tant’è che anticipa l’azione liturgica del giorno dopo.

Più rilevanti mi sembrano, invece, le riflessioni di carattere teologico, che nascono dalla sovrapposizione liturgica. La festa dell’Immacolata, collocata nel periodo dell’Avvento, è singolarissima preparazione al Natale, non inferiore per qualità alle domeniche di Avvento. Di tutte le feste mariane è, poi, la più grande, quella più strettamente legata al mistero dell’incarnazione. Al di là di una certa educazione teologico-morale, che vede rappresentate nella Vergine Immacolata eminenti virtù cristiane, i fedeli sentono questa festa. Chiese piene per l’occasione, dunque, proprio come quella in cui sono stato la sera dell’8 dicembre scorso. Anche il sentimento popolare appartiene a quel sensus ecclesiae al quale tanto spesso ci si appella; il popolo cristiano, a suo modo, può esprimere il sensus fidei.

Ilario Tolomio
Borgoricco (Pd)

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Il suo ragionamento è impeccabile ed anche convincente, salvo la sua affermazione sul valore della festa dell’Immacolata Concezione, soprattutto in Avvento: una festa tardiva e occidentale, collocata in Avvento per mantenere la Natività all’otto settembre, non facilmente compresa nel suo contenuto come testimonia il titolo, non soltanto "povero", dell’Immacolata, dimenticando Concezione.

Proprio a causa della devozione del popolo italiano, la Conferenza episcopale ha chiesto e ottenuto a suo tempo dalla competente autorità la prevalenza liturgica sulle domeniche di Avvento che hanno – al pari di quelle dei tempi forti (Quaresima e tempo pasquale) – un carattere privilegiato. Quindi la messa di quel sabato non poteva essere che dell’Immacolata Concezione, prescindendo da questioni di precetto.

Le sue osservazioni sulla "messa festiva" (non pre-festiva) del sabato sera sono ben note e condivise da chi scrive fino dai tempi lontani della concessione, ma è la stessa Cei nella nota pastorale su Il giorno del Signore del 1984, al n. 34 a frenarne la celebrazione: «Non si faccia ricorso a tali celebrazioni se non in caso di effettiva opportunità pastorale». Ma, aperta la porta, è difficile chiuderla.
    

NUOVE VOCAZIONI IN TERRA FRIULANA

Desidero far conoscere un dono che Dio sta facendo alla Chiesa friulana. Da 15 anni è sorto un monastero di Clarisse a Moggio Udinese, e dalle 5 sorelle iniziali si è arrivati a 39. Non riuscendo più a contenere il numero delle giovani che il Signore sta mandando, la badessa e le sorelle si sono fidate della Provvidenza e si sono lanciate nella costruzione di un nuovo monastero. Sono fatti che provano come Dio sta operando in modo straordinario oggi, un segno di consolazione e di speranza per tutti. Come non ringraziare il Signore?

Per chi volesse sostenere il nuovo monastero, l’indirizzo è: Clarisse Sacramentine, Monastero "S. Maria degli Angeli", Abbazia San Gallo, via Abbazia 43 – 33015 Moggio Udinese (Ud); tel. 0433-51510.

don Paolo Scapin
Tarcento (Ud)
      

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