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EDITORIALE

Tra miracoli e lustrini, ridateci
san Vicinio

di GIUSTO TRUGLIA
   

   Vita Pastorale n.4 aprile 2002 - Home Page Di fronte alla creduloneria che dilaga non dovremmo fare un esame di coscienza su come parliamo di religione?

Non si è ancora spenta l’eco delle presunte lacrimazioni a Civitavecchia, con tanto di decennale, che già un altro tormentone rischiava di coinvolgere schiere di fedeli con le lacrime di Padre Pio a Messina. Ma, l’imprevista confessione di una brava mamma ha rotto il giocattolo e impedito che si mettesse in moto un infernale meccanismo mediatico che per il solo fatto di trattare una notizia l’accredita come vera, laddove invece è soltanto virtuale.

E le presunte lacrimazioni di Padre Pio non sono isolate. Ad Alba (Cn), come riporta La Stampa del 9 marzo 2002 p. 51, è stato chiesto il rinvio a giudizio di un presunto santone che operava a Poirino (To): l’accusa è truffa e abuso della credulità popolare. Il presunto santone aveva raccolto attorno a sé uno stuolo di fedeli, ai quali aveva fatto credere che una statuetta della Madonna piangeva lacrime di sangue. Alle analisi del Ris (Reparto investigazioni scientifiche) di Parma, il sangue sarebbe risultato lo stesso del santone.

Se uno dicesse che ha visto la Madonna o un santo nella piazza sotto casa, considerato quello che succede dalle Alpi alle Isole, sicuramente ci sarebbero fedeli pronti a seguirlo e magari a testimoniare che anche loro hanno visto qualcosa. E sicuramente ci sarebbe anche chi è pronto a dire che grazie a tale apparizione si è convertito.

Viene da chiedersi allora come mai la gente è portata a credere così facilmente in apparizioni, lacrimazioni, messaggi dall’aldilà affidati a parenti morti, per non dire di fatture, malocchi, oroscopi e tutto quel variegato mondo dell’imbroglio che pullula in molte televisioni private, per la disperazione degli imbrogliati e la gioia di chi rimpingua i suoi conti miliardari in banca. Perché tanta credulità? Di chi è la responsabilità? E la Chiesa cosa deve fare? A chi giova promuovere una religiosità basata sul miracolismo piuttosto che sulla fede? Non c’è il rischio di ridurre la fede a fenomeno da baraccone e a spettacolo superficiale?

Non sarebbe il caso che anche in questo campo noi Chiesa (il popolo di Dio tutto: dalla gerarchia ai fedeli) facessimo un esame di coscienza e purificassimo i nostri atteggiamenti? Ricordo sempre l’impressione che mi fece leggere dell’enorme numero di ecclesiastici in una regione della Francia centrale nel XV secolo, dove «si può valutare a oltre 3.000 il numero dei preti che allora vivevano nelle circa 300 parrocchie» (Louis Pérouas in Storia vissuta del popolo cristiano, Sei 1985, p. 698). E, lasciava intendere Pérouas, a tutto questo esercito in tonaca occorreva pur dare un’occupazione, una cappella in cui esercitare il proprio ministero. Di qui la tendenza a moltiplicare i luoghi di culto e, potremmo malignamente concludere, a moltiplicare i miracoli che ne autenticassero il valore. Fortunatamente (o sfortunatamente, anche se nella "vigna del Signore" è difficile ragionare con le categorie umane) non ci sono oggi dieci preti per parrocchia: è già tanto se i parroci riescono a coprire tutte le parrocchie loro affidate. Non c’è bisogno neanche di creare nuovi santuari, perché si fa fatica a riempire già quelli esistenti.

E allora, perché non impegnarci a purificare la fede di quei pochi o tanti fedeli che ancora frequentano chiese e santuari, in modo che non finiscano prede del santone di turno? (Tra l’altro, alla corretta comunicazione del Vangelo stiamo dedicando i nostri dossier). Perché non usare l’intelligenza che il Signore ci ha elargito per smascherare imbroglioni e ciarlatani? Quanti negli ambienti ecclesiastici sono disposti a non storcere il naso allorché un benemerito Telefono Antiplagio spiega che è possibile creare artificialmente la lacrimazione di una statua? E quanti accettano di farsi spiegare che i messaggi dall’aldilà fissati sul registratore sono banale illusione?

Ma il pericolo più grave in questo campo oggi non è dato dal singolo ciarlatano e imbroglione, bensì dalla spettacolarizzazione che i media ne fanno. Il fatto che lacrimazioni e simili escano dalla normale e quotidiana fatica del credere spinge i media a occuparsene, tanto da offuscare l’autentica vita cristiana e avallare una religione del miracolo e del meraviglioso o, viceversa, dell’orrido. Si rischia, insomma, di avere una religione che non si distingue dai lustrini e dalle volgari "toccate" del festival di Sanremo, o dallo sciacallaggio sul "caso di Cogne". Visto come sono stati trattati i due eventi in televisione e sugli altri media, se ne possono trarre le conclusioni.

Cito pertanto con piacere la lettera che monsignor Lino Garavaglia ha inviato ai suoi fedeli di Cesena-Sarsina sul culto di san Vicinio e sulla "catena" legata alla vita eremitica del santo, che «non va considerato uno strumento magico o un amuleto: lì si venera un santo vescovo, non un oggetto metallico; il devoto che si reca nella cattedrale di Sarsina sa di compiere l’omaggio al sepolcro di un testimone della santità di Cristo». E insiste: «I fedeli, prima di tutto, devono essere educati a scoprire e a trovare in lui una presenza efficace del Signore stesso. I segni del culto e dell’intercessione del santo, o sono gesti della fede o rischiano di scivolare nella superstizione». Giornali e Tv non ci risulta abbiano parlato di questa lettera.

Giusto Truglia

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