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Figlia di una luterana
che si è convertita al cattolicesimo, la teologa norvegese difende la
parità maschile e femminile davanti a Dio. E ingloba nel suo femminismo
cattolico l’influenza dei Paesi protestanti come l’apporto delle Madri
della Chiesa medievali, l’ortodossia d’Oriente come Agostino e Tommaso
d’Aquino.
Mi
sono chiesta dove e quando ho incontrato per la
prima volta Kari Elisabeth Boerresen. Forse a Roma, a metà degli anni ’80,
nel
contesto di quegli incontri che ella ama promuovere con le persone più
disparate. Nella capitale, infatti, vive abitualmente suo marito, un
archeologo danese (la grande passione della sua vita!), ed ella lo
raggiunge per congrui periodi, preferibilmente in autunno e in primavera.
Nella bella casa di lui, dove sono evidenti elitarie sedimentazioni
culturali, ci si apre alla vista della Città Eterna spaziando
dalla basilica di Santa Croce a quella del Laterano. Qui ella – passando
disinvoltamente da una lingua all’altra – riceve colleghe e amiche di
antica e nuova data, solo di passaggio o residenti a Roma, sempre curiosa
di comprendere dal vivo la complessità del mondo cattolico, le diverse
tendenze, i problemi, le aspettative.
La Boerresen è stata mia ospite a Palermo al convegno
"Donna e ministero: un problema ecumenico". A quel tempo la quaestio
era ancora "disputata". Nei quindici anni di frequentazione,
seguiti a quel convegno, non è mai capitato che non ci incontrassimo più
volte all’anno.
Considero la Boerresen la più mediterranea delle
nordiche per quella "passionalità" che non prova neppure a
mascherare. Le sue simpatie (intellettuali) sono viscerali, non meno delle
antipatie. Entrare nel suo circolo importa a un tempo autonomia, lucidità
di giudizio, creatività. Tutte cose che la caratterizzano. La sua carica
mette, poi, a dura prova chi le sta accanto. Malgrado i suoi quasi settant’anni
– è nata nel 1932 – ha, infatti, le energie di un vulcano. Portato a
termine un progetto, ne ha già altri in cantiere. Per me, studentessa di
teologia, lei fu una sorta di miraggio. Muovevo i primi passi quando venne
pubblicato il suo Subordination et equivalence. Era il 1968. Mi
affascinava la sua lucida padronanza di Agostino e Tommaso, la sua
capacità di penetrarli e di metterli a nudo. Le sue conclusioni erano
inconfutabili. Non c’era acrimonia, ipoteca ideologica, ma piuttosto una
lucida e implacabile ricognizione del loro pensiero. Da quel momento in
poi sarebbe stato impossibile accostare la questione femminile nella
tradizione cristiana senza evidenziarne l’atteggiamento ancipite nei
confronti delle donne, il paradosso dell’iscriverle tra la
subordinazione, a ragione della natura, e l’equivalenza, a ragione della
grazia. Dobbiamo a lei la maggior parte del lessico divenuto corrente:
tutti neologismi – non c’è che dire –, parole inventate per
esprimere giudizi e criteri dei quali sin lì non c’era stato bisogno.
Malgrado l’appartenenza a mondi assai diversi, per
cultura, ambiente sociale, percorsi personali, posso dire che della
Boerresen mi sento "amica". Questo non vuol dire che approvi
acriticamente la sua lettura (nordica) dei problemi ecclesiali o delle
sfide cui la Chiesa cattolica deve rispondere. Sul piano politico, poi,
trovo eccessivo il suo euroscetticismo, il timore che l’Europa unita
vanifichi in qualche modo i percorsi di emancipazione, familiari da sempre
alle donne nordiche. Se da una parte ella coglie tutta la positività (l’ottimismo)
dell’antropologia cattolica rispetto a quella luterana – ripete a
oltranza che è felice d’essere cattolica –, dall’altra è difficile
per lei accettare certe ipoteche, certo orizzonte residuo di
"soggezione", come pure certa teoria e fenomenologia religiosa
"esuberante".

Dio crea Adamo ed Eva (Bibbia del
1340)
(foto di Lore Riva).
- Carissima Kari, cosa ti ha indotta a studiare
teologia?
«Avevo appena dieci anni quando mia madre si è fatta
cattolica. In Norvegia, nazione a grandissima maggioranza luterana, negli
anni ’40, a convertirsi al cattolicesimo era soprattutto un’élite sociale
e intellettuale. Mia madre aderì a una variante elitaria del
cattolicesimo riformista, introdotto in Norvegia dai domenicani del
celebre convento parigino di Le Saulchoir. Per intenderci, la comunità
religiosa presso cui hanno lungamente vissuto M.D. Chenu e Y. Congar,
personaggi decisivi per il rinnovamento promosso dal Vaticano II. All’inizio
degli anni ’50, a diciotto anni, giunsi in Francia. Il mondo
mediterraneo, patriarcale, era diverso da quello cui ero abituata. La mia
educazione scandinava contrastava vivamente con il cattolicesimo
mediterraneo. Devo dire che si trattò di un vero e proprio shock
culturale. Non solo le donne non erano autonome ma avevano addirittura
interiorizzato la loro dipendenza. Mi sentii obbligata a far chiarezza.
Dovevo far luce sulle radici religiose di questa tradizione che mi
sembrava veicolata dalle istituzioni della Chiesa cattolica, vista,
insomma, come una barriera tra Dio e le donne».
- La tua ricerca è dunque partita da questo shock?
«Sì. Dopo un primo lavoro sulla "Storia delle
idee", andai dal mio maestro, lo storico della Chiesa E. Molland e
gli proposi di analizzare l’antropologia di Agostino e Tommaso d’Aquino.
Molland era luterano, ma assai attivo a livello ecumenico. Accolse con
entusiasmo il mio progetto di cui comprese l’importanza. Eravamo nel
1961. Non c’era ancora stato il Vaticano II, né si parlava ancora di
"Women’s Studies" o di "Gender Studies" o di
"teologia femminista"».
- Pensi che in tutto ciò abbia influito il tuo essere
scandinava?
«Sì, non c’è dubbio. Questa appartenenza culturale
mi ha consentito – ed è stato un privilegio – di affrontare l’androcentrismo
teologico ed ecclesiale come un fattore esterno. Mi mancava infatti la
socializzazione propria delle ragazze provenienti da contesti
tradizionalmente cattolici. Ero stata educata all’autonomia, non alla
soggezione, né tanto meno a interiorizzarla!».
- Come "pioniera" qual è stata la tua
esperienza? Hai trovato difficoltà o no?
«Nell’ambito scientifico, nessuna; ho conseguito i
titoli senza problemi; ho frequentato l’università di Oslo e poi altri
innumerevoli centri accademici all’estero. Ben diversi i problemi legati
alla mia carriera universitaria in Norvegia. I professori di teologia
sono, infatti, tenuti alla religione ufficiale, quella luterana (non così
in Svezia e in Danimarca!). Si comprende allora come la richiesta di
cattedra, da me inoltrata all’inizio degli anni ’70, non abbia avuto
seguito. Mi sono tornate indietro, ben impacchettate, le mie ricerche del
’68 e del ’71. Mancandomi il requisito di base, non c’era bisogno di
esaminarle».
«Naturalmente no. Ho presentato un’interpellanza al
ministro del culto. Come risultato, nel 1971/72, ho ottenuto che questa
legge cambiasse. Si può essere professori, anche se non si è luterani,
tramite una dispensa. Ciò malgrado non ho ottenuto granché, tant’è
che la mia attività di docente si è svolta soprattutto all’estero.
Sono stata la prima donna invitata alla facoltà di teologia della
Gregoriana: ne era rettore Carlo Maria Martini. Ma
ho anche insegnato ad Harvard, a Princeton e presso altre università».
- Qualcosa però è cambiato anche in Norvegia...
«Sì, nel 1982 sono stata nominata a titolo personale
"professore ricercatore" presso il ministero della cultura; poi, mi è
stata assegnata, alla Facoltà di teologia, la cattedra di "Gender Studies",
istituita nel 1999 dal Parlamento, utilizzando la dispensa. Naturalmente sono
docente inabilis: non posso votare le candidature dei vescovi luterani!
Detto tra parentesi, ci sono due donne vescovo in Danimarca, 2 in Svezia e una
in Norvegia. Se mi consenti un’altra battuta, mi è successo l’opposto di
quello che è accaduto in Germania alla Goessmann. A rifiutare a quest’ultima
la cattedra è stata la Chiesa cattolica».
- Qual è stato e qual è oggi il tuo personale percorso di
ricerca?
«Lo indicherei nell’attenzione prestata al rapporto tra
cristianesimo e femminismo».
- Cosa intendi per femminismo?
«Mi riferisco, con questo termine, sia alla teorizzazione che
all’attuazione pratica dell’autonomia delle donne, in campo socio-culturale,
e al riconoscimento della loro capacità cultuale in quanto create a immagine di
Dio. Se, diversamente dal passato, si smette di considerare gli uomini come gli
esseri umani di sesso esemplare, ne consegue una rivoluzione epistemologica
assai più radicale di quelle messe in atto da Copernico e da Darwin».
«La tradizione cristiana nel suo strutturarsi attraverso
successive inculturazioni. Innanzitutto, la lunga formazione dei testi biblici;
poi, l’ancor più lunga interpretazione dei suoi dati e l’altrettanto lunga
elaborazione di un simbolismo dottrinale. Questa verbalizzazione storica si è
sviluppata in funzione di culture diverse: giudaica, greco-romana, bizantina,
germanica, celtica e slava. In epoca moderna l’inculturazione cristiana si
estende alle Americhe, all’Africa e all’Asia».
- Dunque denuncia e lotta a favore dell’autonomia delle
donne da una parte, attenzione alla progressiva inculturazione della fede
dall’altra...
«Sì, tutto ciò nella contestualità nuova dell’epistemologia
femminista. Dopo gli anni ’70, i "Gender Studies" in scienze
religiose si sono collocati all’avanguardia delle discipline umanistiche,
mettendo a profitto il carattere sessuato di tutto l’essere umano, genderedness
(biologicamente programmato e culturalmente espresso), come principale
categoria analitica. Applicata alla tradizione cristiana, questa nuova
metodologia ha messo in luce il ruolo determinante dell’esperienza
specificatamente femminile o maschile nel discorso umano su Dio».
- Quando ha avuto luogo l’elaborazione dei "modelli di
genere"?
«La loro strutturazione è avvenuta nell’antichità. Sono
poi stati elaborati nel Medioevo, mantenuti dal Rinascimento e dalla Riforma,
restando di fatto immutati sino al secolo XX. Nel 1993 ho pubblicato una
rassegna estesa di "Women’s Studies/Gender Studies" sulla tradizione
cristiana, dalle origini al secolo XVI. L’analisi abbraccia 553 libri e
articoli importanti che riguardano l’antropologia, la sessuologia, il diritto
canonico, la storia, l’agiografia e la matristica».
- E la tua personale ricerca in questo contesto?
«Distinguerei un mio triplice ambito di ricerca e dunque un
mio triplice apporto. Innanzitutto quello all’antropologia; poi quello alla
matristica; infine quello relativo al femminismo cristiano».
- Dimmi dell’antropologia...
«L’inferiorità delle donne è affermata in tutte le grandi
religioni. Nelle varianti monoteiste – giudaismo, cristianesimo, islam – Dio
viene descritto come andromorfo o metasessuale. C’è una fondamentale
incompatibilità tra la divinità e la femminilità. In corrispondenza, l’umanità
maschile è considerata esemplare e normativa, mentre l’umanità femminile
risulta derivata e subordinata. Tutte le grandi religioni spiegano l’esistenza
delle donne a partire dalla loro funzione strumentale di riproduzione della
specie. L’umanità femminile è di secondo rango e il suo ruolo specifico è
la maternità».
- Tu hai parlato però di subordinazione ed equivalenza...
«Nella mia tesi di abilitazione sulla concezione del
femminile in Agostino e Tommaso d’Aquino, ho dovuto introdurre il termine
"androcentrismo". Questo neologismo sottolinea che la dottrina
tradizionale è stata elaborata nella prospettiva del maschio, assunto come
sesso esemplare. Ho dimostrato che la subordinazione della donna è un fatto
assiomatico nell’antropologia cristiana, perché la si considera istituita da
Dio secondo l’ordine della creazione. D’altra parte l’equivalenza tra
maschio e femmina, introdotta mediante l’incorporazione a Cristo nell’ordine
della salvezza, sarà perfettamente realizzata solo nella compiutezza
escatologica. Ne consegue la normatività della relazione gerarchica tra i sessi
tanto nella società quanto nella Chiesa. L’assioma del primato maschile
resterà incontestato nella cultura occidentale sino al secolo XX».
- Ma la donna non è anch’essa creata a immagine di Dio?
«La divaricazione fondante tra divinità e femminilità, che
il cristianesimo condivide con il giudaismo e con l’islam, costituisce la
sfida maggiore per le donne. Data l’interazione tra monoteismo e
androcentrismo, il privilegio dell’imago Dei è riservato all’umanità
maschile o all’anima asessuata. Essendo derivata e subalterna, l’umanità
femminile non è creata a immagine di Dio. D’altra parte, a motivo di quella
che io chiamo la "democrazia della salvezza", al cui interno le donne
sono ugualmente salvate da Cristo, agli esseri umani appartenenti al sesso
secondario sono attribuite prerogative teomorfe nell’ordine della redenzione.
Va precisato che, durante la storia cristiana, Eva e le sue figlie sono state
gradualmente inserite nella definizione dell’umanità creata a immagine di Dio».
- Quali le tappe di questa progressiva inclusione?
«Innanzitutto, conformemente ai testi biblici, l’esegesi
antica afferma che solo i maschi sono creati a immagine di Dio (cf Gen 1,26-27a;
Gen 2,7; 1Cor 11,7). Ciò malgrado, le donne possono acquisire la pienezza dell’umano
esemplare diventando maschi, vale a dire figli di Dio e fratelli di Cristo nell’ordine
della salvezza (cf Gal 3,28; Col 3,10-11; Ef 4,13). In un secondo momento,
avvalendosi di una concezione platonizzante dell’imago Dei, considerata
asessuata in quanto incorporea, quella che io ho indicato come la patristica
"femminista" è riuscita ad attribuire questo privilegio alle donne
sin dalla creazione, malgrado la loro femminilità non teomorfa. Infine,
anticipata dalla matristica medievale e attualizzata dall’esegesi femminista
del secolo XIX, la nuova definizione olistica dell’imago Dei, in quanto
comprendente tutto l’essere umano maschile o femminile, è stata adottata nel
secolo XX dall’esegesi protestante. Dopo il Vaticano II l’adattamento alla
cultura post-patriarcale è accettato anche dalla Chiesa cattolica, mentre la
teologia ortodossa resta allo stadio del privilegio asessuale».
- Hai fatto cenno a una patristica femminista...
«Sì, mi riferisco innanzitutto a Clemente d’Alessandria.
Questo Padre, morto prima del 215, è il primo teologo a connettere il testo
sull’immagine di Gen 1,26-27a alla differenza sessuale di Gen 1,27b:
"Maschio e femmina li creò", testo letterariamente in rapporto con l’idea
della fecondità presente nel versetto seguente. Clemente è anche il primo a
giustificare questo spostamento esegetico ricorrendo a Gal 3,28: "Non c’è
più uomo e donna, poiché voi tutti siete uno (un solo uomo) in Cristo Gesù".
Va sottolineato come questo versetto offra una citazione negativa di Gen 1,27a,
nel senso dell’abolizione redentrice della differenza dei sessi mediante il
ritorno alla perfezione originaria: a un tempo unità presessuale e perfetta
mascolinità cristomorfa. Ignorato da Clemente, il testo della 1Cor 11,7 serve,
nell’esegesi antiochena, a rinsaldare la subordinazione delle donne
non-teomorfe: "L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine
e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo". Questa
interpretazione letterale è sopravvissuta nel diritto canonico medievale,
tramite l’Ambrosiaster (attivo attorno al 370-380), citato sotto i nomi di
Ambrogio e di Agostino».
- Cosa dice l’autentico Agostino?
«Al contrario dell’Ambrosiaster, Agostino è il primo Padre
della Chiesa che affronta direttamente 1Cor 11,7. E poiché tutta l’esegesi
patristica interpreta questo testo ad litteram nel senso di un’imago
Dei esclusivamente riservata ai maschi, egli ricorre a una soluzione
allegorica. Dando priorità all’immagine asessuata, attribuita alle donne sin
dalla creazione, Agostino interpreta il vir teomorfo come simbolizzante
la parte superiore dell’anima umana, mentre la mulier, privata dell’immagine
divina, simbolizza la parte inferiore dell’anima. Questa ingegnosa esegesi non
abolisce l’incompatibilità fondamentale tra il divino e il femminile. Il che
vuol dire che la femina/mulier è teomorfa malgrado il suo sesso, mentre
il sesso primario del masculus/vir riflette l’eccellenza della propria imago
Dei. Detto altrimenti, poiché la subordinazione creazionale delle donne è
imposta dalla loro femminilità derivata, il fatto di possedere un’anima
asessuata non abolisce il primato degli uomini maschi. D’altra parte, Agostino
è il primo Padre della Chiesa che respinge la tesi secondo cui le donne
risusciteranno asessuate sotto le parvenze del sesso virile. Poiché la femina
in quanto homo fa parte dell’umanità creata, le donne
risusciteranno come esseri umani di sesso femminile. Androcentricamente,
Agostino sottolinea che la concupiscenza maschile sarà abolita nella
restaurazione finale. Così l’organismo femminile sopravviverà, liberato
tuttavia dalla finalità ausiliaria della procreazione. Invocando la tipologia
Adamo-Cristo e Eva-Chiesa, con riferimento a Gen 2,21-23; Gv 19,34 ed Ef 5,32,
Agostino sottolinea che la differenza sessuale dell’ordine della creazione
verrà ristabilita nell’ordine della salvezza».

Giovanni Paolo II accolto in Norvegia
dal primo ministro
Gro Harlem Brundtland, nel 1989 (foto Giuiani).
- È tipologia che tu consideri androcentrica...
«La tipologia tradizionale corrisponde allo stadio iniziale
dell’antropologia cristiana, quello in cui la gerarchia dei sessi è trasposta
dall’ordine della creazione a quello della salvezza. Così Adamo teomorfo ed
Eva da lui derivata prefigurano Cristo quale nuovo Adamo e la Chiesa/Maria quale
nuova Eva (cf 2Cor 11,2; Ef 5,32). Questi modelli vengono elaborati nel secolo
II da Giustino e Ireneo, dunque in conformità all’idea dell’immagine di Dio
riservata all’umanità maschile. Ciò malgrado, questa tipologia fonda, ancora
nel secolo XX, nell’ambito del cristianesimo cattolico e ortodosso, tanto la
cristologia che l’ecclesiologia e la mariologia. In conseguenza, l’introduzione
recente dell’imago Dei olistica segna una inculturazione squilibrata,
al cui interno l’antropologia cattolica si trova costretta tra un’immagine
accomodata e una tipologia arretrata».
- Sono temi che hai lungamente affrontato nel tuo saggio del
1971. Passiamo piuttosto al secondo aspetto della tua ricerca...
«Sì, passiamo alla "matristica", termine che ho
coniato nel 1993 per indicare le teologhe dei secoli XII-XV che hanno
trasformato la dottrina e il simbolismo del cristianesimo classico. L’inculturazione
nord-europea delle Madri della Chiesa medievale non è inferiore all’inculturazione
greco-romana dei Padri della Chiesa antica. Questa interazione tra innovazione
patristica e sviluppo matristico si manifesta nel discorso su Dio e la sua
relazione con l’umanità. Tutte le Madri della Chiesa medievale dicono che le
donne possiedono l’imago Dei sin dalla creazione».
- Sono dunque le eredi del femminismo patristico?
«Sì, fondandosi su di esso, le teologhe del Medioevo sono
innovatrici e oltrepassano l’espediente platonizzante del privilegio
asessuale. Le mulieres sanctae non si contentano più di diventare
maschio incorporandosi a Cristo e di essere teomorfe a scapito del loro sesso
femminile. Con perspicacia, esse si sforzano di trasformare le concezioni
correlative di divinità andromorfa o metasessuale, così da stabilire un
modello di femminilità perfetta sul piano divino. Cito due Madri della Chiesa
che, secondo me, sono particolarmente importanti: Ildegarde di Bingen (morta nel
1179) e la reclusa Giuliana di Norwich (morta dopo il 1416). Tutte le Madri
della Chiesa medievale chiamano, poi, in causa l’ispirazione divina perché
venga riconosciuta la validità del loro messaggio. A motivo dell’equivalenza
nell’ordine della redenzione, le donne carismatiche vengono più o meno
tollerate, a condizione che si lascino controllare dagli uomini di Chiesa».
- Penso che verrà a molti la voglia di leggere più
diffusamente quanto hai scritto in proposito in Le Madri della Chiesa.
Veniamo però al terzo aspetto della tua ricerca, il "femminismo
cristiano"...
«Ho già indicato come vadano compresi i termini di
"femminismo" e "cristianesimo". Si tratta ora di evidenziare
il divario confessionale, la modalità diversa di recepire le istanze del
femminismo all’interno delle Chiese cristiane. I tre fattori costitutivi del
femminismo, ossia la parità politica, l’autonomia riproduttiva e l’idoneità
cultuale, sono non solo enunciati ma, direi, realizzati nel contesto della
cultura protestante. Malgrado l’iniziale opposizione di tutte le istituzioni
cristiane, il diritto di voto venne innanzitutto riconosciuto alle donne nei
Paesi protestanti (Nuova Zelanda 1893, Australia 1902, Finlandia 1906, Norvegia
1913, Gran Bretagna 1928). Paesi di tradizione cattolica
quali la Francia e l’Italia giungeranno alla parità politica solo intorno al
1945. Dopo il concilio Vaticano II, l’equivalenza socio-culturale acquisita
dalle donne nella civiltà occidentale è stata fatta propria a posteriori anche
dalla Chiesa cattolica, pur affermando la divisione dei ruoli sessuali
riconosciuti come complementari, nella famiglia come nella società».
- Resta l’insistenza sul ruolo materno...
«Tale insistenza, come fondamento della dignità delle donne,
si collega all’antropologia patristica, al cui interno la creazione di Eva è
spiegata dalla funzione strumentale della procreazione dei figli di Adamo. D’altra
parte l’autonomia riproduttiva delle donne nel senso di una fecondità
volontaria, inconcepibile prima del secolo XX, è ora assolutamente necessaria
per realizzare una piena collaborazione dei due sessi in tutti gli ambiti della
società come della Chiesa. Secondo me, non è irrilevante che la Santa Sede
collabori con i Paesi islamici per limitare l’autonomia riproduttiva delle
donne nei contesti internazionali delle Nazioni Unite (cf La Conferenza sulla
popolazione del 1994 e la Conferenza sulle donne del 1996). È
stupefacente che stia in compagnia dei Paesi islamici non avendo questi
ratificato né la Convenzione per i diritti politici delle donne (1952),
né la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione
concernente le donne (1979). In verità, il tema della maternità come
ragion d’essere specifica delle donne corrisponde a una identica concezione
della donna, sostenuta da una comune retorica apologetica. Il mondo protestante
ha anche riconosciuto per primo la capacità cultuale delle donne».
- So come la pensi, ma di questo preferirei non parlare...
«D’accordo, lasciami però dire come femminista cattolica e
come pioniera di "Gender Studies", che è assolutamente indispensabile
la conoscenza approfondita della storia del cristianesimo per poter affrontare
questi problemi. Sfortunatamente, una tale prospettiva sembra spesso assente,
tanto nelle femministe credenti quanto nei chierici tradizionalisti. In effetti,
la concezione dell’autonomia della persona deriva dal privilegio umano dell’essere
creato a immagine e somiglianza di Dio. Di conseguenza, il femminismo
contemporaneo si colloca all’ultimo stadio dell’antropologia cristiana,
rivendicando la parità politica, l’autonomia riproduttiva e la capacità
cultuale per gli esseri umani di ambedue i sessi. E nondimeno, il simbolismo
dottrinale che deriva dagli stadi anteriori della tipologia androcentrica e dall’imago
Dei asessuata, resta l’ostacolo fondamentale per una trasposizione
femminista dell’equivalenza redentrice all’ordine della creazione».
- Parlavi di divario confessionale. Vuoi precisare meglio?
«Sì, trovo stupefacente che il divario confessionale del
femminismo cristiano sembri seguire la cronologia della cristianizzazione dell’Europa,
ma in senso opposto. La Scandinavia, cristianizzata solo a partire dal secolo X,
si trova nel secolo XX all’avanguardia per ciò che concerne l’equivalenza
dei due sessi. Le ricerche storiche provano che l’introduzione del diritto
canonico fu svantaggiosa per le donne nordiche, riducendo il loro statuto
giuridico e privandole di capacità cultuale. L’impatto della riforma luterana
nel secolo XVI fu alquanto ambivalente, dando per scontato che il potere del
padre di famiglia dovesse imitare la patria potestas di Dio Padre. Al
contrario, le donne sono state liberate dalla subordinazione mariotipica nella
misura in cui la cristologia e l’ecclesiologia protestante sono state
strutturate meno dalla tipologia classica. Va però sottolineato che nel
cattolicesimo romano e ortodosso, Maria come nuova Eva rinsalda la divisione dei
ruoli sessuali nel senso di una specificità femminile. È per questo che il
modello scandinavo di collaborazione tra donne e uomini, in quanto esseri
sessualmente differenti, in tutti i campi della società civile e religiosa,
resta ancora marginale per la cultura mediterranea».
- Vuoi aggiungere qualcosa a proposito di questo modello
scandinavo di collaborazione?
«Mi riferisco soprattutto alla Norvegia. Credo si debba
sottolineare come da tempo il potere politico sia qui ripartito quasi equamente
tra i due sessi. Abbiamo avuto negli anni ’90 un primo ministro donna, un
numero rilevante di donne ha ricoperto e ricopre incarichi ministeriali, e anche
in Parlamento è rilevante la presenza delle donne. Il confronto con la Spagna,
la Francia e l’Italia non è lusinghiero per questi Paesi. Ciò spiega perché
la maggior parte delle donne ha votato nel 1994 contro l’ingresso della
Norvegia nella Comunità Europea. Era grande la paura di un influsso
mediterraneo di segno opposto. Il welfare scandinavo, che in Norvegia si
fonda su vaste risorse naturali di energia, ha prodotto una sorta di
"femminismo di Stato". Qui l’obiettivo politico è la collaborazione
fra i sessi in tutti i campi, dando per scontata la possibilità di decidere in
materia di fertilità e riconoscendo la responsabilità di entrambi i genitori
nell’educazione dei figli. Perciò il sistema legale promuove la carriera
professionale delle donne, facilitando il coinvolgimento di entrambi i genitori.
È evidente il contrasto tra il modello scandinavo di collaborazione alla pari
in tutte le sfere socio-economico-culturali e il tradizionale modello cattolico
e islamico che esige ruoli separati fra maschio e femmina».

Ottaviano Nelli: Sant’Agostino
ascolta le prediche di sant’Ambrogio.
- Ti confesso che mette a disagio questa tua insistenza su
una simmetria tra cattolicesimo e islam... Piuttosto qual è la ricaduta di
questo che chiami "femminismo di Stato" a livello di studio e di
ricerca?
«È grazie a esso che i centri di "Women’s Studies and
Gender Research" si trovano in tutte le università. Questa rete è ora
coordinata da un Istituto Nordico con sede a Oslo. Lo scopo comune è di
rafforzare l’uso della categoria analitica di genderedness in tutti i
campi dell’insegnamento e della ricerca. Io stessa dirigo un seminario
interdisciplinare su "Gender" e religione nel Dipartimento di Storia
della Chiesa dell’Università di Oslo. Quanto alla presenza delle donne, le
studentesse e le ricercatrici superano già il 50%. Non è così invece per le
docenti associate. La percentuale scende ancora di più per le docenti ordinarie».
- Un’ultima battuta da cattolica del Nord quale ti
definisci...
«Trovo paradossale costatare che se il protestantesimo ha
sostenuto per primo il femminismo cristiano, le tradizioni cattolica e ortodossa
ci offrono invece gli strumenti indispensabili per una nuova inculturazione: un’esegesi
dinamica della Scrittura in quanto incarnata humano modo e un’antropologia
ottimista circa la divinizzazione dell’essere umano. Purificate dagli asserti
androcentrici e dualisti, nel senso dell’incarnazione del Figlio di Dio in
vista della theosis holistica, l’inculturazione patristica dell’antichità
greco-romana e l’inculturazione nord-europea delle Madri della Chiesa
medievale possono servire come modello per una restaurazione femminista del
cristianesimo. Ed è ciò che mi auguro».
Cettina Militello
Le opere
TRA
SUBORDINATE ED EQUIVALENTI
Impossibile dar
conto dei suoi articoli (circa un centinaio). Segnalo soltanto i volumi,
scritti per intero da lei o da lei curati: Subordination et
Equivalence. Nature et role de la femme d’après Augustin e Thomas d’Aquin,
Oslo-Paris 1968 (tr. it.: Assisi 1979); Anthropologie médiévale et
théologie mariale, Oslo 1971; Nicolaus Cusanus: dialog. "De
pace fidei". Om trosfreden, Oslo 1983; Image of God and
Gender Models in Judeo-Christian Tradition (Ed.), Oslo 1991 (tr. it.,
Roma 2001); Le Madri della Chiesa. Il Medioevo, Napoli 1993; Women’s
Studies of the Christian and Islamic Traditions. Ancient, Medieval and
Renaissance Foremothers (Ed. con Kari Vogt), Dordrecht-Boston-London
1993; Subordination and Equivalence. A Reprint of a Pioneering
Classic, Kampen 1995; Gender and Religion/Gendre et religion.
European Studies/Etudes Européennes (Ed. con Sara Cabibbo ed Edith
Specht), Roma 2001.
c.m. |
Ha insegnato
nelle università europee e americane
UN’ESPERTA DEI "GENDER MODELS"
Se volessimo descrivere sinteticamente la parabola culturale
di Kari Elisabeth Boerresen, essa va dai "Women’s Studies"
– nei quali è stata pioniera – ai "Gender Studies", anzi
ai "Gender Models" che rappresentano oggi l’ambito e il
metodo della sua ricerca. Quanto al profilo accademico, la Boerresen è magister
artium in storia delle idee presso l’Università di Oslo (1960),
dove ha conseguito anche il dottorato in filosofia (1968). Ha studiato
presso i più prestigiosi centri d’Europa: la Sorbona, l’Institut
Catholique, L’Ecole pratique des hautes études di Parigi, ma anche a
Poitiers (Centre d’études médiévales), Heidelberg (Theologische
Fakultaet), Mainz (Cusanus Institut), Oxford (St. Hilda’s College)...
È stata prima assistente al Dipartimento di filosofia dell’Università
di Oslo (1961), poi ricercatrice presso il Consiglio norvegese per la
ricerca (1961-1965); ricercatrice presso il Dipartimento di teologia
sistematica dell’Università Arhus; borsista dell’Accademia
norvegese di lettere e arti (1970-71); ricercatrice del Consiglio
norvegese per la ricerca per un programma di "Women’s Studies"
(1977-1980); professore ricercatore del Reale ministero norvegese per la
cultura (1982-2000), professore di studi medievali e di "Gender
Studies" presso il Dipartimento di studi della cultura dell’Università
di Oslo (1993-2000). Dal 2000 è professore di storia della teologia e
di "Gender Studies" al Dipartimento di storia della Chiesa
dell’Università di Oslo. Dottore honoris causa dell’Università
di Uppsala (1992), è membro dell’Accademia norvegese di scienze e
lettere (dal 1995).
Fuori dalla Norvegia, è stata professore invitato presso l’Università
Gregoriana, l’Università di Ginevra, la Harvard University, l’Università
di Princeton. Troppo lungo l’elenco delle sue attività a livello
internazionale, ricordo soltanto il congresso su "Women in the
Christian Tradition", che ha raccolto a Strasburgo, nel 1992 e nel
1995, sotto l’egida della Comunità Europea, studiosi e studiose da
tutto il mondo.
c.m. |
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