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Ci scrivono LA PRIMA COMUNIONE DEI
BAMBINI |
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Penso
che la questione di celebrare la prima comunione durante la messa in
coena Domini del giovedì santo sia già stata trattata in Vita
Pastorale, ma non essendone a conoscenza la ripropongo. Io sono
fermamente contrario a questa prassi, perché mi pare che il giovedì
santo sia così pieno e ricco di significati da dover escludere ogni altra
aggiunta. In esso trova un suo posto preciso e logico la lavanda dei
piedi, tanto è vero che il brano del vangelo di Giovanni non racconta l’istituzione
dell’eucaristia ma evidenzia la lavanda dei piedi, gesto che ci fa
capire che prima di "mangiare" il pane eucaristico è necessario
crearne le condizioni che sono l’umiltà, il servizio ai fratelli, la
carità fraterna. Mi confermo nella mia idea anche perché il Papa e i
vescovi durante la messa in coena Domini lavano i piedi a gruppi di
persone scelte a vari titoli, ma non ricordo di aver mai visto celebrare
prime comunioni.
don Dino Breggion Risponde don Silvano Sirboni. Si dimentica, infatti, che la prima comunità cristiana ha scelto fin dall’inizio la domenica per celebrare l’eucaristia e non il giovedì. L’eucaristia, infatti, è celebrazione globale del mistero pasquale che, annunciato nell’ultima cena, trova il suo compimento nella risurrezione di Cristo. La messa vespertina del giovedì santo è l’inizio del triduo pasquale. A ragione l’antica tradizione della Chiesa, recuperata dalla riforma del Vaticano II, ha collocato la celebrazione dei tre sacramenti dell’iniziazione cristiana nella veglia pasquale, radice di tutte le assemblee domenicali. Ora, la prima partecipazione all’eucaristia (questa è l’espressione corretta usata dal RICA), sebbene in Occidente sia stata separata dagli altri due sacramenti per ragioni storiche accidentali, resta sempre un sacramento dell’iniziazione cristiana, strettamente legato alla Pasqua e alla costituzione di quel popolo che si manifesta ogni domenica nell’assemblea eucaristica (cf RICA 55-59). La prima partecipazione all’eucaristia è fondamentalmente iniziazione all’assemblea domenicale e non semplicemente a un rapporto devozionale e intimistico con Gesù. Inoltre dal punto di vista celebrativo e pastorale le
prime comunioni il giovedì santo costituirebbero una
"distrazione" del tutto fuori luogo per ragioni facilmente
immaginabili, nonostante tutta la buona volontà, in contrasto con il
clima proprio della celebrazione. Con le nuove proposte della Chiesa
italiana per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7
ai 14 anni il problema dovrebbe essere superato a monte in quanto la prima
partecipazione all’eucaristia, anche per coloro che sono stati
battezzati da piccoli, potrebbe essere unita alla confermazione nel corso
della veglia pasquale o in una domenica del tempo pasquale, soprattutto
nel contesto di un itinerario catecumenale che, lo speriamo, dovrebbe
eliminare alle radici le ragioni che oggi spingono alla scelta del
giovedì santo come ad altri rattoppi inefficaci.
Costretto a letto da un po’ di malessere, mi sono dato alla lettura e così mi sono imbattuto nella lettera che Susanna Tamaro indirizza a noi preti. In essa si legge: «Al di là dei trionfalismi di facciata, penso che la Chiesa stia attraversando una crisi gravissima. Vedo un’immagine, quando penso a questa crisi. Da una parte c’è un popolo di assetati, una folla allo sbando, come quella che fugge da un paese in guerra; dall’altra ci sono i custodi dell’acqua, i padroni della fonte, che si rifiutano di spalancare le dighe, di aprire i rubinetti. Mentre la folla grida "acqua" loro fanno riunioni su riunioni... Intanto la folla intorno agonizza, muore o cerca altre fonti». Leggendo queste espressioni, non ho potuto trattenere un fremito di stizza: noi preti saremmo diventati una categoria perfida e insipiente! No, non sono d’accordo su quest’immagine, letterariamente efficace, ma sostanzialmente falsa. Non c’è dubbio che la gente oggi abbia sete. Il ritorno del sacro (e del magico) è sotto gli occhi di tutti. Ma il punto è un altro: di che cosa ha sete, la gente? E, soprattutto, è disposta a lasciarsi dissetare da qualcosa che non sia di suo gusto? Non vedo, oggi, molta gente assetata di acqua genuina. La gente, è vero, ha sete di sicurezza, di risposte facili, di soluzioni magiche, di cose tangibili da vedere e usare... Il problema per noi preti non è il non voler dare l’acqua viva, quanto di suscitare il desiderio dell’acqua viva. E si capisce come talvolta, per arrivare a suscitare questo desiderio, si possa cadere nell’illusione che basti qualche iniziativa, magari un po’ estemporanea. Tutto ciò è quanto mai arduo perché viviamo in una cultura dove predomina il soggettivismo, la religione del "fai da te"; dove tutto ciò che può in qualche modo richiamare la rinuncia è definitivamente e stizzosamente messo da parte, rifiutato, bollato come residuo d’un passato oscurantista. No, non siamo noi che non vogliamo dare l’acqua. È la gente che vuole altra acqua. È la gente che pretende servizi religiosi (come la Tamaro ben dice nel seguito della lettera), più che l’incontro con la Persona. È la sicurezza psicologica che si cerca, più che le risposte profonde, ma anche inquietanti della fede. Alla prospettiva di una vita futura si preferisce, sempre e comunque, la vita presente pur con tutti i suoi fastidi. Di chi la responsabilità? Concordo con la Tamaro che almeno un po’ di colpa l’abbiamo anche noi preti: troppo spesso abbiamo cercato di accontentare la gente nelle sue pretese, quasi che il consenso fosse il nuovo dio da servire. Del resto (non per giustificare, ma per cercare di capire) appena qualcuno, anche per i più validi motivi, si rifiuta di soddisfare quelle richieste, ecco lo scandalo: non ci sono più i preti di una volta!... hanno cambiato religione!... Quando non vengono montati casi di vera e propria rivolta con conseguenze penose. La responsabilità, però, non è solo della Chiesa e dei preti: è della mentalità corrente, spesso accettata supinamente anche da cattolici praticanti, molto lenti e restii ad accorgersi delle inevitabili conseguenze dei loro stessi comportamenti e mentalità. Una mentalità che i mass media hanno fatto propria ed è diventata di fatto il nuovo Vangelo. Una mentalità ipocrita. È l’ipocrisia, per esempio, di chi oggi bolla la prostituzione solo quando ha l’aggravante dello sfruttamento... di chi propone la pace, si scandalizza delle guerre, contesta la globalizzazione e nello stesso tempo è pronta ad assumere atteggiamenti intolleranti e a globalizzare la violenza stessa. Viviamo in tempi difficili. I preti non sono super eroi. Possono avere i difetti di tutti. Certo, per ognuno di loro resta l’impegno ad andare controcorrente, ad aprire, come dice la Tamaro, i rubinetti dell’acqua viva, e far capire che l’acqua che possono e devono dare è sorgente di vita eterna. Ma da soli non bastano se non c’è nella società qualcuno (giornalisti e scrittori compresi) che aiuti la gente a indirizzarsi verso l’acqua che disseta. don Giuseppe Pernigotti Caro don
Giuseppe, la ringraziamo per la sua riflessione. Lei ha capito lo spirito
di quelle pagine, che vogliono appunto stimolare la discussione sul ruolo
dei sacerdoti. Ci dispiace e non vorremmo che una tale riflessione
nascesse solo tra i sacerdoti costretti a letto.
Nel n. 1/2002 di Vita Pastorale leggo quanto dice padre Giuseppe Bonardi riguardo all’ora di religione: «Grosso guaio quando la Chiesa ha preferito i laici a scapito dei sacerdoti e religiosi. La loro lezione consiste nella lettura dei giornali». Aggiungerei che vi è di peggio: in molti manca una seria cultura teologica, religiosa... si dice, di non pochi, che non frequentano la messa nei giorni dovuti, di altri che vivono una vita familiare non regolare. Peccato, la Chiesa si lascia sfuggire un momento di grande grazia: ci si offre la possibilità di incontrare tutte le generazioni di ragazzi. Quanti ne possiamo raggiungere nelle parrocchie? Una percentuale bassissima, mentre nelle scuole, dalle elementari alle superiori quasi tutti. Quale grande nostra responsabilità. Ma chiediamoci: perché la Chiesa mette da parte sacerdoti e religiosi? Purtroppo, spiace constatarlo: molti del clero si sentono al sicuro dal punto di vista economico: ci pensa l’Idsc. Chi me lo fa fare? Per tante ore al giorno stare impegnati con ragazzi, con giovani irrequieti che mettono alla prova la tua pazienza... Grazie a Dio, abbiamo sacerdoti all’altezza di questo ministero: preparati culturalmente, didatticamente capaci per formare gli uomini del domani. Sappiamo di insegnanti del clero secolare e regolare seguiti, ascoltati, di veri formatori di coscienze. Come pure, perché non impegnare le religiose? Anche qui, ne abbiamo tante che potrebbero fare tanto bene, anziché lasciarle a preparare la pappa ai bambini della scuola materna. Altro elemento da prendere in seria considerazione: sappiamo di tante vocazioni venute su dalla testimonianza di sacerdoti e suore nell’esercizio del loro ministero tra le migliaia e migliaia di alunni nelle scuole. E ciò fatto non in vista del 25 o 27 del mese ma per una missione: ite et docete. don Giovanni Maiorana
Gli ultimi giorni dell’anno passato e i primi del nuovo sono stati per tante organizzazioni l’occasione di resoconti e bilanci. Se una società è in perdita, ricerca la falla e vi pone rimedio, anche cambiando. Da un po’ di tempo vado facendo questa riflessione che ho la temerarietà di proporre. Facendo i "nostri bilanci", tutti affermiamo che la nostra prassi pastorale è fallimentare e sterile. I vescovi parlano di un’Italia da rievangelizzare, dei cristiani che sono una minoranza e, peggio, malmessi; che c’è un paganesimo imperante ecc. Nelle nostre librerie si sprecano i titoli che discettano su questa situazione. L’altro giorno leggevo un titolo: "E dopo se ne vanno". Era lo sfogo amaro di uno dei tanti parroci perché quanti, dopo il battesimo, la prima comunione, la cresima e il matrimonio, gli avevano promesso frequenza e impegno, non si erano più visti. Ci piangiamo addosso. Ma continuiamo a fare la stessa pastorale, a dare a tutti i sacramenti. So benissimo che tutto è opera di Dio. Ma se ci ha chiamati a collaborare con lui e ci ha dato dei talenti o carismi, vuol dire che lo dobbiamo aiutare in maniera intelligente e produttiva, usando metodi adeguati. Solo la parola di Dio è immutabile. Tutto il resto, la prassi pastorale è mutabile. Secondo i tempi. Non ho mai capito perché si parla della necessità del profetismo nella Chiesa e poi non si ha il coraggio di cambiare quanto ormai è sterile. Forse che il Signore non ha detto che quel fico doveva essere tagliato e rimosso? don Antonio Nuara
Desidero ringraziare per le lettere (VP 1/2002) i confratelli don Luigi Trapelli, che si esprime sull’opportunità di liberalizzare l’offerta delle messe, e don Francesco Amato, a proposito dei titoli onorifici che ancora gravano sul nostro essere ministri. Condivido in pieno quanto essi scrivono e non mi dispiacerebbe che la nostra rivista si facesse promotrice di un più ampio dibattito. Questioni marginali? Se lo fossero veramente, non dovrebbe essere così difficile affrontarle, superarle e accantonarle... Passo a un’altra questione. A proposito della comunione sotto le due specie data per intinzione, ho assistito, durante un corso di esercizi aperto a tutti, alla seguente prassi. Il comunicando riceveva prima la particola (che poteva accogliere in mano) e quindi la intingeva nel calice presentato dal ministro e se la portava alla bocca, accompagnandola con l’altra mano a mo’ di piattino. In tale esperienza erano presenti due ministri: uno distribuiva le particole e un altro presentava il calice. Ma è possibile anche nel caso di un solo ministro, facendo avvicinare i fedeli all’altare o predisponendo un tavolino su cui appoggiare la pisside. Tale modalità mi è sembrata dignitosa e rispettosa, non scade nel self-service, visto che è pur sempre il ministro a porgere il calice, e infine permette di non sacrificare la modalità della comunione in mano. Naturalmente occorre che i fedeli siano debitamente preparati. Ho provato ad experimentum nella mia parrocchia con le poche persone (anziane) della messa feriale o durante il campo dei giovani e l’esito mi è parso positivo. So che tale modalità non è contemplata dalle norme attuali e per questo, per non rischiare di "correre invano", gradirei un parere. don Paolo Gatti Risponde padre Rinaldo Falsini. Mi permetto di aggiungere due parole alla questione dell’offerta.
È da oltre 10 anni che battiamo questo tasto, senza una conclusione
soddisfacente. Quella della liberalizzazione, in alcuni luoghi, ha
favorito l’ingresso di una litania di nomi nella preghiera dei fedeli e
perfino nel canone. L’altra osservazione, a suo tempo ricordata,
riguarda la possibilità di intenzioni anche per i vivi. Possibile mai che
solo i defunti possano beneficiare dei frutti della messa (oltre ai
sacerdoti celebranti)? E pensare che le messe votive del messale hanno un’origine
ugualmente devozionale. Ultimamente, anche su Vita Pastorale, ho seguito diversi riferimenti allo stare in "ascolto della Parola". Da parte di qualcuno c’è aperta condanna dei fogli sui banchi di chiesa. Ho cercato di approfondire il significato di "ascolto" e qualche spiegazione l’ho avuta. Invece non saprei se esistano disposizioni o indicazioni più o meno ufficiali che portino a prendersela con i fogli citati. Personalmente, da sempre (e sono avanti negli anni), quando ascolto conferenze o agli esercizi spirituali, prendo appunti: non tanto per rivederli, ma per non essere preso dalla noia e per seguire meglio. Io non ho imparato mai a "stare in ascolto". Nella chiesa in cui abitualmente celebro, i banchi sono muniti di mensola per fogli e libri di canto. Nei settori in cui le persone seguono con in mano il foglio c’è attenzione e raccoglimento, la messa è partecipata fino ad accostarsi quasi tutti alla comunione. Nei settori in cui i fogli restano sulla mensola – quando si ritirano ci si accorge che non sono stati toccati; qualcuno ci gioca – le persone sono lì impalate, non muovono le labbra per unirsi alla preghiera "comunitaria" e non si muovono per la comunione. In diversi modi invito a prendere in mano i fogli recitando insieme il salmo responsoriale (sarebbe da cantare!), la sequenza e accennando alle figure o a qualche frase riportata. Domanda: cosa significa veramente "stare in ascolto"? Lasciarsi aiutare dai fogli (sussidio) non è "ascoltare meglio"? Non si declassano i lettori. Fossero tutti lettori in Israele! Si sentisse anche qualche voce di uomo! Lettera firmata Risponde don Silvano Sirboni. Ora, nessun esperto della comunicazione oserebbe mettere
in dubbio che è l’ascolto che instaura un dialogo, una comunione con
colui che parla con la voce, con lo sguardo, con il volto, con tutta la
sua persona restituendo alla parola il suo suono originario. La lettura
individuale e in qualche modo simultanea dello stesso testo potrà forse
far "capire" meglio, ma isola e separa. Non dobbiamo confondere
il raccoglimento con l’isolamento. Il problema quindi non è tanto il
foglietto, quanto piuttosto il lettore che troppo sovente non costituisce
uno strumento adeguato e competente. I foglietti non sono più così
importanti come un tempo, ma hanno ancora un’utilità non trascurabile:
permettono di apprendere i testi dell’ordinario e di continuare anche a
casa la riflessione sulla liturgia domenicale. Per educare a un uso più
corretto del foglietto sarebbe, forse, sufficiente una diversa
disposizione tipografica che facesse comprendere come certi testi non sono
da leggersi durante la celebrazione, a cominciare dalla parola di Dio, per
la quale le norme del messale, senza bisogno di altre disposizioni, dicono
esplicitamente che «tutti l’ascoltano seduti» (PNMR 89). Mi sia
permesso di aggiungere che ci si dovrebbe preoccupare assai di più di
porre nelle mani dell’assemblea opportuni e adatti sussidi per la
partecipazione in canto.
Nella ricorrenza di sant’Antonio Abate vengono distribuiti nelle nostre comunità rurali delle immaginette con dietro una preghiera davvero... pietosa! Un concentrato di retorica, infarcita di termini ampollosi e antiquati e con tanto di approvazione ecclesiastica! «Trionfatore glorioso del Demonio, indarno armato in multiformi maniere contro di Voi... Dilungate dagli armenti e dai campi ogni maligno influsso... e la vita presente, vostra mercé tranquilla per noi, ci sia saggio e apparecchio alla pace perfetta». Possibile che queste case editrici non si rendano conto di certi orrori? Perché continuare a mettere in commercio e divulgare certe preghiere e immagini sacre che screditano la nostra fede? Mi viene in mente un sonetto del Belli riguardo a un certo san Domenico di legno «intagliato in modo così indegno che fa passà la voglia de pregallo». Qualche esempio di mia esperienza: un Sacro Cuore dall’aspetto sdolcinato, un san Lorenzo martire raffigurato come un ragazzetto imberbe... Ma basta guardare qualche catalogo di tali oggetti. Così si favorisce l’ignoranza e la superstizione. don Giovanni Mai
Il consiglio regionale del Lazio ha approvato il 28 novembre 2001, con 37 voti favorevoli (provenienti dalla maggioranza di centrodestra) e 12 voti contrari (Ds, Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e Popolari), la legge di "interventi a sostegno della famiglia", che all’art. 1 riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio in conformità con l’articolo 29 del dettato costituzionale. Viene abrogata la precedente legge Badaloni che poneva sullo stesso piano giuridico la famiglia fondata sul matrimonio e altri tipi di convivenze. Nel testo della nuova legge vengono anche evidenziati: 1) L’introduzione del quoziente familiare; 2) Il riconoscimento del figlio concepito come componente della famiglia; 3) Il ruolo fondamentale dell’associazionismo familiare; 4) La presenza delle associazioni familiari. Ma la grande difficoltà e conseguente ostruzionismo della sinistra c’è stato quando si voleva far "accogliere" il piccolo concepito dentro una legge per la famiglia. Concepire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio è fondamentale per la società e per una vera cultura della vita. I continui attentati contro la famiglia e la vita (aborto, contraccezione di emergenza, clonazione, cellule staminali ricavate da embrioni, eutanasia ecc.) sono legati da una logica comune: il rifiuto della vita come dono e il "delirio di onnipotenza". Davanti a una cultura di morte esiste un segno di speranza che porti i figli concepiti, non nati e i malati terminali a essere salvati. Chiunque può dare il suo contributo. Il movimento per la vita (via Cattaro 28, 00198 Roma, tel. 06.876321901) sta raccogliendo le firme per una petizione popolare. don Giuseppe Bastia
A proposito di eccellenze ed eminenze, la questione sollevata su Vita Pastorale fa sorridere. La paternità di un vescovo non si misura dai titoli: quanti episcopi hanno eliminato l’esteriorità, ma sono rimasti arroccati sui loro piedistalli. Hanno voluto farsi chiamare padre, hanno sostituito il pastorale d’argento con quello di legno – duplicando i costi – pensando che si è più vicini alla gente e non si sono accorti che dal popolo sono sempre più lontani perché hanno cambiato quelle esteriorità con altre più pericolose: automobili lussuose, viaggi costosi... Il mio parroco era chiamato monsignore e noi seminaristi lo chiamavamo così perché dietro il titolo c’era un vero padre, anzi, un papà! San Benedetto nella Regola dice: «L’abate, che per fede si ritiene che faccia le veci di Cristo, sia chiamato "signore" e "abate", non per sua pretesa, ma per rispetto e amore di Cristo. Egli, poi, pensi a mostrarsi degno di tale onore». Fatevi chiamare con i vostri titoli, eminenze ed eccellenze (a volte serve per il regno di Dio e per i suoi figli prediletti: i poveri, contro i prepotenti di questo mondo). Io non mi straccio le vesti. Soffro, invece, quando in voi non sperimento dei padri, quando, per il comportamento, non siete degni del titolo. Un vescovo polacco, all’ultimo sinodo, ha detto che dopo il Concilio i vescovi si "sono vestiti da poveri", ma non è servito. Quanta saggezza in queste parole: è facile ingannare mettendosi la maschera da povero ma, a lungo andare, i poveri sanno se stiamo dalla loro parte o no. Non si è padri perché ci si fa chiamare in questo modo e perché si tolgono i titoli. Cari confratelli, le sterili polemiche non servono a nessuno, tanto meno al regno di Dio. Non giudichiamo con troppa facilità i nostri padri nella fede dai titoli che portano: rischiamo di scandalizzare il popolo che il Signore ci ha affidato. Un giorno dovremo rendere conto del nostro operato non dei titoli dei cardinali, dei vescovi e dei monsignori; ci penseranno i "titolati" a giustificare il buon uso del titolo. padre Pierfrancesco Frattini
Sotto il titolo scherzoso di "lapidazioni gradite" vorrei comunicare alcuni miei pensieri in concerto con chi, in altra forma, nel numero di gennaio 2002, ha creduto bene di dire che il Vangelo ha un insegnamento diverso circa onori e premi vari. La lapidazione gradita sta a significare l’ambizione di fissare su lapidi marmoree, esposte anche in chiesa, il nome e i meriti acquistati, come pure la rincorsa affannosa a titoli e a targhe. Tutta questa frenesia riesco a capirla un poco tra laici digiuni di Vangelo; assai meno invece me la spiego quando i nomi che appaiono sono di ecclesiastici e religiosi, perché mi sembra tutto all’opposto dell’insegnamento del Maestro. Cito le sue parole: «Gli ultimi saranno i primi» (Mt 20,15); «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti» (Mc 9,35); «Quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto» (Lc 14,10); «Anche voi, quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite "siamo servi inutili! Abbiamo fatto quanto dovevamo fare!"» (Lc 17,10). Non so se i biblisti danno diverse interpretazioni; ma l’insegnamento del Maestro, avvalorato dalla sua condotta, risulta chiaro, anche se fa parte di quello che oggi si potrebbe definire "il Vangelo in eclisse", cioè di quelle parti tenute volutamente in ombra rispetto ad altre. Però le une non valgono meno delle altre. don Pino Sabaini
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