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DONNE E TEOLOGIA: INTERVISTA A MARIA MERCEDES NAVARRO PUERTO

La fede per liberare il mondo e la Chiesa

di CETTINA MILITELLO
      

   Vita Pastorale n.2 febbraio 2002 - Home Page Religiosa delle Mercedarie della Carità, ha cominciato i suoi studi teologici di nascosto, insieme a quelli di psicologia. Indica nel ritorno al Vangelo – che è libertà – e allo studio interdisciplinare delle Scritture il superamento dei problemi ecclesiali e della misoginia imperante.

Mercedes Navarro Puerto ha da poco oltrepassato i cinquant’anni, nata com’è a Jerez de la Frontera (Cádiz), il 26 aprile del 1951. Minuta, elegante, vivace, si fa fatica a pensarla "religiosa". Appartiene invece alle Mercedarie della Carità sin dal 1968. Maria Mercedes Navarro Puerto è un personaggio interessante, prezioso soprattutto per un percorso personale che ha saputo mettere insieme ambiti disciplinari diversi. Ha lasciato che la sua vocazione religiosa si intrecciasse alle scienze umane, alla psicologia in particolare; non ha disatteso il fascino della Scrittura, armonizzandolo con i suoi interessi di psicologa; né ha mai smesso di sottoporre a vaglio la stessa vita religiosa. Ne è venuto fuori uno straordinario percorso. Troppo semplice dire che Mercedes Navarro Puerto è una delle più note e stimate teologhe spagnole! Ho avuto ripetute occasioni di incontrarla a Roma, nel contesto dei Simposi mariologici internazionali del Marianum, ai quali è stata più volte relatrice. L’intervista che segue ha avuto luogo via e-mail. Spero d’avere rispettato traducendole in italiano le sue risposte. In gran parte ha fatto riferimento al profilo biografico da lei stessa tracciato nel volume Panorama de la teologia espagnola, EVD, Estella (Navarra), 1999. In esso i temi qui affrontati trovano spazio e respiro più ampio.

  • Cara Mercedes, cosa ti ha indotta a studiare teologia?

«Non entrava nei miei piani. No davvero! Né miei, né di quelli che mi stavano attorno. Finivano gli anni ’70. Avevo cominciato alla Pontificia università di Salamanca il mio terzo anno e in esso il mio primo corso su Freud e la psicanalisi. Stimolata da padre Fernandez Villamarzo mi sono immersa nelle opere di Freud; nello spazio di soli due mesi mi sono ritrovata non solo a conoscerlo a fondo, ma a mettere a fuoco non poche domande su me stessa, sulla vita, sul rapporto uomo-donna e l’esperienza religiosa. In quell’anno e in quegli stessi mesi acquistai coscienza sulla mia condizione di donna. Mi apparvero chiare insomma – come non mai – tutte le questioni connesse all’identità di genere.

Non erano problemi che nascevano in quel momento. Avevo combattuto già per i diritti miei e delle donne; non però con quella consapevolezza folgorante. Erano appena passati tre anni dall’esperienza fatta come Mercedaria della Carità presso una comunità al cui interno i chierici consideravano poco le religiose, mantenendole in un ruolo subalterno e pagandole poco, secondo un’interpretazione interessata del servizio evangelico. Di fronte alle proteste fummo insultate, io specialmente, e abbandonammo l’esperienza. Tutto ciò mi ritornò dolorosamente e rabbiosamente presente durante i miei studi di psicologia. La vita religiosa non mi aveva preparata a questo tipo di problemi. Cominciai perciò a riflettere e ad affrontarli insieme ad altre donne, soprattutto religiose.

  • Che c’entrava la teologia con i tuoi problemi?

«Quanto alla teologia, bisogna dire che avevo tutto contro. Mi trovavo in una crisi a tutto campo alimentata da tre diversi problemi: la psicologia, la coscienza di genere, la struttura della vita religiosa. Ebbene, malgrado le difficoltà, tra la sorpresa degli altri e di me stessa, intrapresi di prepotenza lo studio della teologia. Lo feci senza permesso, temendo, a ragione, che mi sarebbe stato negato. Ero a tutti gli effetti una studente di psicologia e frequentavo ciò malgrado corsi di teologia. Sfruttavo i tempi liberi, secondo il ritmo dell’anno accademico. Da venti anni la mia congregazione non aveva più teologhe. Ci dedicavamo ad assistere i poveri, soprattutto in ambiente rurale. Avendo seguito l’Università nazionale di educazione a distanza (Uned), univo già attenzioni di tipo psicoterapeutico e pastorali. Diciamo che questo entroterra manifestava già il mio gusto per la ricerca e l’urgenza assai avvertita di trovare forme nuove in cui tradurre la mia missione come donna e come religiosa».

Una veduta di Salamanca con in primo piano il ponte romano. Nella sua Pontificia università ha studiato Maria Mercedes Navarro Puerto.
Una veduta di Salamanca con in primo piano il ponte romano.
Nella sua Pontificia università ha studiato Maria Mercedes Navarro Puerto.

  • Ti è stato utile il tuo bagaglio psicologico o non è diventato, piuttosto, un ostacolo?

«Avvertivo prepotente il nodo dell’interdisciplinarità. Avevo radicalmente bisogno della teologia. E, tuttavia, la psicologia, specialmente la psicoanalisi e la psicologia della religione, facevano franare non pochi elementi, conoscitivi ed emotivi, su cui si fondavano la mia fede, la mia coscienza ecclesiale e religiosa. La teologia, quanto meno all’inizio, mi offrì alcuni argomenti che mi aiutarono a pensare la fede senza entrare in conflitto con le ragioni (o le non-ragioni) che la psicologia metteva a nudo. Mi mancavano dati e, ancor di più, categorie adeguate; non sapevo se il mio pensare Dio fosse una fantasia, una pura e semplice costruzione personale, elaborata a mia difesa e comunque infantile. Antonio Vázquez, mio docente di psicologia della religione – lo sostituirò non appena sarà emerito – mi ha insegnato due cose, per me assai utili, e che, a mia volta, trasmetto ai miei studenti: l’agnosticismo metodologico di questa disciplina e la fiducia sul fatto che fede e scienza possono e debbono compenetrarsi. Fu lo stesso professore, qualche anno più tardi, a dirigere la mia tesi di dottorato in psicologia. Davvero devo a lui l’apertura all’interdisciplinarità. Nel frattempo studiavo cristologia con Olegario González de Cardedal, teodicea e teologia trinitaria con Xabier Pikaza. Leggevo e studiavo su un doppio binario: la teologia dopo la psicologia e la psicologia dopo la teologia».

  • A questo punto, avrai dovuto fare i conti con un altro problema...

«Sì, quello posto dall’intreccio della teologia con il femminismo. Devo riconoscere però che si trattò di un problema minore rispetto alla questione del "genere". Il primo saggio di teologia femminista che mi capitò di leggere a margine del corso sulla teodicea e la Trinità fu Mujer nueva, tierra nueva, di Rosemary Radford Ruether (Buenos Aires, 1977). Mi venne suggerito con le avvertenze di rito, a ragione delle tesi radicali in esso sostenute. Posso ancora rivivere l’impatto con questa lettura, la voglia di conoscere che fece nascere dentro di me... Un marasma di sentimenti... Le questioni poste dalla psicologia erano davvero poca cosa rispetto alla messa in gioco che comportava la lettura di quest’opera. Ho scritto che, da quel momento, niente per me fu più uguale. Sospetto e rabbia compenetrarono tutto quanto avevo sin lì acquisito».

  • Hai scritto che ti sei accostata alla teologia con un atteggiamento assai diverso da quello dei giovani studenti orientati al presbiterato. Avevi 28 anni e sapevi bene cosa muoveva la tua ricerca nella triplice interconnessione di femminismo, psicologia, statuto istituzionale. Eri e restavi una religiosa...

«Sì e questa mi appariva una difficoltà aggiuntiva nella ricerca di percorsi nuovi. Alla fine dei miei studi di psicologia fui mandata vicino a Madrid, a lavorare presso un centro di psicolabili. Non riuscivo ad accettare l’idea di abbandonare la teologia. Ma non era della stessa idea la mia superiora provinciale. Per lei era importante che lavorassi, che portassi avanti la mia carriera. Se ne sarebbe riparlato di lì a un anno. Senza cessare di studiare per mio conto, passato l’anno, tornai alla carica con un programma che mi consentiva insieme di studiare e lavorare. Cominciai così una nuova tappa presso la Pontificia università di Comillas. La psicologia costituiva il terreno fertile su cui venivano a inserirsi le diverse discipline teologiche. Non mi dava pace la questione del "genere" che diventava invece uno dei punti fermi della mia ricerca».

  • E a questo punto ti sei imbattuta nella Scrittura...

«Sì, fu proprio questa la nuova grande novità. Leggevo la Bibbia secondo ottiche diverse e di grande valore, soprattutto nell’ambito dell’AT. Goyo Ruíz mi avviava alla prospettiva critica e sociale dei profeti, José Ramón Busto alla critica letteraria. Fui così iniziata al metodo storico-critico. Mi fu offerta una grande attrezzatura metologica che mi ha indotta a specializzarmi in Scrittura. Purtroppo non posso dire lo stesso per il NT».

  • Come vivevi questo intreccio di studio e di esperienza? Non ti immagino disincarnata e astratta.

«No! Scoprivo alcune cose e mi interrogavo su altre ancora. Innanzitutto la mia teologia era assai legata alla mia vita e alla vita. La vivevo assai diversamente da come la vivevano gli altri studenti, i maschi soprattutto. Quanto alle studentesse, eravamo così poche...».

  • Potrei dirti le stesse cose. Tra i colleghi maschi, i più aspiravano al ministero e subivano, quasi, la teologia...

«Bisogna riconoscere che la teologia accademica spesso appare separata dalla vita, propria e altrui. Tutto ciò ha ricadute negative sui giovani studenti, donde il loro scarso entusiasmo. Se la teologia non è attraversata da una passione vitale, dubito che possa essere importante per la fede, per la catechesi o per la vita. Certo, la teologia è una scienza e non si può dimenticarlo. Ma non è una scienza alla maniera delle altre. Se ogni sapere – e oggi avvertiamo bene il problema – deve avere una ricaduta sulla vita, a maggior ragione ciò deve caratterizzare lo studio della teologia».

  • Dunque una teologia concreta, viva. Ma ciò richiede una sinergia, attenzione ai saperi altri.

«Sì, la teologia ha bisogno di dialogare con le altre scienze. AdMercedes Navarro Puerto. esempio, come si può studiare teologia morale senza chiamare in causa le scienze tutte che di volta in volta toccano i singoli suoi problemi? Continuiamo a elaborare l’etica teologica prendendo in prestito temi e suggestioni dalla teologia sistematica! Proprio in questo campo appare dolorosa ed evidente la cesura tra la teologia accademica e la vita. Mi pare invece esemplare il metodo perseguito nelle scienze bibliche. Là veramente occorre prodursi in una interdisciplinarità molteplice e concreta, enormemente feconda. Nessuno può ignorare la storia se vuole leggere e comprendere la Bibbia; né si può fare a meno dell’archeologia o dell’analisi filologica o di altre discipline ancora. Solo così la parola di Dio viene veramente offerta a ogni credente. È una rivoluzione senza pari che investe anche le altre discipline teologiche».

  • Come tutto ciò tocca le donne?

«Oggi la teologia per loro è un ostacolo, un impedimento. Ma, insieme, è una sorgente immensa di ricchezza. Dobbiamo alla vita religiosa femminile la formazione teologica di non poche donne. Il loro numero, tuttavia, non è così grande da risultare incisivo. La maggioranza delle religiose rimane non teologicamente formata. Le si dirotta verso corsi di minore importanza. Le congregazioni considerano lo studio della teologia come una perdita di soldi e tempo. E ho motivo di credere che ciò obbedisca a un preciso disegno. Una religiosa che sia medico, psicologa, sociologa o esperta di informatica, non minaccia il sistema. Una religiosa teologa, sì. Né è diverso l’atteggiamento verso le laiche. Possono sì studiare teologia, ma poi anche morire di fame».

  • Hai scritto che far teologia è stata un’avventura appassionata e appassionante...

«Sì, lo studio della teologia mi ha cambiato la vita, il modo di guardarla, di intenderla. Ne ho preso coscienza soprattutto al termine della mia specializzazione in Scrittura. Avevo deciso per la teologia, per la Bibbia, a essere più precisa. Non avevo alcuna intenzione di abbandonare la psicoterapia. Sapevo però che la mia professione sarebbe stata quella di teologa. Nel farne parte alla mia superiora provinciale, nell’operare il discernimento richiesto dalla regola, mi sono resa conto di quanto ciò fosse importante. Ho dovuto discutere, confrontarmi, dialogare, dare delucidazioni, rispondere e prevenire le diverse difficoltà. Posso ben dire che sono stati giorni duri ed esaltanti insieme. Grazie a essi oggi posso definirmi teologa e biblista e, insieme, Mercedaria della Carità, senza sentirmi al margine. Davvero la scelta di frequentare il Biblico fu una scelta condivisa. Non si trattava di un semplice percorso formativo ma, piuttosto, di prepararsi a esercitare un preciso compito, ricercando e scrivendo».

  • La tua storia è affascinante, ma dubito che me la lascino scrivere per intero...

«Lasciami ricordare le aule del Biblico. Il mio incontro con le narrazioni bibliche e con il metodo narrativo. Fammi ricordare Jean Louis Ska (AT) e Jean-Noël Aletti (NT), Albert Vanhoye e Pietro Bovati. Quanto avevo appreso, a partire dal metodo storico-critico, venne a integrarsi con metodologie di tipo "narrativo". Sono arrivata alla conclusione che tutti i metodi sono strumenti con possibilità e limiti. L’importante è avvalersene per analizzare e comprendere al meglio i testi. I racconti biblici, colti nella loro valenza narrativa, mi hanno rivelato un mondo di grande umanità, di fede bella e profonda, mischiata tuttavia agli aspetti oscuri dell’essere umano. Scoprivo in essi il volto di Dio che si fa presente nella storia degli uomini, che si lascia circoscrivere da tempo, spazio, figure, azioni, convenzioni, cultura. Il metodo narrativo applicato ai vangeli mi ha rivelato un volto di Gesù vulnerabile, ma proprio per questo meno manipolabile. L’incontro con il Gesù narrato da Marco ha trasformato la mia cristologia».

  • In Italia noi teologhe abbiamo qualche difficoltà a dirci femministe. Non mi pare il tuo caso...

«No davvero. Tutta la mia teologia è una teologia femminista. Tutta la mia ricerca è segnata dal "genere". Spesso se ne argomenta che quella delle donne è una teologia separata, parziale. In verità le donne fanno teologia a partire dalla coscienza d’essere donne. Corrono in proposito molti equivoci e sarebbe lungo smascherarli tutti. Rinvio a quanto ho più volte scritto. Il genere non è una prospettiva tra le altre, ma piuttosto un a priori che sigilla la nostra stessa umanità e supporta il nostro pensare, i nostri affetti, le relazioni sociali, la nostra cultura e così organizza la stessa realtà. Facciamo teologia come uomini e come donne in tutta la complessità che questo implica. Noi teologhe spagnole diamo conto della nostra coscienza di genere; il che ci apre alle dimensioni nuove della nostra coscienza di razza, classe, cultura. Proprio per lavorare insieme, ricercare, esprimere in teologia la nostra identità di genere, insieme ad altre, ho fondato l’Associazione delle teologhe spagnole».

La storia di Rut. «I racconti biblici mi hanno rivelato un mondo di grande umanità».
La storia di Rut. «I racconti biblici mi hanno rivelato
un mondo di grande umanità».

  • Pare di capire che alla fine ti diverti. Insegni, scrivi, lavori...

«Sì, sono impegnata all’Università; vivo la gioia e la fatica dello scrivere. Dedico a quest’ultimo impegno la maggior parte del mio tempo. Sarebbe lungo mettere in circolo ciò che provo. Se le certezze di fede sono permanenti, la teologia è una costruzione destinata ad acquisire una forma sempre nuova. Il che non è quanto avviene oggi. Uno dei problemi che incontro è quello della difficoltà della teologia circa l’aprirsi alla realtà. Si percepisce una visione aprioristicamente negativa del mondo e degli esseri umani. Se negli anni passati la teologia si è fatta carico dei poveri e delle ingiustizie strutturali, oggi tutto ciò pare lontano. Ci mancano un linguaggio, categorie incisive. Le donne ci provano a cercare vie nuove e a livelli diversi, accademici, pastorali, spirituali. Si pensi ai gruppi di donne che operano nelle parrocchie, che riflettono e studiano la Scrittura, che ripensano la vita religiosa. C’è una indubbia domanda, una esperienza molteplice e ricca, la cui complessità va accolta e orientata».

  • Prova a fare un bilancio...

«Mi sembrano evidenti certe difficoltà. La teologia ha bisogno da una parte di libertà, di poter riflettere a tutto campo senza impedimenti preventivi. Al tempo stesso è necessario aprire la teologia oltre l’ambito riduttivo dei soli chierici per renderla accessibile, quale diritto, a ogni persona che si sente chiamata a questo compito. Perché ciò avvenga, occorre porre in atto mezzi adeguati. D’altra parte occorre liberare la teologia da altri compiti e servizi ecclesiali. Altro è la catechesi, la predicazione, altro è il magistero. Confondere le cose non giova. Quanto poi alla difficoltà che avverto tra teologia e vita, tra la fede e la cultura contemporanea, qui, a differenza di quanto avviene nel processo di evangelizzazione (che funziona nella doppia direzione della fede e della vita), la teologia dipende di più dal percorso di andata che da quello di ritorno (dalla vita e dalla cultura alla teologia, più che dalla teologia alla vita e alla cultura). Tuttavia è possibile che si incontrino a metà strada. In tutto ciò mi piace la teologia. Ho lottato molto per essere teologa e per poter esercitare la professione di esegeta e di biblista. Se da una parte ciò mi appare come una conquista, dall’altra non posso che vedervi un dono del Signore».

  • Ancora una domanda sulla Chiesa, sul futuro della Chiesa...

«Mi sento Chiesa a pieno titolo e prendo parola come membro di essa. Non distinguo tra Chiesa gerarchica e Chiesa di popolo, tra Chiesa che vive la sua fede molte volte ai margini (o controcorrente) rispetto alla prima, nella quale, quando mi guardo intorno, scopro molta paura. Questa paura mi preoccupa non poco: ciò che mi ha fatto gioire, ciò che mi ha condotta a una maggiore maturità, ciò che mi ha permesso di seguire Gesù... è la libertà, il sapere, per esperienza, che la mia Chiesa è plurale e diversa, che lo è sempre stata, non come un male minore, ma per peculiarità sua costitutiva. Oggi, senza dubbio, percepisco la paura come inibitrice della libertà. Se le cose stanno così, rischiamo di allontanarci dal Vangelo senza rendere né possibile né credibile la costruzione del regno di Dio. Se ci allontaniamo dal Vangelo incrementiamo la paura. Ce ne allontaniamo senza opporre resistenza e ci lasciamo intimidire. Sarei davvero una cattiva Mercedaria della Carità (il nostro tratto distintivo sono la libertà e la liberazione) se, quanto meno, non fossi cosciente della necessità di vivere nella libertà e di dover promuovere spazi di libertà per tutti gli esseri umani. Determinarsi alla ministerialità della teologia è una questione di libertà. Il/la teologo/a deve essere libero/a, perché parte dalla fede; perché non c’è ragione di supporre che la fede si opponga alla libertà del suo pensare. Niente è più libero della fede stessa. La teologia, su questa base, dovrebbe promuovere la riflessione più libera e liberatrice mai esistita al mondo».

  • Ti preoccupa qualcos’altro oltre la paura?

«Sì, mi preoccupa la mancanza di trasparenza che in alcuni casi caratterizza, con grave danno, l’istituzione ecclesiale. Non si tratta di non reggere allo scandalo. Si tratta del discredito, della squalifica che ciò comporta per la stessa istituzione che sappiamo ispirata dallo stesso Gesù; si tratta dello sconforto e dello scetticismo che tutto ciò produce. La soluzione non sta nel nascondere gli scandali quanto piuttosto nello sradicarli. L’anno che si è chiuso disgraziatamente ne ha visti, in Spagna, di diversi e importanti, anche per l’eco avuta nell’opinione pubblica, grazie ai mass-media. Mi riferisco alle violenze inflitte dai chierici alle religiose, agli abusi degli stessi sui minori, agli scandali finanziari, protagonista dei quali è stato il clero».

  • C’è ancora il gravissimo problema della diffusa misoginia...

«Sì, parlerei di misoginia strutturale, trattandosi di un male endemico. Vedo continuare l’esilio delle donne, la loro assenza nell’istituzione ecclesiale; avverto che alcune restano, mentre altre vanno via..., e sono tentata di pensare che un cambiamento autentico non sia possibile. La reazione prodotta da un qualsiasi tema connesso alle donne deve dare a pensare. Né va dimenticato che la misoginia strutturale tocca sia gli uomini che le donne. Non poche, tra di esse, danno forza al sistema patriarcale frenando ogni spinta in avanti. Ciò malgrado, mi dà molto coraggio incontrare tante donne che si sentono Chiesa e per ciò lottano e resistono, ricominciando mille volte le stesse cose».

Una donna afghana accanto alla sua tenda.
Una donna afghana accanto alla sua tenda.
 Se anche loro «mangeranno ogni giorno almeno due volte, 
questo mondo sarà migliore», dice la teologa spagnola
(foto Nino Leto).

  • Hai da proporre strategie?

«Ciò che propongo è di resistere alla paura così da recuperare la fede (che nel vangelo di Marco appare come l’unico antidoto), così che questa nostra Chiesa possa diventare uno spazio concreto di libertà. Ciò che propongo è di promuovere quelle condizioni che rendano possibili la trasparenza e la verità evangeliche. Di non cedere sull’impegno per l’uguaglianza (nella diversità), così da avviare la fine di ogni sessismo, di ogni razzismo, di ogni classismo e di ogni altra emarginazione contraria all’inclusività di cui è manifesto il Vangelo».

  • Qual è il tuo giudizio sulla situazione politica internazionale e quale, secondo te, il possibile contributo delle donne?

«Nella situazione attuale non vedo niente di nuovo. Mi pare scandalosa per l’enormità della sua ingiustizia e della sua violenza. Detto questo, sono persuasa che nel nostro mondo e nelle sue strutture ci siano molte cose buone, tanta creatività, tanta generosità, tanta attenzione alla vita..., che l’ingiustizia e la violenza non consentono di cogliere e che i mass-media non sono interessati a far conoscere, perché non trovano acquirenti. Penso, senza andare molto lontano, a tutto quello che ogni giorno fanno le donne in ogni parte del mondo, a quello che conseguono, che producono, creano, restaurano; a ciò che inventano e alla felicità che promuovono intorno a loro. Sino ad ora, nella percezione della realtà, predomina la visione patriarcale e con essa la violenza e l’ingiustizia che sono l’evidente prodotto delle strutture patriarcali capitaliste e imperialiste. Se penso all’entità dell’ipoteca rappresentata da tale condizione strutturale, posso essere ottimista solo peccando d’ingenuità. Non credo, tuttavia, che le donne debbano far niente di diverso da quello che fanno gli uomini. Non desidero che si carichi sulle loro spalle la responsabilità di salvare il mondo. Se potranno essere felici, se potranno soffrire meno, se potranno essere trattate come persone e con la dignità che ne consegue; se potranno acquisire strumenti formativi e ottenere un posto di lavoro ed essere pagate com’è giusto; se potranno realizzare con i loro partners, su un piano di parità, il loro compito procreativo; se potranno inserirsi in tutta normalità negli uffici pubblici e nella vita politica; se potranno smettere d’essere minacciate; se mangeranno ogni giorno almeno due volte..., questo mondo senza alcun dubbio sarà migliore. Tutto questo, però, il più delle volte, non dipende da loro. È, dunque, il sistema che va cambiato, perché, cambiando in esso anche le donne, il mondo possa divenire un luogo abitabile da tutte e da tutti».

Cettina Militello

   

Le pubblicazioni

LE PARABOLE DI MERCEDES

La bibliografia di Mercedes Navarro Puerto spazia dalla psicologia alla Scrittura, alla vita religiosa e altro ancora. Segnalo soltanto tra i volumi d’indole teologica: María, la mujer. Ensayo psicológico-bíblico, ed. Claretianas, Madrid 1987; Espiritualidad mariana del A.T., ed. Paulinas, Madrid 1992; Barro y aliento. Exégesis y antropología teológica de Gn 2-3, ed. San Pablo, Madrid 1993; Espiritualidad mariana del Nuevo Testamento, ed. Paulinas, Madrid 1994: Acercamiento feminista a Gen 22 en Biblia, literatura e Iglesia, Publicaciones Universidad Pontificia de Salamanca, 1995; Giosuè, Giudici e Rut, Città Nuova, coll. "Guida all’Antico Testamento", Roma 1994; Catequesis y Familia, ed. CCS, Madrid 1994; Distintas y distinguidas. Mujeres en la Biblia y en la historia, ed. Claretianas, Madrid 1995; Las siete palabras de Mercedes Navarro, PPC, Madrid 1996. Ometto l’elencazione degli innumerevoli e svariati articoli. Ricordo solo, in prospettiva femminista, quelli apparsi su Ephemerides Mariologicae.

c.m.

   

Una vita per studiare il genere

TRA SCRITTURA E PSICOLOGIA

I titoli accademici di Maria Mercedes Navarro Puerto vanno dal dottorato in psicologia (UP Salamanca, 1989) con una tesi sulla "Dinámica del yo-alma en Las Moradas de Sta. Teresa" (cf Psicología y Mística, ed. San Pio X, Madrid 1992), alla licenza in scienze bibliche (P.I.B., Roma 1991), al dottorato in teologia (P.U.G., Roma 1996) con la tesi "Ungido para la vida. Exégesis narrativa de Mc 14,3-9 y Jn 12,1-8" (pubblicata, con lo stesso titolo, dalle EVD, Estella [Navarra], 1999).

Docente di Scrittura per diversi anni all’Università di Salamanca, e in diversi altri istituti e centri accademici, la Navarro Puerto ha unito a questa sua attività quella di psicologa. Molti i corsi di psicologia e teologia da lei tenuti nei più diversi contesti (politici, universitari, religiosi, ecclesiali). Molte le sue partecipazioni a dibattiti radiofonici e televisivi. Attualmente divide la sua attività tra l’insegnamento (psicologia della religione alla facoltà di psicologia della Pontificia università di Salamanca e alla Pontificia università Comillas di Madrid); la ricerca (esegesi biblica narrativa; l’interconnessione tra psicologia e narrativa biblica; la psicologia della religione; la lettura della Bibbia nella prospettiva del "genere"; la psicologia e il "genere", con attenzione alla violenza domestica, alla femminizzazione della povertà e ad altri temi affini); la pratica professionale di psicoterapia individuale e delle attività di accompagnamento; l’attività di formazione diretta alla vita religiosa (nella propria congregazione e in altre ancora, anche in Paesi diversi). Partecipa poi a congressi e incontri di livello diverso, nazionali e internazionali, su temi relativi alla psicologia della religione, alla Bibbia, a temi afferenti il "genere" e la vita religiosa.

Dal 1996 è presidente dell’Associazione delle teologhe spagnole (Ate), di cui è membro fondatore; è membro del direttivo dell’Associazione biblica spagnola (Abe); socio "corrispondente" della Pontificia accademia mariana internazionale.

c.m.

     

Il debito verso le altre studiose

LA PROSPETTIVA FEMMINISTA

«In questi ultimi anni ho letto molto di quanto hanno prodotto le bibliste», afferma la Navarro Puerto. «So d’essere in debito soprattutto con Elisabeth Schüssler Fiorenza. Il suo In Memory of Her mi ha introdotta alla storia delle origini cristiane includendovi le donne. Inutile ribadire come quella storia cambiasse. Un peso analogo per l’AT hanno avuto per me gli articoli e i saggi di Athalya Brenner (The Israelite Woman, Sheffield 1985). Entrambe queste autrici si sono avvalse del metodo storico-critico. Sono però entrata in contatto con altre, quali Phyllis Trible (Texts of Terror, Philadelphia 1984), Sharon Pace Jeansonne (The Women of Genesis, Minneapolis 1990), Olivette Genest, Adèle Chené (De Jésus et de femmes, Paris-Montreal 1990) e, soprattutto, Mieke Bal (Femmes Imaginaires, Paris 1986, e Death and Dissimetry, Chicago and London 1988) e Adele Berlin (Poetics and Interpretation of Biblical Narrative, Sheffield 1983). Con esse ho imparato a studiare le narrazioni dell’AT e del NT (un po’ meno) nella prospettiva narratologica e femminista. In Spagna divido temi e interessi con diverse bibliste, quali Elisa Estévez ("Y todos los que lo tocaban quedaban sanados. El cuerpo como espacio de gracia", SalTer 1000 [1997] 323-336) e Carmen Bernabé (Las tradiciones de María Magdalena, Estella, Navarra 1999), Núria Calduch (En el crisol de la prueba. Estudio exegético de Sir 2,1-18, Estella 1997), Pilar de Miguel ("Las mujeres y los documentos de Qumran" ResBib 14 [1997] 45-51), Dolores Aleixandre (Iconos bíblicos, Santander 1999), Isabel Gómez Acebo (Dios también es madre, Madrid 1994)».

c.m.

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