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CARO DON, IO VORREI... Lettera aperta al proprio parroco reale o ideale

Dormono pure i chierichetti

di GIORGIO CALCAGNO
      

   Vita Pastorale n.2 febbraio 2002 - Home Page

I giovani sono attirati dalle discoteche e dalla Formula Uno. E la mattina di Capodanno non se ne presenta nemmeno uno per servire messa. E anche se Gesù ha detto: «Dove sarete due o più di due riuniti nel mio nome io sarò con voi», a me la domanda è venuta spontanea: perché tanti banchi rimangono vuoti alla messa festiva?

Caro Pievano, mi spiace di averla involontariamente ferita, con la domanda che le ho fatto l’altra mattina, nel suo silenzioso ufficio parrocchiale. Ho capito di aver toccato un nervo scoperto quando lei mi ha dato la risposta il giorno dopo, nell’omelia della domenica: «Mi è stato chiesto perché, da qualche tempo, tanti banchi rimangono vuoti, alla messa festiva...». E la sua voce, benché lei cercasse di dominarla, tradiva – come poteva non essere? – un turbamento personale, prima che un’amarezza oggettiva.

Veramente io non avevo usato l’espressione "banchi vuoti" e, a essere giusti, non l’ha usata neanche lei, perché sarebbe stata impropria. Qualche fedele, qua e là, c’è dappertutto, anche verso il fondo; quando lei deve dare la comunione la fila si allunga, per l’intera chiesa. Ma non è più quell’assemblea affollata, calorosa, che riempiva tutti i posti disponibili, fino a pochi anni fa. I suoi vecchi parrocchiani man mano scompaiono e sono sempre meno i giovani che vengono a rimpiazzarli.

Lei è con noi da tanti anni, Pievano, non può non aver fatto confronti. Quando esce dalla sacrestia per andare all’altare, noto il suo sguardo che corre giù per la navata, sembra interrogare un gregge progressivamente più assottigliato, reprimendo fra le labbra la domanda che Gesù aveva fatto un giorno ai suoi apostoli: «Volete andarvene anche voi?». Lei sa, a suo conforto, che ognuno dei presenti le darebbe la stessa risposta di Pietro, ricordata nel vangelo di Giovanni: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Ma sa che la maggior parte degli altri, quelli rimasti fuori dalla porta, troverebbero le sue parole troppo dure, come i discepoli che avevano abbandonato il maestro dopo il discorso nella sinagoga di Cafarnao: perché la vita eterna interessa sempre meno chi ha imparato a godere i beni del mondo qui, subito, senza sollevare più il capo verso il cielo.

Quando lei venne nel nostro paese, quasi 50 anni fa – ricorda? – dovette salire la rampa che saliva alla vecchia chiesa sulla collina, consacrata nel 1793. Che anno quello, mentre appena al di là delle Alpi infuriava la rivoluzione che sarebbe arrivata presto anche nel vecchio Piemonte. Ma se in Francia le chiese si chiudevano, qui si aprivano, i fedeli rispondevano tutti. Il vento giacobino di fine Settecento e l’anticlericalismo ottocentesco soffiavano nella valle, senza toccare la nostra gente di borgata, che veniva giù per i sentieri della montagna, a cercare un pane non materiale fra quelle mura. Si inchinavano tutti al suono del ciuchin manovrato da stuoli di chierichetti per l’elevazione, si giravano indietro verso la cantoria, quando l’antico organo barocco intonava le note del Credo in unum Deum perché tutti potessero proseguire, in coro, con il loro Patrem omnipotentem.

(foto Reuters).
(foto Reuters).

Lei arrivò su e si rese subito conto che quella chiesa, a noi così cara, dove eravamo stati battezzati, non rispondeva più ai bisogni della popolazione. Era diventata insieme piccola e lontana, per il paese cresciuto di abitanti e disceso man mano a valle, con le nuove case che cercavano le più facili vie della pianura. Volle una nuova chiesa e la costruì nel centro dell’abitato, a cento metri dalla piazza, perché fosse grande e vicina. Ricordiamo tutti la sua gioia, che era anche la nostra gioia, quando lei poté inaugurarla, a metà degli anni ’60, con l’altare in posizione centrale, visibile da qualunque punto dell’unica vasta navata, perché nessuno fra i nostri compaesani si sentisse escluso dalla preghiera comune. Non poteva pensare che, a distanza di trent’anni, quell’ambiente avrebbe cominciato a rivelarsi troppo grande.

Quando lei fece il suo ingresso in paese era l’ottobre del 1954: la guerra – che nella nostra valle aveva fatto tante vittime – ci era ancora vicina, con le sue sofferenze e le sue memorie di sangue; il boom economico lontano, la parola consumismo non era ancora entrata nel nostro vocabolario, perché nessuno avrebbe avuto ragioni per usarla. Nessuno parlava di vacanze al mare, di motorizzazione di massa. Andavamo in bicicletta, la vacanza più ambita era la salita in montagna, con lo zaino di venti chili sulle spalle, per arrivare alla cima del Rocciamelone, 3.538 metri, sempre scarpinando: dove il massimo comfort era il piccolo rifugio con un tavolaccio di legno dove passare la notte al coperto.

Quella sera di domenica, lassù sulla collina, lei trovò una comunità viva, forte, dove primeggiavano, per numero, i giovani. Non erano anni facili per nessuno, e nemmeno per la Chiesa. In Italia c’era un grande partito comunista, che raccoglieva un terzo dei voti, e non spingeva certo i suoi seguaci a frequentare la messa; legato a un Paese più grande ancora dove la fede religiosa era apertamente combattuta. Sembrava che il problema centrale, anche per i cattolici italiani, fosse solo quello; e fermentava, nelle sacrestie come nelle processioni, un vago spirito di crociata, al grido di «Noi vogliam Dio!» che riecheggiava da vicino quel «Dio lo vuole!» del Medioevo. Bisognava evitare, in tutti i modi, che i cosacchi venissero ad abbeverare i loro cavalli in piazza San Pietro. Il problema non era lì, i cosacchi non sarebbero mai venuti con i loro cavalli. Quando tanti anni dopo arrivarono, in austere berline, vennero a baciare la mano al Papa. Il comunismo era riuscito a chiudere tante chiese dove era al potere solo perché in quei Paesi se ne ricostruissero tante più numerose dopo la sua caduta.

Intanto la televisione...

Nessuno aveva fatto caso che proprio in quel 1954 si era inaugurata in Italia – e proprio con un messaggio del Papa – la televisione. Ottimo strumento, come Pio XII aveva capito, che egli stesso e i suoi successori non persero occasione per usare. E dietro la televisione, pochi mesi dopo, la Seicento Fiat, altro strumento ottimo, per la vita delle famiglie dei lavoratori, che avrebbe dato origine, per la prima volta nel nostro Paese, alla mobilità di tutti i cittadini, senza distinzione fra ricchi e poveri. Di ottimo strumento in ottimo strumento avrebbero fatto seguito l’elevazione del tenore di vita, lo sviluppo della rete autostradale, l’arrivo del computer, le vacanze per tutti, prima in Italia e poi all’estero. E Dio, dove lo avevamo lasciato? Già, Dio. Nessuno cantava più «Noi vogliam Dio ch’è nostro re», nelle processioni che si cercava sempre più di ridurre, perché sottraevano spazio alle auto sulle nostre strade. Si poteva invocare in chiesa, naturalmente, magari con canti meno trionfalistici, più adatti a una religiosità matura. Adesso nessuno cercava più di scoraggiare la frequentazione della messa, i nostri bravi sindaci laici, o magari ex comunisti, non mancavano di presentarsi in fascia tricolore alle feste patronali, con tutta la giunta. Così almeno i primi banchi erano sicuramente occupati. E gli altri? Sempre meno. Gli altri erano fuori a correre in motocicletta, al rally, alla ricerca di nuove discoteche sulla riviera romagnola... O magari anche soltanto dietro l’angolo, al bar, per parlare della vittoria di Schumacher in qualche circuito in Malesia o in Patagonia. Come si può pensare che cerchino parole di vita eterna, quei poveri ragazzi, quando gli hanno imbottito il cervello di Formula Uno?

Così lei, Pievano, esce dalla sacrestia, si guarda intorno e sente lo sconforto. Una mattina di Capodanno si è accorto che alla messa delle undici non si erano presentati nemmeno i chierichetti, ancora insonnoliti dopo la festa notturna. Certo, poteva essere spiacevole. Ma perché la tristezza? L’evangelista non ci dice che Gesù fosse triste dopo la fuga di tanti discepoli, a Cafarnao. Sapeva che la fede non si conta con i numeri, a lui bastavano quei dodici, per compiere la sua missione. Come lo sapeva Pietro, che aveva parlato a nome degli altri; perché le parole di vita eterna potevano venire solo dal maestro, e loro non potevano farne a meno. Potrebbero esserci chiese anche più vuote, nel nostro futuro. Ma Gesù ha detto che «dove sarete due o più di due riuniti nel mio nome io sarò con voi». E se crediamo al suo annuncio, abbiamo il dovere di credere anche a questa parola.

Giorgio Calcagno
    

Giorgio Calcagno è nato ad Almese, in Valsusa, nel 1929. Si è formato a Genova e vive a Torino, dove svolge la professione di giornalista. Giorgio Calcagno (foto Effigie). Tra le sue opere di narrativa segnaliamo: Il Vangelo secondo gli altri (Gribaudi, 1969, ora San Paolo); Il settimo giorno (Rusconi, 1981); Il gioco del prigioniero (Rizzoli, 1990, superpremio Grinzane Cavour); Notizie dal diluvio (Rizzoli, 1992); Dodici lei (Aragno, 2001, finalista al premio Campiello). Ha scritto inoltre epigrammi e due libri di poesia: Visita allo zoo (Guanda 1980, premio Biella) e La tramontana di Ravecca (San Marco dei Giustiniani, 1990). In collaborazione con Gabriella Poli ha pubblicato: Echi di una voce perduta. Incontri, interviste e conversazioni con Primo Levi (Mursia, 1992).
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