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Ci scrivono

L’AZIONE DELLO SPIRITO SANTO
NELLA PREGHIERA EUCARISTICA

    

   Vita Pastorale n.2 febbraio 2002 - Home Page È sorta in comunità una discussione circa la funzione dello Spirito Santo nelle preghiere eucaristiche a partire dai seguenti testi: «La messa è un’offerta a Dio Padre... Gesù Cristo è il sacerdote e la vittima... Nell’epiclesi lo Spirito Santo invocato concorre a formare del pane e del vino il corpo e il sangue di Cristo; spetterà poi allo Spirito Santo applicare i frutti delle redenzione alle anime» (Eisenhofer - Lechner, Liturgia romana, Marietti 1960, pp. 270-271). Ancora: «La consacrazione è connessa al racconto dell’istituzione dell’eucaristia... La persona del celebrante scompare nella sua più sublime funzione; egli non deve fare altro che imprestare la sua attenzione e la sua parola esterna al Sommo Sacerdote celeste» (ivi, p. 252). Ora nell’Enciclopedia teologica (Queriniana 1989, p. 354), si legge: «È lo Spirito Santo che "nel banchetto eucaristico rende veramente presente per noi il Cristo risorto, realizzando le parole dell’istituzione" (Lima n. 14), così che nella liturgia si ha un legame essenziale tra le parole dell’istituzione, la promessa di Cristo e l’epiclesi, l’invocazione allo Spirito Santo». Nel canone romano non c’è l’invocazione allo Spirito, mentre nelle altre preghiere eucaristiche abbiamo: «Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Cristo».

Si domanda: 1) Non è il sommo sacerdote celeste che con la parola del celebrante effettua la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo? 2) Perché nel canone romano non c’è l’invocazione dello Spirito, né vi è stata aggiunta dal Concilio? 3) Lo Spirito Santo inviato dal Padre santifica solo i doni offerti oppure realizza le parole dell’istituzione? 4) Senza invocazione allo Spirito non si ha la transustanziazione, come sostiene qualcuno?

p. Remigio Stanzione
Nocera S. (Sa)

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Ecco una domanda di fondamentale importanza teologico-celebrativa. È consolante poi che la discussione sia sorta in una comunità religiosa. Ma, ahimè, la sua formulazione ci rimanda indietro di oltre trent’anni, quando furono introdotte tre nuove preghiere eucaristiche (1968), dotate dell’epiclesi, ossia dell’invocazione allo Spirito Santo, ma sdoppiata e collocata, la prima sui doni dopo il "Santo", la seconda sui comunicandi dopo l’anamnesi e l’offerta. Sembrò una soluzione intesa a sanare il contenzioso tra Oriente e Occidente: il primo attribuisce infatti la trasformazione dei doni all’epiclesi dopo l’anamnesi, l’Occidente invece alle parole del Signore pronunciate in sua vece.

Non fu che l’inizio di una riflessione in crescita che ha rinnovato l’intera celebrazione eucaristica, compresa la liturgia della Parola, costituendo la svolta pneumatologica del Concilio (di cui parlava p. Congar nel 1979), cioè una nuova attenzione alla dottrina dello Spirito, che viene a completare e arricchire la visuale cristonomista della teologia occidentale, proponendo un’esplicita professione di fede trinitaria in rapporto alla storia salvifica. Non potendo citare i numerosi studi (non posso però trascurare quello di J.R. Tillard, L’Eucaristia e lo Spirito Santo, con postfazione di E. Mazza, Milano 1977, da me stesso curato presso le Edizioni OR, ora Porziuncola, Assisi), ricordo due documenti: uno cattolico, le nuove Premesse del Lezionario della Messa (1981) e l’altro ecumenico (Gruppo di Dombes), Lo Spirito Santo, la Chiesa e i Sacramenti, 1980.

Rimanendo nell’ottica della preghiera eucaristica (per una visione completa cf. VP 3, 1998, pp. 117-118: "Un’azione che santifica e trasforma" di R.F.) ne riassumo i contenuti. Comincio con una premessa. L’atto eucaristico è un atto di Cristo, ma esso non si può compiere che nello Spirito a cui appartiene il compito di comunicare il dono pasquale. La potenza di Cristo si manifesta per la potenza dello Spirito. L’intervento dello Spirito non si aggiunge all’atto di Cristo ma si integra totalmente a questo. Non si hanno due azioni parallele né tanto meno opposte, quella del Risorto e dello Spirito, ma una sola azione che deriva dal Cristo glorificato e dallo Spirito: è l’esercizio in atto della signoria mediante lo Spirito. La Chiesa riunita in assemblea, obbedendo al comando di Cristo di "fare in sua memoria", non essendo proprietaria di poteri sulla grazia, si rivolge al Padre chiedendo una duplice invocazione dello Spirito. Nella prima chiede la santificazione/trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo. Come lo Spirito è intervenuto per la formazione del corpo storico di Cristo, così ora si chiede il suo intervento per la realizzazione del corpo sacramentale. Vengono ripetute le parole del Signore pronunciate nella cena, ma non sono parole magiche: esse traggono la loro efficacia dalla potenza dello Spirito, poiché dopo la Pasqua Cristo agisce mediante lo Spirito. Il pane e il vino non sono semplicemente consacrati ma santificati ossia resi capaci di santificare quanti li ricevono.

La seconda epiclesi si trova in stretto legame con la prima e ne rappresenta lo sbocco: la trasformazione dei comunicandi nel corpo ecclesiale. I doni assunti come cibo e bevanda permettono di unirsi alla persona di Cristo: la loro efficacia non può essere raggiunta senza l’intervento dello Spirito. L’epiclesi specifica poi il frutto della partecipazione al convito: non una semplice grazia interiore ma una grazia di unione fra i partecipanti, cioè l’unità della Chiesa, un solo corpo animato dallo Spirito. Il concetto di unità è di una forte valenza che va dall’idea di salvezza all’esistenza quotidiana e alla stessa escatologia.

Pertanto, schematicamente, così si risolvono le quattro domande: 1) Già risposto. È il Cristo glorioso mediante il suo Spirito. 2) Per ordine di Paolo VI. 3) Già risposto. Molto di più. 4) Domanda fuori campo. Non è l’invocazione esplicita che "obbliga" o induce il Padre a mandare lo Spirito! L’esplicitazione fa parte della mediazione sacramentale, riguarda soprattutto la fede e l’azione della Chiesa.
   

CELIBATO DI ORIGINE APOSTOLICA O NO?

Mi ha molto amareggiato la lettera "Celibato di origine apostolica o no?" (VP n. 1/2002 pp. 96-98). A contatto di preti e religiosi da oltre 50 anni, ormai posso dire di averne sentite di belle. Questa, ripeto, mi ha amareggiato. Il giorno dell’Epifania 2002 ho celebrato il 30° anniversario di matrimonio. Con mia moglie e i 4 figli siamo andati a ringraziare il Signore e la Madonna in un santuario per il grande dono del matrimonio, della famiglia cristiana, delle notevoli difficoltà incontrate anche coi figli e dell’aiuto umano e divino ricevuto. Avrei dovuto mettermi, come il pubblicano, in fondo alla chiesa, ma non certo per chiedere perdono di aver messo al mondo dei figli, bensì perché sento di non aver fatto tutto il mio dovere di marito e padre.

Assicuro inoltre una preghiera all’autore della "lettera firmata", che non vorrei che si materializzasse un po’ più avanti a declamare a tutti la sua vita fondata sul Vangelo: se è stata una sua libera scelta, perché vantarsi? Se è stata un’imposizione, perché cercare dei puntelli? Comunque, per me la "lettera firmata" ha poco di cristiano, anzi, penso ci sia da vergognarsi che sia stata scritta, nel 2002, da un cristiano (probabilmente prete).

Un’arzilla vecchietta (sono anche ministro straordinario dell’eucaristia) mi diceva che tra lei e un prete non c’era differenza nei sacramenti, come quantità. «Cinque lui e cinque io; io in attesa del sesto perché sono proprio vecchia...». Secondo me c’è tanta saggezza in queste parole; saggezza profondamente umana e cristiana, anche se bisogna sempre dare unicuique suum.

Leggendo la "lettera firmata" mi rendo conto di tante cose: chiese vuote, percentuali ridicole per ogni analisi religiosa. Poi ci si consola col piccolo gregge, col lievito. Con queste verità ci illudiamo di essere cristiani. Per fortuna c’è Lui a «scrivere diritto sulle nostre righe storte».

un laico
  

IL PARROCO DI CAMON NON ERA COSÌ

Forte disappunto e grande amarezza mi ha recato la lettura di quanto è riferito su Vita Pastorale, gennaio 2002, pp. 16-17. Sono nato e cresciuto a ridosso del paesello natio di Ferdinando Camon e ho conosciuto a lungo e a fondo il "parroco di campagna" in questione. Il quale buon parroco fu tutt’altro che «dannoso in sommo grado» e non ha affatto «iniettato veleno giorno per giorno».

Il Camon ha torto quando dimentica il grado di involuzione e la comune mentalità di quel tempo antico, prima, durante e dopo la guerra mondiale e ha torto quando esagera, con quel suo consueto acidume laico che del resto affiora ogni tanto nei suoi romanzi. Non è vero affatto che il paese, per colpa del prete, «è rimasto bloccato. Anzi è arretrato». E trovo alquanto strano, in un paesino isolato di 400 anime, un atteggiamento così freddo e distaccato verso il parroco della propria adolescenza, del quale la quasi totalità dei parrocchiani, al di là di qualche esuberanza caratteriale, conserva sincera ammirazione e cordiale gratitudine.

Infine suggerirei al bravo romanziere, ex docente di città, di fare una capatina nel villaggio d’origine, dove al suo don Giuseppe è succeduto, da circa quarant’anni, un altro don Giuseppe, dello stesso nome e di altro stile pastorale e udrebbe facilmente con quanta ammirazione parla di lui la gente del luogo e dei dintorni. Capisco le buone intenzioni della Lettera aperta al proprio parroco, reale o ideale, ma non condivido che ciò venga fatto a dileggio altrui con note autobiografiche in un anonimato poco latente.

Tutto questo per la buona memoria e per l’amore della verità.

don Giovanni Rossin
Thiene (Vi)

Risponde Ferdinando Camon.
L’autore di questa lettera dice spesso, e con piena consapevolezza, il contrario della verità. Io avrei «dimenticato il grado d’involuzione e la comune mentalità di quel tempo antico, prima, durante e dopo la guerra mondiale»? Ma se non parlo d’altro! Lo faccio per ricordare che anche il parroco era vittima di quel grado d’involuzione: la riceveva e la trasmetteva. Nessuna colpa nel riceverla. Qualche responsabilità nel trasmetterla. Come tutti. Ha compiuto gesti alti, di cui gli dò atto con ammirazione, e gesti bassini, che non riesco a dimenticare.

L’autore della lettera accusa un mio "acidume laico", che affiorerebbe (dice lui) anche dai miei romanzi, che certamente non ha letto: essi, guarda caso, nel mondo affrontano gli ostacoli di venir valutati come "cattolici". Tutto sommato, viste le grandissime difficoltà in cui si svolse la vita e l’opera di quel parroco della più sperduta campagna, io credo di averne fatto un ritratto onesto, scrupoloso, che indicava i meriti e le carenze; l’autore della lettera voleva soltanto i meriti e nessuna carenza: il solito ritratto dolciastro e retorico, ma falso e ipocrita. Lui poteva certamente scriverlo. Io non ci riesco.

Quanto al paesello com’è oggi, certe voci parlano di esorcismi a ripetizione; vorrebbe dire che il diavolo c’era allora e c’è oggi. Sempre lì? S’è fatto la casa? E questo sarebbe il progresso?
   

NON ESAGERIAMO CON IL SATANISMO

Per il pubblico al quale si rivolge Vita Pastorale, su argomenti delicati quali il satanismo (VP gennaio 2002), è necessario offrire informazioni fondate su una analisi oggettiva dei fatti. Esagerazioni e approssimazioni giornalistiche non aiutano ad affrontare il problema con la dovuta attenzione pastorale. Al riguardo, alcune rapide precisazioni.

1) Esoterismo, occultismo, satanismo sono fenomeni diversi. L’esoterismo indica lo sforzo per una conoscenza di verità religiose, nascoste in miti e simboli, attraverso un’iniziazione, che è come un risveglio, un’illuminazione, un’intuizione. L’occultismo è la ricerca di poteri materiali che possono essere procurati dalla magia. Dal punto di vista storico e sociologico, il satanismo è «l’adorazione e la venerazione da parte di gruppi organizzati in forma di movimento, tramite pratiche ripetute di tipo cultuale e liturgico, del personaggio chiamato Satana o Diavolo nella Bibbia».

2) I gruppi satanisti organizzati in Italia non sono più di cinque o sei; gli aderenti intorno ai seicento. Molto clamore suscitò il gruppo dei "Bambini di Satana", fondato nel 1992 da Marco Dimitri. Il suo arresto fece molto rumore. Le notizie ampiamente propagandate dai media provocarono reazioni emotive. Non mancarono, accanto alle condanne, lettere di giovani desiderosi di aderire al gruppo. Non sempre una propaganda superficiale e allarmistica aiuta a evitare facili entusiasmi, specie tra i giovani.

3) Il satanismo giovanile appartiene più alla categoria della devianza che alla sociologia dei movimenti religiosi. La devianza può esprimersi in modo alternativo o complementare attraverso la droga, il semplice vandalismo o riti satanici rudimentali e selvaggi. Essa è quasi sempre una "maschera" del disagio giovanile.

4) Bisogna essere molto attenti nella valutazione della musica rock. Affermare che tutto ciò che esalta la violenza sia da considerare satanico è lontano dalla verità, perché si dà un giudizio superficiale e generico di tante espressioni della musica giovanile.

5) È inesatto attribuire matrici sataniste ad alcuni delitti compiuti da giovani. In Italia non vi sono prove di veri e propri omicidi satanici. In qualche caso si tratta solo di vaghi sospetti.

monsignor Giuseppe Casale
arcivescovo emerito di Foggia-Bovino
   

IMMIGRATI: SI POSSONO EVANGELIZZARE?

Vorrei proporre un tema molto serio e attuale, anche se non se ne parla mai. Si deve annunciare il Vangelo agli immigrati? Mi viene il dubbio che, per essere all’altezza della cultura corrente, non si deve evangelizzare nessuno, tanto meno gli islamici, perché si violerebbero i loro diritti di minoranza. Diritti, tra l’altro, mai rispettati nei loro Paesi di origine. Allora continuiamo a preoccuparci solo del cibo e del vestito. Certamente questo si deve fare perché come afferma l’evangelista Matteo: «Quello che avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me» (25,31-46). Ma, dobbiamo fermarci alle esigenze materiali? Loro non fanno così e lo dimostra il numero di italiani convertiti all’islam.

Venendo in questa nuova diocesi (Anagni) ho letto, con piacere, la lettera pastorale del vescovo Francesco Lambiasi che tra le altre cose tocca l’argomento: «Senza rincorrere ambizioni revanciste, senza sognare strategie discriminatorie, non possiamo non domandarci: ci preoccupiamo solo di assicurare loro pane e panni e ci proibiremo addirittura di desiderare la loro conversione, oppure ci attrezzeremo non solo per continuare noi a restare cristiani cattolici ma anche per trasmettere loro l’Evangelo, se non altro con lo stesso zelo con cui essi desiderano comunicarci il Corano o, comunque la loro fede? Sentiamo come rivolta a ognuno di noi la pressante raccomandazione rivolta a Timoteo: "Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù: annuncia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna" (2Tm 4,1-2)?».

padre Alessandro Pennacchi
Piglio (Fr)
    

NON C’ERA BISOGNO DI QUELLA LETTERA

Ho letto la "Lettera aperta al proprio parroco reale o ideale" di Susanna Tamaro (VP dicembre 2001). La ritengo offensiva e poco rispettosa verso il clero. Anzitutto poteva risparmiarsi l’esordio della lettera con quel «Caro amico parroco», subito dopo annullato con... «devo confessarti che non ho alcuna simpatia naturale per la categoria dei preti». Perché è simpatica lei! A me, ora, neanche un po’. Chi l’ha detto che ogni cristiano «deve sempre mantenere vivo dentro di sé un germe di sano anticlericalismo»? Perché fa parte del Dna della fede cristiana? E quanto mai l’anticlericalismo è «un germe... sano»? Io ho vissuto l’infanzia e la giovinezza in mezzo ai preti. Poi a 22 anni ho deciso di entrare in seminario. Come vede, questo «germe di sano anticlericalismo» non l’ho mai coltivato! E «la voce della Chiesa non è una voce nel deserto ma un flebile sussurro», mentre lei, la Tamaro, è un Battista che tuona e grida... in quale deserto?

«Nessuno ha mai risposto "Il Risorto", alla domanda molto semplice» sull’essenza del cristianesimo. Perché secondo lei quella risposta, così ovvia, era semplice? Lei, cara Tamaro, ci calcola ben poco. Io sono parroco in un paese di mille anime e nell’omelia della messa con le esequie parlo sempre del mistero pasquale, del Cristo risorto. Mai panegirici sulla persona morta. Eppure la risposta (il Risorto) non sgorga spontanea nei miei fedeli, ma anche in altrettanti cristiani o uomini di cultura. Questo significa che non hanno capito l’essenza del cristianesimo? A una domanda così semplice, come lei sostiene, crede che Bernardette o i pastorelli di Fatima avessero risposto: il Risorto? Eppure erano dei semplici.

I parroci... «non sanno parlare alle persone, alla solitudine, alla loro disperazione». A lei, chi gliel’ha detto? Ha mai fatto il parroco? Io lo sono dal 1968. Lei crede, invece, di essere in grado di parlare alle persone?

Non crederà che la maggioranza dei parroci siano "tuttologi" (un neologismo che non è neanche elegante) "animatori, organizzatori" ecc.

Avrei altre cose da dire sulla pubblicazione di questa "Lettera aperta" che trovo poco utile. Qui non si tratta di aver detto la verità, che a volte può far male, né di una critica costruttiva, ma di una visione poco edificante del prete. Simili lettere non dovrebbero essere pubblicate in un mensile cattolico gestito dalla San Paolo. Noi abbiamo bisogno di voci che difendono il prete e la Chiesa e non di voci che accusano e criticano l’operato e il comportamento dei preti anche se la voce è di una certa Susanna Tamaro della quale non conosco i romanzi. Ne abbiamo già abbastanza di critiche (dal mondo laico): perché vi mettete pure voi? Non me ne voglia signor direttore, ma questa lettera non mi è piaciuta: la ritengo inutile e superficiale. La Tamaro non ha ascoltato, ma giudicato il prete e la Chiesa.

don Romano Masini
Marrara (Fe)

Il motivo per cui abbiamo iniziato la pubblicazione delle lettere aperte non era certo e solo per sentire lodi sui sacerdoti. Un dialogo comporta che si ascoltino anche le voci dissenzienti. Non tutti abbiamo fatto la stessa esperienza con i sacerdoti. E a fronte di testimonianze eroiche (gli articoli di Bedeschi su VP ne sono la prova) ci possono essere stati anche cattivi esempi. Piuttosto che inveire (e perché poi? Non si possono cancellare le impressioni di una vita e le esperienze delle persone), non sarebbe meglio farne tesoro per migliorare la nostra pastorale? Sulla stessa lettera sono intervenuti anche padre Nazareno Colombo di Milano che invita la Tamaro a leggere la letteratura francescana; Bernardino Farnetani di San Miniato (Pisa) e don Antonio Corrà di Cologna V. (Verona) che, pur dicendosi sorpresi, apprezzano comunque lo scritto della Tamaro.
   

AMAREZZA PER LETTERA SUI NEOCATECUMENALI

Ho letto con amarezza l’intervento di "un parroco del Lazio", pubblicato in Vita Pastorale nell’ottobre scorso, a pag. 64, circa la "delusione dei neocatecumenali". Quanto ho letto non è assolutamente il cammino neocatecumenale che conosco da anni. Massacrare un "dono dello Spirito", che sta chiamando o richiamando a una fede adulta migliaia di uomini e donne; giovani, adulti, anziani, in tutto il mondo, è lacrimevole.

Estrapolare alcuni "aspetti" di un itinerario di fede e di testimonianza cristiana, assolutizzarli e atomizzarli, è ignorarne l’ispirazione carismatica e il fondamento ecclesiale, biblico, liturgico ed esistenziale; è non rendersi conto che il cammino neocatecumenale nasce da un forte annuncio kerigmatico, con una solida proposta di formazione cristiana e punta a personalità cristiane mature, coscienti della loro identità battesimale e della loro vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo di oggi, in comunità cristiane vive e missionarie.

Le difficoltà, "appena accennate", trovano una risposta esaustiva in un dialogo sereno e fraterno con un presbitero del Cammino.

Un itinerario di fede adulta (come hanno chiesto il concilio Vaticano II e il documento della Cei), che colma di amore a Gesù Cristo e di zelo per l’evangelizzazione vescovi, presbiteri, diaconi e consacrati; che toglie dal vuoto esistenziale giovani e li prepara al matrimonio cristiano o al seminario o al monastero; che costruisce o ricostruisce famiglie cristiane, vere chiese domestiche, che danno i segni della fede, aperte alla vita e passano la fede ai figli; che forma comunità dove si ascolta la parola di Dio, all’interno di una celebrazione accuratamente preparata, si celebrano liturgie vive e partecipate (aperte a tutti), si vive in fraternità e si è in obbedienza al parroco, al vescovo e al Papa; non in giustapposizione alla parrocchia e in rispetto e stima degli altri carismi, è forse da censurare e demonizzare?

Mi ha deluso "un parroco del Lazio". Ma mi ha deluso di più lei, direttore di Vita Pastorale. Pubblicare questi interventi è preparare operatori pastorali a servizio della nuova evangelizzazione? «Vino nuovo in otri nuovi», chiedeva Gesù! Il "vino nuovo" del cammino neocatecumenale chiede "otri nuovi" di vescovi, presbiteri, consacrati e fedeli laici, innamorati di Gesù Cristo e servitori della Chiesa del terzo millennio. Ovviamente continuerò a leggere Vita Pastorale, convinto che i «i movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono la risposta, suscitata dallo Spirito Santo, a questa drammatica sfida di fine millennio» e sono «espressioni provvidenziali della nuova primavera suscitata dallo Spirito» (Giovanni Paolo II, Roma, 30 maggio 1998).

Anche la fotografia (sempre quella!) con relativa didascalia, è fuori posto: 1) Non è un "raduno di neocatecumenali", ma la processione delle Palme in una parrocchia dove c’è il cammino. 2) Il cammino neocatecumenale non è un "movimento" (o associazione o gruppo), ma una "iniziazione cristiana"; un "catecumenato"; una "mistagogia" per incontrare Gesù Cristo; una "nuova comunità" per portare il Concilio nelle parrocchie. 3) Kiko A. non è il fondatore, ma l’iniziatore del cammino neocatecumenale. Senza alcuna supponenza o ombra di polemica, ma in spirito di fraternità sacerdotale e di correttezza di informazione. E di amore a Gesù Cristo, alla Chiesa e al mondo contemporaneo (GS 1).

don Benvenuto Moratti
Belluno

Anche da parte nostra non c’è "alcuna supponenza o ombra di polemica". Crediamo nel dialogo e con questo spirito riportiamo quanto monsignor Bommarito, con serenità e saggezza, ha scritto ai neocatecumenali della sua arcidiocesi (il documento è alle pagine 84-85 di questo numero).
   

PADRI SAREBBE PEGGIO CHE ECCELLENZE

Periodicamente ritorna la proposta di sostituire "eminenza" ed "eccellenza" con "padre". Ma eminenze ed eccellenze sono soltanto protuberanze della geografia ecclesiastica, mentre "padre" è il nome di Dio. Nel Vangelo non c’è una proibizione esplicita di usare quelle parole vuote; c’è, invece, la proibizione di usare il nome "padre" (Mt 23,9). So bene che Paolo si dice padre per i Corinzi (1Cor 4,15), ma lo dice in un senso ben preciso, e non penso proprio che si facesse chiamare così da loro. Volendo abolire "eccellenza" ed "eminenza", non si peggiori la situazione. Si scelga eventualmente la strada più semplice: quella di chiamare le cose, o le persone, con il loro nome.

don Enrico Anzaghi
Treviglio (Bg)
   

PROMESSE RINNOVATE DAI SINGOLI CONIUGI

La domenica della Santa Famiglia ho avuto la sorpresa di vedere i fedeli dopo l’omelia recitare le promesse matrimoniali se non la formula irripetibile del matrimonio. Erano presenti quasi solo donne per cui era ridicolo promettere in assenza del coniuge: recitavano anche le vedove. La formula mi sembrava un contratto a termine in assenza della controparte. Nella parrocchia vicina benedicevano gli anelli a tutti i presenti.

Ho assistito anche alla recita del Te Deum dopo la seconda lettura – come se fosse una sequenza – e alle novene dopo la comunione o altre preghiere alla Madonna.

È un rigurgito di mentalità preconciliare a cui la sobria solennità della liturgia non dovrebbe dare spazio.

Questa vegetazione parassitaria si vede nei doppioni di statue e crocifissi, che andrebbero eliminati (cf Principi e norme per l’uso del messale romano 278). Ho visto persino una processione con due statue della Madonna appartenenti a due paesi diversi: e ciò per ben due volte. Per la novena si mettono le statue dei santi nel presbiterio (non sarebbe meglio metterle in altro luogo visibile?) e quando non si trovano fedeli per il trasporto se ne utilizza una piccola, ricadendo nel doppione. Sembrano cose incredibili.

Mentre scrivo, in chiesa alla presenza del vescovo – venuto per un’adorazione per la pace organizzata da "Rinnovamento nello Spirito" –, si fa la predica davanti al Santissimo per la pace e lunga declamazione di un autore ebreo. Il nuovo si fonde con il vecchio nell’assoluta confusione.

Vito Tedeschi
Grottaminarda (Av)
    

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