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INTERVISTA A MONS. RUPPI SUL SINODO DEI VESCOVI

Pastori, uscite dal recinto

di ALBERTO BOBBIO
      

   Vita Pastorale n.12 dicembre 2001 - Home Page

La maggioranza all’interno del clero e degli operatori pastorali guarda esclusivamente alla propria diocesi, afferma l’arcivescovo di Lecce. Il Sinodo, invece, ha invitato a pensare a tutta la Chiesa nel mondo: ci sono Paesi con pochi preti e pochi mezzi, e 150 milioni di profughi sempre in cammino. I temi affrontati nell’assise: rapporti con i sacerdoti e i laici, Curia romana, pensionamento, consigli diocesani e pastorali, immigrazione.

È stato l’unico vescovo italiano di nomina pontificia. Monsignor Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo di Lecce, racconta in questa intervista il Sinodo dei vescovi "sui vescovi".

  • Qual è la figura di vescovo che è emersa dopo un intero mese di discussioni?

«La figura è senza dubbio quella di un vescovo magister fidae e doctor veritatis. La missione del vescovo non è solo quella di essere custode della fede, ma anche di trasmettere la fede. L’idea di un vescovo conservatore, non dinamico nella trasmissione della fede, è rimasta fuori dall’aula sinodale».

Monsignor Ruppi con dei profughi iracheni nel centro di accoglienza a Santa Foca (Lecce).
Monsignor Ruppi con dei profughi iracheni
nel centro di accoglienza a Santa Foca (Lecce - foto Giuliani)).

  • Cosa vuol dire "vescovo conservatore"?

«Uomo attaccato solo alla tradizione. È emersa invece la figura di un vescovo fedele alla tradizione scritta e orale, custode geloso e integro della fede, ma responsabile nel trasmetterla con mezzi e linguaggi nuovi. Altrimenti nessuno oggi lo capisce più. Si è insistito molto sull’inculturazione della fede nelle liturgie e nelle lingue locali. Questo è compito del vescovo. Un altro aspetto significativo è quello della missione ai lontani: il vescovo non deve occuparsi solo della sua diocesi, ma facendo parte del collegio apostolico e condividendo con il Papa la responsabilità dell’unità della Chiesa, ha la grande responsabilità di guardare anche alle Chiese più lontane. Insomma deve pensare come far arrivare il Vangelo a tutti».

  • Non è facile tuttavia far capire che il mondo e la Chiesa sono un po’ più larghi di come normalmente li si intende. A volte si è di fronte a diocesi chiuse in sé stesse...

«È vero, ma non è mai stato facile avere come stella polare l’intera ecumene cattolica. Forse oggi è più facile di ieri per via dei mass-media, che portano in casa il mondo. Certo io posso confermare che la maggior parte dei preti e degli operatori pastorali guarda quasi esclusivamente alla propria diocesi. Il Sinodo ha invitato a pensare di più a tutta la Chiesa e a tutto il mondo».

  • Cioè oggi le Chiese locali procedono troppo da sole?

«Direi che lo sforzo a cui siamo chiamati dopo il Sinodo è inserire le diocesi nel mondo. Insomma farsi carico dei problemi che riguardano tutti i popoli e non solo dei problemi che riguardano un territorio. Dobbiamo aprire le Chiese locali, istituire ponti. Al Sinodo si è parlato dei gemellaggi non solo in ordine all’aiuto materiale, ma anche spirituale, culturale pastorale. Cosa io posso dare a te? E tu cosa puoi dare a me? Queste domande un vescovo se le deve sempre porre, perché significa aumentare lo spirito, direi quasi il tasso, di cattolicità della Chiesa».

Cormac Murphy-O’Connor, presidente dei vescovi inglesi.
Cormac Murphy-O’Connor, presidente dei vescovi inglesi (foto AP).

  • Perché avete anche parlato di immigrati? Cosa c’entrano con la figura del vescovo?

«Perché il problema dell’immigrazione è una delle grandi sfide che la Chiesa deve affrontare. Quando ci troviamo di fronte a una popolazione di oltre 150 milioni di persone continuamente in cammino, penso ai rifugiati, è chiaro che un vescovo non può predicare senza tenerne conto, non può organizzare una diocesi facendo finta di nulla. Non si deve occupare solo del recinto della propria diocesi, ma di quelli che sono fuori, che cercano una Chiesa di riferimento, dei luoghi di accoglienza. Bisogna rispondere a una domanda nuova: come diventare Chiese di riferimento per molti che hanno culture diverse dalle nostre?».

  • I vescovi sono preparati oppure il fatto che molti hanno studiato solo diritto canonico li mette un po’ in difficoltà?

«Per la verità questo adesso non accade più. La maggior parte dei vescovi viene dalla pastorale. Una volta la laurea in diritto canonico era la via naturale per accedere all’episcopato. Oggi una larghissima percentuale viene da studi e dalla pratica pastorale. Il vescovo è più preparato anche di fronte alle nuove sfide».

  • Quindi non vi sono stati accenni al problema di vescovi gestori più che maestri di pastorale?

«Non si è mai parlato degli itinerari con cui si arriva all’episcopato e nemmeno del cammino di preparazione di un vescovo, se non in qualche intervento marginale. Ciò che è emerso è che il vescovo deve essere non solo un dirigente e un maestro, ma anche padre, fratello e pastore. E non può essere un buon pastore se non conosce direttamente non solo le persone ma anche gli ambienti dove vivono gli uomini e le donne della propria diocesi».

  • Cosa si è detto a proposito della pensione a 75 anni?

«Contrariamente a quanto pensavo prima del Sinodo questo tema non è diventato uno dei più importanti. Se ne è parlato, questo sì. Ma non è stato oggetto di attenzione prolungata, né di richiesta di conclusione. In sostanza non è stato chiesto al Papa di pronunciarsi».

  • Nel senso che i 75 anni vanno bene?

«Sono un fatto ampiamente assorbito dalla comunità episcopale mondiale. Anzi qualcuno ha chiesto di anticipare, perché ci sono delle situazioni nel mondo, in Africa ad esempio, dove la vita è molto più logorante e a 75 anni si arriva con fatica».

  • I tempi di permanenza in diocesi sono stati oggetto di discussione?

«No. Ma, avendo sottolineato il ruolo del vescovo come padre e pastore, indirettamente si è detto che il servizio pastorale in una diocesi deve avere una congrua stabilità, in modo da evitare che i rapporti interpersonali siano segnati da fragilità e da debolezza».

Karl Lehmann a capo dei presuli tedeschi.
Karl Lehmann a capo dei presuli tedeschi (foto AP).

  1. La collaborazione tra vescovi e conferenze episcopali come è stata giudicata?

«Il tema è ricorso più volte, anzi è stato uno dei fili rossi del Sinodo. Si è detto che il rapporto tra istituzioni e tra diocesi è importante per l’efficacia del ministero del vescovo, oltre naturalmente all’azione della grazia di Dio e all’azione dello Spirito Santo. Una buona azione pastorale dipende quindi anche dal tipo di relazioni che il vescovo intesse con gli altri vescovi. L’insistenza si è avuta sulle persone e non tanto sulle istituzioni».

  • Le conferenze episcopali hanno richiesto più potere rispetto alla Curia romana?

«Si è discusso sul tema dei rapporti con la Curia romana. Si è chiesto maggior potere riguardo alla traduzione dei testi liturgici. Vi sono molti Paesi, soprattutto in Africa, dove si parlano molte lingue e dialetti, che difficilmente possono essere conosciuti a Roma e quindi si è chiesto di dare maggior fiducia alle traduzioni proposte dalle singole conferenze episcopali. Riguardo alla Curia romana si è sottolineato che essa è un servizio alla Chiesa. Non mi è parso di cogliere elementi di conflittualità. La stessa presenza del Papa a tutti i lavori ha agevolato un clima di rapporto di fiducia. Molti vescovi hanno sottolineato che la forza della Chiesa sta anche nella sua unità con Pietro».

  • È uscito in qualche intervento anche il problema del rapporto tra vescovi e religiosi...

«Sì, se ne è parlato. Qualcuno ha anche chiesto di non fare vescovi gli abati dei conventi. Eppure molti vescovi sono religiosi. Questa non è soltanto una ricchezza, ma spesso è anche una necessità. Io ho sempre visto che i vescovi provenienti dalla vita religiosa sono di solito molto aperti e preparati dal punto di vista pastorale».

  • La questione dei rapporti tra i vescovi e i preti è stato un altro dei problemi?

«Sì e ho notato che tutti ne hanno parlato, segno che è sentito in tutto il mondo. Il Sinodo ha sottolineato con forza il fatto che il vescovo deve seguire personalmente uno per uno tutti i preti della sua diocesi. Non ne deve dimenticare nessuno, deve incoraggiarli, aiutarli nella formazione, nell’aggiornamento e deve avere con ognuno un rapporto di profonda amicizia e di grande fiducia. Il vescovo non è solo padre (lo è perché attraverso il sacramento dell’ordine ha generato i suoi preti), ma è anche fratello essendo prima di tutto prete anche lui e deve essere anche amico, cioè condividere le gioie e anche i dolori dei suoi preti. Molti padri sinodali hanno insistito sul fatto che il successo di un vescovo dipende anche dalla capacità di promuovere il proprio clero non solo sul piano culturale, l’aggiornamento per esempio, ma anche su quello spirituale».

  • Cosa vuol dire in concreto?

«Il vescovo deve essere il primo a camminare nella santità: pregare molto, recitare il rosario, confessarsi puntualmente, avere una vita eucaristica e mariana molto intensa».

Il Sinodo dello scorso ottobre.
Il Sinodo dello scorso ottobre (foto AP).

  • Si è anche parlato dei rapporti con i laici?

«Il vescovo deve riconoscere l’autonomia del laicato, deve dedicarsi alla formazione dei laici e alla loro promozione nella Chiesa. I laici vanno incoraggiati, anche nella collaborazione con il clero».

  • A questo proposito cosa si è detto dei consigli pastorali?

«Intanto si è molto parlato della necessità di valorizzare maggiormente i consigli presbiterali nel governo delle diocesi. Non si è fatta un’analisi del funzionamento dei consigli pastorali, non c’era tempo. Ma io credo che a 35 anni dal concilio Vaticano II sia opportuno interrogarsi sul funzionamento e sul grado di fiducia che essi riscuotono tra il clero, i vescovi e gli stessi laici. Insomma si tratta di sapere qual è la loro effettiva funzione e anche il loro grado di diffusione dentro la Chiesa. Io non ho alcun dubbio che il principio di comunione, di comunicazione e di collaborazione nella vita della Chiesa debba essere sempre più ribadito. Ma credo anche che non basta ribadirne il principio se poi non diventa prassi abituale. E questo avverrà se oltre al vescovo anche i preti e i laici pensano le stesse cose. A volte si critica, ma poi non si partecipa alla formazione di un consiglio o all’esame di un problema, nonostante gli inviti del vescovo».

  • Alla fine del Sinodo quale idea si è fatto sullo stato di salute della Chiesa?

«Ho visto una salute in crescita. Non mancano le sofferenze. Ma ho visto anche una Chiesa profondamente diseguale: ci sono Paesi che hanno davvero pochi preti e pochi mezzi. Non ho visto una Chiesa decrepita nemmeno nella nostra vecchia cara Europa. E ho visto che la situazione pastorale italiana non è poi così brutta. Anzi l’episcopato italiano ha fatto molti passi avanti sul piano pastorale e nella relazione Chiesa-mondo. Questo ce lo riconoscono in tanti e qualcosa anche ci invidiano: per esempio il cammino catechistico che abbiamo fatto in Italia negli ultimi trent’anni, per esempio la libertas ecclesiae e il cammino della carità. Lo stesso progetto culturale che la Chiesa italiana ha inventato lo stanno copiando altri episcopati. Ciò non toglie che occorra alla Chiesa italiana una maggiore missionarietà e un maggior radicamento con i poveri. La Chiesa gioca il suo futuro con i poveri non solo di denaro, ma anche di fede e di speranza».

  • Quanto ha inciso papa Giovanni Paolo II nella figura attuale del vescovo?

«Intanto diciamo che i quattro quinti degli attuali vescovi li ha nominati lui. Io credo che dal Papa i vescovi abbiano imparato lo stile della pazienza, del dialogo e del cammino. E oggi mi pare che questa caratteristica, quella del cammino, sia una delle più importanti».

Alberto Bobbio

Anche gli emeriti hanno fatto sentire la loro voce

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