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Se,
a poche settimane dalla decima assemblea
generale del Sinodo dei vescovi, è prematuro perfino il semplice abbozzo
di bilancio, è possibile, però, comunicare alcune impressioni, che
aiutino in qualche modo a comprenderne il clima e lo spirito. Alcune
espressioni possono, al riguardo, ritenersi emblematiche. La prima è
quella di comunione. La forza della Chiesa è la comunione, è
stato ripetuto a più voci, individuando così una fondazione
ecclesiologica e, più in profondità, trinitaria. Nel corso dell’assemblea
sinodale la comunione è stata davvero affermata, ricercata e vissuta e
questo è un segno consolante della maturazione, nell’animo e nella
consapevolezza di quanti vi partecipavano, dell’ecclesiologia
conciliare. I vescovi, in tale contesto, hanno focalizzato più
esplicitamente quella che è la "loro" comunione, ossia la
"collegialità", rimettendone in luce, con molteplici richiami
al Vaticano II, la base sacramentale. Al tempo stesso hanno affermato la
necessità di affinare ulteriormente e di rendere ancora più efficaci i
metodi di quelle realtà e istituzioni ecclesiastiche che esprimono la
comunione dei vescovi e, al tempo stesso, la servono. Nel corso dei lavori
sinodali è apparsa in libreria una raccolta antologica di discorsi del
cardinal G.B. Montini intitolata Il nostro sacerdozio (Corbo
editore, Ferrara) attentamente curata dal padre L. Sapienza. C’è quest’affermazione:
«La forza della Chiesa cattolica, come sappiamo, sta nella sua unità; e
ogni volta che di questa unità si celebra qualche genuina espressione il
conforto e la speranza sorgono nel cuore della Chiesa» (p. 267).
Leggendola quasi casualmente a metà dei lavori, dal mio punto di
partecipazione e di osservazione l’ho colta provvidenzialmente come una
chiave per entrare nel cuore del tema sinodale.
Il tema della
speranza, infatti, è stato declinato sia nella
dimensione "penultima" (giustizia e pace, ad esempio... certo
sull’effetto dell’11 settembre, ma evidentemente non solo per questo),
sia in quella, ineliminabile e necessaria, escatologica. Durante il Sinodo
è stata pure denunciata la frattura tra Vangelo e cultura ed è stato
richiamato il dovere dell’inculturazione della fede. Il Vangelo,
come il mistero dell’Incarnazione, è per l’uomo. Lo ripeteremo tante
volte in questo mese di dicembre e durante la messa del Natale: per noi
si è fatto uomo. In vista di questo mistero nel cuore di ogni uomo è
fin dal principio seminata una profonda sete di Dio, sicché il Vangelo e
il mondo sono come l’uno per l’altro. Li congiunge il filo esile, ma
tenace, della speranza, fondata su Cristo, morto e risorto per noi. La
virtù della speranza è in grado di sorreggere, sostenere e, in molti
casi, di dare senso e valore alle molte speranze che, annidate nel cuore
dell’uomo, sono segno, benché molto spesso inconsapevole o incompreso,
dell’attesa di Dio. Il vescovo, perciò, dev’essere ministro del
Vangelo per la speranza del mondo. Da qui molte domande: quando si
diventa segni e servitori della speranza? Com’è un ministero di
speranza per tutte le aspirazioni e per tutte le disperazioni dell’uomo...?
Ed ecco che i padri sinodali hanno offerto il volto di un ministero
decentrato, estroverso, missionariamente proteso al servizio della
speranza.
La speranza può
essere annunciata soltanto con speranza, da uomini di speranza. Da qui l’altra
convergenza sinodale, di tratteggiare la figura di un vescovo dalla vita
spirituale sana, solida, equilibrata e profonda; di un vescovo povero,
cioè libero-per, capace d’intercessione, compassionevole e
vicino a ogni persona. Il modello, come ha richiamato il Papa nell’omelia
di conclusione, è il Buon Pastore. L’immagine cristologica ci apre al
mistero del Figlio di Dio che per amore dell’uomo "è disceso dal
cielo" e che per essere davvero vicino a lui si è fatto uomo egli
stesso, scegliendo il segno della povertà di Betlemme.
Quanto detto, ovviamente, non vale soltanto per il
vescovo. Con queste affermazioni, però, l’assemblea sinodale si è come
immessa nell’onda lunga della Novo millennio ineunte, che domanda
a tutti di privilegiare l’essere sul fare e chiede di adoperarsi perché
la santità sia il "programma" dell’azione pastorale e la
Chiesa si mostri sempre più "la casa e la scuola della
comunione".
Anche quest’espressione, ormai nota, è risuonata nell’aula
sinodale e i vescovi l’hanno risentita per sé stessi, per il loro
ministero e per la loro comunione, o collegialità. Il vescovo non è
mai solo, è stato ripetuto, con la volontà di cancellare lo
stereotipo di un vescovo isolato al vertice di una piramide gerarchica e,
per l’altro, la consapevolezza (suscitatrice di volontà) d’essere
come immerso in una comunione intessuta di molteplici relazioni. Non è
per un caso che il "Messaggio" fa ricorso all’immagine del tessitore,
che se vale per il vescovo, vale pure per quei suoi necessari
collaboratori che sono i presbiteri e in particolare i parroci: «Come un
tessitore di unità... saprà discernere e sostenere tutti i carismi nella
loro meravigliosa diversità» (n. 19).
Marcello Semeraro*
*Monsignor Marcello
Semeraro, vescovo di Oria,
è stato segretario speciale al Sinodo dei vescovi.
Cari lettori,
auguri per un santo Natale e un nuovo anno ricco di fecondo apostolato.
Possa l’Emmanuele abitare nei nostri cuori e nelle nostre comunità
perché ovunque nascano iniziative di bene e di pace, a testimonianza che
il regno di Dio è vicino.
la direzione
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