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EDITORIALE

Come tessitori di comunione
nella Chiesa

di MARCELLO SEMERARO
   

   Vita Pastorale n.12 dicembre 2001 - Home Page Se, a poche settimane dalla decima assemblea generale del Sinodo dei vescovi, è prematuro perfino il semplice abbozzo di bilancio, è possibile, però, comunicare alcune impressioni, che aiutino in qualche modo a comprenderne il clima e lo spirito. Alcune espressioni possono, al riguardo, ritenersi emblematiche. La prima è quella di comunione. La forza della Chiesa è la comunione, è stato ripetuto a più voci, individuando così una fondazione ecclesiologica e, più in profondità, trinitaria. Nel corso dell’assemblea sinodale la comunione è stata davvero affermata, ricercata e vissuta e questo è un segno consolante della maturazione, nell’animo e nella consapevolezza di quanti vi partecipavano, dell’ecclesiologia conciliare. I vescovi, in tale contesto, hanno focalizzato più esplicitamente quella che è la "loro" comunione, ossia la "collegialità", rimettendone in luce, con molteplici richiami al Vaticano II, la base sacramentale. Al tempo stesso hanno affermato la necessità di affinare ulteriormente e di rendere ancora più efficaci i metodi di quelle realtà e istituzioni ecclesiastiche che esprimono la comunione dei vescovi e, al tempo stesso, la servono. Nel corso dei lavori sinodali è apparsa in libreria una raccolta antologica di discorsi del cardinal G.B. Montini intitolata Il nostro sacerdozio (Corbo editore, Ferrara) attentamente curata dal padre L. Sapienza. C’è quest’affermazione: «La forza della Chiesa cattolica, come sappiamo, sta nella sua unità; e ogni volta che di questa unità si celebra qualche genuina espressione il conforto e la speranza sorgono nel cuore della Chiesa» (p. 267). Leggendola quasi casualmente a metà dei lavori, dal mio punto di partecipazione e di osservazione l’ho colta provvidenzialmente come una chiave per entrare nel cuore del tema sinodale.

Il tema della speranza, infatti, è stato declinato sia nella dimensione "penultima" (giustizia e pace, ad esempio... certo sull’effetto dell’11 settembre, ma evidentemente non solo per questo), sia in quella, ineliminabile e necessaria, escatologica. Durante il Sinodo è stata pure denunciata la frattura tra Vangelo e cultura ed è stato richiamato il dovere dell’inculturazione della fede. Il Vangelo, come il mistero dell’Incarnazione, è per l’uomo. Lo ripeteremo tante volte in questo mese di dicembre e durante la messa del Natale: per noi si è fatto uomo. In vista di questo mistero nel cuore di ogni uomo è fin dal principio seminata una profonda sete di Dio, sicché il Vangelo e il mondo sono come l’uno per l’altro. Li congiunge il filo esile, ma tenace, della speranza, fondata su Cristo, morto e risorto per noi. La virtù della speranza è in grado di sorreggere, sostenere e, in molti casi, di dare senso e valore alle molte speranze che, annidate nel cuore dell’uomo, sono segno, benché molto spesso inconsapevole o incompreso, dell’attesa di Dio. Il vescovo, perciò, dev’essere ministro del Vangelo per la speranza del mondo. Da qui molte domande: quando si diventa segni e servitori della speranza? Com’è un ministero di speranza per tutte le aspirazioni e per tutte le disperazioni dell’uomo...? Ed ecco che i padri sinodali hanno offerto il volto di un ministero decentrato, estroverso, missionariamente proteso al servizio della speranza.

La speranza può essere annunciata soltanto con speranza, da uomini di speranza. Da qui l’altra convergenza sinodale, di tratteggiare la figura di un vescovo dalla vita spirituale sana, solida, equilibrata e profonda; di un vescovo povero, cioè libero-per, capace d’intercessione, compassionevole e vicino a ogni persona. Il modello, come ha richiamato il Papa nell’omelia di conclusione, è il Buon Pastore. L’immagine cristologica ci apre al mistero del Figlio di Dio che per amore dell’uomo "è disceso dal cielo" e che per essere davvero vicino a lui si è fatto uomo egli stesso, scegliendo il segno della povertà di Betlemme.

Quanto detto, ovviamente, non vale soltanto per il vescovo. Con queste affermazioni, però, l’assemblea sinodale si è come immessa nell’onda lunga della Novo millennio ineunte, che domanda a tutti di privilegiare l’essere sul fare e chiede di adoperarsi perché la santità sia il "programma" dell’azione pastorale e la Chiesa si mostri sempre più "la casa e la scuola della comunione".

Anche quest’espressione, ormai nota, è risuonata nell’aula sinodale e i vescovi l’hanno risentita per sé stessi, per il loro ministero e per la loro comunione, o collegialità. Il vescovo non è mai solo, è stato ripetuto, con la volontà di cancellare lo stereotipo di un vescovo isolato al vertice di una piramide gerarchica e, per l’altro, la consapevolezza (suscitatrice di volontà) d’essere come immerso in una comunione intessuta di molteplici relazioni. Non è per un caso che il "Messaggio" fa ricorso all’immagine del tessitore, che se vale per il vescovo, vale pure per quei suoi necessari collaboratori che sono i presbiteri e in particolare i parroci: «Come un tessitore di unità... saprà discernere e sostenere tutti i carismi nella loro meravigliosa diversità» (n. 19).

Marcello Semeraro*
*Monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Oria,
è stato segretario speciale al Sinodo dei vescovi.

    

Cari lettori,
auguri per un santo Natale e un nuovo anno ricco di fecondo apostolato. Possa l’Emmanuele abitare nei nostri cuori e nelle nostre comunità perché ovunque nascano iniziative di bene e di pace, a testimonianza che il regno di Dio è vicino.

la direzione

 

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