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Processione di cardinali in San Pietro,
in occasione del Giubileo della curia romana. In alto: i cardinali Hume e
Martini. Nella pagina del titolo: Gesù e gli apostoli in barca (Min. di
De Predis).
La missione, oltre a esigere una
revisione dei nostri atteggiamenti, soprattutto di certo stile impositivo
e di eccessiva sicurezza, mette a nudo i limiti, per non dire a volte i
fariseismi, delle nostre strutture e delle nostre tradizioni. Abbiamo
assistito durante l’anno giubilare a una serie di celebrazioni
impressionanti a Roma. Roma ancora una volta centro della cristianità,
dove primeggiava la figura del Papa, incarnazione di un potere
ecclesiastico monarchico e assoluto, cui vanno riconosciute tutte le
migliori intenzioni, potere corretto dalla fragilità fisica e sofferente
del "grande padre" anziano e dalla forza profetica della sua
parola.

(foto Lores Riva).
Abbiamo assistito, oltre che a incontri e gesti di
intensa spiritualità, alla festa delle masse, ai fuochi d’artificio, ai
colori delle vesti liturgiche, agli abiti dei prelati. Abbiamo ancora
davanti agli occhi la lunga schiera scarlatta dei nuovi cardinali. Di
nuovo dinanzi ai nostri occhi si è snodata la magnificenza di una Chiesa
potente, degna dei fasti degli antichi tempi, poco povera e dei poveri
(questi sono rimasti nei loro Paesi, lontani dall’abbraccio del
colonnato del Bernini), ancora lontana dalla provocatoria affermazione del
card. Etchegaray: «Solo una Chiesa povera può diventare una Chiesa
missionaria». L’elenco dei pellegrini, in una programmazione senza
precedenti, ha visto gente di ogni tipo, di ogni categoria, perfino i
politici, perfino i militari. Non abbiamo mai avuto prima, visivamente,
come in quelle occasioni la rappresentazione della potente
mondializzazione della Chiesa nella sua centralizzazione romana.
Ma per guardare al futuro e alla sua missione occorre
che la Chiesa come un tutto, persone e istituzioni, percorra cammini nuovi
facendo tesoro di antiche proposte che le vengono dalla storia, accettando
la sfida e le critiche che il mondo attuale le presenta e che la missione
continuamente mette a nudo. Una Chiesa evangelica, in missione nel mondo,
deve andare contro corrente. Sia pure incarnata nella realtà, deve dire
alla cultura della magniloquenza e del potere che sempre la tenta e la
investe, che lei si impegna sempre a seguire solo il Maestro e il suo
Vangelo, e come lui non si lascia vincere dalle tentazioni del potere,
della forza, del denaro e dell’efficienza. Per essere fedele alla
missione, la Chiesa per prima cosa deve sentire l’esigenza di svestirsi
di ogni forma politica. La dimenticanza del «Date a Cesare quel che è di
Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21), sostituita dalla teoria
medievale, difesa ormai fuori tempo da papa Bonifacio VIII, delle due
spade, il potere spirituale e il potere temporale, consegnate da Cristo a
Pietro, ha segnato la storia medievale fino alle alleanze tra la croce e
la spada delle conquiste, fino al pesante periodo della questione romana.
Permane ancor oggi la convinzione che, per poter essere
libera, la Chiesa (leggasi: Papa) doveva e deve avere uno Stato, che la
renda autonoma, con un suo esercito (anche se oggi più formale che
reale), un potere politico (anche se non più direttamente gestito dalla
persona del Papa). Sono però passati i tempi della tensione tra lo Stato
della Chiesa e i vari re o imperatori, anche se qualcuno oggi vorrebbe
risuscitare la politica ecclesiastica di altri tempi. È passato il tempo
della difficile obbedienza da parte dei cattolici liberali divisi tra
fedeltà alla patria e all’ideale dell’unità e fedeltà al Papa, come
successore di Pietro e non come capo di Stato. È passato il travaglio
interiore (e non solo) di chi credeva nella possibilità di una Chiesa
libera in una Italia unita, come il vescovo Bonomelli con il suo libretto Roma,
l’Italia e la realtà delle cose collocato all’indice, per aver
difeso una situazione e aver sostenuto che una Chiesa senza lo Stato
Pontificio sarebbe stata molto più libera nell’esercitare il suo
ministero. La Chiesa ha perso il suo Stato ridotto a un piccolo
territorio, la Città del Vaticano, e a conti fatti la cosa si è rivelata
una grazia.
Ma la Chiesa non ha risolto alla radice il problema.
Come può la Chiesa di Gesù Cristo essere uno Stato tra gli altri? Come
può il successore di Pietro essere capo di Stato? Come può il Papa
siglare con i vari Paesi dei concordati tra pari e inviare rappresentanti
diplomatici? Occorre dare risposte a queste domande, non solo per la forte
ripresa nell’approfondimento delle fonti teologiche e storiche e nella
sottolineatura fatta dallo stesso Papa del bisogno di chiedere perdono dei
peccati del passato, ma anche per il fatto che la Chiesa cattolica si
trova tra altre Chiese (e altre religioni) e se vuole entrare in dialogo
deve mettersi alla pari, dal punto di vista giuridico e dal punto di vista
della sua realtà religiosa.
Non nego che il processo storico di una Chiesa così
strutturata abbia avuto e ancora abbia una serie di risultati validi. La
possibilità dei nunzi e dei rappresentanti vaticani nei consessi
internazionali e nazionali di assumere la difesa dei deboli, i diritti dei
popoli, la libertà religiosa, di promulgare la pace e la giustizia. Il
Vaticano e le nunziature hanno accolto fuorusciti, esiliati, fuggiaschi,
perseguitati dalle varie dittature. Ma è avvenuto anche il contrario,
dove, per posizioni ideologiche o diplomatiche, la Chiesa, nei suoi
rappresentanti ufficiali, si è resa colpevole di giochi politici e
alleanze che hanno determinato la morte di popoli interi e avallato l’ingiustizia
di guerre e di repressioni. Se la Chiesa vuol essere missionaria,
testimone del Cristo, deve avere il coraggio di svestirsi di un peso che
la storia dell’Occidente le ha consegnato. Una Chiesa senza potere
politico non perderà la possibilità di accogliere e salvare
perseguitati, anzi diventerà più vera, più capace e meritevole perché
debole e inerme come loro e ne accompagnerà la sorte.
La scelta del Papa, nell’assumere
il suo vero ruolo di vescovo di Roma, di abbandonare il suo ufficio di
sovrano di uno Stato indipendente, produrrà come conseguenza una
rivoluzione nella relazione tra la Chiesa di Roma e le altre Chiese. Non
potranno più i nunzi essere rappresentanti diplomatici di uno Stato e di
un monarca e, nello stesso tempo, inviati del successore di Pietro,
fratello tra i fratelli vescovi. Le nomine dei vescovi dovranno
coinvolgere le Chiese locali e le comunità non solo nella preghiera, ma
nella valutazione dei candidati e nelle scelte concrete. Quanto tempo è
stato necessario per togliere la condanna alle tesi esposte da Rosmini nel
suo libro Delle cinque piaghe della santa Chiesa, una delle quali
era la prassi romana nella nomina dei vescovi! Non si tratterebbe della
tentazione, ventilata da qualcuno, di introdurre i criteri di democrazia
nella Chiesa, quanto piuttosto di esprimere la collegialità e la
comunione nella quale agisce lo Spirito. Se critichiamo la pesantezza e la
disumanità dei mega poteri che decidono le sorti del mondo (quanta
subdola superba violenza è patente in queste riunioni dei G8!), come non
desiderare che la Chiesa non percorra la stessa strada? Forse che le
scelte avvenute nell’antichità, come quella da parte del popolo di
Milano per Ambrogio o di Poitiers per Ilario, hanno ferito il concetto di
gerarchia e si sono sostituite all’azione dello Spirito? La
partecipazione della comunità locale nella scelta dei suoi pastori può
essere considerata una malattia di eccessiva democrazia che svuota l’azione
dello Spirito Santo o una maggior partecipazione all’azione dello
Spirito in una Chiesa tutta popolo di Dio, tutta sacerdotale? Come non
vedere nella centralizzazione giuridica romana, ereditata dalla storia, il
permanere di una mentalità di corte, la tentazione di accaparrarsi i
primi posti, l’invito alla carriera, all’arrivismo?
Nella nuova missione Roma non è più l’ombelico del
mondo. La centralizzazione romana, soprattutto della curia, ha un estremo
bisogno di essere rivista. Non solo è teologicamente scorretto che il
rapporto tra i vescovi e il vescovo di Roma sia gestito da una struttura
intermedia che spesso, anche se lo nega, considera i vescovi come dei
dipendenti, dei rappresentanti del Papa da tenere a bada e da correggere;
ma anche è umanamente impossibile che Roma sia capace di dare una
risposta a tutti i problemi e le realtà presenti nei vari continenti. La
nuova missione esige che si ritorni allo stile sinodale che fu delle prime
Chiese. Roma era riconosciuta come la Chiesa che presiede alla carità (cf.
Ignazio d’Antiochia, Ad Romanos 1) cui deve ricorrere e convenire
ogni Chiesa per la sua importanza perché in lei sussiste la successione
apostolica, fonte di fedeltà e di virtù (cf. Ireneo di Lione, Adversus
haereses, III,3,2), che è chiamata a dirimere le cause sui tempi
della data della Pasqua, sul problema dei lapsi, sempre nello stile
della relazione tra Chiesa e Chiesa, tra gruppi di Chiese riunite attorno
al loro metropolita, ma anche capace di accettare i pareri che
contestavano posizioni troppo drastiche, come il caso di Ireneo di Lione
che chiede a papa Vittore meno durezza verso i vescovi dell’Asia Minore
circa la data della Pasqua.

Processione di cardinali in San
Pietro, in occasione del Giubileo
della curia romana
(foto G. Giuliani).
I sinodi iniziati con Paolo VI, che
potevano assolvere a questa esigenza di partecipazione, purtroppo sono
stati svuotati della loro capacità di analizzare sul posto le sfide e le
soluzioni di ogni continente. Si sono ridotti a uno scambio di posizioni e
a proposte che, collocate nelle mani del Papa, hanno avuto come risultato
documenti che spesso hanno perso la forza dei contenuti e la novità
profetica di alcune decisioni. La proposta dei cardinali Suenens, Queen,
Hume, Danneels, Lorscheider, Murphy O’Connor e Martini, per ricordarne
solo alcuni, di ridurre il peso della curia romana, di dare maggior valore
alle conferenze episcopali e alle Chiese locali, proposta che è la logica
conseguenza della collegialità sottolineata dal concilio Vaticano II ed
è propria di una Chiesa missionaria ed evangelica, ha avuto come risposta
la lettera apostolica Apostolos suos (1998), che, pur sottolineando
il valore collegiale, tarpa le ali alla conferenza episcopale, riducendola
a spazio di confronto e di dibattito ma non di decisioni, perché ogni
vescovo è assolutamente e teologicamente unica autorità nella sua
Chiesa. Come capire secoli di storia dove le decisioni, anche le più
importanti, erano prese in sinodi e incontri di vescovi, suffragate dalla
maggioranza, ma non dalla totalità dei presenti e dove nessun legato
romano era presente per renderle ufficiali? Roma deve tornare a essere
centro di unità nella fede, ma non centro giuridico di direzione e
decisione. Il rapporto del Papa, vescovo di Roma, con i vescovi e con gli
episcopati deve precedere la curia, che deve tornare a essere struttura di
servizio e di relazioni. Le conferenze episcopali devono assumere un peso
più importante in ordine alle scelte pastorali e alle risposte da dare
alle sfide del territorio.
La forma del collegio cardinalizio,
l’episcopato donato come ringraziamento per un servizio prestato e non
come ministero pastorale verso una comunità concreta, titoli,
onorificenze, vesti e pompa non sono forse risultati di una storia che si
è molto spesso allontanata dal discorso evangelico? La paura di una
diaspora delle Chiese su linee di condotta e atteggiamenti che non siano
in accordo con il deposito della fede e le norme morali, se può rivelare
la legittima preoccupazione di mantenere il mandato e l’unità, non
denota anche, spesso, una grave mancanza di fede nell’azione dello
Spirito Santo? Qual è il ruolo del Papa in una Chiesa "comunione di
Chiese"? Non è in gioco la figura del Papa come segno di unità ma
il come il suo ruolo è gestito e realizzato.
Lo stesso Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Ut
unum sint (1995) chiede che sia discusso il modo in cui il Papa
esercita il suo ruolo di primate: «Sono convinto di avere a questo
riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel costatare l’aspirazione
ecumenica della maggior parte delle comunità cristiane e ascoltando la
domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato
che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua
missione, si apra a una situazione nuova» (n. 95). E, ripetendo le parole
dette nell’omelia nella basilica vaticana alla presenza del patriarca
Demetrio I, arcivescovo di Costantinopoli, chiede che «lo Spirito Santo
ci doni la sua luce e illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre
Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle
quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto
dagli uni e dagli altri» (UUS, n. 95). Il tema della revisione delle
strutture, alla luce della missione e della diversità nella Chiesa, è
diventato molto attuale. Basti ricordare il dibattito del seminario
realizzato dalla direzione della rivista Ad gentes e tenutosi a
Pesaro nel 1999; il dibattito sulla Dominus Jesus; il testo di
Zanotelli e Balduino: L’era Wojtyla pubblicato dalla Meridiana
(2000); e una serie di riflessioni su giornali e riviste. Ed è ritornato
nelle riflessioni dell’ultimo concistoro straordinario.
Ma tutto rimarrebbe semplicemente
a livello di dibattito ecclesiale o, peggio, ecclesiastico se l’esigenza
di purificazione evangelica nelle strutture e nella vita della Chiesa non
diventasse già operativa a livello locale. Vale la pena allora cominciare
dalla base, nella ricerca di una semplicità e sobrietà evangelica e di
uno spirito di comunione che contagerà la Chiesa a tutti i livelli.
Iniziamo a mettere in pratica il superamento delle onorificenze come
proposto dal vescovo brasiliano dom Helder Câmara. Via gli anelli e le
croci d’oro, via i paludamenti e titoli, via lo spirito di corte, via l’imposizione
degli uni sugli altri a partire da una pagana visione del potere. Via una
gestione economica e patrimoniale che non ha nulla da invidiare alla
mentalità capitalista dell’accumulazione. Via i condizionamenti di un’eredità
storica che ha spesso ridotto la Chiesa "società perfetta" a
una corte, un’impresa, una società di classi, una proprietaria di beni
e di potere politico ed economico.
Sarà missionaria la Chiesa del terzo millennio se avrà
il coraggio di prendere il largo, come suggerisce il Papa nella Novo
millennio ineunte, lasciando la zavorra perché la navigazione della
barca del Maestro possa attraversare i mari, superare tempeste e
accogliere i derelitti del mondo.
Mario Aldighieri
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