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Chiesa in missione

Il coraggio di svestirsi d’un peso:
il potere politico

di MARIO ALDIGHIERI
      

   Vita Pastorale n.10 ottobre 2001 - Home Page

Processione di cardinali in San Pietro, in occasione del Giubileo della curia romana. In alto: i cardinali Hume e Martini. Nella pagina del titolo: Gesù e gli apostoli in barca (Min. di De Predis).

La missione, oltre a esigere una revisione dei nostri atteggiamenti, soprattutto di certo stile impositivo e di eccessiva sicurezza, mette a nudo i limiti, per non dire a volte i fariseismi, delle nostre strutture e delle nostre tradizioni. Abbiamo assistito durante l’anno giubilare a una serie di celebrazioni impressionanti a Roma. Roma ancora una volta centro della cristianità, dove primeggiava la figura del Papa, incarnazione di un potere ecclesiastico monarchico e assoluto, cui vanno riconosciute tutte le migliori intenzioni, potere corretto dalla fragilità fisica e sofferente del "grande padre" anziano e dalla forza profetica della sua parola.

(foto Lores Riva).
(foto Lores Riva).

Abbiamo assistito, oltre che a incontri e gesti di intensa spiritualità, alla festa delle masse, ai fuochi d’artificio, ai colori delle vesti liturgiche, agli abiti dei prelati. Abbiamo ancora davanti agli occhi la lunga schiera scarlatta dei nuovi cardinali. Di nuovo dinanzi ai nostri occhi si è snodata la magnificenza di una Chiesa potente, degna dei fasti degli antichi tempi, poco povera e dei poveri (questi sono rimasti nei loro Paesi, lontani dall’abbraccio del colonnato del Bernini), ancora lontana dalla provocatoria affermazione del card. Etchegaray: «Solo una Chiesa povera può diventare una Chiesa missionaria». L’elenco dei pellegrini, in una programmazione senza precedenti, ha visto gente di ogni tipo, di ogni categoria, perfino i politici, perfino i militari. Non abbiamo mai avuto prima, visivamente, come in quelle occasioni la rappresentazione della potente mondializzazione della Chiesa nella sua centralizzazione romana.

Ma per guardare al futuro e alla sua missione occorre che la Chiesa come un tutto, persone e istituzioni, percorra cammini nuovi facendo tesoro di antiche proposte che le vengono dalla storia, accettando la sfida e le critiche che il mondo attuale le presenta e che la missione continuamente mette a nudo. Una Chiesa evangelica, in missione nel mondo, deve andare contro corrente. Sia pure incarnata nella realtà, deve dire alla cultura della magniloquenza e del potere che sempre la tenta e la investe, che lei si impegna sempre a seguire solo il Maestro e il suo Vangelo, e come lui non si lascia vincere dalle tentazioni del potere, della forza, del denaro e dell’efficienza. Per essere fedele alla missione, la Chiesa per prima cosa deve sentire l’esigenza di svestirsi di ogni forma politica. La dimenticanza del «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21), sostituita dalla teoria medievale, difesa ormai fuori tempo da papa Bonifacio VIII, delle due spade, il potere spirituale e il potere temporale, consegnate da Cristo a Pietro, ha segnato la storia medievale fino alle alleanze tra la croce e la spada delle conquiste, fino al pesante periodo della questione romana.

Permane ancor oggi la convinzione che, per poter essere libera, la Chiesa (leggasi: Papa) doveva e deve avere uno Stato, che la renda autonoma, con un suo esercito (anche se oggi più formale che reale), un potere politico (anche se non più direttamente gestito dalla persona del Papa). Sono però passati i tempi della tensione tra lo Stato della Chiesa e i vari re o imperatori, anche se qualcuno oggi vorrebbe risuscitare la politica ecclesiastica di altri tempi. È passato il tempo della difficile obbedienza da parte dei cattolici liberali divisi tra fedeltà alla patria e all’ideale dell’unità e fedeltà al Papa, come successore di Pietro e non come capo di Stato. È passato il travaglio interiore (e non solo) di chi credeva nella possibilità di una Chiesa libera in una Italia unita, come il vescovo Bonomelli con il suo libretto Roma, l’Italia e la realtà delle cose collocato all’indice, per aver difeso una situazione e aver sostenuto che una Chiesa senza lo Stato Pontificio sarebbe stata molto più libera nell’esercitare il suo ministero. La Chiesa ha perso il suo Stato ridotto a un piccolo territorio, la Città del Vaticano, e a conti fatti la cosa si è rivelata una grazia.

Ma la Chiesa non ha risolto alla radice il problema. Come può la Chiesa di Gesù Cristo essere uno Stato tra gli altri? Come può il successore di Pietro essere capo di Stato? Come può il Papa siglare con i vari Paesi dei concordati tra pari e inviare rappresentanti diplomatici? Occorre dare risposte a queste domande, non solo per la forte ripresa nell’approfondimento delle fonti teologiche e storiche e nella sottolineatura fatta dallo stesso Papa del bisogno di chiedere perdono dei peccati del passato, ma anche per il fatto che la Chiesa cattolica si trova tra altre Chiese (e altre religioni) e se vuole entrare in dialogo deve mettersi alla pari, dal punto di vista giuridico e dal punto di vista della sua realtà religiosa.

Non nego che il processo storico di una Chiesa così strutturata abbia avuto e ancora abbia una serie di risultati validi. La possibilità dei nunzi e dei rappresentanti vaticani nei consessi internazionali e nazionali di assumere la difesa dei deboli, i diritti dei popoli, la libertà religiosa, di promulgare la pace e la giustizia. Il Vaticano e le nunziature hanno accolto fuorusciti, esiliati, fuggiaschi, perseguitati dalle varie dittature. Ma è avvenuto anche il contrario, dove, per posizioni ideologiche o diplomatiche, la Chiesa, nei suoi rappresentanti ufficiali, si è resa colpevole di giochi politici e alleanze che hanno determinato la morte di popoli interi e avallato l’ingiustizia di guerre e di repressioni. Se la Chiesa vuol essere missionaria, testimone del Cristo, deve avere il coraggio di svestirsi di un peso che la storia dell’Occidente le ha consegnato. Una Chiesa senza potere politico non perderà la possibilità di accogliere e salvare perseguitati, anzi diventerà più vera, più capace e meritevole perché debole e inerme come loro e ne accompagnerà la sorte.

La scelta del Papa, nell’assumere il suo vero ruolo di vescovo di Roma, di abbandonare il suo ufficio di sovrano di uno Stato indipendente, produrrà come conseguenza una rivoluzione nella relazione tra la Chiesa di Roma e le altre Chiese. Non potranno più i nunzi essere rappresentanti diplomatici di uno Stato e di un monarca e, nello stesso tempo, inviati del successore di Pietro, fratello tra i fratelli vescovi. Le nomine dei vescovi dovranno coinvolgere le Chiese locali e le comunità non solo nella preghiera, ma nella valutazione dei candidati e nelle scelte concrete. Quanto tempo è stato necessario per togliere la condanna alle tesi esposte da Rosmini nel suo libro Delle cinque piaghe della santa Chiesa, una delle quali era la prassi romana nella nomina dei vescovi! Non si tratterebbe della tentazione, ventilata da qualcuno, di introdurre i criteri di democrazia nella Chiesa, quanto piuttosto di esprimere la collegialità e la comunione nella quale agisce lo Spirito. Se critichiamo la pesantezza e la disumanità dei mega poteri che decidono le sorti del mondo (quanta subdola superba violenza è patente in queste riunioni dei G8!), come non desiderare che la Chiesa non percorra la stessa strada? Forse che le scelte avvenute nell’antichità, come quella da parte del popolo di Milano per Ambrogio o di Poitiers per Ilario, hanno ferito il concetto di gerarchia e si sono sostituite all’azione dello Spirito? La partecipazione della comunità locale nella scelta dei suoi pastori può essere considerata una malattia di eccessiva democrazia che svuota l’azione dello Spirito Santo o una maggior partecipazione all’azione dello Spirito in una Chiesa tutta popolo di Dio, tutta sacerdotale? Come non vedere nella centralizzazione giuridica romana, ereditata dalla storia, il permanere di una mentalità di corte, la tentazione di accaparrarsi i primi posti, l’invito alla carriera, all’arrivismo?

Nella nuova missione Roma non è più l’ombelico del mondo. La centralizzazione romana, soprattutto della curia, ha un estremo bisogno di essere rivista. Non solo è teologicamente scorretto che il rapporto tra i vescovi e il vescovo di Roma sia gestito da una struttura intermedia che spesso, anche se lo nega, considera i vescovi come dei dipendenti, dei rappresentanti del Papa da tenere a bada e da correggere; ma anche è umanamente impossibile che Roma sia capace di dare una risposta a tutti i problemi e le realtà presenti nei vari continenti. La nuova missione esige che si ritorni allo stile sinodale che fu delle prime Chiese. Roma era riconosciuta come la Chiesa che presiede alla carità (cf. Ignazio d’Antiochia, Ad Romanos 1) cui deve ricorrere e convenire ogni Chiesa per la sua importanza perché in lei sussiste la successione apostolica, fonte di fedeltà e di virtù (cf. Ireneo di Lione, Adversus haereses, III,3,2), che è chiamata a dirimere le cause sui tempi della data della Pasqua, sul problema dei lapsi, sempre nello stile della relazione tra Chiesa e Chiesa, tra gruppi di Chiese riunite attorno al loro metropolita, ma anche capace di accettare i pareri che contestavano posizioni troppo drastiche, come il caso di Ireneo di Lione che chiede a papa Vittore meno durezza verso i vescovi dell’Asia Minore circa la data della Pasqua.

Processione di cardinali in San Pietro, in occasione del Giubileo della curia romana.
Processione di cardinali in San Pietro, in occasione del Giubileo
della curia romana
(foto G. Giuliani). 

I sinodi iniziati con Paolo VI, che potevano assolvere a questa esigenza di partecipazione, purtroppo sono stati svuotati della loro capacità di analizzare sul posto le sfide e le soluzioni di ogni continente. Si sono ridotti a uno scambio di posizioni e a proposte che, collocate nelle mani del Papa, hanno avuto come risultato documenti che spesso hanno perso la forza dei contenuti e la novità profetica di alcune decisioni. La proposta dei cardinali Suenens, Queen, Hume, Danneels, Lorscheider, Murphy O’Connor e Martini, per ricordarne solo alcuni, di ridurre il peso della curia romana, di dare maggior valore alle conferenze episcopali e alle Chiese locali, proposta che è la logica conseguenza della collegialità sottolineata dal concilio Vaticano II ed è propria di una Chiesa missionaria ed evangelica, ha avuto come risposta la lettera apostolica Apostolos suos (1998), che, pur sottolineando il valore collegiale, tarpa le ali alla conferenza episcopale, riducendola a spazio di confronto e di dibattito ma non di decisioni, perché ogni vescovo è assolutamente e teologicamente unica autorità nella sua Chiesa. Come capire secoli di storia dove le decisioni, anche le più importanti, erano prese in sinodi e incontri di vescovi, suffragate dalla maggioranza, ma non dalla totalità dei presenti e dove nessun legato romano era presente per renderle ufficiali? Roma deve tornare a essere centro di unità nella fede, ma non centro giuridico di direzione e decisione. Il rapporto del Papa, vescovo di Roma, con i vescovi e con gli episcopati deve precedere la curia, che deve tornare a essere struttura di servizio e di relazioni. Le conferenze episcopali devono assumere un peso più importante in ordine alle scelte pastorali e alle risposte da dare alle sfide del territorio.

La forma del collegio cardinalizio, l’episcopato donato come ringraziamento per un servizio prestato e non come ministero pastorale verso una comunità concreta, titoli, onorificenze, vesti e pompa non sono forse risultati di una storia che si è molto spesso allontanata dal discorso evangelico? La paura di una diaspora delle Chiese su linee di condotta e atteggiamenti che non siano in accordo con il deposito della fede e le norme morali, se può rivelare la legittima preoccupazione di mantenere il mandato e l’unità, non denota anche, spesso, una grave mancanza di fede nell’azione dello Spirito Santo? Qual è il ruolo del Papa in una Chiesa "comunione di Chiese"? Non è in gioco la figura del Papa come segno di unità ma il come il suo ruolo è gestito e realizzato.

Lo stesso Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Ut unum sint (1995) chiede che sia discusso il modo in cui il Papa esercita il suo ruolo di primate: «Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel costatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova» (n. 95). E, ripetendo le parole dette nell’omelia nella basilica vaticana alla presenza del patriarca Demetrio I, arcivescovo di Costantinopoli, chiede che «lo Spirito Santo ci doni la sua luce e illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri» (UUS, n. 95). Il tema della revisione delle strutture, alla luce della missione e della diversità nella Chiesa, è diventato molto attuale. Basti ricordare il dibattito del seminario realizzato dalla direzione della rivista Ad gentes e tenutosi a Pesaro nel 1999; il dibattito sulla Dominus Jesus; il testo di Zanotelli e Balduino: L’era Wojtyla pubblicato dalla Meridiana (2000); e una serie di riflessioni su giornali e riviste. Ed è ritornato nelle riflessioni dell’ultimo concistoro straordinario.

Ma tutto rimarrebbe semplicemente a livello di dibattito ecclesiale o, peggio, ecclesiastico se l’esigenza di purificazione evangelica nelle strutture e nella vita della Chiesa non diventasse già operativa a livello locale. Vale la pena allora cominciare dalla base, nella ricerca di una semplicità e sobrietà evangelica e di uno spirito di comunione che contagerà la Chiesa a tutti i livelli. Iniziamo a mettere in pratica il superamento delle onorificenze come proposto dal vescovo brasiliano dom Helder Câmara. Via gli anelli e le croci d’oro, via i paludamenti e titoli, via lo spirito di corte, via l’imposizione degli uni sugli altri a partire da una pagana visione del potere. Via una gestione economica e patrimoniale che non ha nulla da invidiare alla mentalità capitalista dell’accumulazione. Via i condizionamenti di un’eredità storica che ha spesso ridotto la Chiesa "società perfetta" a una corte, un’impresa, una società di classi, una proprietaria di beni e di potere politico ed economico.

Sarà missionaria la Chiesa del terzo millennio se avrà il coraggio di prendere il largo, come suggerisce il Papa nella Novo millennio ineunte, lasciando la zavorra perché la navigazione della barca del Maestro possa attraversare i mari, superare tempeste e accogliere i derelitti del mondo.

Mario Aldighieri

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