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A ROMA LA DECIMA ASSEMBLEA GENERALE

Qui si fa il vescovo del nuovo millennio

di NEREO VENTURINI
      

   Vita Pastorale n.10 ottobre 2001 - Home Page

Dal 30 settembre al 27 ottobre si celebra il sinodo sul tema "ll vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo". Già nell’ultimo concistoro erano state avanzate richieste per chiarire il ruolo del capo della Chiesa locale, soprattutto in rapporto alla collegialità e al primato petrino, argomenti importanti anche a livello ecumenico.

Era stato programmato come conclusivo dell’anno santo, ma si è dovuto ripiegare al 2001 per ovvi motivi di tempo: troppa carne al fuoco cioè troppe iniziative e molto importanti erano state conglobate nell’ultimo periodo del Giubileo. E questo anche se nel 1998 già erano state avviate le procedure: i lineamenta ossia le prime tracce del sinodo erano state inviate ai vescovi di tutte le conferenze episcopali, consultati con apposito questionario per ottenerne suggerimenti e indicazioni idonei a preparare l’instrumentum laboris, cioè la piattaforma utile per gli interventi dei padri sinodali.

Concluso solennemente il Giubileo il 6 gennaio 2001, si è potuto provvedere al documento base del sinodo, equivalente a un ordine del giorno. L’instrumentum, distribuito ai vescovi il 5 giugno 2001, risulta di 130 pagine, in cinque capitoli e 149 paragrafi, e reca il titolo Il vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo. Il sinodo conta circa 300 membri, 240 con diritto di voto (solo consultivo!), su oltre 4.000 vescovi cattolici. Il Papa stesso presiede i lavori, assistito da tre presidenti delegati: il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi, Bernard Agré e Ivan Dias, arcivescovi rispettivamente di Abidjan e Bombay, rappresentanti di tre continenti, Europa, Africa, Asia, mentre l’America è rappresentata dal cardinale Edward Egan, arcivescovo di New York, che funge da relatore generale.

Nell’epoca che stiamo vivendo, così incisivamente segnata dall’ecumenismo, nessuna comunità cristiana dovrebbe assumere un comportamento o prendere un’iniziativa o decisione in contrasto con il movimento ecumenico, tanto più se è relativo ad argomento di forte rilievo, come la concezione ecclesiologica dell’essenza e della missione episcopale, specialmente se sorretta dalla Chiesa cattolica, massimo organismo cristiano. All’assemblea sinodale partecipano osservatori delle comunità cristiane non cattoliche giustamente invitati dal pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, retto dal cardinale Kasper. L’invito rientra nell’ecumenismo della carità, che porta alla condivisione degli elementi promotori della causa dell’unità dei seguaci di Cristo.

Ora, di fronte alla realtà e missione episcopale i cristiani vagano in ordine sparso. Alcune comunità cristiane non possiedono affatto il ministero ordinato, come appunto sono le assemblee congregazionaliste. Altre, come quelle protestanti, non ammettono il sacramento dell’ordine (possiedono il pastorato che non è presbiterato) e tanto meno la sua pienezza che è l’episcopato. I loro vescovi, così si chiamano i responsabili di territori diocesani, secondo la dottrina luterana adempiono funzioni amministrative, pastorali, ma non rientrano nel sacramento dell’ordine. Gli anglicani, in posizione intermedia tra evangelici e ortodossi, nonostante tutto, hanno conservato la struttura ecclesiale del ministero ordinato (diaconato, presbiterato, episcopato).

Vescovi in San Pietro al sinodo sull’Europa del 1999.
Vescovi in San Pietro al sinodo sull’Europa del 1999.
Quest’anno saranno 300, in rappresentanza
degli oltre 4.000 vescovi cattolici
(foto G. Giuliani).

Quanto alle ordinazioni episcopali anglicane, non riconosciute valide nel 1896 dalla bolla Apostolicae curae di Leone XIII, attualmente esiste un’incredibile confusione, poiché a presuli anglicani che cadono sotto le caratteristiche leoniane si giustappongono altri, veri vescovi, che si sono fatti consacrare da metropoliti ortodossi o vecchi cattolici, e quindi possiedono la successione apostolica. Ma questo problema, per quanto importante, è teologicamente superabile. Più preoccupante, agli occhi degli stessi anglicani, si rivela la costatazione storica: man mano che si protraeva il tempo del distacco della Chiesa d’Inghilterra da Roma, essa da inizialmente scismatica si faceva sempre più protestantizzante e il patrimonio cattolico di cui essa godeva al momento della scissione s’è andato sempre più logorando e diminuendo.

Caso tipico l’ammissione delle donne al presbiterato ed episcopato che oggi esiste nell’anglicanesimo e spacca addirittura anche la Chiesa madre anglicana. I più pensosi degli anglicani sono giunti a provare nostalgia dell’episcopato cattolico e perfino del magistero pontificio e del primato papale. Possiamo immaginare con quanta attenzione (se non passione) essi guardano al sinodo della Chiesa cattolica universale che riflette sulla figura del vescovo e sulla sua essenza e missione. Gli osservatori ortodossi, presenti al sinodo di ottobre, dalla loro ortodossia possono riversare ricchezza di dottrina ed esperienza episcopale utile anche alla Chiesa cattolica.

Potremmo indicare, come esempio, il decentramento di strutture nel governo ecclesiastico, che potrebbe ammorbidire la concentrazione curiale romana, e rinvigorire la funzione sinodale nell’affrontare i problemi che la società moderna pone ai responsabili delle varie comunità cristiane. Parliamo di ispirazione ortodossa, non di semplice traslazione d’una struttura dall’ortodossia al cattolicesimo. Ma è certo che la pachidermica struttura curiale romana non possiede né la snellezza, né l’agilità di risposta ai problemi della società moderna, desiderio espresso da più parti, per esempio dal cardinale Martini, arcivescovo di Milano. Forse nella Chiesa cattolica si richiede inventiva e creatività che vadano al di là d’un concilio o di un sinodo.

La riflessione teologica dei vari settori ecclesiali si è andata sviluppando, specialmente dietro l’impulso del concilio Vaticano II. Ma bisogna risalire al Vaticano I per averne una visione completa. Le note vicende italiane del 1870 con l’occupazione di Roma hanno creato una scissione teologica tra i due concili che si è richiusa nel 1965. La riflessione ecclesiologica nel Vaticano I s’è arrestata alla figura del Papa, maturandone i due dogmi dell’infallibilità pontificia e del primato petrino senza, però, esaurirne gli aspetti. Così, ad esempio, non sono stati indicati i modi di esercizio del primato papale per servire la Chiesa universale. Tutti gli altri settori ecclesiali hanno dovuto attendere l’ultimo concilio per conseguire la loro piena maturità.

Ovviamente nel Vaticano II sono confluiti i contributi degli studi compiuti nel frattempo. Così il Vaticano II ha potuto interessarsi al laicato e ha prodotto il decreto Apostolicam actuositatem. Ha considerato il settore ecclesiale delle persone consacrate, e per il mondo degli ordini e congregazioni religiose ha emanato il decreto Perfectae caritatis. Il settore ecclesiale dei presbiteri gode di due decreti Optatam totius per la formazione sacerdotale e Presbyterorum ordinis per i preti formati. Sembra strano ma il Concilio non si è interessato all’episcopato inteso sia in modo concreto, cioè come l’insieme del corpo episcopale, sia in modo teorico, cioè approfondendo lo studio dell’essenza e della missione del vescovo e del suo rapporto con gli altri vescovi e con il vescovo di Roma.

Sono seguite al Concilio solo alcune norme di applicazione per le loro facoltà indicate nella Pastorale munus e nella De episcopalibus muneribus. Al sinodo dei vescovi di freschissima istituzione è dedicato il motu proprio Apostolica sollicitudo per la costituzione appunto dell’organismo sinodale (15 settembre 1965), che rispondesse alla «necessità di ricorrere sempre più all’aiuto dei vescovi per il bene della Chiesa universale». A distanza di 36 anni dalla fine del Vaticano II riteniamo manchi ancora una vera trattazione della figura del vescovo, che completerebbe il quadro ecclesiale: laicato, mondo consacrato, presbiterato, episcopato, papato.

Il sinodo è avvenimento che s’inserisce in altri eventi importanti che l’hanno preceduto significativamente e non possono essere ignorati. Ci riferiamo ai viaggi papali in Grecia e Ucraina e specialmente al concistoro cardinalizio di maggio, dove si è parlato chiaramente e incisivamente della realtà sinodale. Il viaggio di Giovanni Paolo II in Grecia ha portato conseguenze ecumeniche nei rapporti interecclesiali; il mondo ortodosso greco ora può vedere il vescovo di Roma, patriarca d’Occidente e primate della Chiesa cattolica, con occhi del tutto diversi. È frutto della parresia paolina sia da parte di Christodoulos, arcivescovo di Atene e primate della Chiesa autocefala greca, sia da parte di Giovanni Paolo II.

Il Papa del perdono e della riconciliazione ha accolto tutte le richieste ortodosse, che da mille anni gravavano sulle relazioni intercristiane tra Roma e il mondo greco-costantinopolitano. Christodoulos non poteva essere più chiaro e schietto, fino a mostrarsi ruvidamente franco. Le manifestazioni antipapali già programmate non hanno avuto luogo. È stato superato anche l’ostacolo che non consentiva una preghiera comune per una motivazione nient’affatto ecumenica; infine, s’è potuto concludere almeno con il Padre nostro recitato insieme dai due primati. Lo smilzo paragrafo 131 che l’instrumentum laboris dedica al dialogo ecumenico è ben poca cosa se lo si confronta con l’apertura di Giovanni Paolo II.

Già nell’instrumentum laboris del sinodo si delinea un profilo nuovo di vescovo.
Già nell’instrumentum laboris del sinodo
si delinea un profilo nuovo di vescovo
(foto G. Giuliani).

Il sinodo, che dovrebbe pensare l’ecumenismo «come compito prioritario del nuovo millennio per la speranza del mondo», sembra guardare al passato più che all’avvenire e temere «i gesti ambigui e affrettati che danneggiano con l’impazienza il vero ecumenismo» piuttosto che adeguarsi all’azione coraggiosa del Papa. L’ecumenismo, a livello episcopale, con il mondo ortodosso greco si giustappone a quello con il complicatissimo mondo ecclesiale ucraino, avvicinato da Giovanni Paolo II, dal 23 al 27 giugno scorso. Il mondo uniate è parte della Chiesa cattolica e il suo episcopato può contribuire perché il sinodo non si chiuda, anzi si spalanchi all’azione dello Spirito nella Chiesa.

L’ortodossia, con il complesso delle sue Chiese, con le sue strutture episcopali, sinodali e collegiali, può fornire ispirazioni utili per il governo della Chiesa cattolica. A questo punto è più che naturale l’aggancio evidentissimo al concistoro cardinalizio celebrato dal 21 al 23 maggio scorso, perché proprio sul sinodo non poche critiche e piuttosto consistenti ha raccolto dai 155 porporati che vi hanno partecipato. Fortissimo è emerso il bisogno di innovazione. Tanto che ci si potrebbe chiedere: questo sinodo dei vescovi sarà forse l’ultimo "vecchia maniera"? Non pochi cardinali in concistoro si sono espressi a favore della collegialità dei vescovi, per provvedere in modo più rapido, più snello e agile all’urgenza dei problemi posti alla Chiesa dalla società nella quale viviamo.

Al tema del rapporto tra Papa e vescovi guardano con interesse sia l’opinione pubblica sia l’intero mondo cristiano; in esso s’è centrato il complesso degli interventi cardinalizi. Del resto

è lo stesso Papa ad affermare che il collegio episcopale è fondamentale. La collegialità certamente sarà una delle grandi sfide nel terzo millennio. Essa è presente nell’ortodossia, priva d’un vero primato pontificio come quello romano, e può ispirare qualche suggerimento al sinodo, pur essendo un concetto analogo a quello che dovrebbe essere inteso cattolicamente. Per noi la collegialità comprende sempre il Papa e anche quando insegna da solo per esigenza di tempestività o per qualche difficoltà in cui si possono trovare i vescovi, egli ha sempre con sé la pars melior, se non la pars maior dell’episcopato. La collegialità non è mai in contrapposizione al Papa e non si esplica con metodo contrario alla responsabilità "personale" dei singoli vescovi. L’instrumentum laboris cita due sole volte la collegialità nel capitolo consacrato alla dimensione collegiale del ministero episcopale: «I vescovi vivono la loro comunione con gli altri pastori nell’esercizio della collegialità episcopale» (n. 71); e adopera l’espressione latina affectus collegialis (n. 73). Preferisce insistere sul concetto di "comunione".

Il concistoro cardinalizio, invece, parla della collegialità ripetutamente e favorevolmente; mentre numerose critiche ha riversato sul funzionamento del sinodo. Ma non sembra che ci sia consonanza nella concezione della "collegialità". Il cardinale Danneels, arcivescovo di Bruxelles, sottolinea che non esiste ancora lo strumento adatto a realizzare un governo della Chiesa equilibrato tra le quattro componenti ecclesiastiche governative quali sono il Papa con la curia romana, le conferenze episcopali, il sinodo dei vescovi, il concistoro dei cardinali. Il loro rapporto non ci sembra del tutto chiaro, né biblicamente e teologicamente approfondito. Sarebbe opportuna, secondo noi, una netta distinzione tra ecclesialità ed ecclesiasticità, come criterio fondamentale per una riflessione teologica.

Il sinodo dei vescovi possiede l’ecclesialità fondata fin dalle origini del cristianesimo sul sacramento dell’ordine, di cui è l’espressione piena. Il cardinale Jan Schotte, segretario generale del sinodo, ha affermato che «la collegialità episcopale in senso stretto si realizza unicamente nel concilio, in quanto è la riunione di tutti i vescovi del mondo chiamati a prendere decisioni per tutta la Chiesa in quanto corpo episcopale». Il sinodo, invece, è una forma della collegialità episcopale che però non può svolgere le funzioni di un concilio, «perché riunisce un piccolo gruppo di vescovi, che possono proporre delle idee, ma non possono prendere decisioni a nome della maggioranza che non è presente». Si provvede così al bene della Chiesa?

Il concilio, che in media si riunisce una volta ogni secolo (finora 21 concili ecumenici in 2000 anni di cristianesimo) e talora anche più raramente – dalla fine del concilio di Trento (1563) all’apertura del successivo Vaticano I (1869) sono trascorsi 306 anni – , non pare proprio che sia lo strumento adatto al governo di una Chiesa attuale che si trova a dover correre con la velocità del nostro tempo. Strumento adeguato può essere il concistoro dei cardinali, ritenuto il senato della Chiesa? Sorto all’inizio del secondo millennio, questo organismo è ecclesiastico, ma non ecclesiale, perché non ha fondamento biblico teologico, non è necessariamente fondato sulla pienezza del sacramento dell’ordine (lo dimostra la storia dell’istituto; e anche oggi esistono cardinali che non sono stati consacrati vescovi, poiché esso è stato istituito come onorificenza e con funzione elettorale).

Proprio perché è istituto ecclesiastico, non appartenente quindi all’essenza della Chiesa, e non ecclesiale, potrebbe benissimo scomparire; la sua funzione conclavistica potrebbe essere assunta dai vescovi e il ruolo elettorale del Papa, oggi di pertinenza cardinalizia, potrebbe essere ricoperto meglio dai presidenti delle conferenze episcopali: il Papa, vescovo di Roma, sarebbe eletto più ecclesialmente che ecclesiasticamente. Certo per il governo della Chiesa il concistoro sarebbe strumento più snello e agile che non il sinodo dei vescovi riconosciuto come una delle espressioni della collegialità episcopale. Sul sinodo nel recente concistoro si sono concentrate molte critiche cardinalizie: specialmente il suo funzionamento avrebbe bisogno di una messa a punto, perché oggi non permette una vera cultura del dibattito nel collegio episcopale attorno a Pietro.

Il prossimo sinodo potrebbe offrire l’occasione per modificare certe regole più disponibili a un più largo dibattito? Se non altro, varie questioni sollevate dal concistoro sono riprese dal sinodo, specialmente i rapporti fra centro e periferia, cioè tra il Papa e i vescovi. E, di importanza ecumenica, è stato chiesto che si dia seguito al paragrafo 93 dell’enciclica Ut unum sint dove il Papa dice di essere disponibile alla revisione dell’esercizio del suo indiscutibile primato. Comunque, non si può pensare alla collegialità episcopale come se la Chiesa dovesse avere per ideale la democrazia, perché essa è un dono che dobbiamo rispettare nelle sue caratteristiche volute dal suo fondatore Gesù Cristo e, perciò, proponibili alle varie comunità cristiane.

Quale profilo di vescovo propone l’instrumentum laboris e quale sarà quello che uscirà dal sinodo ottobrino con le sue propositiones consegnate al Papa, perché da esse egli ne tragga il meglio da inserire nella sua esortazione postsinodale? Partendo dal documento base, che ne tratta abbondantemente nel secondo capitolo "mistero, ministero e cammino spirituale del vescovo", il sinodo consacra parte della sua riflessione alla spiritualità del ministero dei vescovi. Questa prioritaria riflessione richiesta dai vescovi stessi può coprire a largo raggio orizzonti anche non cattolici. Potremmo estrarre dal documento preparatorio al sinodo qualche tratto fisionomico della nuova figura di vescovo che risponda ai bisogni della Chiesa nel terzo millennio.

L’evoluzione della nostra società induce a ripensare in modo concretamente nuovo anche il vescovo, il suo servizio, la sua missione. Ci sembra definitivamente tramontato il carattere dignitario, signorile, elitario o addirittura nobiliare e perfino principesco del vescovo, poiché sapeva di trionfalistico e profano. Egli dovrebbe essere il padre del suo popolo di credenti e popolo di Dio. Il carattere di paternità è sottolineato dalla storia ecclesiale d’Oriente. San Gregorio Nazianzeno, all’epoca del secondo concilio ecumenico, era responsabile della Chiesa costantinopolitana, e una volta ritirato a Nazianzo in Cappadocia, provava acuta nostalgia della sua "Anastasia" o comunità cristiana di Costantinopoli.

Un secondo tratto fisionomico della figura del vescovo emerge netto dal documento preparatorio: quello di essere un liturgo più che un amministratore implicato in affari temporali. Questo aspetto piace molto all’Oriente, anche non cattolico, noto per le sue lunghe e bellissime liturgie. È un richiamo alla spiritualità, alla priorità di Dio, alla santificazione del proprio ministero.

Terzo difficilissimo carattere del vescovo per il terzo millennio è l’equilibrio delle responsabilità: quella diretta sulla propria diocesi e quella di corresponsabilità in solido di tutta la Chiesa. Da un lato si vorrebbe l’episcopo stabile nella diocesi che gli viene affidata, dall’altro lo si vuole inserito nella collegialità: due aspetti non contradditori, ma certo almeno in parte contrastanti.

Nereo Venturini

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