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Dal 30 settembre al 27
ottobre si celebra il sinodo sul tema "ll vescovo servitore del
Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo". Già nell’ultimo
concistoro erano state avanzate richieste per chiarire il ruolo del capo
della Chiesa locale, soprattutto in rapporto alla collegialità e al
primato petrino, argomenti importanti anche a livello ecumenico.
Era stato
programmato come conclusivo dell’anno santo,
ma si è dovuto ripiegare al 2001 per ovvi motivi di tempo: troppa carne
al fuoco cioè troppe iniziative e molto importanti erano state conglobate
nell’ultimo periodo del Giubileo. E questo anche se nel 1998 già erano
state avviate le procedure: i lineamenta ossia le prime tracce del
sinodo erano state inviate ai vescovi di tutte le conferenze episcopali,
consultati con apposito questionario per ottenerne suggerimenti e
indicazioni idonei a preparare l’instrumentum laboris, cioè la
piattaforma utile per gli interventi dei padri sinodali.
Concluso solennemente il Giubileo il 6 gennaio 2001, si
è potuto provvedere al documento base del sinodo, equivalente a un ordine
del giorno. L’instrumentum, distribuito ai vescovi il 5 giugno
2001, risulta di 130 pagine, in cinque capitoli e 149 paragrafi, e reca il
titolo Il vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza
del mondo. Il sinodo conta circa 300 membri, 240 con diritto di voto
(solo consultivo!), su oltre 4.000 vescovi cattolici. Il Papa stesso
presiede i lavori, assistito da tre presidenti delegati: il cardinale
Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi, Bernard
Agré e Ivan Dias, arcivescovi rispettivamente di Abidjan e Bombay,
rappresentanti di tre continenti, Europa, Africa, Asia, mentre l’America
è rappresentata dal cardinale Edward Egan, arcivescovo di New York, che
funge da relatore generale.
Nell’epoca che
stiamo vivendo, così incisivamente segnata dall’ecumenismo,
nessuna comunità cristiana dovrebbe assumere un comportamento o prendere
un’iniziativa o decisione in contrasto con il movimento ecumenico, tanto
più se è relativo ad argomento di forte rilievo, come la concezione
ecclesiologica dell’essenza e della missione episcopale, specialmente se
sorretta dalla Chiesa cattolica, massimo organismo cristiano. All’assemblea
sinodale partecipano osservatori delle comunità cristiane non cattoliche
giustamente invitati dal pontificio consiglio per la promozione dell’unità
dei cristiani, retto dal cardinale Kasper. L’invito rientra nell’ecumenismo
della carità, che porta alla condivisione degli elementi promotori della
causa dell’unità dei seguaci di Cristo.
Ora, di fronte alla realtà e missione episcopale i
cristiani vagano in ordine sparso. Alcune comunità cristiane non
possiedono affatto il ministero ordinato, come appunto sono le assemblee
congregazionaliste. Altre, come quelle protestanti, non ammettono il
sacramento dell’ordine (possiedono il pastorato che non è presbiterato)
e tanto meno la sua pienezza che è l’episcopato. I loro vescovi, così
si chiamano i responsabili di territori diocesani, secondo la dottrina
luterana adempiono funzioni amministrative, pastorali, ma non rientrano
nel sacramento dell’ordine. Gli anglicani, in posizione intermedia tra
evangelici e ortodossi, nonostante tutto, hanno conservato la struttura
ecclesiale del ministero ordinato (diaconato, presbiterato, episcopato).

Vescovi in San Pietro al sinodo sull’Europa del 1999.
Quest’anno saranno 300, in rappresentanza
degli oltre 4.000 vescovi cattolici
(foto G. Giuliani).
Quanto alle ordinazioni episcopali anglicane, non
riconosciute valide nel 1896 dalla bolla Apostolicae curae di Leone
XIII, attualmente esiste un’incredibile confusione, poiché a presuli
anglicani che cadono sotto le caratteristiche leoniane si giustappongono
altri, veri vescovi, che si sono fatti consacrare da metropoliti ortodossi
o vecchi cattolici, e quindi possiedono la successione apostolica. Ma
questo problema, per quanto importante, è teologicamente superabile. Più
preoccupante, agli occhi degli stessi anglicani, si rivela la costatazione
storica: man mano che si protraeva il tempo del distacco della Chiesa d’Inghilterra
da Roma, essa da inizialmente scismatica si faceva sempre più
protestantizzante e il patrimonio cattolico di cui essa godeva al momento
della scissione s’è andato sempre più logorando e diminuendo.
Caso tipico l’ammissione delle donne al presbiterato
ed episcopato che oggi esiste nell’anglicanesimo e spacca addirittura
anche la Chiesa madre anglicana. I più pensosi degli anglicani sono
giunti a provare nostalgia dell’episcopato cattolico e perfino del
magistero pontificio e del primato papale. Possiamo immaginare con quanta
attenzione (se non passione) essi guardano al sinodo della Chiesa
cattolica universale che riflette sulla figura del vescovo e sulla sua
essenza e missione. Gli osservatori ortodossi, presenti al sinodo di
ottobre, dalla loro ortodossia possono riversare ricchezza di dottrina ed
esperienza episcopale utile anche alla Chiesa cattolica.
Potremmo indicare, come esempio, il decentramento di
strutture nel governo ecclesiastico, che potrebbe ammorbidire la
concentrazione curiale romana, e rinvigorire la funzione sinodale nell’affrontare
i problemi che la società moderna pone ai responsabili delle varie
comunità cristiane. Parliamo di ispirazione ortodossa, non di semplice
traslazione d’una struttura dall’ortodossia al cattolicesimo. Ma è
certo che la pachidermica struttura curiale romana non possiede né la
snellezza, né l’agilità di risposta ai problemi della società
moderna, desiderio espresso da più parti, per esempio dal cardinale
Martini, arcivescovo di Milano. Forse nella Chiesa cattolica si richiede
inventiva e creatività che vadano al di là d’un concilio o di un
sinodo.
La riflessione
teologica dei vari settori ecclesiali si è
andata sviluppando, specialmente dietro l’impulso del concilio Vaticano
II. Ma bisogna risalire al Vaticano I per averne una visione completa. Le
note vicende italiane del 1870 con l’occupazione di Roma hanno creato
una scissione teologica tra i due concili che si è richiusa nel 1965. La
riflessione ecclesiologica nel Vaticano I s’è arrestata alla figura del
Papa, maturandone i due dogmi dell’infallibilità pontificia e del
primato petrino senza, però, esaurirne gli aspetti. Così, ad esempio,
non sono stati indicati i modi di esercizio del primato papale per servire
la Chiesa universale. Tutti gli altri settori ecclesiali hanno dovuto
attendere l’ultimo concilio per conseguire la loro piena maturità.
Ovviamente nel Vaticano II sono confluiti i contributi
degli studi compiuti nel frattempo. Così il Vaticano II ha potuto
interessarsi al laicato e ha prodotto il decreto Apostolicam
actuositatem. Ha considerato il settore ecclesiale delle persone
consacrate, e per il mondo degli ordini e congregazioni religiose ha
emanato il decreto Perfectae caritatis. Il settore ecclesiale dei
presbiteri gode di due decreti Optatam totius per la formazione
sacerdotale e Presbyterorum ordinis per i preti formati. Sembra
strano ma il Concilio non si è interessato all’episcopato inteso sia in
modo concreto, cioè come l’insieme del corpo episcopale, sia in modo
teorico, cioè approfondendo lo studio dell’essenza e della missione del
vescovo e del suo rapporto con gli altri vescovi e con il vescovo di Roma.
Sono seguite al Concilio solo alcune norme di
applicazione per le loro facoltà indicate nella Pastorale munus e
nella De episcopalibus muneribus. Al sinodo dei vescovi di
freschissima istituzione è dedicato il motu proprio Apostolica
sollicitudo per la costituzione appunto dell’organismo sinodale (15
settembre 1965), che rispondesse alla «necessità di ricorrere sempre
più all’aiuto dei vescovi per il bene della Chiesa universale». A
distanza di 36 anni dalla fine del Vaticano II riteniamo manchi ancora una
vera trattazione della figura del vescovo, che completerebbe il quadro
ecclesiale: laicato, mondo consacrato, presbiterato, episcopato, papato.
Il sinodo è
avvenimento che s’inserisce in altri eventi importanti che l’hanno
preceduto significativamente e non possono essere ignorati. Ci riferiamo
ai viaggi papali in Grecia e Ucraina e specialmente al concistoro
cardinalizio di maggio, dove si è parlato chiaramente e incisivamente
della realtà sinodale. Il viaggio di Giovanni Paolo II in Grecia ha
portato conseguenze ecumeniche nei rapporti interecclesiali; il mondo
ortodosso greco ora può vedere il vescovo di Roma, patriarca d’Occidente
e primate della Chiesa cattolica, con occhi del tutto diversi. È frutto
della parresia paolina sia da parte di Christodoulos, arcivescovo
di Atene e primate della Chiesa autocefala greca, sia da parte di Giovanni
Paolo II.
Il Papa del perdono e della riconciliazione ha accolto
tutte le richieste ortodosse, che da mille anni gravavano sulle relazioni
intercristiane tra Roma e il mondo greco-costantinopolitano. Christodoulos
non poteva essere più chiaro e schietto, fino a mostrarsi ruvidamente
franco. Le manifestazioni antipapali già programmate non hanno avuto
luogo. È stato superato anche l’ostacolo che non consentiva una
preghiera comune per una motivazione nient’affatto ecumenica; infine, s’è
potuto concludere almeno con il Padre nostro recitato insieme dai
due primati. Lo smilzo paragrafo 131 che l’instrumentum laboris dedica
al dialogo ecumenico è ben poca cosa se lo si confronta con l’apertura
di Giovanni Paolo II.

Già nell’instrumentum laboris
del sinodo
si delinea un profilo nuovo di vescovo
(foto G. Giuliani).
Il sinodo, che dovrebbe pensare l’ecumenismo «come
compito prioritario del nuovo millennio per la speranza del mondo»,
sembra guardare al passato più che all’avvenire e temere «i gesti
ambigui e affrettati che danneggiano con l’impazienza il vero ecumenismo»
piuttosto che adeguarsi all’azione coraggiosa del Papa. L’ecumenismo,
a livello episcopale, con il mondo ortodosso greco si giustappone a quello
con il complicatissimo mondo ecclesiale ucraino, avvicinato da Giovanni
Paolo II, dal 23 al 27 giugno scorso. Il mondo uniate è parte della
Chiesa cattolica e il suo episcopato può contribuire perché il sinodo
non si chiuda, anzi si spalanchi all’azione dello Spirito nella Chiesa.
L’ortodossia, con il complesso delle sue Chiese, con
le sue strutture episcopali, sinodali e collegiali, può fornire
ispirazioni utili per il governo della Chiesa cattolica. A questo punto è
più che naturale l’aggancio evidentissimo al concistoro cardinalizio
celebrato dal 21 al 23 maggio scorso, perché proprio sul sinodo non poche
critiche e piuttosto consistenti ha raccolto dai 155 porporati che vi
hanno partecipato. Fortissimo è emerso il bisogno di innovazione. Tanto
che ci si potrebbe chiedere: questo sinodo dei vescovi sarà forse l’ultimo
"vecchia maniera"? Non pochi cardinali in concistoro si sono
espressi a favore della collegialità dei vescovi, per provvedere in modo
più rapido, più snello e agile all’urgenza dei problemi posti alla
Chiesa dalla società nella quale viviamo.
Al tema del
rapporto tra Papa e vescovi guardano con
interesse sia l’opinione pubblica sia l’intero mondo cristiano; in
esso s’è centrato il complesso degli interventi cardinalizi. Del resto
è lo stesso Papa ad affermare che il collegio
episcopale è fondamentale. La collegialità certamente sarà una delle
grandi sfide nel terzo millennio. Essa è presente nell’ortodossia,
priva d’un vero primato pontificio come quello romano, e può ispirare
qualche suggerimento al sinodo, pur essendo un concetto analogo a quello
che dovrebbe essere inteso cattolicamente. Per noi la collegialità
comprende sempre il Papa e anche quando insegna da solo per esigenza di
tempestività o per qualche difficoltà in cui si possono trovare i
vescovi, egli ha sempre con sé la pars melior, se non la pars
maior dell’episcopato. La collegialità non è mai in
contrapposizione al Papa e non si esplica con metodo contrario alla
responsabilità "personale" dei singoli vescovi. L’instrumentum
laboris cita due sole volte la collegialità nel capitolo consacrato
alla dimensione collegiale del ministero episcopale: «I vescovi vivono la
loro comunione con gli altri pastori nell’esercizio della collegialità
episcopale» (n. 71); e adopera l’espressione latina affectus
collegialis (n. 73). Preferisce insistere sul concetto di
"comunione".
Il concistoro cardinalizio, invece, parla della
collegialità ripetutamente e favorevolmente; mentre numerose critiche ha
riversato sul funzionamento del sinodo. Ma non sembra che ci sia
consonanza nella concezione della "collegialità". Il cardinale
Danneels, arcivescovo di Bruxelles, sottolinea che non esiste ancora lo
strumento adatto a realizzare un governo della Chiesa equilibrato tra le
quattro componenti ecclesiastiche governative quali sono il Papa con la
curia romana, le conferenze episcopali, il sinodo dei vescovi, il
concistoro dei cardinali. Il loro rapporto non ci sembra del tutto chiaro,
né biblicamente e teologicamente approfondito. Sarebbe opportuna, secondo
noi, una netta distinzione tra ecclesialità ed ecclesiasticità, come
criterio fondamentale per una riflessione teologica.
Il sinodo dei vescovi possiede l’ecclesialità fondata
fin dalle origini del cristianesimo sul sacramento dell’ordine, di cui
è l’espressione piena. Il cardinale Jan Schotte, segretario generale
del sinodo, ha affermato che «la collegialità episcopale in senso
stretto si realizza unicamente nel concilio, in quanto è la riunione di
tutti i vescovi del mondo chiamati a prendere decisioni per tutta la
Chiesa in quanto corpo episcopale». Il sinodo, invece, è una forma della
collegialità episcopale che però non può svolgere le funzioni di un
concilio, «perché riunisce un piccolo gruppo di vescovi, che possono
proporre delle idee, ma non possono prendere decisioni a nome della
maggioranza che non è presente». Si provvede così al bene della Chiesa?
Il concilio, che
in media si riunisce una volta ogni secolo
(finora 21 concili ecumenici in 2000 anni di cristianesimo) e talora anche
più raramente – dalla fine del concilio di Trento (1563) all’apertura
del successivo Vaticano I (1869) sono trascorsi 306 anni – , non pare
proprio che sia lo strumento adatto al governo di una Chiesa attuale che
si trova a dover correre con la velocità del nostro tempo. Strumento
adeguato può essere il concistoro dei cardinali, ritenuto il senato della
Chiesa? Sorto all’inizio del secondo millennio, questo organismo è
ecclesiastico, ma non ecclesiale, perché non ha fondamento biblico
teologico, non è necessariamente fondato sulla pienezza del sacramento
dell’ordine (lo dimostra la storia dell’istituto; e anche oggi
esistono cardinali che non sono stati consacrati vescovi, poiché esso è
stato istituito come onorificenza e con funzione elettorale).
Proprio perché è istituto ecclesiastico, non
appartenente quindi all’essenza della Chiesa, e non ecclesiale, potrebbe
benissimo scomparire; la sua funzione conclavistica potrebbe essere
assunta dai vescovi e il ruolo elettorale del Papa, oggi di pertinenza
cardinalizia, potrebbe essere ricoperto meglio dai presidenti delle
conferenze episcopali: il Papa, vescovo di Roma, sarebbe eletto più
ecclesialmente che ecclesiasticamente. Certo per il governo della Chiesa
il concistoro sarebbe strumento più snello e agile che non il sinodo dei
vescovi riconosciuto come una delle espressioni della collegialità
episcopale. Sul sinodo nel recente concistoro si sono concentrate molte
critiche cardinalizie: specialmente il suo funzionamento avrebbe bisogno
di una messa a punto, perché oggi non permette una vera cultura del
dibattito nel collegio episcopale attorno a Pietro.
Il prossimo sinodo
potrebbe offrire l’occasione per modificare
certe regole più disponibili a un più largo dibattito? Se non altro,
varie questioni sollevate dal concistoro sono riprese dal sinodo,
specialmente i rapporti fra centro e periferia, cioè tra il Papa e i
vescovi. E, di importanza ecumenica, è stato chiesto che si dia seguito
al paragrafo 93 dell’enciclica Ut unum sint dove il Papa dice di
essere disponibile alla revisione dell’esercizio del suo indiscutibile
primato. Comunque, non si può pensare alla collegialità episcopale come
se la Chiesa dovesse avere per ideale la democrazia, perché essa è un
dono che dobbiamo rispettare nelle sue caratteristiche volute dal suo
fondatore Gesù Cristo e, perciò, proponibili alle varie comunità
cristiane.
Quale profilo di vescovo propone l’instrumentum
laboris e quale sarà quello che uscirà dal sinodo ottobrino con le
sue propositiones consegnate al Papa, perché da esse egli ne
tragga il meglio da inserire nella sua esortazione postsinodale? Partendo
dal documento base, che ne tratta abbondantemente nel secondo capitolo
"mistero, ministero e cammino spirituale del vescovo", il sinodo
consacra parte della sua riflessione alla spiritualità del ministero dei
vescovi. Questa prioritaria riflessione richiesta dai vescovi stessi può
coprire a largo raggio orizzonti anche non cattolici. Potremmo estrarre
dal documento preparatorio al sinodo qualche tratto fisionomico
della nuova figura di vescovo che risponda ai bisogni della Chiesa nel
terzo millennio.
L’evoluzione della nostra società induce a ripensare
in modo concretamente nuovo anche il vescovo, il suo servizio, la sua
missione. Ci sembra definitivamente tramontato il carattere dignitario,
signorile, elitario o addirittura nobiliare e perfino principesco del
vescovo, poiché sapeva di trionfalistico e profano. Egli dovrebbe essere
il padre del suo popolo di credenti e popolo di Dio. Il carattere di
paternità è sottolineato dalla storia ecclesiale d’Oriente. San
Gregorio Nazianzeno, all’epoca del secondo concilio ecumenico, era
responsabile della Chiesa costantinopolitana, e una volta ritirato a
Nazianzo in Cappadocia, provava acuta nostalgia della sua
"Anastasia" o comunità cristiana di Costantinopoli.
Un secondo tratto fisionomico della figura del vescovo
emerge netto dal documento preparatorio: quello di essere un liturgo più
che un amministratore implicato in affari temporali. Questo aspetto piace
molto all’Oriente, anche non cattolico, noto per le sue lunghe e
bellissime liturgie. È un richiamo alla spiritualità, alla priorità di
Dio, alla santificazione del proprio ministero.
Terzo difficilissimo carattere del vescovo per il terzo
millennio è l’equilibrio delle responsabilità: quella diretta sulla
propria diocesi e quella di corresponsabilità in solido di tutta la
Chiesa. Da un lato si vorrebbe l’episcopo stabile nella diocesi che gli
viene affidata, dall’altro lo si vuole inserito nella collegialità: due
aspetti non contradditori, ma certo almeno in parte contrastanti.
Nereo Venturini
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