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Ci scrivono

SONO IO IL DIACONO PERMANENTE DI CUI PARLAVANO I GIORNALI
    

   Vita Pastorale n.10 ottobre 2001 - Home Page Ho letto con attenzione le precisazioni di Gian Carlo Norio nel n. 6 della rivista e ritengo che la lettera scritta con sincerità, ma forse un po’ troppo "studiata", potrebbe suscitare in chi non conosce sino in fondo l’esperienza del diaconato permanente dubbi e perplessità. Gian Carlo Norio, che cita i documenti della Chiesa, dovrebbe sapere che a un diacono può essere partecipata la cura di una parrocchia, senza parroco residente, con la nomina di un sacerdote "moderatore" con facoltà di parroco.

Mi trovo a vivere questa esperienza personalmente (sono il diacono di cui hanno parlato i giornali) e il sacerdote che la domenica viene a celebrare l’eucaristia, a confessare ed esercitare il suo ministero non si sente degradato e nemmeno vede in questa esperienza l’inizio di un processo di degradazione... ma assieme ringraziamo il Signore che ci fa esercitare in pienezza e in totale collaborazione il nostro ministero.

Né io, se faccio la celebrazione della Parola, l’omelia, la benedizione di una salma, o la benedizione eucaristica, mi sento prete. Il nostro vescovo ha ritenuto possibile affidare pastoralmente una comunità a un diacono affinché potesse guidare la comunità a prepararsi per vivere la Pasqua settimanale che il presbitero celebra. Anche la comunità vive l’esperienza come un dono (sì, perché tutto è dono, anche un periodo in cui si apprezza forse meglio il presbiterato e si comprende il ministero ordinato nella sua completezza).

Ciascuno esercita il proprio ministero senza sconfinamenti e appropriazioni "indebite" ma nella corresponsabilità e partecipazione. In effetti tutto il mio ministero e le tre dimensioni del servizio: carità, Parola e liturgia, li vivo ed esprimo in pienezza, preparandomi assieme alla comunità perché la domenica, Pasqua della settimana, sia preceduta dalla Parola spezzata, dall’eucaristia adorata e dalla carità vissuta, dentro e fuori il tempio. Alla domenica, la comunità esplode nella lode e nel rendimento di grazie! Certamente il diacono esprime il suo servizio lì dove il vescovo nella sua attenzione alla comunità diocesana lo pone.

Gli anni passati nella preparazione (sette) mi hanno aiutato, e nella fedeltà alla Chiesa e al vescovo che ne è il pastore spero di essere presenza per testimoniare una Chiesa fedele al suo mandato. La parrocchia, dopo un primo approccio un po’ timido, mi ha accolto aiutandomi a esprimere al meglio il mio servizio. I giornali che raccontano sempre le cose un po’ a metà non sono la voce ufficiale della Chiesa, nella quale c’è spazio per tutti, ognuno con il suo ruolo, compito, ministero, in un’armonia che si chiama "comunione". Tanti sono i diaconi che stanno facendo questa esperienza e non si sentono né sacerdoti mancati, né sacrestani maggiorati. Sanno solo di essere stati chiamati a servire la Chiesa.

Invito l’amico Gian Carlo a passare qualche tempo in una parrocchia dove si vive questa esperienza, per rendersi conto del dono che c’è nel ministero ordinato (ognuno nel suo grado) e dei benefici per i fedeli. Sarebbe interessante approfondire il discorso sull’esperienza vissuta dalla famiglia del diacono, sui rapporti che si stabiliscono con le altre famiglie e di tanti altri aspetti molto interessanti dal punto di vista pastorale.

diacono Pietro Valenti
Parrocchia S. Bartolomeo - 94100 Enna
e mail: valpietro@tin.it
    

CHE SPRECO DI TITOLI SI FA NELLA CHIESA!

Mi è piaciuto molto l’editoriale del mese di luglio "Vescovi che siano più padri e meno eccellenze". È questo un tema che mi sta a cuore: la semplicità evangelica nei titoli e nello stile di vita. Su questo tema ebbi un interessante scambio di lettere con Beppe Del Colle, dopo quella polemica (meschina) che scoppiò quando Famiglia Cristiana pubblicò in copertina la fotografia del cardinale Tonini in maniche di camicia, in terra brasiliana, dove era andato per consegnare dei capi di bestiame. Fa pena leggere nelle lettere a cardinali e vescovi la solenne introduzione: Reverendissimo ed eminentissmo... Eccellentissimo...

Una volta il vescovo di Panamá, che ci visitò in Spagna, dopo il primo sinodo dei vescovi, con molta grazia ci disse che un giornalista aveva fatto il calcolo di quante volte si era udito nell’aula il rituale: Eminentissimi ed eccellentissimi... Ne risultava l’equivalente di una conferenza di un’ora! Spero che quanto scritto nell’editoriale sia tenuto in conto dai vescovi e ci sia il coraggio di spazzare via ciò che non entra nelle parole di Gesù: «Per voi non dev’essere così...» (Lc 22,26).

padre Pacifico J. Gasparrini
missionario passionista - Argentina
   

VESCOVI RIDOTTI A CHIERICHETTI?

Vorrei portare anch’io un piccolo contributo al sinodo sui vescovi. È bello che appaiano in Tv, a fare da chierichetti al Papa, dei vescovi con tanto di papalina rossa in testa? So bene che questi vescovi fanno altre cose, ma io li vedo solo lì. Non so se san Pietro avrebbe voluto, a fargli da chierichetto, san Paolo o sant’Andrea o san Filippo. Forse gli avrebbe detto: «Mentre io evangelizzo Roma tu vai a fare il vescovo nella tal diocesi o nella tale nazione; non stare qui a togliermi e a mettermi il cappello». Con la fantasia che la curia romana si ritrova cerchi qualche altro titolone per gli inservienti o i segretari del Papa senza scomodare quello di Padri.

Lettera firmata
   

NON VOGLIO MONACI PER I NOSTRI RITIRI

Negli ultimi tempi abbiamo avuto tre monaci a predicare il ritiro ai sacerdoti. E io non sono d’accordo perché la loro spiritualità non è la nostra. Nella Presbyterorum ordinis è detto al n. 13: «I presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile... Nella loro qualità di reggitori della comunità praticano l’ascetica propria del pastore d’anime». Ritengo quindi che sarebbe un pastore d’anime la persona adatta a parlare ai parroci o comunque ai sacerdoti di vita attiva.

Va bene l’argomento della preghiera, ma non sarebbe altrettanto importante per la cura pastorale la trattazione della visita alle famiglie, nella sua forma più adatta per la complessità delle situazioni che si presentano; l’omelia preparata e trasmessa secondo i canoni della comunicazione attuale; la cura della formazione dei sacerdoti con dei criteri di scelta dei libri che vengono editi, delle riviste più adatte? Sono solo alcuni argomenti che ritengo importanti. Si sa, saldando sempre l’informazione con la sensibilizzazione spirituale. Mi auguro che il nuovo vescovo e i nuovi responsabili della formazione del clero abbiano questa attenzione.

don Giuseppe Colavitti
Pordenone

Risponde don Silvano Sirboni.
Fino al concilio di Trento (1545-1563) la formazione del prete diocesano non aveva un particolare statuto nè una speciale struttura educativa. Dopo Trento, con l’istituzione dei seminari, furono soprattutto i religiosi a occuparsi della formazione del clero diocesano (Gesuiti, Teatini, Lazzaristi, Sulpiziani...).

Ciò spiega come nel clero diocesano convivano, con una certa difficoltà, due anime: quella religioso-monastica e quella più propriamente pastorale. Una dicotomia che ha separato il vissuto quotidiano del prete diocesano dalla spiritualità. Ancora oggi un pastore trova molta difficoltà ad alimentare la propria spiritualità attraverso il compimento delle proprie attività a servizio del suo popolo. Anzi, queste attività finiscono sovente per essere percepite come un ostacolo, ponendo il pastore in una specie di schizofrenia esistenziale.

È sintomatico che la preparazione di una omelia rischi di non essere vissuta come un momento di meditazione e di preghiera! È soltanto dagli anni Quaranta che, timidamente, a cominciare dalla Francia, ci si pone qualche interrogativo sulla spiritualità del prete diocesano.

Il testo citato della Presbyterorum ordinis costituisce una pietra miliare e una svolta storica per l’identità e la vita del prete diocesano. Resta comunque una tematica che attende ancora di essere approfondita e soprattutto recepita in quanto si scontra inevitabilmente con la formazione ricevuta dalla maggioranza dei preti diocesani. Ciò detto, bisogna riconoscere che nel tessuto storico della Chiesa l’esperienza monastica e religiosa ha sempre costituito un elemento equilibratore. Anche oggi il monaco e il religioso hanno il prezioso compito di testimoniare anche nei confronti del prete diocesano quei valori evangelici e profetici senza i quali ogni attività rischia di essere senz’anima.

Lo scambio è comunque reciproco. Non è pertanto negativo che monaci e religiosi presentino ai preti diocesani la vita cristiana dal loro punto di vista. Purché venga superata la dicotomia che da oltre quattro secoli segna la vita del prete.
   

CHI CONTROLLA L’INSEGNAMENTO?

Fino a pochi anni fa Roma per mezzo dei Fratelli delle Scuole cristiane e degli stessi vescovi vigilava sull’insegnamento della religione. Più volte durante l’anno capitavano all’improvviso per assistere alla lezione. Alcuni vescovi, alla vigilia della confermazione, andavano di persona a costatare la preparazione dei cresimandi.

Ora però sembra che gli operai della vigna del Signore siano diventati tutti perfetti, per cui non c’è più bisogno di controlli. Anche perché qualsiasi controllo potrebbe sembrare mancanza di fiducia. Sappiamo che chiudere un occhio o far finta di niente è più facile che assumersi le proprie responsabilità! Ci siamo dimenticati del saggio motto: Omnia vide, multa dissimula, pauca corrige.

Principale mandato alla Chiesa è: «Andate e insegnate». Purtroppo l’eresia del secolo è l’ignoranza religiosa. Nihil volitur quin praecognitur. Perché le chiese semivuote? Risponde sant’Agostino: «Troppo tardi ti ho amato, Signore, perché troppo tardi ti ho conosciuto». Eppure alla Chiesa non mancano i mezzi per farlo conoscere: parrocchia, scuole, associazioni, oratori, circoli parrocchiali, buona stampa... La gioventù italiana, si può dire, è nelle nostre mani dall’asilo all’università e oltre. Con quale risultato? È sotto gli occhi di tutti.

«Per insegnare la religione non basta conoscerla, bisogna prima di tutto amarla» (san Pio X). E chi più del sacerdote dovrebbe conoscerla e amarla? Chi può dire con san Paolo: «Dichiaro solennemente oggi davanti a Dio e a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdono, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio»?

don Ottavio Lazzarin
Terni

    

PURCHÉ SI CANTI TUTTI, VENGANO GLI STONATI

Seguo con attenzione gli articoli sulla liturgia. Nel numero di giugno 2001 ho letto con interesse l’articolo di Renato Borrelli: "Musica che unisce e musica che divide". Certamente il problema esiste. Le nostre celebrazioni a volte sono deprimenti. Però dobbiamo capire pure le ragioni storiche. In Italia non c’è mai stata una tradizione di canto popolare liturgico. È il Paese del "bel canto", però in chiesa non si canta. Il fissismo e l’immobilismo della liturgia preconciliare ha ucciso la creatività e la fantasia.

L’assemblea è stata sempre ignorata. I canti venivano eseguiti dalla schola, mentre il popolo assisteva muto. Così nelle nostre comunità non si è potuto sviluppare il canto popolare liturgico pur avendo delle grandi potenzialità. A differenza delle Chiese del nord Europa e dell’America che vantano una ricchezza di canti e ritmi stupendi.

Si insiste ancora oggi sul canto gregoriano, che, per quanto stupendo, è sempre da considerare un pezzo da museo. Oggi c’è un’altra sensibilità. Non possiamo cantare, vestire o parlare come nel Medioevo. Eppoi il gregoriano non è nato per il canto dell’assemblea. Il sacro, si dice, è l’espressione culturale di un popolo in un determinato momento della sua storia. E noi non siamo più nel Medioevo, per questo dobbiamo esprimerci con la cultura e la sensibilità del nostro tempo. Con questo non si vuol dire che bisogna buttare via tutta una grande tradizione, ma bisogna portare avanti il discorso iniziato dai grandi movimenti culturali del passato. Del resto in tutte le cose c’è una evoluzione.

La costituzione Sacrosanctum concilium raccomanda: «Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, e nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme e disposizioni delle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli» (n. 118). A quando tutto questo?

Considerato che la cosa continua come prima, le "voci dei fedeli" non si udranno mai, perché c’è sempre qualche schola cantorum o il solito gruppetto che esegue il suo repertorio, lasciando muta l’assemblea. Allora mi si permetta una battuta: preferisco una chiesa che canta, anche se stonata, a una chiesa che ascolta muta le graziose musichette di qualche gruppo o schola.

padre Alessandro Pennacchi
Bagnoregio (Vt)
   

QUAND’È VALIDA LA CRESIMA DEL PRETE?

Due quesiti brevi, non per mentalità rubricistica o strettamente giuridica, ma per rispetto verso chi va subito al nocciolo delle questioni.

  1. È corretto stendere le mani sul popolo, pronunciando l’epiclesi su di esso dopo il racconto dell’istituzione?
  2. Il presbitero che celebra la confermazione senza la delega del vescovo compie un "atto valido"?

don Franco Arena
Messina

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Non è corretto che i sacerdoti concelebranti stendano le mani sul popolo nella seconda epiclesi per il semplice motivo che non le stende il sacerdote principale o presidente della concelebrazione. Per questo non è previsto dall’Ordo: sarebbe un controsenso. Ma si può aggiungere che è più che sufficiente l’estensione nella prima epiclesi, giustificata dall’invocazione esplicita al Padre per l’effusione o l’invio dello Spirito Santo sulle offerte: le parole sono accompagnate dal gesto. Nella cosiddetta (impropriamente) seconda epiclesi non si ha un’invocazione ma la semplice richiesta che l’azione dello Spirito, effettuata sulle offerte diventate corpo e sangue di Cristo, giunga in certo modo a compimento con l’unità del corpo ecclesiale che partecipa alla mensa eucaristica.

Secondo quesito. In linea di principio il ministro "originario/ordinario" della confermazione è il vescovo. Nessun sacerdote, senza delega o al di fuori di casi previsti dal diritto, può validamente conferire il sacramento. Due sono i casi previsti dal Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti (Rica): nella celebrazione unitaria di battesimo-cresima-eucaristia per adulti nella notte di Pasqua o in giorno di domenica (Rica 228); nella medesima circostanza per la celebrazione dei tre sacramenti ai ragazzi non battezzati dai 7 ai 14 anni (Rica 343-344). In ambedue i casi prevale sulla riserva episcopale, propria della Chiesa latina/occidentale, l’unità di battesimo e cresima: un’acquisizione della teologia sacramentale del Vaticano II, premessa esigita per un serio dialogo ecumenico con l’Ortodossia.
   

FUNERALI CON SALMA O CON CENERI?

Quale Vicario Foraneo di Sanremo vorrei indicare ai confratelli la linea pastorale comune da prendere in occasione dei funerali presente l’urna delle ceneri. A parte il caso del funerale del defunto che ha espresso il desiderio della cremazione, che segue la prassi abituale, si presenta il caso, non raro, del defunto morto lontano dalla città, che ha già ricevuto il funerale religioso e dopo la cremazione viene sepolto nel cimitero della sua città, lontano dal luogo di residenza.

Alla richiesta del funerale nel suo paese natale: si può celebrare la santa messa in parrocchia presente l’urna delle ceneri, compiere le normali esequie, come fosse presente la salma? Ci sono delle disposizioni chiare valide per tutta la Chiesa cattolica oppure ogni Conferenza episcopale adotta i suoi criteri? In assenza di norme chiare, come ci si deve comportare?

don Giorgio Bellotto
Sanremo (Im)

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Secondo il Rito delle esequie n. 15, il Cjc del 1983 (can. 1176,3) e il Catechismo della Chiesa cattolica numero 2301, risulta che la cremazione è consentita in via normale, ma la Chiesa resta fondamentalmente favorevole all’inumazione sia per antichissima tradizione (si pensa alla sepoltura di Gesù) sia per un istintivo e radicato senso di rispetto verso la salma (la cremazione è sempre una violenza). Non pone tuttavia ostacoli alla regolare liturgia esequiale, pur invitando a evitare motivi di ammirazione o di scandalo presso i fedeli.

Ma la situazione nel frattempo – così assicurano persone ecclesiastiche e responsabili del settore funerario è notevolmente cambiata e si registra una richiesta di cremazioni in continua crescita (a Milano oltre il 30%), con una maggiore larghezza per venire incontro alle esigenze personali, logistiche e culturali. Quindi le disposizioni dell’ultimo decennio non sono da considerare assolute: mi riferisco in particolare al documento dell’episcopato tedesco del 1994 La nostra cura per i morti e per i superstiti (edito in italiano da Il Regno doc. 5, 1995 e, in volume separato con altro materiale: Cura dei morti e dei parenti in lutto, Ed. Or, Milano 1996) e il Sinodo di Milano del 1997, numero 83,8. Quest’ultimo stabilisce: «In caso di cremazione il rito del funerale venga celebrato prima della cremazione.

A cremazione avvenuta si potrà celebrare solo la messa di suffragio; tuttavia sia accolta l’eventuale richiesta di benedizione delle ceneri quando vengono deposte nel sepolcro». Comunque, la celebrazione funebre con l’eucaristia dovrebbe essere una sola, alla presenza della salma, e non sembra opportuno farne seguire una seconda con le ceneri. Sarebbe un "premio", anche se non voluto, a chi ha scelto la cremazione: da qui il possibile scandalo. Nulla impedisce che si possa celebrare la santa messa per il defunto senza l’urna delle ceneri per favorire la partecipazione orante della comunità cristiana.

Invece per la deposizione dell’urna nel sepolcro o loculo si procede alla benedizione secondo i formulari previsti con qualche opportuno adattamento. Se però nel paese, ove la persona è morta ed è stata cremata, non è stato compiuto il funerale e l’urna con le ceneri è trasportata nel paese natale, si può celebrare il funerale nella forma completa, perfino (data l’eccezionalità del caso) con l’urna delle ceneri in luogo della salma. Così avvenne a Milano per Gianni Versace e recentemente per Michele Alboreto. In questo caso un esplicito permesso del vescovo sembra indispensabile: la competenza è sua per l’intera questione.
   

CULTO EUCARISTICO E CULTO MARIANO

Lo scorso 25 agosto, attraverso Radio Maria, ero collegato con una parrocchia della Toscana. Si era in preghiera col santo rosario, a cui sono seguite le litanie ed altre preghiere mariane. A un certo momento è stato intonato il Tantum ergo seguito dalla benedizione eucaristica. Immagino che il SS.mo sia rimasto esposto per tutto il tempo delle prelodate preghiere. Ora mi domando se tutto ciò sia conforme a un appropriato culto eucaristico e se non si richieda da noi sacerdoti un discernimento liturgico fra ciò che compete al culto eucaristico e ciò che compete al culto mariano.

don Cesare Carnevale
Taranto

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Grazie a lei, per la segnalazione che, se corrisponde a quanto riferito, ogni lettore è in grado di valutare la serietà e responsabilità "educativa" di tali trasmissioni verso il popolo cristiano.
    

CANONIZZAZIONI E PRECISAZIONI

Nella rubrica Notizie pp. 18-19 del numero di giugno di Vita Pastorale - si parla della velocità dei processi di canonizzazione. Escrivà de Balaguer non è stato beatificato "dopo undici anni", bensì dopo 17, il 17 maggio 1992, essendo morto il 26 giugno 1975. Se poi si va pazientemente a verificare, si troveranno senza dubbio cristiani il cui percorso verso la beatificazione o canonizzazione non è risultato molto più lungo. In tempi recenti santa Francesca Saverio Cabrini, morta nel 1917, venne beatificata dopo 21 anni e canonizzata dopo soli altri 8; san Carlo Borromeo, morto nel 1584, venne canonizzato dopo 26 anni; e così molti altri. Forse, la canonizzazione più veloce è stata quella di sant’Antonio di Padova, dichiarato santo 11 mesi dopo la morte.

padre Franco Careglio o.f.m.
Genova

La rubrica parlava di durata del processo e non di tempo intercorso tra la morte e la beatificazione. Approfittiamo anche per rispondere a monsignor Giacomo Meo di Messina, che rileva un «gravissimo errore» nell’aver definito monsignor Rossano «vescovo di Roma», dato che il vescovo dell’Urbe è il Papa. Monsignor Meo non fa attenzione alla specificazione che segue: «con l’incarico per la cultura».
   

LA CHIESA NON BUTTI VIA I MEMBRI ANZIANI

Nella Lettera agli anziani Giovanni Paolo II scrive: «A voi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato che per raggiunti limiti di età avete lasciato la diretta responsabilità del ministero pastorale, io dico: la Chiesa ha bisogno di voi. Essa apprezza i servizi che ancora vi sentite di prestare in molteplici campi di apostolato, conta sul vostro apporto di prolungata preghiera, attende i vostri sperimentati consigli, si arricchisce della testimonianza evangelica da voi resa giorno dopo giorno».

Agli anziani in genere, scrive: «Il luogo per vivere la condizione di anzianità resta quello dell’ambiente in cui egli è di casa... e dove può rendere ancora qualche servizio». Alla luce di questa affermazione è lecito porre una domanda: perché il vescovo e il parroco anziano sono invitati a lasciare la loro chiesa? Perché lasciare il luogo che conosce le poche gioie e le tante lacrime versate?

Il Papa dice ancora: «Onorare gli anziani comporta un triplice dovere: l’accoglienza, l’assistenza, la valorizzazione delle loro qualità». Non dovrebbe essere sufficiente togliere loro la diretta responsabilità della pastorale, dal momento che si chiede ancora collaborazione?

Non è bene "buttar via" gente valida, capacità intellettuali, volontà di esprimersi... e poi "piangere" perché mancano operai per la messe. È sempre un bene lavorare tutta la vita: è un piacere continuare a lavorare sia pure con gli "ultimi" che sono una parte notevole della popolazione. Il campo è vasto, c’è posto per tutti.

Questo non vuole essere un giudizio, ma che il disagio esista è fuor di dubbio. I preti anziani, malati o invalidi o soli, sono abbandonati a sé stessi. Per fortuna, sulla loro strada, come fu per Gesù, ci sono i Cirenei che li aiutano. La verità è che siamo privi della volontà di condividere tutto, compresi i beni materiali, con coloro con cui condividiamo la vita di Dio in Cristo. Perché nel nostro ambiente c’è tanta freddezza e distanza?

don Raffaele Vita
Corridonia (Mc)
    

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