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RIPARLIAMO DI DIO. UN PERCORSO CATECHISTICO

Il desiderio di superare il limite

di VALERIA BOLDINI
    

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2001 - Home Page Roberto Vecchioni canta che «giunto sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire». Chi ci spinge, nonostante le delusioni, a non mollare mai? Dietro tali tensioni riusciamo a scorgere una Presenza?
   

La mentalità diffusa tende a vedere Dio come l’Essere supremo, lontano dalle nostre vicende quotidiane nelle quali restiamo soli a rispondere alle domande che la vita ci pone, a rimediare alle difficoltà, a risolvere i problemi che ogni giorno sorgono. Pertanto è facile dimenticarlo o giungere alla persuasione che già il salmista temeva: «Dio non vede, Dio non se ne cura». Eppure questo modo di pensare Dio e quindi di relazionarsi a lui (o di eliminarlo) rivela che in realtà non conosciamo il volto del Dio biblico e specialmente del Dio cristiano: esso va riscoperto, percorrendo una strada che invece di partire dall’alto, parte dal basso, dal nostro mondo e dalla struttura della persona umana.

1. Il desiderio, cifra della vita. L’esistenza umana è sempre e comunque sorretta dal desiderio. Esso assume mille e variegati volti, ma è sempre presente a spingere ciascuno di noi oltre l’istante presente verso un meglio e verso un di più: da bambini desideriamo diventare grandi, poi desideriamo raggiungere una meta per gli studi, superare esami, comprare una macchina o trovare una casa e un lavoro, incontrare una persona con cui condividere l’esistenza... Ogni volta che un desiderio raggiunge la meta, sperimentiamo un momento di gioioso appagamento, ma subito, il giorno dopo la meta raggiunta, cominciamo a desiderare qualcosa di nuovo.

In realtà non possiamo vivere senza desideri, perché nessuno si accontenta di ciò che è e di ciò che ha, nessuno è sazio del presente: tutti, in ogni condizione, guardiamo avanti e nello stesso tempo sperimentiamo che ogni tappa raggiunta è partenza per un altro viaggio del desiderio. Ciò non è ingordigia, ma dinamica inevitabile del costituirsi, del formarsi e del crescere della persona umana la quale, magari inconsapevolmente, mira di fatto a una pienezza e a una totalità che si cela in ogni meta dei nostri desideri, ma anche si pone sempre e inevitabilmente come ulteriore: anche se non lo sappiamo, noi desideriamo niente meno che il tutto, la felicità, la pienezza, l’appagamento totale di ogni nostra istanza. Miriamo a un compimento che speriamo sia sempre raggiungibile, magari domani, arrivando a una meta nuova che ci siamo prefissati. Smettere di desiderare, di proiettarsi oltre l’istante presente, non avere o non vedere più una meta da raggiungere per noi è esperienza tragica. Significa che siamo fermi e non speriamo più nulla, come se il nostro tempo e la nostra esistenza fossero giunti al capolinea: e questo sarebbe un anticipo della nostra fine. Smettere di desiderare equivale a sperimentare la morte, sentire che non vale più la pena di affrontare un nuovo giorno, una nuova fatica, un nuovo slancio, perché non c’è nulla di attraente davanti a noi.

Nel panorama umano la morte del desiderio assume i contorni di una patologia: è la persona malata o depressa che non desidera più nulla e non aspetta più un domani migliore, non ha più voglia di vivere neppure un’ora ancora, perché nessuna meta appare attraente e promettente. Rassegnarsi al presente spegne la vita nella sua stessa energia, spegne la mente e il cuore che non mirano più a nulla davanti a sé. Ma noi, testardi, osiamo continuare, perché non ci arrendiamo: come canta un cantautore dei nostri giorni, rivolgendosi a un ragazzo, parlandogli della vita e suggerendogli di mantenere vivo negli anni il coraggio di sognare e di sperare, la vita è quella cosa così forte che «giunto al punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire» (Roberto Vecchioni).

Ogni tappa raggiunta è partenza per un altro viaggio.
Ogni tappa raggiunta è partenza per un altro viaggio.

2. La frustrazione. Eppure l’esperienza ci insegna che ogni nostro desiderio va incontro a un’esperienza di inevitabile frustrazione: nessuna delle mete che abbiamo a lungo desiderato o sognato, quando viene raggiunta, risulta appagante quanto avremmo sperato. Al momentaneo benessere succede un senso di vuoto, di inutilità, ciò che spinge a individuare un’altra meta, a rinnovare lo slancio, a ricominciare la scalata verso la nuova meta del desiderio. A questo punto potremmo essere assaliti dal dubbio che il desiderare umano sia una sterile fatica di Sisifo: con tutte le nostre forze spingiamo un masso verso una vetta, ritenendo che una volta là giunti saremo arrivati a casa, alla pienezza che sogniamo; ma, giunti sulla vetta, il masso, sospinto con tanto dispendio di energie, scivola giù lungo l’altro versante della montagna e noi siamo da capo, ancora una volta ai piedi di una montagna da scalare, sperando che giunti in vetta finalmente ci fermeremo. Ma la delusione si rinnova.

È questo il momento in cui una persona consapevole si ferma un attimo e si interroga: verso che cosa corro, per chi sto correndo, vale la pena investire tanto di noi per mietere alla fine messi così scarse che non bastano mai alla nostra voglia di vivere, all’esigenza di pienezza che ci muove, alla domanda di felicità che ci abita senza che ne sappiamo il perché? Perché continuare a cercare, perché continuare a spingere in alto questo masso del nostro desiderare se la vetta è deludente e ci fa sempre ricominciare da capo? Può sorgere quindi il dubbio che non esista meta da raggiungere e che quindi la vita con le sue promesse o i suoi desideri sia un inganno.

3. L’esperienza del limite. C’è un’altra zona della nostra esperienza che merita di essere esplorata. Succede a tutti di trovarsi nella situazione di un confronto perdente con un male irrimediabile, davanti al quale non abbiamo risorse. Quante volte una madre e un padre vedono profilarsi la rovina di un figlio e non sanno più che cosa fare o di fatto non possono più fare nulla. Quante volte, mentre un nostro familiare affronta una minaccia mortale, noi restiamo con le mani in mano, perché non abbiamo nessuno strumento per essere d’appoggio e di aiuto. Vediamo la rovina incombere, la morte affacciarsi, la desolazione profilarsi e noi siamo totalmente impotenti.

Mai come in queste circostanze noi vorremmo intervenire e invece siamo costretti all’inattività: sperimentiamo la povertà più radicale che è quella del limite delle nostre capacità. Restiamo immobili nell’imminente rovina nella consapevolezza che abbiamo mani vuote e inutili proprio nel momento in cui più urgente sarebbe il "fare qualcosa". Questa forzata inattività ci sconfigge, ci fa toccare il fondo di noi nella gestione delle cose serie della vita per scoprire che, mentre tentavamo di scalare montagne per arrivare alla pienezza, siamo radicalmente sconfitti. In queste circostanze in cui non abbiamo più nulla da decidere o da scegliere, perché gli eventi stanno decidendo per noi, segnandoci un confine invalicabile, si apre un’area che abitualmente non consideriamo. Chi sperimenta il limite con sguardo che racchiude un’ultima, definitiva speranza, si solleva verso il mondo di Dio. Non è raro neppure nelle finzioni cinematografiche o televisive, vedere il protagonista di una vicenda che in una cappella di ospedale si rivolge a un’immagine sacra, confessando la propria poca fede o addirittura la mancanza di essa, ma che è spinto a cercare un aiuto laddove le nostre possibilità finiscono e forse solo un aiuto non umano può portare un’apertura, tenere viva una speranza di superare la minaccia mortale.

Chi sperimenta il limite si solleva verso il mondo di Dio.
Chi sperimenta il limite si solleva verso il mondo di Dio.

Succede quindi che anche il non credente, nelle situazioni limite, si volga verso Dio, forse senza neppure sapere bene chi e come invocare, ma sollecitato dall’amore per una persona cara e dal desiderio di offrirle una vita che sembra sfuggire, di fatto preghi, invocando ciò che a noi è impossibile. Spesso si tende a guardare questi slanci con un’aria di sufficienza: il credente abituale con una certa facilità giudica che tali invocazioni siano di basso profilo, troppo interessate, come a dire: «Non credi in Dio, non ti curi mai di lui e ora, piegato dal bisogno, lo invochi, rivelando in fondo un animo meschino. Cerchi Dio, perché oggi ti serve, perché speri da lui ciò che da te stesso non puoi procurarti». Ma questa valutazione è gretta, perché anche nella preghiera disperata e invocante dell’ateo c’è del vero, c’è la traccia di una speranza che abita nel profondo di noi, che forse spesso è inascoltata o snobbata, ma non per questo è del tutto priva di autenticità.

Coloro che davanti al limite invocano Dio, esprimono in forma forse semplicistica una speranza che non va trascurata: che Dio ascolti il grido del povero, Dio abbia orecchio per il dolore e le lacrime dell’umanità. Davanti al limite perciò è data a ciascuno la possibilità di una scelta imprevista: decidere che laddove finiscono le capacità umane non ci sia più nulla da sperare oppure osare innalzare un’invocazione verso una Presenza ulteriore. Il limite diventa quindi il luogo esistenziale dove un essere umano decide non solo con la mente, ma con tutto il suo attaccamento alla vita, che forse esiste una possibilità insperata che il male sia vinto.

La preghiera dei disperati quindi non è da disprezzare, ma da accogliere come l’inizio di una presa di coscienza e forse di un cammino: non siamo noi e non sono solo le nostre risorse a garantire la vita; se così fosse la nostra domanda di vita andrebbe incontro a una radicale frustrazione, terminerebbe davanti a un muro invalicabile di fronte al quale dobbiamo arrenderci da sconfitti senza speranza. Ma forse Qualcuno, una Presenza dimenticata nell’affanno dei giorni e nei tempi in cui noi pensiamo di bastare a noi stessi, può laddove noi ci scontriamo con il nostro limite e con l’impotenza del desiderio di giungere a una vita buona e compiuta. Come cavalli che galoppano, trovandosi di fronte a un ostacolo, possiamo fermarci terrorizzati e terminare la corsa oppure, coraggiosamente, saltare. Saltare, perché oltre c’è ancora corsa e strada, saltare, perché una forza nuova, nata proprio dalla disperazione, spinge a frantumare le abitudini per far scoprire che forse è possibile andare oltre ciò che noi stessi garantiamo.

Incredibilmente, mentre stiamo toccando i confini della nostra capacità di cercare la vita, scopriamo che qualcosa di noi non si arrende e punta oltre, in alto: la domanda che ci spinge ogni giorno a vivere e far vivere sembra svelarci che è scritto in noi un desiderio, che nel profondo di noi c’è la speranza che il compimento a cui aspiriamo sia, alla fine, davvero perseguibile. È allora che si riaffaccia Dio, come sottovoce, come speranza ultima, tra paura e invocazione. Anche la preghiera-non preghiera del miscredente disperato giunge al suo orecchio.

Una nuova prospettiva. Le considerazioni fatte fin qui possono aprire a nuovi pensieri. Noi siamo sempre portati a collocare Dio in fondo alla vita, sostanzialmente estraneo alla sua dinamica quotidiana. Pensiamo spesso un Dio giudice che stabilisce steccati alla nostra libertà e al nostro desiderio di felicità. C’è da domandarsi invece se Dio non sia proprio colui che sta all’origine del nostro desiderio, se questo andare continuamente avanti, spinti dalla ricerca di un giorno migliore e di una condizione di vita riuscita, non sia la traccia della sua presenza in noi. Anche quando non lo sappiamo, persino quando lo dimentichiamo e lo neghiamo, Dio è colui che ha messo in noi la ricerca della pienezza: in ciascuno è già da sempre presente anche quando cerchiamo altrove la felicità desiderata. Ogni volta che cominciamo una giornata perché abbiamo una meta da raggiungere, magari modesta e semplice, è Dio stesso che parla in noi e ci spinge a guardare avanti. Dio non è il recinto della nostra libertà, ma la spinta a realizzarla. Trovare lui è trovare noi stessi. Ascoltare la nostra domanda di vita, scorgendola nelle mille faccende feriali, è il primo modo di sentire la voce di Dio.

Valeria Boldini
(2– continua)

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