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CARO DON, IO VORREI... Lettera aperta al proprio parroco reale o ideale

Spiegami il Dio che io graffio

di DOMENICO DEL RIO
      

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2001 - Home Page

«Non riesco a vederti nelle vesti di manager. Mi viene in mente un prete di una volta, ora protettore dei parroci: il Curato d’Ars. Dicevano che era ignorante. Ma non ho sentito nessuno parlare di Dio come lui: lo paragonava a una madre che porta in braccio il suo figlio anche se questi continua a graffiarla».

Sarà perché io sono vecchio, nutrito di vecchie cose di Chiesa, ma quando ti vedo, sia pure in pantaloni e non più dentro una tonaca sacrale come si usava ai miei tempi, nuota in me qualcosa di indefinito, direi una specie di stupore. In fondo, sebbene non sempre mi venga da pensarlo, per me tu sei uno che, ogni giorno, compie un miracolo: tu fai rinascere il corpo del Figlio di Dio fatto uomo, fai in modo che ogni giorno Dio venga qui, vicino a me, «a un passo dal nulla», che sono io, come papa Wojtyla ha scritto in una sua poesia anni fa.

Tu sei uno di quegli uomini che hanno questo potere di chiamare Dio e di farsi ubbidire da Dio. Chiami Dio sull’altare, lo chiami in un confessionale: e Dio scende a proporsi come Pane gonfio di Grazia, scende a concedere misericordia e perdono. Però tu sei anche uno di questi tali uomini al mondo che, nel Vangelo, sono chiamati «servi inutili». Siete stati condotti tra il popolo di Dio per diventare vagabondi di Dio, uomini in definitiva senza patria, senza propria gente, senza affetti, senza radici, «servi inutili» di fronte a Dio, ma, per fortuna, almeno servi utili per gli uomini. In questo mondo indaffarato, a me piace che qualche volta si faccia un po’ di retorica (o chissà, magari anche poesia) evangelica.

E così, per me, voi siete come gli uccellini del cielo, allevati dalla Provvidenza, senza il pensiero del pane, ma vivete soltanto per amore della redenzione e della misericordia da distribuire agli uomini; faticate per il successo della Grazia in un mondo in cui Cristo insegna sempre a vedere più perdono che peccato; fate scoprire la solidarietà di Dio con la storia degli uomini e la trepidazione di Cristo per la storia personale di ognuno, per la mia storia. Tipi umani così, in giro tra gli uomini, e poi, magari, anche voi talvolta partecipi della debolezza della carne o della presunzione del comando, tra grumi di colpe e grovigli di anima, intrappolati anche voi, come me, tra il peccato e la Grazia. Ricordo che un giorno, un giorno dell’Anno Santo, qui a Roma, Piazza San Pietro si è riempita di voi preti. Il Giubileo, tempo della benevolenza di Dio, ha fatto vedere anche voi, che distribuite la Grazia, prostrati davanti al vostro Signore come bisognosi di Grazia.

Anche perché non dimentichiate mai ciò che gli uomini si aspettano da voi, cioè quello che, una volta, vi ha detto il "prete" Wojtyla: «In un mondo come il nostro, tanto esposto a tentazioni che allontanano l’uomo dal mistero di Dio, il sacerdote deve insegnare agli uomini che Dio li ama infinitamente e che li aspetta sempre». Questo, infatti, è il vostro mestiere! Il tuo mestiere, caro Don...! E mi viene in mente adesso un grande prete di una volta, uno che dicevano ignorante e che invece, ora, tutti voi parroci del mondo, vi ritrovate come protettore: Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars. Dicevano che era ignorante. Eppure io non ho mai sentito nessuno parlare di Dio come parlava lui di Dio Padre.

«Noi», diceva, «non avremmo mai pensato di chiedere a Dio il suo stesso Figlio. Ma quello che l’uomo non può dire o concepire, e non avrebbe mai osato desiderare, Dio nel suo amore ha detto, concepito, realizzato. Avremmo mai osato, noi, dire a Dio di far morire suo Figlio per noi, di darci la sua carne da mangiare, il suo sangue da bere?... Non è il peccatore che torna a Dio per chiedergli perdono; è Dio stesso che lo rincorre e lo fa tornare a lui... Dio è così buono che, malgrado le offese che noi gli arrechiamo, ci porta in Paradiso quasi nostro malgrado. È come una madre che porta in braccio il suo bambino mentre si passa sopra un precipizio, ed è tutta intenta a evitare il pericolo, mentre il bambino continua a graffiarla e a trattarla male». Chi sa se san Tommaso, con tutta la sua teologia, ha mai descritto Dio Padre che pensa al posto dell’uomo! Chi sa se qualche grande predicatore ha mai parlato dell’uomo peccatore che graffia Dio!

Caro Don, non so perché ti sto raccontando queste cose. Forse perché, leggendo giornali, ascoltando intellettuali e politici, sento parlare di voi preti, quando vi vedono bene, soltanto come bravi soccorritori sociali; e, quando vi vedono male, come rappresentanti di una classe ecclesiastica indisponente, tipi del potere religioso nella società. E, caro Don, se devo dirti la verità, neanch’io riesco a vederti troppo bene quando ti guardo a fare il manager parrocchiale, molto intento a organizzare quella che una volta chiamavano canonica in una serie di uffici amministrativi, sociali, assistenziali, talvolta (ma di rado) culturali. Capisco che ai ragazzi e ai giovani, affinché non si allontanino, si debba offrire un campetto per giocare a pallone, che si debba inventare una festicciola parrocchiale per il carnevale o una pesca di beneficenza per la festa del patrono.

È giusto che, nell’età dei consumi, ci sia un cristianesimo un po’ allegro e consolante. A me, però, che sono vecchio, viene in mente quello che, in tempi un po’ lontani, prima del Concilio, chiamavano "americanismo", cioè il darsi molto da fare in opere esteriori in nome o con la scusa dell’apostolato. Dicevano, allora, che era un’"eresia". L’abate Chautard ne aveva scritto un libro contro, intitolato L’anima di ogni apostolato. Non sto a spiegarti, caro Don, perché tu lo sai, quale fosse quel tipo di anima. Capisco che il cristianesimo è anche incarnazione e ci si debba occupare dei corpi, però, secondo me, dovresti stare attento a non esagerare. Sempre ai miei tempi, dicevano che il prete dev’essere trasparente: dietro di lui si dovrebbe intravvedere Gesù Cristo. D’accordo, ma a me piacerebbe, toh!, che si intravvedesse anche il Curato d’Ars, quello che non immaginava nemmeno che cosa fosse un manager, ma sapeva spiegarmi benissimo come Dio «porti in braccio» me, povero cristiano, anche se io mi ostino continuamente a "graffiarlo".

Domenico Del Rio
    

Domenico Del Rio, nato a Roma nel 1926, è stato a lungo inviato speciale di Repubblica per l’informazione religiosa e Domenico Del Rio.vaticana. Collabora alla Stampa, Avvenire, Famiglia Cristiana, a riviste e giornali esteri. È autore di opere di fantasia letteraria, come: L’ultimo di Malachia (Borla); E Giuda disse: Gesù chi sei? (San Paolo); Ciao, arcangelo! (San Paolo); Oh, Nazareno! (Paoline), Dominus Papa (Paoline); di volumi di saggi e di storia, tra i quali: Wojtyla, il nuovo Mosè (Mondadori); Uomini e Dio (Mursia); Il Vescovo e la Piovra (Piemme); San Pietro e il Cremlino (Piemme); I Gesuiti e l’Italia (Corbaccio); Wojtyla, un pontificato itinerante (Dehoniane); I Fioretti di Papa Wojtyla (Dehoniane); Il frutteto di Dio, storia di Karol Wojtyla (Vita e Pensiero); Roveto ardente, ritratto di Karol Wojtyla (Studium).
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