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Ci scrivono

CON LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI SI PUÒ FINANZIARE LA PACE
    

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2001 - Home Page Avendo saputo che i valdesi avevano cominciato a finanziare con il loro 8 per mille iniziative di pace, mi venne l’idea, nell’aprile del 1999, in occasione della dichiarazione dei redditi, di scrivere al cardinale Ruini per esprimere, come prete e come obiettore di coscienza alle spese militari, la mia perplessità se continuare a dare l’8 per mille alla Chiesa cattolica o a quella valdese. È dal 1987 che ho scelto di fare l’obiezione di coscienza alle spese militari, per cui ogni anno sulla dichiarazione dei redditi sottraggo dalla somma dovuta al fisco il 5,5% (calcolo per difetto su quanto si presume che lo Stato destini per le spese militari), devolvendolo a iniziative di pace o a movimenti di difesa nonviolenta. Nella lettera al cardinale chiedevo di fare, a nome dell’episcopato e della Chiesa italiana, un gesto concreto di pace, devolvendo una sia pur minima parte dell’8 per mille che i cattolici italiani (ed anche i non cattolici, ma che credono nella Caritas) danno alla Chiesa a favore della Caritas per finanziare le tante iniziative nel sociale e per la soluzione dei conflitti senza l’uso delle armi.

In una seconda missiva esprimevo al cardinale la mia gioia per il comunicato con cui in data 21 maggio 1999 la Cei prendeva posizione contro la guerra nei Balcani. Il 22 giugno dello stesso anno il presidente dei vescovi italiani, tramite il dr. Paolo Mascarino, responsabile del servizio, rispondeva assicurandomi che «firmando l’8 per mille per la Chiesa cattolica potevo contribuire ad iniziative di questo tipo» e aggiungeva: «Anche se questo non è un compito direttamente attribuibile alla Cei, i fondi dell’8 per mille concorrono anche al sostegno economico delle attività della Caritas italiana, la quale impiega parte delle risorse ricevute a tale titolo anche per sostenere iniziative di sperimentazione nel campo della difesa nonviolenta». Copia della suddetta lettera, in data 8 settembre 1999, veniva inviata al direttore della Caritas, don Elvio Damoli, che attendeva questo finanziamento.

Passa un anno e in data 15 giugno 2000, al momento di compilare la dichiarazione dei redditi 1999 scrivo ancora al cardinale Ruini: «Da notizie pervenutemi sembra che la Cei alla conseguente richiesta della Caritas italiana di avere mezzi finanziari, non abbia mai risposto». Pertanto, il mio dubbio se dare l’8 per mille alla Chiesa cattolica o alla Tavola valdese rimane. Finalmente, nel convegno tenutosi a Napoli il 6-7 ottobre 2000 sulla difesa popolare nonviolenta (Dpn) si dà notizia che la Cei ha concesso alla Caritas italiana ben 200 milioni per il progetto di 30 obiettori in missione internazionale come Caschi Bianchi. Questo versamento è un fatto importantissimo. La Chiesa cattolica viene a riconoscere la Dpn, per adesso, in termini monetari; in seguito sicuramente anche in termini dottrinari. La Dpn gode ormai della fiducia della gerarchia ecclesiastica, per cui diventa credibile e fattibile.

Nell’imminente campagna Oms-Dpn, potrà essere considerato obiettore alle spese militari chiunque versi l’8 per mille o ai valdesi o alla Chiesa cattolica e, contemporaneamente, invii una lettera alla Confessione che ha scelto, dichiarando che il suo versamento vada per la Dpn. Ciò non comporta alcuna penalità, ma serve a fare pressione sulle Chiese per il sostegno della Dpn. Pertanto, tutti gli ordini religiosi, maschili e femminili, tutti i sacerdoti, quanti credono nella pace potranno partecipare alla campagna Oms-Dpn, spingendo così, indirettamente, anche lo Stato e la società civile a riconoscere e a realizzare una difesa alternativa. Se questa pratica diventerà diffusa, ogni anno ci sarà una sorta di referendum per la Dpn e di conseguenza aumenterà il contributo delle Chiese per la Dpn.

Don Gennaro Somma
Castellammare di Stabia
    

NOI ANZIANI NON CI CERCA PIÙ NESSUNO

Accanto alla figura tradizionale del sacerdote anziano se ne delinea una di transizione, non del tutto definita. Va in pensione a 75 anni e non dovrebbe lavorare, gode di assistenza, soffre di solitudine e, pur essendo carico di esperienza, non ha credibilità. Corre costantemente il rischio di essere considerato residuale e superato nella missione, nella cultura, nella vita. Mentre ha cura dell’efficienza fisica e mentale, consapevole di poter ancora svolgere un ruolo attivo. Il Papa nel grande Giubileo degli anziani ha fatto capire quanto gli anziani siano poco considerati e ha chiesto «che la loro dignità di persona sia sempre e comunque rispettata e valorizzata... La Chiesa ha bisogno di voi». Correggendosi subito con: «Di noi».

I sacerdoti anziani rischiano di essere messi da parte: «Nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio» (Sap 1,16). Sono come gli orologi a pendolo, precisi e validi, ma messi a tacere. Così dicono tanti sacerdoti con 80 e più anni, presenti con buoni rapporti, relazioni, capaci di scrivere articoli, biografie. Nonostante siano «cooperatori all’ordine episcopale» (Mvs) non sono cercati in diocesi e di nulla sono informati. Altro che mancanza di galateo come voi avete scritto.

Don Cesare Fini
Recanati
   

DOMENICA DI PASQUA E DIVINA MISERICORDIA

Ho visto alla porta di alcune chiese l’avviso sulla domenica II di Pasqua: "Festa della divina misericordia". Domando se è compatibile con la domenica in Albis privilegiata e con la disposizione conciliare di salvaguardare ogni domenica da feste, perché essa «è fondamento e nucleo di tutto l’anno liturgico» (SC 106).

Lettera firmata

Risponde padre Rinaldo Falsini.
Non esiste alcuna festa della divina misericordia nella seconda domenica di Pasqua. Quell’avviso nasce da un equivoco dettato dal facile devozionismo. Già nel 1994 la nostra rivista di fronte alla richiesta di una festa della divina misericordia prese una posizione energica (cf VP 7/1994, 7-8). Non ripeterò quanto fu scritto sul valore della domenica, sul significato salvifico delle feste e sulle riserve per i contenuti delle apparizioni della Kovalska. Non è il caso di drammatizzare, ma rimane una certa amarezza di fronte all’incomprensione per il ricco significato del tempo pasquale, mentre si corre dietro a rivelazioni private.

Comunque, nella terza imminente edizione tipica del messale romano la II domenica di Pasqua porta come sottotitolo De divina misericordia – accogliendo la precedente concessione alla Polonia del 1955 – senza alcun ritocco ai formulari e alcun riferimento alle rivelazioni di suor Faustina. Non è ammessa nella domenica la celebrazione votiva della messa che si trova al suo posto nel messale. Una soluzione saggia, che nulla toglie alla pietà privata né mortifica il valore pasquale della domenica. La misericordia infatti è un attributo divino che ricorre con frequenza, a cominciare dal Natale (vedi messa dell’aurora con la lettura di Tito 3,4-7) e non del tutto estraneo alla nostra domenica. Il messale ambrosiano conosce la sottolineatura di alcune domeniche specie in tempo di Quaresima (di Abramo, della Samaritana, del cieco nato, di Lazzaro) e ugualmente in Oriente la domenica dopo Pasqua è detta "seconda e dell’apostolo Tommaso", con la relativa pericope di Gv 20,19-31. Il messale romano è privo di questi riferimenti, ma l’uso corrente parla di domenica del Buon Pastore, delle tentazioni eccetera.

Ritornando alla domanda del lettore, se c’è una festa incompatibile con la domenica, lo è proprio con la nostra, che nella riforma ha ritrovato il suo volto originario di II di Pasqua (e non più "dopo Pasqua"), in quanto forma un tutt’uno con la Pasqua e le sette domeniche fino a Pentecoste, costituendo quello che i Padri chiamavano laetissimum spatium, il tempo della gioia piena: domeniche inseparabili dalla Pasqua e tra loro.

Sarebbe utile perciò una maggiore vigilanza nei manifesti e nei foglietti di vario genere distribuiti ai fedeli, perché non si passi il limite della serietà e del buon senso (ne ho raccolti cinque nella mia chiesa) e magari si potesse avviare per le apparizioni del 1931 quella riflessione critica che il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha compiuto per le apparizioni di Fatima: un testo magistrale sul quale è caduto un totale silenzio (cf Il Regno doc. n. 13, 2000, 401-405: «Commento teologico»).
   

UN CICERONIANO DIVENTATO CRISTIANO

Sul numero di aprile u.s. di VP ho letto con interesse il contributo di Franco Peradotto, dal titolo accattivante: "Un ciceroniano diventato cristiano" su san Girolamo. Bravissimo l’articolista nel far rivivere, con stile brillante, la personalità geronimiana! Avvalendosi, soprattutto, dello splendido epistolario e – segnatamente – di quella fulgida gemma di esso, che è la lettera 22 indirizzata al discepolo Eustochio, Peradotto riesce a radiografare una delle più potenti figure dell’età aurea della patristica latina.

Figura potente, quella del dalmata, ma contrassegnata da sentimenti terribili e affascinanti a un tempo. Un uomo vibrante di sincerità e passionalità, capace di tenerissimi affetti, ma anche di violente reazioni, saldamente ancorato alla fede viva della Chiesa, ma non meno caparbiamente libero nel mettere ko i suoi avversari. Tutto ciò traspare proprio dalla corrispondenza del sommo biblista. «Ad essa», scrive Chérnel nella sua Storia della letteratura cristiana antica, «spetta un posto d’onore nella biblioteca del cristiano di oggi, che abbia un minimo di cultura, purché sia desideroso di mettersi in serio contatto con i Padri e di dare ogni tanto un nuovo slancio alla sua quotidiana battaglia contro la tiepidezza, aprendo il proprio cuore al fuoco interiore di un uomo che ebbe quasi tutti i difetti che può avere uno nella sua condizione, fuorché il difetto della tiepidezza».

Don Enrico Camisani
Brescia

Risponde mons. Franco Peradotto.
La lettera che il direttore – bontà sua e lo ringrazio – pubblica mi spinge a spiegare perché quest’anno in Vita Pastorale mi sono accinto a presentare – naturalmente in molta sintesi – alcune figure di convertiti e convertite cogliendole nel loro cammino sulla via di cui Gesù è Maestro. Ho sempre cercato di conoscere i santi e le sante al di là delle immaginette che, in dieci righe, li sintetizzano negli aspetti migliori o pensandoli subito in cielo. Se sono intercessori presso Dio non possono non essere invocati per quegli aspetti negativi o faticosi che noi vogliamo affrontare e che essi hanno sperimentato per superarli con l’aiuto del Signore e con l’esemplarità di fratelli e sorelle che hanno «preso la loro croce uniti a Cristo». Una Via Crucis con cadute e riprese. Un cammino non trionfalistico, come certe biografie tracciano, quasi che un «virtuoso da sempre e per sempre» possa essere un modello. Preferisco i santi e le sante provati, sconfitti, risuscitati con tenacia. Quelli, per intenderci, come san Giovanni della Croce che hanno vissuto "la notte oscura" della fede. Quei santi, mi diceva l’indimenticato cardinale Ballestrero, che hanno rischiato di diventare a seguito delle tante prove..."patroni degli atei".
   

RITARDI NELLE PRATICHE MATRIMONIALI?

Vorrei segnalare un problemino pastorale serio. Ci sarebbero alcuni temi che potremmo titolare "giubilei dimenticati dai vescovi italiani". Tra questi: il numero delle diocesi (cf già nel Concordato 1929, art. 16). Più recentemente, dopo le modifiche concordatarie del 1984, per l’Irc nella scuola statale (art. 9/2), la Cei poteva prendere spunto dal Giubileo per chiarire che si promoveva un insegnamento religioso culturale e non catechetico (le famose "due anime" della Cei già segnalate da mons. Nicòra), mentre risulta che in alcune diocesi si fa invece catechesi vera e propria.

Infine segnalo che da anni abbiamo in alcune diocesi italiane gravi ritardi nel concludere pratiche di nullità matrimoniale. Lo confermano avvocati rotali di notevole esperienza e preparazione. Un esempio concreto: per una causa matrimoniale non si è avuta ancora la sentenza dopo 4 anni (e una spesa di 8 milioni). Si dice: mancano i giudici in numero sufficiente; sono mal remunerati eccetera. Ma, allora, anche con l’8‰, perché non si risolvono prima queste problematiche di giustizia piuttosto che dare la precedenza a opere di carità nel terzo mondo? (senza fraintendimenti). Mi sembra sia delicato e poco responsabile gravare così su situazioni morali di molte famiglie (bambini nati nel frattempo, spese economiche, eccetera). Qualcuno suggerisce: si potrebbe favorire dapprima una procedura amministrativa e poi passare alla procedura giudiziale. Altrimenti, restano parole quando si dice: patrocinio gratuito, 700 mila lire di spese eccetera.

Lettera firmata

Risponde don Vinicio Albanesi.
Sui ritardi dei Tribunali ecclesiastici, di cui il lettore, si lamenta, si può affermare che già il 18 marzo 1997 la Cei ha emanato norme per una diversa organizzazione dei Tribunali per le nullità matrimoniali. Sono stati necessari alcuni mesi, perché la nuova impostazione si confermasse. Dalle notizie delle regioni, si apprende che quasi ovunque i tempi delle cause si sono accorciati; è stato messo a disposizione uno o due Patroni stabili, perché chi vuole possa rivolgersi a costoro gratuitamente; il costo della causa è stato fissato a 700 mila lire complessive per la parte attrice, salvo esenzioni per chi non avesse risorse e salvo offerte volontarie, una volta terminato il processo.

Il necessario della somma per il funzionamento dei Tribunali è stato messo a disposizione dai proventi dell’8 per mille direttamente dalla Cei e, se necessario, dalla Conferenza regionale, responsabile dei Tribunali stessi. Insomma, per la stragrande parte delle situazioni, la domanda degli sposi per sapere se il loro matrimonio è valido o no è stata resa "umana" e veloce quasi ovunque: la durata media di una causa deve essere di un anno, così come prevede il Codice, salvo imprevisti che non dipendono dal Tribunale. I ritardi di cui parla il lettore, si riferiscono a particolari situazioni di alcuni Tribunali e dipendono dall’organizzazione degli stessi. La Cei è intervenuta in senso pastoralmente efficace; le responsabilità vanno cercate là dove le cose non funzionano.
    

UNA PUBBLICAZIONE SUL GIUBILEO 2000

Scrive un anziano sacerdote (87 anni) che da sempre ha preferito detta rivista per la preparazione dell’omelia, e ringrazio di cuore tutti i collaboratori. Mi congratulo per la nuova impostazione nella parte introduttiva della rivista con lettere varie e risposte serie di personalità preparate e competenti. Mi ha particolarmente interessato e commosso leggere il dossier "Cosa resta del Giubileo". Dio vi benedica tutti. Perdonatemi, ma – ho pensato – non sarebbe cosa utile che i competenti si accordassero per pubblicare un lavoro che riassuma: preparazione, celebrazione e vissuto del Giubileo? Credo che farebbe molto bene nel popolo se presentato con un linguaggio profondo e semplice.

Don Crosato Raffaele
Lancenigo (Tv)

Caro don Raffaele, approfittiamo della sua lettera per ringraziare, con lei, i tanti che si complimentano (come anche i pochi che ci contestano, e meno male: serve anche la critica). Segnaliamo solo che già Famiglia Cristiana ha pubblicato 5 splendidi fascicoli (l’ultimo è dell’11 febbraio scorso) che riassumono eventi, messaggio e storia del grande Giubileo del 2000.
   

I DIACONI E LA LORO COLLOCAZIONE

In VP 11/2000, ho letto il trafiletto "Parrocchia affidata a diacono con moglie e figli". Premetto che stimo il vostro giornale e il diaconato permanente. Però, il modo in cui viene presentata la questione non mi pare adeguato a un mensile che si occupa di pastorale. Il voler proporre il diacono come sostituto del presbitero potrebbe sembrare l’inizio di un processo di degradazione, nel senso che: non c’è il vescovo, c’è il prete; non c’è il prete, c’è il diacono; non c’è il diacono, ci sono i ministri istituiti... fino a trovare l’ultima ruota del carro!

Penso che questa non sia una visione adeguata della realtà ecclesiale. Bisognerebbe invece accentuare il fatto che la Chiesa è tutta ministeriale, ed è per sua natura un mistero di comunione e di servizio. È vero che se non c’è uno c’è l’altro; ma ciascuno deve fare quanto gli è possibile e quanto gli è concesso. Se i parroci si impegnassero a incrementare fortemente la vita ministeriale delle parrocchie, alimentando e sostenendo i carismi dei ministeri istituiti (e non), certamente ne avremo il grande vantaggio di una reale e maggiore partecipazione dei battezzati a una vita e a una appartenenza cristiana più convinta.

Mi pare dunque che non si possa parlare del diacono come di colui che sta al posto del presbitero (quasi fosse solo un tappabuchi), ma piuttosto di colui che, nell’impossibilità della presenza fissa di un sacerdote in una parrocchia, è chiamato ad aiutarlo nel servire quella comunità, specialmente negli ambiti in cui è necessario sostenere l’inserimento dei laici nella vita apostolica e nell’animazione delle realtà temporali (dove – per sé – la presenza del presbitero non è necessaria in modo assoluto).

Inoltre: oggi, si cerca di porre rimedio alla scarsità di preti istituendo le fraternità sacerdotali. Una gestione parrocchiale di questo tipo dovrebbe però, implicare non solo l’educazione dei presbiteri a questo stile di vita, ma anche delle comunità a recepire la cosa. Generalmente questo modello è dato spesso per la gestione di piccole parrocchie e/o paesi. Ma ciò non vuol dire che bisogna considerarsi parrocchie minorate! Si dovrebbero studiare invece tutti i modi possibili per trarre da questa situazione (solo apparentemente svantaggiosa) tutti i vantaggi per una adeguata partecipazione dei laici alla vita parrocchiale.

Potrebbe incoraggiarci l’esempio delle missioni ad gentes. Poiché anche i missionari sono pochi (e le distanze almeno duplicate rispetto alle nostre), le diverse comunità vivono nell’attesa dei presbiteri, che magari possono garantire la loro presenza una o due volte al mese; ma la loro non è un’attesa oziosa, ma di grande preparazione spirituale ed esteriore (per es. nella catechesi, nella liturgia...), il tutto sotto la guida dei laici.

La costituzione conciliare sulla Chiesa dice: «I sacerdoti, premurosi collaboratori dell’ordine episcopale, suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono insieme col loro vescovo un unico presbiterio destinato a diversi uffici» (LG 28). Lo stesso documento, a proposito dei diaconi, dice: «In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali vengono imposte le mani "non per il sacerdozio, ma per il servizio". Sostenuti dalla grazia sacramentale, in comunione col vescovo e col suo presbiterio, essi sono al servizio del popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della Parola e della carità». Occorre, dunque evitare l’equivoco: il diacono non sostituisce il ruolo del sacerdote, in quanto è il presbitero a ravvivare nella comunità la presenza di Cristo capo e pastore a nome del vescovo (Pastores dabo vobis 13; 17). Il diacono, invece, condivide con il sacerdote il servizio della/per la carità. Il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, al n. 41, afferma che i diaconi possono ricevere dal vescovo l’incarico di «cooperare alla pastorale di una parrocchia» affidata a uno o più parroci.

Poiché i presbiteri sono «i primi cooperatori nel servizio apostolico» dei vescovi (PDV 4) e poiché «la loro opera nella Chiesa è veramente insostituibile» (PDV 4), mi pare non corretto sistemare i diaconi al posto dei sacerdoti, facendoli assurgere a un ruolo di pseudo-parroco. I diaconi dovrebbero piuttosto affiancare i presbiteri (come bene simboleggia anche il loro posto nelle azioni liturgiche), poiché insieme collaborano all’edificazione del Corpo di Cristo (LG 28).

Infine pongo due domande: perché non si tenta di inserire già da ora i diaconi nella collaborazione diretta con i presbiteri delle fraternità sacerdotali, anziché lasciarli soli, e magari richiedendo loro più di quanto possono fare? Perché molti presbiteri vogliono essere il "tutto" della comunità e stentano a capire che la loro azione pastorale è in stretto rapporto con il ministero dei vescovi? È davvero consolante, comunque, che i vescovi – in modo insistente – continuino a chiedere ai sacerdoti di incrementare il loro lavoro pastorale tra e con i laici (cf il bellissimo articolo di mons. Sanguinetti nello stesso numero di VP).

GianCarlo Norio
Seminario regionale sardo - Cagliari

Risponde don Silvano Sirboni.
Le osservazioni sono del tutto pertinenti. Quella di VP è una rubrica che semplicemente propone "Notizie" senza commenti o giudizi. Ringraziamo pertanto GianCarlo Norio per le precise e documentate osservazioni che offrono un contributo per un dibattito che è già in corso, come testimonia il simposio mondiale sulla formazione dei diaconi permanenti che si è tenuto in Germania dall’11 al 17 settembre 2000 (cf la relazione di Enzo Petrolino in Il Regno 20/2000 p. 672).
   

LA CULTURA RELIGIOSA FINITA IN TELEVISIONE

Una sera di domenica, nella trasmissione televisiva "regala miliardi", la domanda di partenza per la decina di candidati nello "show quizzaiolo" di Scotti è di mettere ordine tra i seguenti quattro momenti della messa: offertorio, omelia, vangelo, comunione. Nessuno dei concorrenti ha saputo rispondere e s’è dovuto ripiegare sulla domanda, veramente stupida, di indicare, in ordine di grossezza, le seguenti quattro bestie: pecora, mucca, pulcino, maiale! Dalla provenienza dei candidati pare trattarsi di un mini-campionario del nostro popolo. Che dire? Con tanta presenza di Chiesa e chiese c’è da restare sgomenti!

Lettera firmata
   

SACRISTA DISPONIBILE

Il signor Mario Spina, nato a Napoli il 20.07.1948, residente in via Risanamento 163, Ponticelli Napoli, diplomato perito chimico, per dieci anni ha fatto il sacrestano nella parrocchia S. Maria della Neve in Napoli. Per sopravvenute difficoltà economiche parrocchiali, lo Spina, richiede un’occupazione simile o altra mansione come usciere, custode di ville. Disposto anche a trasferirsi altrove. 
Tel. 081-5614694.

Sr. Eliana Schirru
Napoli

    

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