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LA PIÙ MERITORIA INVENZIONE DEL NOSTRO GIORNALISMO -1-

Ha 90 anni il Trust cattolico

di ROSARIO F. ESPOSITO
   

Vita Pastorale n. 12 - dicembre 1997 - Home Page Tra il 1907 e il 1912 cinque testate ecclesiali - alle quali se ne aggiunsero altre due - crearono il "Trust" della Società Editrice Romana (SER): si consorziarono e misero in comune le corrispondenze e altri servizi, qualificando la presenza cattolica nella società, e postulando la riconciliazione politica e religiosa. Poiché il gruppo aveva segnato una svolta di 360° nel dialogo Chiesa-Mondo, incontrò tante difficoltà. Il 6 novembre 1914 Benedetto XV dichiarò il decadimento della "condanna". Ma il giornalismo quotidiano cattolico non si riebbe più.

Nell’emeroteca Tucci di Napoli è stata allestita recentemente una mostra di storia del giornalismo cattolico, con impegnative relazioni tenute da professionisti e sociologi. Questa fondamentale attività ecclesiale ha una data di nascita precisa: il 21 novembre 1847, col primo numero del Giornale Romano. Antecedentemente c’erano stati vari settimanali e negli anni ’30 qualcuno era uscito più volte la settimana: la Voce della verità di Modena dal 1831 al 1841 spesso uscì tre volte la settimana, perciò a ragione viene considerata l’anello di congiunzione tra la stampa periodica e quella quotidiana. Dal 1848 in poi si moltiplicarono le testate quotidiane, che ebbero una vita estremamente svariata, con un minimo di due giorni per La Croce di Roma e un massimo dell’Armonia di Torino, fondata nel 1848, divenuta quotidiano quattro anni dopo, trasformatasi nell’Unità cattolica nel 1863, trasferita a Firenze nel 1892 e soppressa nel 1929. Tra i giornali longevi, nonostante il carattere particolare, va registrato ovviamente L’Osservatore Romano, iniziato nel 1861.

Con il raggiungimento del Risorgimento (1860), completato con la presa di Roma il XX settembre 1870, il nostro giornalismo quotidiano visse la sua stagione aurea. Negli ultimi quattro decenni del secolo le testate battezzate, seppellite, e talvolta risuscitate, furono circa 120. Il Novecento presentò una realtà nuova e, a suo modo, magica. Finché si era trattato di far blocco e di rigettare il Risorgimento e, dal 1885, la Massoneria, che aveva raggiunto un potere veramente notevole, l’unità e la coesione cattolica funzionarono alla perfezione, benché la distinzione tra intransigenti e transigenti, detti anche clerico-liberali, debba essere valutata con la dovuta attenzione. Tutti si resero conto che le antiche barricate dovevano essere smantellate. Si trattava di pensare a costruire il nuovo, accogliere le sfide del secolo che albeggiava, mettersi in sintonia con le mutate sensibilità, collegarsi nel mondo ecclesiale e in quello laico, rispondere alla nuova sensibilità dialogica, dare l’addio al legittimismo e al temporalismo, comunque si configurasse.

Altrettanto inevitabile fu la necessità di lasciare da parte i localismi e unire propositi e collegamenti, per far fronte alle spese della tecnologia e delle corrispondenze italiane ed estere. Le concentrazioni, ossia i trusts, si affermarono ovunque, cominciando dalle agenzie, che si raccolsero attorno ad alcuni nomi prestigiosi: Reuter, Havas, Associated Press, Darriel, Central News, in Italia la Stefani. Gli editori emergenti furono in America l’Hearst, in Gran Bretagna l’Harmsworth e il Pearson, ma anche in Germania e in Francia emersero personaggi che presero possesso delle testate giornalistiche più affermate. Un trust laico si era stabilito tra il Corriere della Sera di Milano, il Messaggero di Roma e il Giornale del mattino di Bologna.

Alcuni giornali dei tempi gloriosi della stampa cattolica
Alcuni giornali dei tempi gloriosi della stampa cattolica.

Nel mondo cattolico questo segno dei tempi fu percepito chiaramente. Imprenditori e professionisti di chiara fama e di provata fedeltà confessionale diedero vita al Trust cattolico, che da un lato rappresenta, nel settore specifico, l’invenzione più brillante sotto tutti i punti di vista, dall’altro, per le tristi vicende alle quali andò incontro, rimane il monito più severo. Dopo il suo "incidente di percorso", il giornalismo quotidiano cattolico di casa nostra è decaduto progressivamente e non si è più ripreso. Qualsiasi tentativo di professionalizzazione, e in ultima analisi di soluzione d’un problema la cui insolubilità per ora si è sempre rivelata ribelle a ogni cura, dovrà partire dalla storia di questa esperienza e dalle ragioni del suo fallimento. In caso diverso lo smacco è destinato a ripetersi all’infinito. Il Trust prese il nome di Società Editrice Romana (SER). I suoi animatori provenivano tutti dall’Opera dei Congressi, l’organismo che a partire dal 1874 convogliava il Movimento Cattolico e progressivamente confluì per l’aspetto religioso nell’Azione Cattolica e per quello socio politico nell’Unione Popolare e definitivamente nel Partito Popolare di Murri e di don Sturzo.

A questa splendida pagina della storia culturale cattolica ho dedicato un ampio studio ricco di riferimenti bibliografici e archivistici, al quale rimando, per eventuali approfondimenti, e che in parte riprendo: Il Trust della Società Editrice Romana (in Palestra del clero, A. 67, Nn. 15-16 e 17, agosto-settembre 1988, pp. 958-984 e 1033-1047). Per la documentazione ricordo che la nota bibliografica è parte integrante del testo.

Il nuovo organismo era presieduto dal conte G. Battista Grosoli Pironi (1859-1937), un personaggio ricchissimo di capacità imprenditoriali e soprattutto di una spiritualità che lo sorreggeva anche nei momenti più turbinosi dell’esistenza. Per far fronte alle grosse perdite causate dalla recessione forzosa della SER, allorché la S. Sede la sconfessò, vendette proprietà e azioni, fino a ridursi in povertà; trascorse gli ultimi sette anni della vita accolto generosamente in un convento francescano di Assisi. Fondò e promosse il Piccolo Credito Romagnolo, che unitamente al Banco di Roma offrivano alla SER un valido sostegno finanziario, garantendo in anticipo una sicurezza di cammino che le imprese giornalistiche cattoliche dell’Ottocento non avevano mai avuta.

Il Grosoli era stato l’ultimo presidente dell’Opera dei Congressi. Nel 1907 dunque raccolse attorno a sé amici che di quell’organizzazione avevano toccato con mano l’obsolescenza e che si proponevano di affrontare la nuova realtà della nazione e della Chiesa con uno spirito nuovo, sensibile alle istanze che s’affermavano tanto nella società civile che nel mondo cattolico. La nuova società per azioni, chiamata trust, partiva con tre giornali, ai quali ben presto se ne aggiunsero altri tre.

La presidenza fu offerta a Francesco Saverio Benucci, mentre il consiglio d’amministrazione era composto dal Grosoli, dal principe Lodovico Chigi, da Alessandro Alessandri, Rufo Ruffo della Scaletta, dal marchese Filippo Crispolti, da Sigismondo Malatesta, Michele San Pietro, Guido Sassoli de’ Bianchi, Giuseppe Vicentini. Consiglieri delegati per la parte tecnica e amministrativa del Corriere d’Italia, il quotidiano-pilota che si pubblicava a Roma dal 1905, furono eletti l’on. Angelo Mauri e l’avv. Alessandri. Per il momento il giornale rimaneva affidato alla direzione del marchese Gaetano De Felice, il quale nel 1907 si ritirò per ragioni di famiglia, mantenendo col giornale, fino alla soppressione forzosa a opera del fascismo nel 1929, rapporti di collaborazione e consulenza. Gli subentrò Paolo Mattei-Gentili, confondatore del Trust, che dal punto di vista professionale è da considerare l’animatore più geniale del giornalismo cattolico, forse di tutti i tempi; egli firmò tutte le testate del Trust, che tuttavia avevano nelle singole sedi un responsabile specifico.

I suoi criteri professionali vengono esposti nell’editoriale dell’8 luglio 1907; in termini ancora più precisi, e soprattutto più calorosi, sulla soglia dell’anno nuovo, nell’editoriale del 4 dicembre, in cui presenta i progetti per il 1908. Egli intende animare la società col lievito cristiano, ma in maniera diversa rispetto al clericalismo del quarantennio antecedente, facendo leva soprattutto sulla promozione culturale, sociologica, politica della società, nella quale occorre introdurre tutta la massa dei cittadini.

I capitali investiti furono notevoli e si effettuò l’ammodernamento degli stabilimenti oltre che della redazione, si stabilirono servizi di corrispondenza, telefoni e telegrafi. Le operazioni venivano effettuate tramite il Banco di Roma che, unitamente al Credito Romagnolo e alla miriade di Casse di Risparmio e di Casse Rurali, era stato fondato per contrastare il passo al dominio delle banche asservite ai governi e alla Massoneria; e questa scelta poté sopravvivere egregiamente.

L'arresto di don Albertario, direttore de "L'Osservatore cattolico" di Milano L'arresto di don Albertario,
direttore de
"L'Osservatore cattolico"
di Milano.

Negli anni 1907-1912 si aggregarono alla SER: Il Corriere d’Italia diretto da Paolo Mattei-Gentili (1907), di Roma; L’Avvenire d’Italia diretto da Rocca d’Adria (Cesare Algranati) di Bologna (1910); Il Momento di Torino, diretto da Angelo Mauri (1912); L’Italia di Milano diretta da Filippo Meda (1912); Il Corriere di Sicilia diretto da Vincenzo Mangano, di Palermo (1912). Si aggregarono poi: Il Messaggero Toscano di Pisa nel 1913 e L’Esare di Lucca nel 1916.

La tiratura raggiunta da questi giornali non solo fu del livello dei giornali laici, ma in qualche caso fu assai superiore. Richelmy afferma che Il Corriere d’Italia «riuscì a superare le 60.000 copie. Questo dimostra che il giornale cattolico di per sé non rappresenta un handicap; se professionalmente è al livello degli altri, riesce ad essere preferito» (Malgeri, 321-330).

Per dare un’idea dell’impostazione professionale, limito l’attenzione ai mesi di gennaio-marzo 1911, per la testata romana. La struttura del giornale è questa: Colofon – Paolo Mattei Gentili, direttore; Ernesto Manni, gerente responsabile. Tipografia della SER (Società Editrice Romana), proprietaria de Il Corriere d’Italia, de L’Avvenire d’Italia e de Il Corriere di Sicilia, Roma, Via Coppelle 35. Anno VI. – Telefoni: urbani 36-03; 50-59. Interprovinciale 1-64. – Telefono internazionale. Abbonamenti: Anno L. 16; Sei mesi L. 8,50; Tre mesi L. 4,50. Stati dell’Unione postale, il doppio. Tipografia – Del giornale. Formato cm. 43x57; giustezza tipografica 14,5; 6 colonne; 6 pagine. Corpi dal 7 al 10.

Il meglio dell’intellighentsija cattolica del momento trovò spazio in queste pagine. Vi furono accolte voci e materie inimmaginabili antecedentemente. Qualche esempio: elzeviri (Filippo Crispolti, Egilberto Martire); interno (G. De Simone, G. Mangianti), estero con sedi in Libia (E. Vassallo), Albania e Montenegro (A. Baldacci), Londra (R. Rampoldi), Berlino (G. Sacconi), Lisbona (G. Dos Santos), S. Francisco (P. Zolin), Parigi (D. Russo), e ancora corrispondenze da Costantinopoli, Vienna, Zurigo; cronaca nera e giudiziaria (V. Fontanarosa, A. Ferretti); agricoltura, sindacalismo, legislazione (C. P. Rinaudo, R. Pini, R. Bonfiglio), letteratura e arte (P. Arcari, P. Mussini), teatro (Rosso di S. Secondo, P. Melandri, E. Jallonghi), storia (P. Tacchi Venturi, G. B. Mannucci, D. M. Faloci Putignani), donna e moda (Miss Lorey). Collaborazione saltuaria del card. Maffi, E. Cavalli, P. Parisi, F. Magri, S. Bassi, ecc. Cresce l’interesse per lo sport, il cinema, la medicina, l’economia domestica.

Un editoriale del Mattei-Gentili dà la misura dell’entusiasmo che pervadeva l’ambiente: «Miglioreremo innanzitutto tra breve la carta, i caratteri e tutta l’estetica del nostro giornale. Inoltre il grandioso impianto della Società Tipografica Editrice Romana, a cui ora si sta attendendo, ci permetterà nell’anno nuovo di dare non soltanto il giornale a sei pagine perfettamente stampate, ma anche, quando occorrerà, e grazie all’acquisto della nuova grandiosa rotativa, il giornale a otto pagine. Con questi lieti auspici, Il Corriere d’Italia entra fiducioso nel suo terzo anno di vita; e tutto fa sperare che il suo cammino sarà sempre una continua vittoria; la vittoria, ripetiamo, non di interessi più o meno misteriosi e confessati, ma della buona causa».

Proteste e diffide si levarono in parecchi ambienti. Esse si rispecchiano chiaramente nella lettera di san Pio X al prevosto di Casalpusterlengo (20 nov. 1912), che tra l’altro diceva: «Come, infatti, si possono approvare certi giornali che colla etichetta nascosta di cattolici, perché qualche volta riferiscono i ricevimenti pontifici e le note vaticane, non solo non dicono mai una parola sulla libertà e indipendenza della Chiesa, ma fingono di non accorgersi della guerra continua che le vien fatta? Giornali che non solo non combattono gli errori che avvolgono la società, ma portano il loro contributo alla confusione delle idee e delle massime divergenti della ortodossia, che prodigano incenso agli idoli del giorno, lodano libri, imprese e uomini nefasti alla religione...» (De Rosa, II, 403).

L’intervento risolutore giunse meno di un mese dopo, cioè nel numero 21 degli Acta apostolicae sedis del 2 dicembre 1912 (p. 695). Questo documento non aveva una connotazione specifica né il dicastero da cui veniva emanato. Portava semplicemente il titolo Avvertenza e diceva testualmente: «Avvertenza. – A togliere l’equivoco che certi giornali vanno creando in mezzo al clero e ai fedeli, si dichiara che la Santa Sede non riconosce per conformi alle direttive pontificie e alle norme della Lettera di Sua Santità all’Episcopato Lombardo del 1° luglio 1911, i giornali seguenti: L’Avvenire d’Italia, Il Momento, Il Corriere d’Italia, Il Corriere di Sicilia, L’Italia, e altri dello stesso genere, checché ne sia delle intenzioni di alcune egregie persone che vi lavorano».

Gli storici dell’emerologia cattolica hanno dato diverse spiegazioni a questo atto gravissimo. Rimando ad essi. I giornalisti cattolici piombarono nello smarrimento, perché posti di fronte a un dramma di coscienza: obbedienza alla gerarchia, obbedienza alle leggi della professionalità e della sociocultura. I direttori delle testate del Trust pubblicarono un editoriale collettivo in cui cercarono di conciliare le due esigenze; fatica improba. La conclusione del pezzo (7 dicembre 1912) dà un’idea di questo terribile travaglio.

La SER scrive: «I nostri giornali hanno un vastissimo campo d’azione e un larghissimo programma da svolgere: il programma stesso che la Società Editrice Romana, formata di uomini francamente cattolici e sinceramente italiani, si prefisse fin dal momento della sua costituzione: curare in Italia la diffusione di giornali che, appunto perché scritti da cattolici, siano fattori efficaci di educazione religiosa e morale, al tempo stesso in cui mirano ad appagare i desideri e i bisogni della grande massa del popolo italiano (...). Un altro importantissimo compito spetta ai nostri giornali: difendere dai continui pericoli l’educazione morale del nostro popolo. Proseguiremo perciò, proponendoci di raddoppiare la nostra vigilanza, a ispirare le nostre pubblicazioni al più rigido rispetto per la morale nella cronaca degli avvenimenti, nelle relazioni letterarie e artistiche, e perfino negli annunzi di pubblicità. Di modo che nei nostri giornali uomini di tutte le opinioni, desiderosi di non introdurre nelle loro famiglie la stampa disonesta e di non incoraggiare l’opera quotidiana di corruzione che viene da essa compiuta in tutte le classi sociali e specialmente a danno della gioventù, possano trovare quella lettura sana che invano cercano altrove (...). Tutto questo abbiamo sentito la necessità di dichiarare; e ci conforta la persuasione di aver compiuto così il nostro preciso dovere di figli devoti della Chiesa, e di avere insieme sinceramente e interamente spiegato ai lettori il carattere dell’opera nostra».

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