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DOSSIER - A TRENT’ANNI DALLA "HUMANAE VITAE"

Contraccezione: un Vademecum per i confessori
Un maggiore ascolto degli sposi

di GIORDANO MURARO
      

   Vita Pastorale n. 11 novembre 1998 - Home Page

Non è un documento del Magistero, ma ha una sua autorevolezza perché è la voce di un organo consultivo della Santa Sede. Redatto dal Pontificio Consiglio per la Famiglia a ventinove anni. di distanza dalla "Humanae vitae", il "Vademecum" offre spunti utili e interessanti per una nuova riflessione sulla contraccezione. Le indicazioni dei manuali del passato a confronto con quelle contenute nel "Vademecum".

Sono passati trent’anni dal giorno in cui Paolo VI ha presentato alla comunità cristiana l’enciclica Humanae vitae (1). Lo aveva fatto con grande trepidazione, come ebbe a dire egli stesso pochi giorni dopo nell’udienza generale del 31 luglio. Era costata molti anni di lavoro e di sofferenza, perché nei quattro anni di attesa le discussioni e le polemiche non avevano smesso di agitare le acque intorno al popolo di Dio. La sua comparsa aveva provocato discussioni ancor più1198v117.jpg (14480 byte) accese. Nessuna enciclica ha avuto tanta risonanza in campo laico ed ecclesiale. Gli episcopati nazionali sono intervenuti per offrirne un commento e una applicazione pastorale; il mondo laico si è sentito in dovere di muovere aspre critiche; i teologi si sono divisi, ma molti di essi si sono impegnati in uno studio accurato per coglierne i contenuti e le motivazioni, e per aiutare i fedeli a capirne il messaggio e applicarlo alla propria vita in modo convinto e illuminato.

Ricordiamo questo trentennio riprendendo il problema, ma esaminandolo principalmente dalla parte dei fedeli sposati. Sono i diretti interessati, eppure in questi anni hanno fatto sentire poco la loro voce. O meglio: le loro voci sono state più dei "mugugni" che non sono giunti a forare il velo di diffidenza che ha sempre avvolto i loro interventi. Si è pensato che fossero una parte troppo coinvolta per parlare in modo disinteressato. Solo in qualche occasione sono riusciti a raccogliere e presentare le loro idee in un documento che hanno offerto al popolo di Dio; ma senza echi particolari. Il problema della contraccezione continua a restare esclusivamente nelle mani dei teologi di professione.

Con l’aiuto di molte coppie che cercano di fare un cammino di vita spirituale ho cercato di capire come esse possano giungere a un giudizio difforme da quello dei pastori. Ho raccolto e ordinato queste riflessioni, con un duplice scopo. Anzitutto per aiutare i coniugi a dire a sé stessi in modo chiaro quello che pensano in modo confuso: perché solo quando la persona ha chiarito a sé stessa i contenuti e i processi delle sue scelte diventa veramente responsabile della sua vita e quindi morale. In secondo luogo per aiutare i sacerdoti a ripercorrere il cammino che porta i coniugi a dare della contraccezione una valutazione diversa, perché solo così possono ad essi affiancarsi e con essi fare un cammino di graduale conversione.

Queste riflessioni si ricollegano al documento che il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha redatto un anno fa e che a parer nostro presenta dei contenuti che vanno nella direzione di un maggior ascolto degli sposi. Non è un documento del Magistero; ma ha una sua particolare autorevolezza perché è la voce di un organo consultivo della S. Sede. Inizieremo da questo documento perché offre degli spunti interessanti e utili per una nuova riflessione sulla contraccezione.

Un Vademecum per i confessori. A ventinove anni di distanza dalla Humanae vitae, nel febbraio dello scorso anno, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha presentato ai sacerdoti un Vademecum per aiutarli nella delicata opera della confessione dei coniugi (2). Il titolo parla di "alcuni temi di morale attinenti alla vita coniugale"; in realtà il documento risponde solo alla domanda: «Come comportarsi con i fedeli che confessano il peccato di contraccezione?». La risposta, anche se bene ancorata nella dottrina del passato, contiene indubbie novità che portano serenità in un argomento che era ed è tuttora oggetto di tensioni e conflitti. Può essere considerato come un do-cumento che ha messo pace tra "rigoristi" e "lassisti" e che ha riportato serenità in molti sacerdoti che prima si accostavano al confessionale col timore di dover affrontare questo problema con i penitenti. Diventa anche un punto di riferimento sicuro per i giovani sacerdoti che si preparano ad iniziare la loro attività in confessionale, e che si troveranno certamente avvantaggiati nei confronti dei confratelli più anziani che hanno dovuto mettere in pratica delle indicazioni che erano ostiche non solo ai penitenti, ma anche agli stessi confessori.

Ricordiamo le principali novità. La recidiva non è motivo per negare l’assoluzione; si ammette la possibilità dell’ignoranza invincibile e dell’errore di giudizio non colpevole; si estende il princìpio del lasciare la buona fede, per non trasformare in formale il peccato materiale quando si prevede che il penitente non modificherà la propria condotta; si raccomanda di interrogare con discrezione; e soprattutto, si chiede di usare un atteggiamento di paziente misericordia verso gli sposi, e fare con essi un cammino di crescita graduale. Non sono una novità in assoluto, ma lo sono per rapporto a quanto si diceva nel passato sulla contraccezione. Infatti si potrà osservare che anche nel passato queste indicazioni potevano essere in qualche modo presenti nei princìpi che venivano dati; ma il problema non è tanto nella interpretazione dei princìpi, quanto nella loro applicazione al caso specifico della contraccezione. Possiamo riscontrare queste diversità mettendo a confronto le indicazioni dei manuali del passato con quelle contenute nel Vademecum.

«I diretti interessati, cioè gli sposi, in questi anni hanno fatto sentire poco la loro voce». Spesso, le loro voci sono state più dei "mugugni".
«I diretti interessati, cioè gli sposi, in questi anni hanno fatto sentire poco la loro voce». Spesso, le loro voci sono state più dei "mugugni".

Confronto tra passato e presente.
1) Il passato: i manuali. Le indicazioni contenute nei manuali (3) possono essere così riassunte.

  • a) Il penitente deve essere istruito sulla gravità del peccato e deve essere interrogato per verificare la sincerità del suo pentimento; Casti connubii: «Sacerdotes... admonemus ne (fideles) errare sinant... ullo modo conniveant... in errorem induxerit sive approbando sive dolose tacendo...» (cf la spiegazione di questo testo data dai manuali; per es. Merkelback, Summa Theologiae Moralis, p. 962, n. 958).
  • b) Non è ammissibile l’ignoranza invincibile o un giudizio difforme da quello della Chiesa, se non in casi rarissimi; anzi si deve togliere la buona fede, anche a costo di trasformare il peccato da materiale in formale e anche se si prevede l’abbandono dei sacramenti; «Onanista regulariter monere debet, non solum si absit bona fides aut probabilis sit spes fructus, sed etiam his deficientibus, imo monet S. Poenit. 10 mart.1886: "Si praevideatur plures a bona fide esse deturbandos, multosque sacramenta derelicturos". "Hac enim in re, ait Conc. Prov. Mecl, n. 85, praestat severitate uti, magis quam indulgere laxitati"» (Merkelback, p. 963, 2ø).
  • c) Si deve esigere il proposito fermo di non ricadere nel peccato di contraccezione; e a chi ricade, dopo vari ammonimenti, si deve negare l’assoluzione perché la ricaduta è segno che il proposito non era efficace; «Denique recidivo sine ulla emendatione regulariter absolutio differatur, nisi signa extraordinaria afferat» (Merkelback, p. 963, 6).
  • d) Solo in casi eccezionali si può ammettere la buona fede, però a condizione che questo non causi scandalo. Vermeersch, De Castitate, 1933, n.78 (anche Chanson, Per meglio confessare, p. 483, n. 841, A). Il confessore non può tacere se non nel caso in cui siano contemporaneamente presenti queste tre seguenti condizioni:
    – l’ignoranza invincibile risulta da circostanze straordinarie;
    – non c’è pericolo di scandalo (come potrebbe avvenire nel caso in cui il penitente assolto lo dica ad altri);
    – non ci son abusi frequenti da temere (cf anche Merkelback, p. 963, 3ø, 4ø).
  • e) È da notare anche come alcune indicazioni suggerite ai confessori risentano della mentalità del tempo. Si raccomanda che:
    – il confessore lavori particolarmente con il marito, perché la donna è disponibile ad astenersi dal gesto sessuale;
    – non accolga con facilità la motivazione della povertà, perché Dio aiuta le coppie generose;
    – non si dia troppa retta agli allarmismi dei medici nei casi di gravidanza difficile, e si confidi nella provvidenza;
    – si abbiano piuttosto presenti i danni provocati dalla contraccezione alla futura prole! (cf Merkelback, p. 963).

2) Oggi: il Vademecum.

  • a) Il confessore deve dare fiducia al penitente; deve aiutarlo a raggiungere il sufficiente pentimento e a desiderare l’assoluzione: p. 27, 3.2: «Presupponendo... la buona volontà... di riconciliarsi con Dio»; p. 26, 3.1,c: «L’aiuto e l’incoraggiamento al penitente affinché raggiunga il sufficiente pentimento»; p. 28, 3.5: «Far sì che desiderino l’assoluzione e il perdono del Signore».
  • b) Il confessore deve interrogare con cautela e, se il fedele gli chiede spiegazioni, deve rispondere adeguatamente alle domande, ma sempre con prudenza e discrezione: p. 26, 3.3,b: «Prudente cautela nelle domande riguardanti questi peccati»; p. 28, 3.3: «Rispondere adeguatamente, ma sempre con prudenza e discrezione, senza approvare opinioni errate».
  • c) Non è necessario che il confessore indaghi sui peccati commessi a causa dell’ignoranza invincibile della loro malizia, o di un errore di giudizio non colpevole: p. 29, 3.7: «In linea di massima non è necessario che il confessore indaghi sui peccati commessi a causa dell’ignoranza invincibile della loro malizia, o di un errore di giudizio non colpevole...».
  • d) È preferibile lasciare i penitenti in buona fede in caso di errore dovuto a ignoranza soggettivamente invincibile, se si prevede che il penitente non modificherà la sua condotta; nello stesso tempo il confessore dev’essere cosciente che il fedele anche se è in buona fede, produce del male a sé stesso, e quindi dev’essere aiutato a evitarlo: p. 30, 3.8: «È preferibile lasciare i penitenti in buona fede in caso di errore dovuto a ignoranza soggettivamente invincibile, quando si preveda che il penitente, pur orientato a vivere nell’ambito della vita di fede non modificherebbe la propria condotta, ma passerebbe a peccare formalmente; tuttavia anche in questi casi...».
  • e) Il confessore deve credere alla possibilità del pentimento e alla sincerità del proposito, anche se il penitente è recidivo, p. 28,3.5: «La recidiva nei peccati di contraccezione non è in sé stessa motivo per negare l’assoluzione; questa non si può impartire se mancano il sufficiente pentimento o il proposito di non ricadere in peccato».
  • f) Il confessore deve proporre e seguire un cammino graduale; ma la legge della gradualità pastorale «consiste nel chiedere una decisiva rottura con il peccato e un progressivo cammino verso la totale unione con la volontà di Dio e con le sue amabili esigenze, il che però suppone una iniziale e decisiva rottura con il peccato» (p. 31,3.9) (4).

In conclusione: p. 32,3.1: «A chi dopo aver peccato gravemente contro la castità coniugale, è pentito e, nonostante le ricadute, mostra di voler lottare per astenersi da nuovi peccati, non sia negata l’assoluzione sacramentale. Il confessore eviterà di dimostrare sfiducia nei confronti sia della grazia di Dio, sia delle disposizioni del penitente, esigendo garanzie assolute, che umanamente sono impossibili, di una futura condotta irreprensibile».

Paolo VI tra la folla in Colombia, nell'agosto del 1968. Paolo VI tra la folla in Colombia, nell'agosto del 1968.
Un mese prima aveva promulgato l'enciclica "Humanae vitae" con grande trepidazione e dopo molti anni di lavoro e sofferenza.

Il confessore di fronte alle novità. È un documento coraggioso che ha riportato pace e serenità nel cuore di molti confessori, ma anche di molti fedeli ai quali il documento stesso viene rivolto: «Il presente documento è indirizzato specificamente ai confessori... (ma nello stesso tempo) si intende pure un punto di riferimento per i penitenti sposati... servirà pure a coloro che si preparano al matrimonio» (p. 11, 1).

Prendendo come punto di riferimento i princìpi offerti nel Vademecum sarà più facile al confessore e ai penitenti trasformare il Sacramento della riconciliazione in un momento di crescita spirituale, in modo da «trarre sempre maggior profitto dalla pratica del Sacramento della riconciliazione e vivere la loro vocazione a una paternità/maternità responsabile in armonia con la legge autorevolmente insegnata dalla Chiesa» (ibid.).

Tuttavia resta aperto un interrogativo di fondo. Il confessore, che non si accontenta di sapere "cosa deve fare", ma si chiede "perché?" deve agire in modo diverso da quello che veniva suggerito nel passato, resta senza risposta perché non trova nel documento i motivi che giustificano questi cambiamenti.

Alcuni esempi:

– perché la recidiva non è più segno di insufficiente pentimento e proposito e non è quindi più motivo per negare l’assoluzione «nei peccati di contraccezione» (p. 28, 3.5)?; e negli altri casi lo è? perché?

– nel 3.11 si dice che questa affermazione è secondo la dottrina approvata e la prassi seguita dai santi dottori e confessori circa i penitenti abituali; ma perché il magistero non diceva questo anche nel passato? e perché ora si fanno prevalere i dottori e confessori sulle precedenti dichiarazioni?

– perché bisogna lasciare il penitente in buona fede, specialmente quando si prevede che non modificherà il suo comportamento, mentre nel passato si chiedeva di togliere la buona fede? (p. 30, 3.8).

Il fondamento delle novità. Su quali princìpi si fondano queste nuove indicazioni? Il documento non lo dice. Si limita a presentare una prassi nuova, ma non si preoccupa di indicarne le ragioni. Per questo il confessore che intende svolgere il suo ministero in modo illuminato e convincente – tale da rendere ragione a sé stesso e ai penitenti delle nuove indicazioni – deve andare oltre il documento e ricercare i princìpi che stanno alla base di questa nuova prassi pastorale. Non è un compito facile, ma deve essere affrontato per mettere i confessori in condizione non solo di sapere come devono comportarsi, ma perché devono comportarsi in quel modo, perché solo così agiscono da persone adulte che aiutano i fedeli a diventare adulti.

In questa opera di fondazione delle indicazioni contenute nel documento sembra che si dia una nuova e rilevante importanza alla coscienza del fedele (5), intendendo per coscienza la capacità della persona a valutare e decidere il comportamento da scegliere e da vivere. La coscienza è sempre stata considerata dal Magistero come «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità...» (GS n. 16); il luogo in cui la persona formula in modo inappellabile le sue decisioni. La novità consiste nell’ammettere che la coscienza possa formulare in modo incolpevole un giudizio diverso da quello del Magistero, e possa applicare questo giudizio alla sua vita individuale, tenendo conto delle particolari circostanze in cui si trova a vivere.

Di qui nasce la necessità per il confessore di riflettere su due punti: a) il primo riguarda la coscienza e il posto che occupa nella vita morale della persona; b) il secondo riguarda la possibilità di esprimere un giudizio sulla contraccezione diverso dal giudizio del Magistero. Il confessore deve ripercorrere il cammino che porta il fedele a questa diversità di giudizio: perché solo conoscendo questo cammino può intervenire in modo rispettoso e convincente nella sua vita per aiutarlo a superare il giudizio erroneo.

Giordano Muraro

Note

1) L’enciclica porta la data del 25 luglio 1968, ma è comparsa sull’Osservatore Romano del 29-30 luglio. Il primo commento è dello stesso Paolo VI che approfittò dell’udienza generale del giorno dopo per presentarla e offrirne una chiave di lettura. (torna al testo)

2) Pont. Consiglio per la Famiglia, Vademecum per i confessori su alcuni temi di morale attinenti alla vita coniugale, del 12 febbraio 1997. Il documento non ha una numerazione continua, per cui risulta difficile la citazione dei testi. (torna al testo)

3) Prenderemo in esame alcuni trattati e manuali maggiormente in uso, quali Merkelback B. H., Summa Theologiae Moralis; Prummer, Summa Theologiae Moralis; Aertnys-Damen, Theologia moralis; Noldin H. S., Summa Theologiae Moralis; Vermeersch A., Theologia Moralis; id., De castitate et de vitiis contrariis: Tractatus doctrinalis et moralis; Cappello, Tractatus canonico-moralis, vol. III, De Matrimonio; Fanfan, Theologia Moralis; Palazzini-De Jorio, Casus conscientiae, vol. I; Lumbreras, Casus conscientiae, vol. IV, e altri ancora. (torna al testo)

4) Questa affermazione apre un interrogativo: come conciliare questa affermazione con l’invito a non trasformare in formale un peccato solo materiale? Vuol forse significare che il proposito deve avere come oggetto non il «porre fine alla contraccezione» se il penitente non è ancora giunto a considerarla come un male, ma deve avere come oggetto il «lottare e rivedere il proprio giudizio e la propria prassi coniugale»? Cercheremo in seguito di dare una risposta soddisfacente a questo interrogativo. (torna al testo)

5) Parliamo di coscienza, ma il discorso dovrebbe essere molto più ampio e abbracciare l’intera vita morale della persona, a iniziare dalla sua capacità di formulare tutti i princìpi (generici, particolari e applicati) del suo sviluppo consapevole e libero. Anche il discorso sulla coscienza (che è il momento della applicazione dei princìpi alle situazioni umane concrete) dovrebbe essere ampliato nel discorso della prudenza che è una nozione più appropriata non solo concettualmente, ma anche operativamente: perché solo la prudenza è all’origine di una applicazione efficace ed illuminata dei princìpi della legge naturale primaria e secondaria e dei princìpi intermedi da essa derivati, alle conclusioni operative. (torna al testo)

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