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La vita consacrata tra nostalgia e rinnovata fedeltà a Dio e all’uomo

Quale vita consacrata per il nuovo millennio?

di PIETRO ROBERTO MINALI
      

   Vita Pastorale n. 7 luglio 1999 - Home Page

I superiori generali si sono incontrati ad Ariccia (Roma) dal 26 al 29 maggio 1999 per la loro 55ª assemblea. I lavori si sono incentrati sul tema: "Le vocazioni alla vita consacrata nel contesto della società moderna e postmoderna". Dalle relazioni e dai lavori di gruppo è emerso il desiderio di riflettere con coraggio sullo scenario della vita consacrata alle soglie del nuovo millennio. Siamo certamente testimoni di segnali preoccupanti, ma proprio questo è il momento per affidarsi con più slancio allo Spirito e costruire una vita consacrata dal volto nuovo, che incontri realmente le domande del nostro tempo.

Oggi i superiori generali delle congregazioni religiose più che quei personaggi potenti e prestigiosi del recente passato, sembrano simili al vecchio Abramo, triste e preoccupato, nella sua tenda. Nonostante le promesse divine, non vede realizzarsi il dono della discendenza. Ma Dio lo chiama per farlo uscire dal terrore e dall’angoscia che lo prende. Gli prepara un nuovo esodo verso orizzonti più ampi in cui reinterpretarsi e credere alla storia che Dio gli prepara. Con questa e altre immagini bibliche Bruno Secondin ha introdotto i lavori di gruppo nella recente 55ª assemblea dell’Usg (Unione Superiori Maggiori) tenutasi ad Ariccia (Roma) dal 26 al 29 maggio. Il tema sul quale si sono incentrati i lavori: "Le vocazioni alla vita consacrata nel contesto della società moderna e postmoderna", ha portato l’assemblea a dibattere e riflettere con coraggio sullo scenario della vita consacrata (vc) alle soglie del nuovo millennio. Uno scenario che non è certamente privo di segnali preoccupanti.

Dalle relazioni svolte nell’assemblea viene l’invito a non fermarsi ai numeri. È certamente vero che nelle aree più ricche, Europa e Nord America, siamo ai minimi storici, ma sarebbe pericoloso fermarsi ai censimenti e a furbe strategie per attrarre più giovani. È venuto invece il momento per porsi seriamente alcune domande e cercare delle risposte. Sembra anche chiaro che la risposta vada cercata in una rinnovata ripresa della spiritualità, intesa innanzitutto non come vita interiore, ma come "vita secondo lo Spirito Creatore". Il rischio, di fronte alle sfide del nostro tempo, è quello di ripetersi con strategie frutto di ingenue furbizie, come per. es. il reclutamento di vocazioni in aree più feconde per poi trapiantarle nei nostri paesi, che ne sono avari. La vera novità può essere solo nell’affidarsi alla creatività dello Spirito, colui che impegna la nostra libertà e che offre nuove possibilità per il futuro.

Riprendiamo alcuni punti della relazione di p. Amedeo Cencini, il quale fa una lettura del presente della vc e offre alcuni spunti per costruire il suo futuro. La preoccupazione più pressante è comprendere quali possano essere le vocazioni adatte a una vita consacrata rinnovata: ce ne saranno ancora oppure siamo destinati a scomparire? Giustamente p. Cencini preferisce affrontare un’altra questione, cioè: quale vc dobbiamo proporre alle nuove vocazioni? Nello scollamento tra mondo giovanile e vc egli individua un elemento strategico: la progressiva perdita nella vc della sua natura relazionale. In un processo che viene da lontano, e che è tipico della modernità, l’individuo è portato a una progressiva chiusura in sé stesso.

Due suore partecipano al Sinodo sulla vita religiosa (Roma, 2-29 ottobre 1994).
Due suore partecipano al Sinodo sulla vita religiosa (Roma, 2-29 ottobre 1994).

La stessa coscienza credente ne è rimasta influenzata, fino agli apici del periodo postconciliare in cui, anche per una legittima reazione all’eccesso di comunitarismo del passato, si è facilmente passati alla esaltazione della self-realization fino a giungere al diffuso individualismo che oggi caratterizza la vc. Le difficoltà non si esauriscono nella difficile collaborazione con la "controparte" diocesana o con le altre congregazioni, ma si ritrovano anche nel confronto con il mondo circostante e con la storia. I religiosi si atteggiano ancora troppo spesso a benefattori e maestri ma raramente riescono a stabilire una vera comunicazione dei beni spirituali e dei carismi di cui sono portatori. Tutto ciò si ritrova in modo acuto nella stessa vita comunitaria in cui è evidente la «scarsa qualità della fondamentale comunicazione dei beni spirituali». Sulle realtà che dovrebbero caratterizzare la vc si ha difficoltà a comunicare, mentre non se ne ha per altri temi più marginali. Questa mancanza di condivisione dei valori porta inevitabilmente alle distorsioni che caratterizzano oggi la vc: esperienza spirituale individualistica, mentalità dell’autogestione, ricerca all’esterno della comunità di relazioni significative…

Sono osservazioni che non hanno pretese di novità e che non intendono insistere sulla ricerca delle colpe o dei colpevoli. Ci sono certamente responsabilità all’interno della vc, d’altro canto soggetta anche essa all’influsso culturale della modernità e post-modernità; ma ciò che più conta oggi è sapere percepire che il tempo è cambiato. Le urgenze del postconcilio, afferma Cencini, non sono le stesse del presente: se allora la preoccupazione poteva essere quella del recupero della dignità e della libertà dell’individuo, oggi sta piuttosto nel desiderio di recuperare la "relazione", in una visione antropologica che non ritiene la relazione come un accidente, un accessorio dell’uomo, e neppure la riduce alla connotazione psicologica o sociologica, ma la intende nell’ambito teologico che le è proprio, più ontologico che morale.

Se in questo passaggio culturale la vc non torna ad essere profondamente relazionale-comunionale, essa «rischia di porsi fuori dal contesto significativo umano, di non incrociare più alcuna domanda e alcun volto, alcuna attesa dell’uomo e della donna d’oggi, di non aver dunque più alcuna parola da dire, alcun volto da mostrare, alcun potere d’attrazione». Il nuovo volto della vc sarà allora il volto della relazione: una vc decentrata, perché solo Dio sta al centro, e non le opere apostoliche, i successi economici, i grandi numeri… Meno affanno per la propria sopravvivenza, quindi, e più oblatività: ruolo della vc è, infatti, quello di indicare all’umanità in cammino il centro e la meta del cammino, cioè "la centralità dell’Eterno".

Il discorso di p. Cencini è importante, sia per i consacrati che per il clero diocesano e i laici. I consacrati devono affrontare le sfide del nostro tempo non rimpiangendo i fasti del passato, ma cercando le vie nuove suggerite dallo Spirito, in fecondo dialogo con tutta la Chiesa e col mondo. Il clero diocesano da parte sua deve guardare con simpatia alla vc, non sentendola come una concorrente nelle attività apostoliche e nella pastorale (specie in quella vocazionale!), ma accompagnandola in questo difficile passaggio epocale. Il popolo cristiano da parte sua, pur esigendo legittimamente dai consacrati un’autentica testimonianza evangelica, deve saper comprendere le nuove esigenze del mondo contemporaneo e accogliere con rispetto e gratitudine anche le forme di vc più inserite nell’attività umana e produttiva, perché chiamate a vivere il proprio carisma anche "sporcandosi" le mani con l’amministrazione, la tecnica, le esigenze commerciali… Un certo romanticismo avvolge l’idea che molti hanno della vc, e sappiamo che oggi si prova più ammirazione per abiti monastici o antichi monasteri avvolti dal silenzio che per forme di consacrazione immerse nella frenetica vita delle nostre città. Sarebbe un pericolo alimentare questa tentazione.

Resta comunque in mano ai consacrati il compito più arduo, quello cioè di vivere la propria consacrazione come testimonianza e come proposta che attrae. Il ridimensionamento numerico, da questo punto di vista, va preso anche come evento salutare, perché ha liberato la vc da tanti appesantimenti e tentazioni autoreferenziali. Il cammino per costruire e proporre una vc all’altezza dei nuovi tempi, ma anche della verità del vangelo, potrà avvenire nella misura in cui la vc si offre a Dio per essere la risposta al grido che sale dall’umanità di oggi. E come p. Cencini ha ricordato all’assemblea dell’Usg, la domanda che sale oggi dall’uomo è una domanda di relazionalità, desiderio di essere-con, «memoria d’una relazione da cui è venuta la vita all’uomo e verso cui l’essere umano tende, nostalgia d’un incontro che nessuno potrà mai estirpare dal cuore dell’uomo». In questo senso, dall’immagine biblica di Abramo si deve passare a quella di Mosè, che entra nella storia quale "servitore" della parola di Dio che risponde al grido del suo popolo. Una vc rinnovata sarà quindi al servizio di Dio per il suo popolo, e dal riconoscimento di questa sua vocazione troverà gli spunti per presentarsi al mondo con un volto nuovo.

Ricondurre l’umanità assetata di "relazione comunionale" alla relazione originaria e originante, la comunione della Trinità: per essere fedele a tale compito ogni aspetto della vc deve essere trasparenza di questa relazione. «Al cuore della vc, della sua cultura e della sua testimonianza, ricorda Cencini, c’è il cosiddetto principio religioso, che consiste nel radicale riconoscimento dell’Altro e della sua esistenza incondizionata, nel radicale orientamento all’altro in quanto tale. L’Altro come Dio, anzitutto, ma anche come il prossimo, come chi mi sta accanto». Se è fedele a questo principio la vc può effettivamente essere guida del popolo di Dio verso la terra promessa. Non certo perché nella Chiesa coprirà ruoli di autorità, ma perché in ogni suo aspetto essa mostrerà la via e la mèta del cammino.

Marie Louise Monnet e Madre Mary Luke durante il concilio Vaticano II.
Marie Louise Monnet e Madre Mary Luke durante il concilio Vaticano II.

Continuerà ad esserle chiesto di dimostrare che nella vita comunitaria è possibile vivere l’amore; che non sarà inteso come assenza di tensioni o di divisioni, ma quale comune desiderio e impegno di purificazione dei rapporti e di riconciliazione. Dovrà poi vivere non in vista della perfezione privata dei suoi membri, ma al servizio del popolo di Dio di cui è parte e al quale deve mostrare un suo volto riconoscibile. Perché sarà suo dovere offrire alla Chiesa e al mondo le ragioni della propria speranza e quindi della propria scelta. La sua spiritualità sarà relazione con Dio; non un Dio anonimo, che ognuno si costruisce nel privato, ma il Dio trinitario, il Dio della relazione. E questa sarà vera spiritualità solo se sarà donata, offerta con parole semplici, accessibile a tutti. La vita della comunità sarà animata sempre dal soffio ricreatore dello Spirito, e la sua perfezione sarà soprattutto nella capacità e libertà d’«integrare nell’amore tutto ciò che normalmente spacca le relazioni e porta a chiudere in sé stesso». Comunità nelle quali ognuno accoglie l’altro, con i suoi doni ma anche i limiti e il peccato, per crescere insieme nella relazione con Dio, condividendo il suo dono di grazia e di perdono.

Solo da comunità così rinnovate e rimotivate, perché tornate al vero centro, potrà rinascere l’entusiasmo per l’apostolato e la missione. Non è un segreto che proprio la dimensione apostolica sia oggi quella che più crea angosce e preoccupazioni. Da una parte l’inevitabile confronto, sentito anche come soggezione, con le regole della società civile che spesso sembrano mettere in forse il futuro di tante opere, dall’altra la sensazione che certe nostre opere apostoliche non abbiano più tanto senso e che forse è meglio ridimensionarle… In molte congregazioni apostoliche è diffusa la sensazione che le esigenze dell’attività rischiano di rompere un delicato equilibrio tra preghiera e apostolato… Anche qui non bisogna incappare in soluzioni o strategie illusorie. Più che fuggire dallo stress , dalle pressanti richieste dell’apostolato, bisogna tornare alla sua ragion d’essere, che è sempre per l’uomo, che Dio ama e vuole realizzare nella verità e nella libertà.

Bisognerà essere preparati nella gestione delle opere, ma non schiavi dell’efficienza e dell’organizzazione, perché l’apostolato sarà "relazione" con gli uomini del nostro tempo, assunzione di responsabilità nei loro confronti, «visione d’un volto e scoperta della sua dignità e bellezza». È nell’apostolato che la vc potrà rivelare il suo volto nuovo, che sarà il volto dell’uomo moderno, col quale sarà solidale e del quale si prenderà cura. Concludendo, con le parole di p. Cencini, «volto nuovo della vc è la cultura della carità e della responsabilità, è la cultura del volto umano, misteriosa icona, o sindone moderna, del volto più bello e drammatico della storia intera».

Pietro Roberto Minali

freccia.gif (431 byte) Segue: «Quanto manca per l'aurora?»

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