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GUARESCHI HA NOVANT’ANNI, DON CAMILLO CINQUANTA

Che fatica esser presi sul serio!

di ROSARIO F. ESPOSITO
   

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1998 - Home Page I meriti letterari dell’opera "Mondo piccolo: Don Camillo", in astratto, non sono eccezionali; ma i suoi contenuti e la carica umoristica che li traghetta erano talmente forti e saporosi che ne favorirono una diffusione incredibile: traduzione in quindici lingue, 24 edizioni solo in Italia nel 1970. Lo scrittore emiliano demitizzò la faccia truce del comunismo moscovita e l’intransigenza tridentina dei cattolici, anticipando i tempi di Papa Giovanni. Né il parroco, don Camillo, né il sindaco, Peppone, sono disponibili per concessioni sulla rispettiva ortodossia, ma tutt’e due s’incontrano su un punto nodale: nei valori umani e nel superamento della politica del muro contro muro.

In una pagina autobiografica di Vita di famiglia, Giovannino Guareschi definì sé stesso «un povero scribacchino che s’arrabatta per creare personaggi da usare nelle sue storie. Ne ho trovati sei: don Camillo e Peppone per le storie, diciamo, esterne, tipo esportazione. Albertino, la Pasionaria, Margherita ed il cane Amleto per le storie interne, tipo famiglia». Le storie di don Camillo le aveva presentate sul settimanale Candido, ma il clima generale lo aveva creato nelle altre testate in cui aveva collaborato, specie in Bertoldo, Tutto, nel Corriere della Sera e nel settimanale Oggi.

Nato a Fontanelle di Roccabianca, in provincia di Parma, il 1° maggio 1908, lo scrittore morì a Cervia il 22 luglio 1968; dodici anni dopo, Roncole di Busseto, il paese di Verdi, gli ha intitolato una Giovanni Guareschipiazza. Debuttò nel Corriere emiliano nel 1929, e rimase prigioniero delle testate e delle tipografie per tutta la vita. Aveva fatto la dura esperienza del servizio militare e del campo di concentramento, abbastanza per decidere di strappare la maschera a ogni tipo di retorica e cercare modestamente la risposta alle esigenze della vita tornando alle origini. Impostò il suo mondo epico-lirico nel "piccolo". La sua opera più famosa porta appunto questo titolo: Mondo piccolo: Don Camillo. Nel 1970 il suo capolavoro aveva avuto 24 edizioni e 15 traduzioni, tra cui il giapponese, l’iraniano e il greco, vendendo milioni di copie. Ne erano stati tratti sette film coronati da un invidiabile successo di pubblico.

L’autore restringe il suo angolo di visuale ad una zona padana che non aveva ancora ricevuto il privilegio del proscenio letterario, e ve la insedia stabilmente. Mentre l’obiettivo cinematografico slarga una panoramica per introdurre il primo film, lo speaker presenta la carta d’identità di questo palcoscenico: «Ecco il paese. Ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo in qualche parte dell’Italia del nord. Là, in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno; d’estate il sole spietato picchia sui cervelli della gente».

Don Camillo è fedele alla disciplina cattolica tridentina, al Vaticano, come amano dire i rossi, e alla patria. Il suo irriducibile antagonista, il sindaco Giuseppe Bottazzi, noto come Peppone, eletto e rieletto nella lista comunista, è fedele al verbo di Mosca ma anche attaccatissimo alla patria. Come il parroco, ha fatto la prima guerra mondiale da soldato semplice, e come lui ne conserva un ricordo patetico. Tutt’e due però rifuggono dalla sequela radicale delle rispettive fedi. Quando è in questione l’umanità, finiscono per trovarsi concordi. Un esempio valga per tutti. Il partito proclama uno sciopero a oltranza contro i padroni. Ma i raccolti vengono messi in pericolo, le mucche muggiscono disperate.

Il sacerdote di notte va in una delle stalle, tira giù il fieno, si spella le mani per mungerle. Quando decide di andare nell’altra s’imbatte in Peppone, che aveva fatto la stessa cosa, mandando alla malora il picchetto dei sindacalisti intransigenti. Quando uno dei due si trova in difficoltà serie, l’altro lo salva. È il caso della sfida sul ring: il campione della città atterra il pugile locale, e manda al tappeto anche Peppone accorso in suo aiuto. Don Camillo vola sul ring e stende l’intruso. Quando arriva il vescovo il sindaco dà l’ordine di fare il deserto e creare uno sbarramento "casuale" affinché l’auto non giunga in paese. Percorrendo la malferma pedana approntata in fretta, il prelato vacilla. È Peppone che corre a sorreggerlo. Un bambino ben mimetizzato porge al prelato l’omaggio floreale. Con sorpresa e stizza il sindaco si trova faccia a faccia con suo figlio, battezzato coi nomi di Lenin Antonio Camillo.

Questo bambino non ha nessuna voglia di studiare. Il padre lo colloca in un collegio, ma il piccolo deperisce, pensa ai sassi da tirare nello stagno e ai nidi da rapinare sugli alberi. Peppone non sa come cavarsela. Don Camillo parte, prende il ragazzo, lo porta in campagna, corre con lui per i prati, lo sfida ai sassi sullo stagno. Torna a casa e spiega al sindaco che è meglio un contadino contento che un cattivo professore svogliato, che fa male a sé e agli scolari. Il ragazzo crescerà forte come un bufalo e con la maledetta capacità di servirsi magnificamente di quella robustezza. Un po’ di emotività ispirata a De Amicis e alle copertine dipinte da Walter Molino per la Domenica del Corriere non guasta.

Don Camillo è un prete tutto d’un pezzo, con un gran cuore, ma è all’antica: talare al vento, lingua latina, processioni tradizionali, altare rivolto all’abside, niente progressismi, ma il buonsenso ha sempre il sopravvento. Giustamente è stato osservato che non ha senso cercare nel complesso dell’opera una religione, ma si può giustamente parlare di una religiosità, che poi è condivisa anche dai capitalisti terrieri e dai militanti moscoviti: il Brusco, lo Smilzo, il Bigio. Il figlio di Peppone, al centro delle intransigenze anticlericali degli uomini e di quelle cattoliche delle donne, tra la gioia comune, nonostante le esplosioni comiziali del sindaco, si sposa in chiesa, e suo padre si ricorda pure di essere stato chierichetto e per una volta riprende anche servizio.

Uno specimen dell’eloquenza forcaiola di Peppone lo si nota nel comizio finale del film Don Camillo e l’on. Peppone: «Voglio dire due parole alla reazione atlantica, clericale, guerrafondaia che tutti ben conosciamo. A tutti i corvi neri che parlano di patria, di sacri confini minacciati e di altre balle nazionaliste, noi diciamo che la patria siamo noi, la patria è il popolo. E questo popolo non combatterà mai contro il glorioso paese del socialismo, che porterà al nuovo proletariato oppresso la libertà e la giustizia». Don Camillo dal campanile diffonde con l’amplificatore assordante le note del Piave. Dopo un attimo di smarrimento il candidato della sinistra si sente liberato dall’incubo di non essere stato ascoltato e provvidenzialmente contraddetto dal capo della bieca reazione; tanto i suoi voti sono sicuri come il denaro nella cassaforte. Nel paese i comunisti contano sul 78% del totale.

Gino Cervi e Fernandel, le due immagini ormai classiche che hanno impersonato Peppone e don Camillo, e fatto amare Guareschi.
Gino Cervi e Fernandel, le due immagini ormai classiche
che hanno impersonato Peppone e don Camillo, e fatto amare Guareschi.

La cultura laica non gradì questo messaggio. Renzo Renzi definì il protagonista «un eroe ambiguo dell’infinitamente piccolo», e un altro critico cinematografico ha commentato: «Quello dell’ambiguità mi pare un buon criterio interpretativo dell’ideologia dello scrittore, che da un lato contribuì a far maturare una visione, come dire, laica, della politica, dall’altro favorì anche la crescita di atteggiamenti improntati a qualunquismo, ovvero il dispregio della politica». Nemmeno quella cattolica si mostrò disponibile. Ricordo il mansueto sdegno di fra Nazareno Fabbretti, che si scandalizzava per il fatto che in molti paesi la cultura italiana fosse giunta solo attraverso le grossolanità di queste pagine; quanto alle riduzioni filmiche si sentiva profondamente offeso per la voce del Crocifisso, imprestata dall’attore Ruggero Ruggeri.

In realtà essa era la voce della coscienza di Don Camillo, che anche nelle situazioni più scabrose, dopo intemperanze drammatiche e reciproche, come si esprimeva la Civiltà Cattolica, «vede giusto, e parla con ortodossia di pensieri e perfetta conoscenza di cose, senza spingersi sempre alle vette della perfezione evangelica, ma senza transigere sui princìpi fondamentali del cristianesimo. Era una specie di esame di coscienza consuntivo che redimeva gli errori commessi e piantava le premesse per riparare quelli venturi, il tutto annegato nel miele della buona volontà condivisa».

L’accoglienza più cordiale venne espressa dai gesuiti. La già citata rivista romana recensì amabilmente quest’opera e Italia provvisoria. Per la prima concludeva: «Mondo piccolo è l’Italia di oggi, vista alla luce di un fine e divertente umorismo, e i suoi personaggi sono le maschere degli italiani, quelli veri, per i quali la politica è tutto, non però fino al punto da distruggere quel classico buon senso, quella naturale bontà d’animo e quel senso cristiano, profondamente radicato se non intimamente compreso, che è proprio della nostra gente» (1948, III, 418 s.).

La rivista Letture di Milano, nel 1970 gli dedicava un articolo del p. Gabriele Casolari (pp. 27-30) sotto il titolo eloquente nonostante il punto interrogativo: Guareschi giullare dell’oggi e di Cristo? Il parroco di Brescello in un momento di sbigottimento domanda come andrà a finire, dopo questa alluvione di contraddizioni, nella società e nella Chiesa. Il Crocifisso risponde che in questi casi bisogna fare come fa il contadino: salvare il seme, cioè la fede, per ripiantarla quando le acque si saranno ritirate nel loro alveo. Il Casolari conclude: «Nel contesto di tutti gli odierni smarrimenti e motivi di preoccupazione è una coraggiosa e valida indicazione e anche una sorprendente affermazione della longanimità di Cristo. Diciamo anche, ora che Guareschi è scomparso, una premessa d’un più luminoso dialogo tra Cristo e il suo menestrello».

Gli intransigenti politici e religiosi rimproverano all’umorista parmense lo svilimento degli ideali, e traducono l’accusa che in politica viene definita qualunquismo e in pastorale doncamillismo, intesa sempre in senso dispregiativo. A 50 anni dalla pubblicazione dell’opera e a 90 dalla nascita dell’autore, si può dire che il suo messaggio può essere preso più sul serio, addirittura come profezia di quel dialogo tra le opposte fazioni nell’uno e nell’altro campo. Nell’ambito cattolico la polemica anticomunista aveva raggiunto punte di estrema gravità.

Le dispute ideologizzate avevano alzato muri divisori impenetrabili, non c’era occasione in cui le armi vicendevoli non venissero affilate nella più severa inconciliabilità. Il punto estremo di rottura fu toccato con la scomunica lanciata dal S. Uffizio contro i comunisti: il 15 luglio 1949 l’Osservatore Romano pubblicava un decreto del S. Uffizio, datato al giorno 1, che comminava la scomunica specialiter reservata alla S. Sede agli iscritti, dirigenti e militanti del Partito Comunista, dichiarati «apostati dalla fede cattolica, ostili a Dio, alla vera religione e alla Chiesa di Cristo». Un dramma.

Giovannino fanciullescamente gioca con la bomba, sdrammatizza una situazione senza vie d’uscita. Anticipa il cambio dei comportamenti, applicando laicamente e ironicamente quelli che saranno teorizzati come i princìpi dell’ecumenismo: vedere nell’altro quel poco o molto che c’è di buono, e impegnarsi insieme a lui per promuoverlo. Non so se spingo troppo avanti le cose affermando che Guareschi anticipava a modo suo Papa Giovanni, che ottenne il massimo di credibilità anche nell’Unione Sovietica. Per il suo 80° compleanno e il quarto di pontificato, Kruscev gli inviava un caloroso telegramma augurale; il 7 marzo del 1963 il Pontefice riceveva in Vaticano il giornalista Alexej Agiubej e la moglie Rada, figlia di Kruscev.

Il giornalista parmense non enuncia delle tesi, racconta, anzi inventa delle storie, crea dei dialoghi, sceneggia dei gesti che hanno talvolta l’apparenza della violenza, ma mal nascondono la bonomia e la voglia di camminare insieme; dice che anche quando le idee sono contrarie, anzi opposte, c’è spazio per la concretezza e la buona volontà, lo scambio della borraccia, come in quegli anni fecero i due campioni irriducibilmente avversari Bartali e Coppi.

Giovanni Guareschi di fronte al carcere.
Giovanni Guareschi di fronte al carcere.

L'amabile "Don Chisciotte" si lasciò sedurre dal narcisismo: non seppe tenere sotto controllo la sua popolarità. Resta un mistero la battaglia che intraprese contro De Gasperi. Sul Candido pubblicò due lettere apocrife dello statista, scritte il 12 e il 19 gennaio 1943, quand’era rifugiato in Vaticano, al colonnello Bonham Carter, comandante della Peninsular Base Section dislocata a Salerno. In esse si chiedeva all’aviazione britannica di bombardare Roma, nell’intento di affrettare la caduta del fascismo e la fine della guerra. Com’è noto il bombardamento ebbe luogo purtroppo nel mese di luglio del 1943.

Le lettere erano state fabbricate da falsari, e gli esperti compresero subito che erano inventate, ma Guareschi tambureggiò una vera campagna contro lo statista democristiano, del quale spulciò discorsi e comportamenti, da quand’era deputato a Vienna, fino all’attività politica, mettendo sotto accusa ogni cosa, compresa un’espressione dell’uomo politico: «Sono un trentino prestato all’Italia», che andava messa nell’innocente contesto della battuta cameratesca. De Gasperi offrì allo scrittore la remissione della querela, contentandosi di una rettifica da pubblicare sul settimanale. Ma egli non volle saperne.

Il 12 aprile 1954 a Milano si aprì il processo. Il Carter dichiarò di non aver mai sentito parlare del "signor De Gasperi" e di non essere mai stato impiegato nel distaccamento salernitano preposto alle operazioni militari alleate. Il gen. Alexander, all’epoca capo dell’esercito britannico in Italia (15° Gruppo di armate alleate) rilasciò una dichiarazione scritta in cui diceva che fino a quel momento non aveva nemmeno sentito nominare lo statista italiano e che aveva ricevuto solo richieste ordinate a evitare bombardamenti sull’Italia. Inoltre a Roma i partigiani possedevano molte radio ricetrasmittenti, che avrebbero potuto trasmettere in codice eventuali richieste, mentre l’invio di testi scritti sarebbe stata un’imprudenza fatale, data la sorveglianza della polizia fascista e tedesca sui fronti del sud. Il tribunale si contentò delle testimonianze e non volle nemmeno ordinare la perizia calligrafica delle missive, tanto erano maldestre.

Lo scrittore fu condannato a un anno di reclusione, a centomila lire di multa e al risarcimento dei danni nella somma simbolica di una lira, più le spese processuali liquidate in 200.000 lire e la pubblicazione della sentenza nel Candido. Egli scontò parte della pena, nel 1957 lasciò la direzione del settimanale, si ritirò sulla costa romagnola, ma la sua salute decadde irrimediabilmente. Morì subitaneamente. Errore molto grave, che non distrugge i molti e grandi ed amabili meriti dello scrittore emiliano. Recensendo Italia provvisoria, la Civiltà Cattolica nel 1948 concludeva con delle parole che credo possano essere condivise: «La teoria sull’umorismo che l’A. svolge nel discorso può essere accettata, benché valga sempre l’antico proverbio: scherza coi fanti, ecc., ma è anche vero che viviamo in un’epoca provvisoria, né d’altra parte dubitiamo del Guareschi come buon cristiano».

Rosario F. Esposito

Segue: I film su Don Camillo

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