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IO, SACERDOTE ANZIANO, MI SENTO DISCRIMINATO RISPETTO AI GIOVANI
    

   Vita Pastorale n. 11 novembre 2000 - Home Page «Abbiamo bisogno di voi», ha detto il Papa agli anziani (Giubileo, domenica 17 settembre). È un invito rivolto anche ai sacerdoti anziani, esortandoli «a condividere con i più giovani la saggezza accumulata con l’esperienza». Suppongo che anche i pastori delle nostre diocesi lo abbiano ascoltato. Mi auguro, pertanto, che si ponga termine alla poco piacevole discriminazione tra sacerdoti giovani e anziani.

Il Papa continua con l’invitare gli anziani tutti (e, quindi, anche i sacerdoti) a "sostenere i giovani". Da questo a creare per loro una specie di "corporazione", voluta, incoraggiata, protetta e difesa dal vescovo, ce ne passa. E i sacerdoti anziani? Anche se interpellati, per il loro ufficio o per l’incarico ricevuto (e quindi in dovere di riferire quanto viene richiesto dal Superiore), spesso dallo stesso Superiore vengono alla fine considerati e definiti pettegoli, invidiosi, ignoranti dei "tempi nuovi", per cui rimangono inascoltati o del tutto non creduti.

Come vanno allora "sostenuti" i giovani preti? Col fingere di non vedere e di non sapere? Ecco perché i giovani preti possono continuare per conto proprio, beffandosi del vescovo che ha impartito disposizioni e che non ha la forza (forse neppure la volontà) di far osservare, pur di mantenerseli buoni buoni. Possono, quindi, liberamente anche commiserare i preti anziani che non la pensano e non si comportano come loro. Non è il caso invece di intervenire a tempo con un’operazione chirurgica necessaria, anche se dolorosa? I preti anziani sono certamente (ed è loro dovere) disponibili a "condividere" con i giovani la loro esperienza. È auspicabile anzi che si instauri un’osmosi fra loro, a vantaggio delle nostre comunità. Ma ciò esige da parte del Superiore (il vescovo) un’ars gubernandi che non tutti conoscono o vogliono adoperare. Se questa manca, non ci si meravigli poi delle conseguenze. Con questo non si vuole autoritarismo, ma solo la presenza e l’esercizio di un’autorità, sempre necessaria per ogni società ben compaginata.

Quando ho esposto questo mio disappunto a qualche confratello, mi sono sentito dire: «Continuiamo a lavorare per conto nostro; tanto i vescovi passano, le diocesi restano». È vero, ma appunto perché porto amore alla mia diocesi, non vorrei che in seguito essa resti a leccarsi le ferite che rischiano di andare poi in cancrena e, in mancanza di un autorevole e tempestivo intervento, in metastasi.

Lettera firmata
  

Caro padre, comprendiamo la sua sofferenza e l’amore per la diocesi che la spingono a scrivere. Lei ci ha chiesto di non pubblicare il suo nome e abbiamo rispettato la sua volontà, ma, omettendo luoghi e nomi, si cade nelle generiche denunce, che sparano nel mucchio e non risolvono nulla, anzi contribuiscono a gettare discredito anche su quelle persone e istituzioni che invece sono benemerite. Soprattutto perché non si dà modo agli altri di rispondere e dialogare per una soluzione (dove è possibile). La prossima volta, un po’ più di coraggio!
   

freccia2.GIF (131 byte) LA COMUNIONE "FAI DA TE"

Nella celebrazione eucaristica, si va instaurando in certe comunità religiose maschili e femminili la prassi di prendere da sé stessi (e non di ricevere dal sacerdote celebrante) il pane e il vino consacrati, lasciati sulla mensa eucaristica a disposizione dei comunicandi. Quanto non viene praticato dai semplici fedeli, è invece quasi esigito da religiosi e religiose, adducendo motivi di maggior formazione spirituale e preparazione liturgica. Vorrei conoscere se ci sono motivi teologico-biblici che inducono a queste "varianti" liturgiche.

Lettera firmata

   
Risponde padre Rinaldo Falsini
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La prassi, instauratasi da una ventina d’anni, è stigmatizzata già dall’Istruzione della Congregazione per il culto divino Inaestimabile donum (1982): «La comunione è un dono del Signore che è consegnata ai fedeli dal ministro destinato a questo ufficio. Non è lecito agli stessi fedeli prendere da sé il pane consacrato e il sacro calice, né tanto meno passarlo tra di loro di mano in mano... La distribuzione ai fedeli della santa comunione fatta dal ministro competente rappresenta anche molto bene il convito pasquale di Gesù risorto coi discepoli che, compiendo il cammino, insegnava loro le Scritture e poi seduto a mensa con loro: prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro (Lc 24,30)».

L’uso si è introdotto probabilmente nella celebrazione eucaristica di comunità religiose, nella quale i sacerdoti concelebranti (e anche non celebranti) si comunicano personalmente sotto le due specie, come previsto dal rito e dall’Istruzione del messale (nn. 197-206) e così fanno anche i religiosi non sacerdoti, per i quali invece ci si dovrebbe attenere a quanto prescritto nella stessa Istruzione del messale ai nn. 244-251. Anche se l’intenzione è suggerita dal desiderio di evitare la discriminazione, si tratta di un abuso, che infrange un valore di grande significato, che la citata Istruzione tenta di spiegare un po’ rozzamente e che uno studio accurato sulla tradizione dell’Oriente e dell’Occidente ha riscoperto e documentato (R. Taft, "Ricevere la comunione, un simbolo dimenticato?" in Oltre l’Oriente e l’Occidente. Per una tradizione liturgica viva, Lipa, Roma 1999, pp. 141-151). Secondo questo studio, fin dall’inizio delle Chiese l’accento è posto non sul "fare" ma sul "ricevere" la comunione, su qualcosa che è fatto a me, un dono dato e ricevuto, la condivisione di qualcosa che noi abbiamo e riceviamo in comune e reciprocamente, in breve una comunione. Ciò spiega perché, secondo gli Ordines romani del VII secolo, un diacono porta la comunione al Papa, l’arcidiacono o un suddiacono gli porge il calice, quindi tutti si avvicinano per ricevere il pane dalle mani del Papa, mentre il calice viene dato da un vescovo o da un presbitero. L’analisi di tutti i riti orientali conferma questa linea poi in parte trascurata, ma ancora viva in tradizioni locali dell’Oriente. Resta quindi vero e valido che l’eucaristia, almeno idealmente, non è qualcosa che uno prende, ma è un dono ricevuto, un pasto condiviso. Gesù disse "prendete", ma poi "diede loro". I riti di comunione – conclude R. Taft – stile self-service o caffetteria proprio non c’entrano.
   

freccia2.GIF (131 byte) CARO ALBERIONE, GRAZIE PER L’OSPEDALE

Caro don Alberione, sono appena tornato dal tuo ospedale di Albano Laziale, quello che ti chiese, credo, papa Giovanni, tutto speciale per sacerdoti e religiosi. C’ero già stato altre volte, la prima una ventina di anni fa, ma quanti cambiamenti! Nel reparto dove una volta eravamo curati aleggiavano quegli "angeli bianchi", sempre di corsa, piene di premura e, perché no?, di affetto, verso di noi, tante volte ridotti a relitti umani nel corpo e nella mente. Quell’angolo di paradiso (la piccola cappella) vedeva una santa gara di sacerdoti che si mettevano d’accordo per celebrare, uno aiutato dall’altro. Nei giorni scorsi invece ero solo, unica speranza per le buone suore della notte che volevano terminare il turno con la santa messa. Hanno dovuto aprire ai secolari, perché, mi hanno detto, i sacerdoti non vengono più. Come è possibile, mi domando, non si ammalano più "i consacrati"?

Forse la realtà è un’altra e tu dal cielo la conosci. Una volta ammalati a noi premeva molto il mantenere quello spirito cristiano, religioso e sacerdotale anche e soprattutto nella infermità, cercando di far nostro quello che continuamente ripetevamo alla gente, estote parati!, e l’ambiente di Albano ci preparava sì alla guarigione, ma anche all’inevitabile incontro col Signore. L’ambiente, senza forzature, ci disponeva ad accettare con più serenità la volontà di Dio... Oggi tutto è cambiato. Forse siamo cambiati anche noi religiosi e sacerdoti, avvelenati da quest’aria di mondo che si respira, ma non vorrei pensare che siano rimasti contagiati anche i settantenni (io mi ci sto avvicinando), e del "vecchio stampo", credo, ce ne siano ancora molti. Perché allora non approfittare di questo luogo di pace, di verde, di fresco e anche di attrezzature mediche tra le più moderne? Ognuno avrà i suoi motivi che lo spingeranno verso altre strutture pubbliche, ma che, sono sicuro, non saranno mai come erano state organizzate qui ad Albano. Il buon don Franco Testi ci aveva messo tutta l’anima e di lui resta un ricordo, che spero non scompaia, nel grande quadro luminoso all’entrata, con i suoi profondi occhi pieni di Dio.

Mi dicono che ci saranno altre modifiche nella struttura e nell’accoglienza. Certo non vogliamo dei privilegi; ma una vita spesa per il Signore nel servizio dei fratelli, non merita di essere conosciuta e riconosciuta? Non siamo delle persone speciali, almeno nel corpo, ma la persona umana è fatta anche di spirito e lo spirito, non dobbiamo misconoscerlo, in noi ha avuto e ha una struttura tutta particolare, o sbaglio? Comunque ti voglio ringraziare per l’ospitalità, la premura, l’attenzione e la gentilezza (e non è poca cosa oggi specialmente negli ospedali) che hanno dimostrato sia i membri della tua grande Famiglia Paolina, ma anche tutti coloro che collaborano come infermieri e medici in questa grande opera di misericordia. Un’ultima cosa: mi ha fatto impressione e mi ha commosso, e te ne sono grato, sentire, prima che iniziasse la mia operazione, l’équipe medica pregare. Grazie! Veglia insieme a don Testi su quest’opera e ispira qualcosa di nuovo e di utile, in questo campo, per i servi della Chiesa.

Padre Raffaele Amendolagine
Brindisi

   

freccia2.GIF (131 byte) CHI È CHE FA DI NOI UN SACRIFICIO PERENNE?

Mi sono chiesto più volte e ho chiesto, ma senza una risposta adeguata: nella terza preghiera eucaristica si recita: «Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito». "Egli" va riferito allo Spirito Santo, come presumo, o a Gesù Cristo? Il ricorso al testo latino non mi è di grande aiuto.

Don Aldo Pignataro
San Gregorio di Catania (Ct)
  

Risponde padre Rinaldo Falsini.
La sua domanda ci aiuta ad approfondire la preghiera eucaristica, sorgente primaria della teologia eucaristica (e di quella trinitaria) fino ad oggi tanto dimenticata. Il pronome "Egli" si riferisce senza dubbio allo Spirito Santo, per una ragione linguistica e una teologica. La versione italiana, con quel «dona la pienezza dello Spirito», può distrarre anziché sottolineare che siamo riempiti (repleti) dello Spirito per diventare un solo corpo e un solo spirito. Sarà dunque lo stesso Spirito a fare di noi un’offerta. La versione francese è più esplicita: «Che lo Spirito Santo faccia di noi...».

La ragione teologica, ormai comune a tutte le preghiere eucaristiche, con la duplice epiclesi, presenta lo Spirito Santo come l’operatore della "conversione eucaristica" del corpo e sangue di Cristo e quindi della nostra trasformazione o conversione in un solo corpo e in un solo spirito. Si invoca il Padre perché la salvezza operata da Cristo diventi operante, attuale, portata al compimento mediante lo Spirito. Cristo non agisce più personalmente se non mediante lo Spirito: «Ha mandato, o Padre, lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione» (IV prece). Spetta perciò allo Spirito sviluppare e perfezionare la nostra partecipazione eucaristica trasformandoci in «offerta a Dio gradita».

Claudio Signorini
Como
    

freccia2.GIF (131 byte) TUTTO SUGLI ORDINI RELIGIOSI

Ho letto su Vita Pastorale di giugno c.a., l’articolo sugli istituti femminili. L’Abei (Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani) ha pubblicato nel giugno 2000, il secondo volume di Acolit (un’authority list di nomi di autori e titoli) su gli Ordini religiosi maschili e femminili; è un poderoso volume di LVI, 1.093 pagine (Editrice Bibliografica di Milano), molto più completo dell’Annuario Pontificio. Il primo volume di Acolit comprendeva la Bibbia, i papi e la curia romana. Tali volumi nascono in ambito bibliotecario, ma credo siano utili anche a un più vasto pubblico.

Don Luciano Tempestini
   

freccia2.GIF (131 byte) IL DIALOGO CON I MUSULMANI

Ho letto con interesse su Internet il vostro punto di vista sulla necessità di dialogare con gli appartenenti all’Islam, tuttavia ritengo che per i musulmani, almeno per quelli che ho conosciuto io, valga il detto «non c’è sordo più sordo di chi non vuol sentire» e visto che per dialogare bisogna essere in due... Inoltre vorrei sottolineare il fatto che nei Paesi islamici c’è un altissimo indice di intolleranza verso i cristiani e le altre religioni (avete mai visto una chiesa in Arabia Saudita?), mentre gli stessi islamici si stracciano le vesti se qui in Italia qualcuno osa obiettare sui loro usi e costumi.

Valter
valiubi@tin.it
   

freccia2.GIF (131 byte) SERVONO PRETI PER I CSANGO

Volevo segnalarvi un interessante problema: la sopravvivenza dei csango, un popolo di lingua ungherese con una sua identità culturale molto affascinante e dalla storia millenaria, imperniata sulla loro appartenenza alla Chiesa romano-cattolica (loro usano dire: «Csango vuol dire cattolico e cattolico da noi vuol dire csango»). Sono, secondo stime, 300.000 e vivono fuori dal mondo, in estrema povertà, privi di istituzioni e di intellettuali che possano difendere la loro esistenza, minacciata dal nazionalismo rumeno. E qui arrivo al dunque: essendo per loro così importante l’appartenenza alla Chiesa cattolica, ritengo cristianamente ingiusto che a questo popolo cattolico venga negata l’assistenza spirituale nella loro lingua madre e che nessuno si accorga della croce dei csango.

Per saperne di più, consultare il sito Internet http://noborders.interfree.it. Per adesioni e disponibilità di collaborazione: "Campagna per i cattolici csango", c/o Associazione "Amici dei csango", via Belvedere 32 – 56035 Lari (Pi). Tel. 0687/685274. E-mail: maurizio.tani@arte.unipi.it.

Maurizio Tani
Lari (Pi)

   

freccia2.GIF (131 byte)  LA TERZA FORMA DELLA PENITENZA

Ho letto l’intervento di don Tullio Ferrarese (VP 5/00 pag. 64) sulla penitenza e la prassi pastorale con particolare riguardo alla riforma della celebrazione che prevede l’assoluzione collettiva. Condivido la sua tesi e la richiesta che si prenda atto della difficile situazione e che quindi si passi dalle parole ai fatti, dalla teoria alla pratica, guardando senza paura oltre i confini. È strano che le riforme o le prassi innovative debbano arrivare in Italia sempre o quasi sempre in ritardo, come per esempio la comunione sulla mano. Come giustificare che quello che è lecito altrove non lo è qui? Anzi sembra che proprio la riforma o rito della celebrazione sia la più rispondente allo spirito della liturgia. Padre Falsini, qualche tempo fa, rispondendo a un lettore – sempre su Vita Pastorale – notava che la penitenza è l’unico sacramento che viene celebrato privatamente e questo è strano.

Padre Francesco Racanelli
Bari
   

Risponde padre Rinaldo Falsini.
La terza forma celebrativa, totalmente comunitaria dall’inizio al termine, che era la grande novità della riforma, anche se presentata come eccezionale e con tante clausole, si è trovata in crescenti difficoltà fino a perdere nella stessa dizione il suo carattere celebrativo e ridotta ad "assoluzione collettiva" (vedi Codice, cann. 961-963). Il suo valore non è stato dimenticato dal sinodo del 1983 né dalla lettera apostolica Reconciliatio et paenitentia del 1984, ma i richiami costanti alla prima forma come «mezzo unico ordinario» hanno avuto quale effetto la riduzione se non la scomparsa in quelle chiese ove veniva praticata in alcune circostanze. È vero che la Chiesa italiana nel documento Evangelizzazione e sacramento della penitenza del 1974, pur avendo raccomandato l’uso frequente della seconda forma, non giudicava ancora matura l’esperienza della terza.

La terza forma comunque è un’autentica ricchezza e appartiene al patrimonio della Chiesa cattolica, anche se il suo uso è praticamente impedito. Le tre modalità non sono alternative ma complementari e integrative, tanto che la loro esperienza opportunamente guidata e controllata potrebbe produrre frutti autentici di vita spirituale. Infatti un valore sottolineato dal Concilio è la dimensione sociale ed ecclesiale del peccato e della penitenza, per cui la celebrazione pienamente adeguata è quella comunitaria, come suggeriscono sia LG 11, soprattutto SC 26 (carattere ecclesiale di ogni azione liturgica), SC 27 (preferenze della celebrazione comunitaria rispetto alla privata), SC 71 (natura socio-ecclesiale della penitenza), SC 109 (parte della Chiesa nell’azione penitenziale). Due anomalie caratterizzano il nostro sacramento: non solo è l’unico per il quale non è preferita la celebrazione comunitaria (era la prima forma, in linea con la volontà conciliare, proposta dalla commissione della riforma, diventata poi la terza con le note clausole), ma è anche l’unico che non può essere celebrato durante l’eucaristia, anche se di fatto viene sovrapposto alla medesima, con la "scandalosa" mortificazione di ambedue. Oltre al fatto che è il meno celebrato perché tutto si svolge in segreto, senza alcun gesto ecclesiale di riconciliazione, con l’aggravante che proprio questo termine gli viene invece inconsciamente attribuito.

L’occasione storica, veramente mancata, forse volutamente, è stata quella della Gmg con le confessioni (brutto nome) a cielo aperto, senza alcuna proclamazione della parola di misericordia, senza alcuna preghiera e canto, senza un segno fraterno di amicizia e di riconciliazione fra giovani di tutto il mondo: allora avremmo scoperto la festa del perdono e qualche richiamo del Vaticano II.

Rimando a quanto R. Barile ha annotato su Settimana di Bologna (n. 30, 27 agosto 2000, pag. 2) che condivido in pieno, perché il tema è stato sviluppato nella rubrica "Le nostre liturgie" dei nn. 2-5 di Vita Pastorale 1999. Bisogna tuttavia usare comprensione e pazienza, valorizzando in pari tempo la parola di Dio come sorgente primaria della conversione e la dimensione ecclesiale ricorrendo alle celebrazioni penitenziali non sacramentali. La prima forma non può essere emarginata, ma il timore della sua disaffezione non si giustifica con una strenua difesa. La pastorale non può avere come criterio la paura e la sfiducia. Nessuno ci può impedire di sperare che il vento innovatore dello Spirito raggiunga anche questo "angolo" della vita ecclesiale.

   
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CONSIGLI PER L’INTINZIONE

Sono spinto a scrivere per amore all’eucaristia. Osservando come molti sacerdoti fanno l’intinzione nel calice al momento della comunione, li vedo impacciati. Ho visto troppe volte gocce del preziosissimo sangue gocciolare su stole e camici. Se l’ostia si prende in modo retto (di solito metà di quella grande) si intinge nel calice, poi tirandola su si tocca la parte interna del calice con la punta dell’ostia, non succederanno irriverenze. Forse con disegni si potrebbe essere più chiari. Sperando che si ricordino al momento opportuno.

Don Genesio Sometti
Negrar (Vr)
   

freccia2.GIF (131 byte)  CERCO RUOTA PER "PASSATOIA"

La nostra chiesa parrocchiale è lunga circa 50 m. e nella celebrazione dei matrimoni, abitualmente si stende una "passatoia" lunga e pesante che crea problemi quando si deve arrotolare per riporla.

Nonostante il nostro interessamento, anche sulle Pagine Gialle, non siamo riusciti a trovare alcuna ditta che fornisca strumenti adatti a questo compito: una specie di ruota (alla guisa di quelle che si adoperano per arrotolare le canne dell’acqua per annaffiare) sulla quale si possa arrotolare detta "passatoia". C’è qualche azienda nella rubrica i " nostri fornitori" che può fare al caso nostro?

Don Gabriele Cantaluppi
Parrocchia San Gaetano - Milano
   

freccia2.GIF (131 byte)  CATECHISTI, SCRIVETE!

Giovane, venticinquenne, catechista, desidererebbe corrispondere con persone di qualunque età e catechiste, per scambio di esperienze.

Clelia Bruno
via Ottavio Borla, 45 10070 Fiano (To)
   

freccia2.GIF (131 byte)  FUORI LE FONTI!

Sul n.7/2000 di Vita Pastorale p. 8 leggo che nel secolo XX sarebbero stati assassinati 5.343.000 preti-seminaristi, ossia 53.430 ogni anno, che fanno 146 al giorno. Sembra una cifra improponibile. Quali sono le fonti attendibili di colui che si firma "Abbonato di Vita Pastorale"?

Don Pino Cipelli
Dresano (Mi)
   

freccia2.GIF (131 byte)  LA VITA COMUNE PER PRETI ESISTE GIÀ

Vorrei dare un modesto contributo al tema della vita e della condizione dei sacerdoti (VP n. 6, p.12). Faccio riferimento all’esperienza personale e al mio lungo cammino di ricerca svolto in dialogo con il mio vescovo. Ho 53 anni, 28 di ordinazione, parroco per numerosi anni in diocesi di Novara. Negli anni (1983-1998) in cui ero parroco di Pernate (periferia di Novara) ho potuto avvicinare per ministero un gruppo considerevole di giovani seminaristi e diaconi. Nelle conversazioni che animavano i nostri rapporti si è fatto preponderante l’argomento della vita comune dei sacerdoti in cura di anime: si sentiva la necessità di mantenere vivace e giovanile lo spirito di consacrazione e di servizio, anche con il passare degli anni e col sopraggiungere delle difficoltà...

La vita comune ci è parsa subito una buona e possibile soluzione. Tuttavia avevamo visto in precedenza come alcune forme di vita comunitaria, fondate unicamente sull’amicizia e sul lavoro pastorale di un medesimo territorio, non avevano avuto successo. Già dagli inizi dunque si è pensato che il futuro della comunità sacerdotale sarebbe indiscutibilmente dipeso dalla volontà di seguire una chiara e sperimentata regola di vita evangelica. È iniziato così un cammino di costante ricerca, confrontato dapprima con un sacerdote, profondo conoscitore della vita spirituale e poi, successivamente, con lo stesso vescovo. Ben presto siamo venuti a conoscenza dell’appropriata finalità e della reale attualità dell’Ordine dei Canonici regolari. Non era, dunque, necessaria una nuova invenzione, neppure fondare un nuovo istituto: la Chiesa già viveva e ancora vive questo carisma. Paolo VI e poi Giovanni Paolo II hanno espresso il desiderio che venisse impiantata questa realtà di vita per i sacerdoti diocesani anche in Italia. Così da pochi anni è nata la prima piccolissima comunità italiana. Accolti dal vescovo e dai sacerdoti della diocesi novarese la comunità premostratense, in attesa di diventare la casa di formazione per chi desidera abbracciare questa forma di vita, già serve alle necessità pastorali di due parrocchie.

Rimango volentieri a disposizione per chiarificazioni, nella gioia di poter mettere al servizio dell’accoglienza la ancor nostra modestissima casa.

Sac. Giulio Rinaldo Vanotti
Miasino (No)

   

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