Periodic San Paolo - Home Page

ci scrivono

PERCHÉ LE DIOCESI NON FANNO CORSI PER PREPARARE ORGANISTI?
    

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2000 - Home Page Ho letto con interesse l’articolo di Antonio Parisi "Un nuovo Repertorio di canti per la liturgia?" apparso sul precedente numero di Vita Pastorale. Sono una ragazza quasi diciottenne e da parecchi anni suono come meglio so, oltreché la chitarra, dapprima anche una vecchia pianola e da quest’anno un organo elettronico liturgico che abbiamo acquistato, con grande entusiasmo, grazie a un autofinanziamento, noi ragazzi del Gruppo giovanissimi con il sostegno della nostra piccola comunità parrocchiale di S. Bartolomeo di Ellera, nell’entroterra savonese.

Ho preso il coraggio di scrivere perché ritengo molto giusto quanto si dice sulla preparazione adeguata dell’organista, che non dev’essere "improvvisato"; e, non lo nego, ho avvertito ancora di più l’esigenza di trovare quanto da tempo cerco e, purtroppo non trovo, non so se soltanto nella mia diocesi o anche altrove: un adeguato corso diocesano per "organisti e animatori musicali della liturgia". Un tempo venivano organizzati, mi è stato confermato da più di un sacerdote, ma oggi, purtroppo tutto è lasciato alla "lezione privata". Ho frequentato privatamente per sette anni il Liceo musicale per la scuola di pianoforte e ho seguito corsi vari di chitarra per accompagnamento, ma sempre a livello individuale e privato, distante dalla specificità richiesta per la liturgia.

In diocesi ci sono ottimi musicisti molto preparati al riguardo, ma informatami mi è stato detto che nessun corso per "organisti" viene più organizzato a livello diocesano.

Mi rendo conto che un buon organista non si improvvisa, ma se si pensasse di fare un corso non dico per insegnare l’a,b,c, della tastiera (che sarebbe certamente impensabile!), ma per permettere a chi ha già una certa conoscenza della stessa, maturata sullo studio del pianoforte, di passare all’organo, per aiutarlo semplicemente a prendere dimestichezza con la pedaliera, con le due tastiere e, soprattutto, con i registri... Purtroppo noi giovani siamo già pochi (anche se il nostro entusiasmo di fare qualcosa di bello per vivacizzare le nostre liturgie domenicali e per esprimere la nostra gioia di cristiani è grande, alla nostra età!); forse, proprio per questo, dovremmo essere incoraggiati nel nostro slancio attivo... e che delusione proviamo invece quando ci accorgiamo che attorno a noi c’è il deserto e ogni cosa si pretenderebbe fatta a puntino, come del resto anche noi lo vorremmo, ma... sempre e solo per iniziativa del tutto personale, a costo di salate lezioni individuali, che non tutti si possono permettere, e senza la possibilità più bella che sarebbe quella di un corso per "organisti" a livello diocesano.

Corso che potrebbe fornire anche l’occasione per conoscersi, per uno scambio di esperienze parrocchiali diverse, per una uniformità di comportamento in situazioni analoghe (periodo pasquale, natalizio, matrimoni eccetera).

Concludo con la speranza che questa mia lettera possa servire a mettere in luce anche queste esigenze delle comunità locali, esigenze che, forse, sono comuni a tante parrocchie dove si vorrebbe che tutto fosse fatto a puntino, ...ma poi si è costretti a tirare avanti come meglio si può, accontentandoci di quel poco che, con tanta buona volontà, si riesce a fare!

Claudia Siri
Ellera (Sv)
   

L'articolo di Antonio Parisi è stato apprezzato per la completezza e per l’equilibrio con cui ha esposto il problema dei canti nelle assemblee liturgiche, tanto che l’Ufficio liturgico nazionale della Cei lo ha inserito nel suo sito Internet (http://www.chiesacattolica.it/cci/cei/uffici/uln), dove è possibile consultarlo insieme ad altri documenti. Grazie a Claudia per il coraggio con cui ha avanzato la richiesta di maggiore formazione. Richiesta che speriamo trovi le risposte adeguate, laddove mancano ancora.
   

freccia2.GIF (131 byte) QUANTE "GIORNATE" IN UNA SOLA DOMENICA

Il 14 maggio è la "Festa della mamma": è festa profana e consumistica, ma... liturgicamente è la domenica del Buon Pastore e si celebra appropriatamente la "Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni". Senonché la Cei ha indetto per la stessa data la "Giornata di sensibilizzazione per la destinazione dell’8‰ alla Chiesa cattolica". Inoltre, è la III "Giornata nazionale della donazione e trapianto di organi" (mi è pervenuto anche un foglio con tanto di commento (sic!) alla santa messa corredato da monizioni varie ed esclusiva preghiera dei fedeli). Nella mia diocesi, sempre il 14 maggio, si celebra la "Festa della famiglia" con relativo Giubileo e, il pomeriggio precedente (ma è sempre la IV domenica di Pasqua!), il "Giubileo del mondo del lavoro".

A questo punto vengo colto dalla vertigine. C’è qualche specialista in burocrazia pastoral-liturgica che sa dirmi che cosa devo fare? Non vorrei infatti che qualche buon fedele, ascoltando le mie ispirate esortazioni su tutti questi argomenti, finisse per capire che ogni mamma deve trapiantare la preghiera dell’8‰ per ottenere tante vocazioni che facciano onore alla famiglia che lavora per il Giubileo!

Lettera firmata
    

freccia2.GIF (131 byte) INDULGENZA PLENARIA ANCHE PER I VIVI?

Tra due confratelli nel sacerdozio nacque, alcuni giorni fa una discussione sull’applicazione dell’indulgenza plenaria per i vivi durante il Giubileo 2000. Uno, appellandosi a una dichiarazione ufficiale della Chiesa, al tempo della revisione di tutto il patrimonio spirituale sulle indulgenze in generale, (1963?) sosteneva che può essere applicata sia per i vivi indistintamente, sia per i defunti. A conforto di questa sua affermazione presentava al suo contendente due fotocopie del documento succitato. L’altro, confortato dal Vademecum "Otto domande per riconoscere il grande segno dell’Anno Santo" firmato da Giorgio Bernardelli su Avvenire del 10. 02. 2000 sosteneva che l’indulgenza plenaria per i vivi si può applicare solo per sé stesso.

Io, non essendo un esperto di canoni e canonetti, ritengo che l’indulgenza plenaria si può lucrare solo per sé. Mi chiedo infatti: come si può affermare il contrario se per lucrare l’indulgenza plenaria si richiede sempre la confessione e comunione nonché la conversione del cuore, la docilità allo Spirito del Signore, la riconciliazione con Dio e con i fratelli?

Padre Gaetano Barile
Siena

   

Risponde p. Rinaldo Falsini.
La questione è stata da lei stesso egregiamente risolta con le sue osservazioni.

Non solo non esiste alcun documento che sostenga o preveda la tesi contraria, cioè la possibilità di applicare l’indulgenza ad altri fedeli viventi (né l’Indulgentiarum doctrina di Paolo VI del 1967 che riordinò l’intero settore né l’Incarnationis mysterium del 1998 di Giovanni Paolo II, che contiene la bolla di indizione dell’indulgenza giubilare, corredata dal decreto della Penitenzieria apostolica), ma esiste una norma esplicita, la terza delle 29 che aprono il libro Enchiridion Indulgentiarum (Ed. "87) che lo vieta esplicitamente: «Nemo indulgentias acquirens potest eas aliis vitam degentibus applicare» (Nessuno può applicare l’indulgenza acquistata a quanti sono ancora in vita!).

Questa norma, nella nuova edizione italiana (1999), ufficialmente approvata, suona così: «Ogni fedele può lucrare per sé stesso le indulgenze sia parziali che plenarie, o applicarle ai defunti a modo di suffragio».

Nel Catechismo della Chiesa cattolica del 1992 (ed. italiana) la frase conclusiva del n. 1471 recita: «Le indulgenze possono essere applicate ai vivi e ai defunti». Non ho mai trovato alcun commento a questa affermazione che non ha precedenti. Recentemente qualche teologo "ingenuo" aveva abboccato presentandola come un dato indiscusso. Ma la recente edizione critica latina del Catechismo (1997) l’ha cancellata e sostituita con quella sopra riportata, che proviene dal can. 994 del Codice di diritto canonico: «Qualunque fedele può acquistare per sé stesso le indulgenze... e applicarle ai defunti». Si ritorna allo status quo, anche se nel più assoluto silenzio e sotto l’influsso strettamente giuridico, una volta tanto provvidenziale.
   

freccia2.GIF (131 byte)  GLI ATTACCHI DEI RADICALI

Alcune sere, per perdere tempo, ho ascoltato Radio Radicale e sono rimasto allucinato. A parte le scemenze che dicono e le cafonerie che propinano, ma quello che è più grave è il continuo attacco alla Chiesa, ai cristiani, ai valori morali dei cattolici.

È una vera indecenza! Mi chiedo, ma dobbiamo sempre subire? Perché tutti hanno paura di questi soggetti Pannella-Bonino? Chiedo un aiuto per difendere i cristiani contro i continui attacchi di Radio Radicale.

Lettera firmata
   

freccia2.GIF (131 byte)  FINANZIAMENTI AI GIORNALI E MERITI

Leggo su Il Giornale, che allego, dei contributi che lo Stato elargisce a giornali e settimanali per un totale di decine di miliardi. Chiedo se sono vere queste notizie e un vostro parere. Come si motivano questi fondi?

don Giuseppe Bastia
Firenze
   

Don Bastia ci acclude fotocopia da Il Giornale del 10 aprile scorso, con sopra un elenco di testate (compresa Vita Pastorale) che percepiscono, in modo diseguale, contributi da parte dello Stato, in base a una legge istituita per sostenere l’editoria, che in Italia non ha mai avuto vita facile (soprattutto quella libera e senza padrone). La legge, in vigore dal 1990, ora è in una fase transitoria, che porterà all’estinzione dei contributi erogati. Tra l’altro, di questa legge beneficia anche Il Giornale (e il suo padrone), che tanto fa il fustigatore di costumi. Allora perché pontifica? Perché secondo Il Giornale ci sono cittadini e giornali di serie A (loro e le loro pubblicazioni) che meritano i contributi, e ci sono cittadini e giornali di serie B (noi e i giornali diocesani o comunque facenti parte di realtà ecclesiali) che quei contributi non li meritano perché poco laici.
    

freccia2.GIF (131 byte) IL NOME DEL VESCOVO DURANTE LA MESSA

Desidero conoscere se è cambiata la norma di dire, nel canone della messa, il nome del vescovo. Succedeva un tempo che, morto o trasferito il vescovo, non si era tenuti a nominarlo più. È capitato ultimamente nella nostra diocesi: il vescovo, per raggiunti limiti d’età, ha dato le dimissioni: alcuni sacerdoti non hanno detto più il nome del vescovo, il presidente della "liturgica" ha detto invece che bisognava nominare il vescovo, altri sacerdoti lo nominavano cambiando dizione: «Il nostro amministratore apostolico». Come fare? È giusto che ora, venuto il nuovo vescovo, ci sia qualcuno che nel canone nomini sia il nuovo vescovo sia il vecchio (e magari il vescovo titolare della cittadina)? Penso che un po’ di ordine sia utile.

Lettera firmata
   

Risponde don Silvano Sirboni.
Per fare ordine in questa materia, chiarire il testo del Messale Romano (PNMR 109) e adeguare la vecchia prassi al nuovo contesto ecclesiale, fin dal 1972 la Congregazione per il culto divino ha emesso un decreto: De nomine episcopi in prece eucharistica (cf EV IV, 1794-1800).

A quel testo è meglio riferirsi per ulteriori dettagli. Qui ci si limita, per maggiore comodità del lettore, a riportarne le disposizioni pratiche. Nella prece eucaristica si devono nominare: a) il vescovo diocesano; b) il vescovo che, pur trasferito ad altra sede, conserva l’amministrazione della sede precedente; c) l’amministratore apostolico costituito sede plena o sede vacante in perpetuo o a tempo determinato, purché sia vescovo e svolga di fatto e per intero il suo ufficio, specialmente in campo spirituale; d) il vicario apostolico e il prefetto apostolico; e) il prelato nullius e l’abate nullius, che esercitano cioè la loro giurisdizione su un territorio separato da quello diocesano.

Oltre le suddette persone, si possono nominare nella prece eucaristica i vescovi coadiutori e ausiliari, che coadiuvano il vescovo diocesano nel governo della diocesi, e altri suoi collaboratori, purché siano insigniti del carattere episcopale.

Nel caso di più nominativi, vanno ricordati tutti insieme, ma con formula anonima, dopo il nome del proprio ordinario. Queste chiare disposizioni sono precedute e giustificate da una considerazione di carattere teologico: «Nella preghiera eucaristica si fa menzione del vescovo non soltanto né principalmente a titolo di onore, ma per un motivo di comunione e di carità, e cioè, sia per significare l’economo della grazia del sommo sacerdozio, sia per implorare gli aiuti divini necessari alla sua persona e al suo ministero, e ciò proprio nel corso della celebrazione eucaristica, che costituisce il culmine e la fonte di tutta l’attività e di tutta la forza operante della Chiesa». Ogni altra aggiunta o prassi diversa è pertanto fuori luogo.

Da notare infine che si è tenuti a pronunciare il nome del vescovo nella preghiera eucaristica soltanto dal giorno della presa di possesso (cf Caerimoniale Episcoporum, 1147).
    

freccia2.GIF (131 byte) "IN SEGNO DI PERENNE ALLEANZA"

Nella prima Preghiera eucaristica della Riconciliazione, c’è questa espressione: «Prima di stendere le braccia fra il cielo e la terra, in segno di perenne alleanza, egli volle celebrare la Pasqua con i suoi discepoli». L’inciso: «In segno di perenne alleanza», va collegato a: «prima di stendere» oppure a: «egli volle celebrare»?

Lettera firmata
   

Risponde p. Rinaldo Falsini.
L’inciso in cui appare il concetto di alleanza non è collegato con le parole sul calice, secondo i quattro racconti dell’istituzione, ma con la crocifissione, secondo la teologia giovannea. Appare con grande chiarezza dal testo latino – come al solito l’edizione italiana è molto sbrigativa – che suona così: «Sed antequam bracchia eius inter caelum et terram extenta efficerentur tui signum indelebile foederis...» («Prima che le braccia distese tra cielo e terra risultassero segno indelebile della tua alleanza...»).

L’idea è ripresa nella seconda parte del racconto: «Dopo la cena, allo stesso modo, sapendo che avrebbe riconciliato tutto in sé nel sangue sparso sulla croce, prese il calice...». Quindi il Crocifisso è il grande segno dell’alleanza e della riconciliazione, il momento della glorificazione: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Giovanni, che non racconta l’ultima cena, sposta l’attenzione sul compimento dell’annuncio conviviale dell’alleanza. Così nella preghiera si raccordano i due momenti, quello simbolico e quello storico o del compimento.

Fatta la precisazione, dobbiamo però chiederci: questi dettagli sono così importanti? O non rischiamo, stando dietro a essi, di perdere il senso globale della celebrazione?
     

freccia2.GIF (131 byte) SUL BREVIARIO

Vorrei rispondere all’autore della lettera "Nuova preghiera anziché Breviario" pubblicata su Vita Pastorale di marzo, a pag. 9. Secondo me il Breviario è la Bibbia del sacerdote; esso lo illumina e lo santifica. Perciò, caro sacerdote, medita con il Breviario, prega con esso per il popolo che ti è stato affidato, e fai una catechesi giornaliera per illuminare e guidare il popolo alla perfetta conoscenza di Dio, missione per cui sei stato eletto.

Fratel Celestino Rizzo
Alba (Cn)

   

freccia2.GIF (131 byte) STRINGETE GLI ARTICOLI DI VITA PASTORALE

È già da molti anni che svolgete con costanza e serietà un servizio molto utile agli operatori pastorali. Vi scrivo per proporvi una mia osservazione per migliorare se possibile. Stringete... Stringete... Trovo gli articoli talvolta troppo lunghi quasi scoraggianti. Ultimo esempio la lettera "Ai don". Dite sinceramente se quelle cose interessanti che ha scritto Ferruccio Ulivi non si potevano dire con molte meno parole? Siamo arrivati a una situazione in cui il tempo è limitato per tutti. Anche noi nelle prediche dobbiamo prenderne atto. Continuate con la vostra opera meritevole. Viva don Alberione e i suoi fans.

Don Giuseppe Colavitti
S. Vito al Tagliamento (Pn)
   

Caro don Giuseppe, la ringraziamo per gli incoraggiamenti che ci offre (fa bene sentire anche questi ogni tanto). E accettiamo l’invito a stringere. Ma, francamente, ci stupisce che come esempio di lungaggine prenda uno degli articoli più brevi nell’insieme di Vita Pastorale. Insomma, ci saremmo aspettati che criticasse i dossier o qualche altro articolo molto più lungo. Non è per caso che quella lettera aperta e le altre che stanno seguendo toccano qualche nervo scoperto? Non è perché si tratta in fondo di "critiche" (nel senso migliore e positivo) a un mondo parrocchiale tutto preso da cavilli liturgici e teologici (le lettere qui pubblicate ne sono un piccolo esempio), ma che forse non interessa il popolo di Dio (scrittori e personaggi della cultura compresi)? Su questi dubbi, avanzati in tutta umiltà, restituiamo la parola "Ai don", perché il dibattito continui...

La direzione non pubblica le lettere che arrivano anonime o senza indirizzo, anche se, su richiesta, si può omettere la firma

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2000 - Home Page