 |
In
tutta l’opera narrativa di Raymond Carver si percepisce il tema della
redenzione e nel racconto "Una piccola, buona cosa", al di là
del significato letterale, si può leggere un’intensa parabola
eucaristica, con la morte di un ragazzo innocente che è apportatrice di
salvezza. Non siamo di fronte ai soliti best-seller di stagione. Il
successo dello scrittore americano è dovuto alla sua capacità di
cogliere l’essenziale nel quotidiano, mostrandone la tragedia e la
grazia. Lo
scrittore americano Raymond Carver – nato nel
1938 in un minuscolo paese nell’Oregon (Stati Uniti) – è ormai
considerato un "autore di culto" e sempre più viene letto e
conosciuto anche in Italia soprattutto come narratore, nonostante egli si
sia sempre considerato innanzitutto un poeta. La casa editrice Minimum fax
sta pubblicando in Italia tutta la produzione di Carver, compresi i testi
già pubblicati da altri editori.
Le ragioni del suo successo non sono quelle dei
best-seller di stagione, ma vivono nello spazio delle tensioni
fondamentali di una vita umana. Ciò che colpisce nelle sue prime raccolte
di racconti (Vuoi star zitta, per favore?; Di cosa parliamo
quando parliamo d’amore) è senz’altro l’incredibile rapidità
ed essenzialità espressiva. Le narrazioni spesso nascono solo da una
frase ascoltata per caso o da situazioni colte fotograficamente all’interno
della vita ordinaria. L’arte deve tornare alle cose che contano, «le
cose che sono vicine al cuore dello scrittore, le cose che ci muovono
interiormente». Nell’unica sceneggiatura che scrisse, dedicata a
Dostoevskij, egli mette sulla bocca del grande romanziere russo le parole:
«... un essere umano è un mistero... mi dedicherò a questo mistero
perché voglio essere un uomo...». Parliamo qui di Carver proprio per la
sua capacità di cogliere l’essenziale nel quotidiano e mostrarne la
tragedia (specialmente nei primi racconti) e la grazia (specialmente negli
ultimi). Ci soffermeremo soprattutto su un racconto che l’occhio
spirituale può leggere come un’intensa parabola eucaristica.

I racconti di Carver riproposti
da Minimum fax.
Una redenzione
dall’ombra. La vita di Carver non fu facile:
sin da giovanissimo fu costretto a lavorare per mantenere la sua famiglia,
ma nello stesso tempo riuscì a continuare gli studi letterari. A diciotto
anni ebbe un figlio dalla sua ragazza sedicenne, Maryann Burk e i due si
sposarono. Ma la vita dello scrittore da questo momento proseguì ancor
più in salita. La necessità del sostentamento economico della famiglia
lo costrinse a lavori duri e il rapporto con la moglie si deteriorò fino
alla rottura definitiva. L’alcolismo assediò la vita di Carver proprio
mentre i suoi testi, poesie e racconti, cominciavano ad essere pubblicati
e ad acquistare notorietà. Questa vicenda biografica ha in qualche modo
plasmato i tratti dei personaggi dei primi racconti. Loro caratteristica
fondamentale è l’incomunicabilità, nonostante nel testo ci siano molti
dialoghi, i quali sono tutti fitti, sincopati e ritmati da continui
"dissi" e "disse". In una pagina se ne contano fino a
sedici. Una sorta di destino inesorabile allunga la sua ombra sulle
vicende da essi vissute che, anche quando finiscono in tragedia, non
cedono minimamente alla concitazione. Il male accade – spesso è il
generico, ma realissimo, "male di vivere" – e la tragedia
assume i tratti della quotidianità e del piccolo gesto. Non c’è altro
da dire o da commentare circa la nuda, scandalosa e tragica oggettività
del male: è un fatto.
Con la pubblicazione della raccolta Cattedrale (ora
riproposta in Da dove sto chiamando)emerge un certo ottimismo e
sembra possibile una forma, anche delicata, di redenzione, di salvezza,
grazie a sentimenti di tenerezza, a sguardi in un passato di innocenza, a
modi alternativi di porsi di fronte al reale che procurano un’inattesa
meraviglia. Anche nella vita di Carver qualcosa era cambiato: il contatto
con gli Alcolisti Anonimi era giunto come un’esperienza di vera e
propria redenzione. Un avvenimento centrale della sua vita fu, mentre si
distaccava dall’alcool, la conoscenza di una poetessa che insegnava
letteratura all’Università di Syracuse, dove Carver stesso insegnò tra
il 1980 e il 1984: Tess Gallagher, la quale gli starà accanto fino a
quando lo scrittore non verrà stroncato da un tumore ai polmoni nel 1988
a soli cinquant’anni. Poco prima ottenne un Dottorato honoris causa in
Lettere dall’Università di Hartford.
Lo stesso Carver definisce le storie di Cattedrale «più
piene, più forti, più sviluppate, più aperte alla speranza», una «"speranza"
nel senso di aver fede», un atteggiamento di fiducia aperta sul reale e
sulla vita. In particolare T. Gallagher ha notato che Carver voleva «che
i suoi lettori fossero "commossi e anche un po’ stregati", ma
voleva anche dire "redimere" i suoi lettori – nel senso
biblico di riscattarli, affrancarli dalla loro schiavitù –, ma anche di
"assolverli", di "purgarli dal peccato". Ray lavorava
alla sua arte, ma questa lo coinvolgeva nei metodi classici per ottenere l’assoluzione:
ascoltare e raccontare». Si tratta di parole di importanza decisiva: «Nella
narrativa interiore di Ray c’è una sorta di redenzione». Nell’arte
di Carver il peso della parola non è dato solo dalla sua relazione
profonda col reale, ma da una dimensione di commozione redentiva. La
narrativa di Carver è abbondante e l’opera troppo ricca per darne conto
in poche pagine. Tuttavia sappiamo dallo stesso autore che sono due i
racconti da lui preferiti in assoluto e cioè: Una piccola, buona cosa e
Cattedrale, entrambi apparsi in Cattedrale. Ci soffermiamo
in particolare sul primo.

Eucaristia (Miniatura da Libro d’Ore
del XV secolo).
Una parabola
eucaristica. Una piccola, buona cosa è
la seconda versione del racconto Il bagno, che era stato pubblicato
in una raccolta precedente, ma in una forma a tal punto limata dal
redattore letterario della sua casa editrice da essere considerato spurio
dal suo autore. Protagonista del racconto è una famiglia il cui figlio di
otto anni, Scotty, viene investito da un’auto nel giorno del suo
compleanno. Il bambino, dopo aver attraversato uno stato comatoso, muore.
Il fornaio (the baker) presso il quale i genitori avevano ordinato
la torta della festa senza poi ritirarla né pagarla si vendica, non
sapendo nulla dell’incidente, telefonando in modo anonimo e minaccioso
ai genitori del bambino ancora in ospedale, tormentandoli con
inconsapevoli riferimenti alla sua sorte.
I genitori, alla fine, intuendo che l’autore di quelle
telefonate potesse essere proprio il fornaio, si recano da lui, disperati
e pieni di collera. Il fornaio, conosciuta la vicenda di Scotty,
inorridito di sé, riesce a consolare i genitori, facendoli sedere e
offrendo caffè e qualche dolce appena pronto, aprendosi infine in una
confessione senza fronzoli e ricca di intensità che qui riportiamo per
intero, tralasciando le frasi incidentali: «Lasciate che vi dica quanto
mi dispiace. (...). Dio solo sa quanto mi dispiace. Sentite. Io sono solo
un fornaio. Non pretendo di essere nient’altro. Forse una volta, forse
anni fa ero diverso. Ho dimenticato, non ne sono sicuro. Ma non lo sono
più, se mai lo sono stato. Adesso sono solo un fornaio. Questo non mi
scusa per quello che ho fatto, lo so. Ma mi dispiace profondamente. Mi
dispiace per vostro figlio e per la parte che ho avuto in tutto questo.
(...) Io figli non ne ho, quindi posso solo immaginare quello che state
provando. Posso solo dirvi che mi dispiace. Perdonatemi, se potete (...)
Non sono cattivo. Non credo. (...). Dovete provare a capire che a un certo
punto non so più come comportarmi, a quanto pare. Vi prego (...)
permettete di chiedervi se riuscite nei vostri cuori a perdonarmi». E
così «il fornaio cominciò a parlare della solitudine e della sensazione
di dubbio e di limite che gli era venuta con la mezza età».
Qual è la dinamica di questa confessione? Il fornaio è
un uomo comune, probabilmente una persona in qualche modo segnata dalla
vita fino a far crescere in sé un grumo di male e di odio che la mina sin
dalle fondamenta. Ma il fornaio vive la sua vita, non se ne accorge,
forse, preso com’è dai ritmi del suo lavoro e dalle necessità della
vita. Deve avvenire qualcosa nella sua esistenza per fare verità su di
sé. Deve giungere a toccare il fondo del suo male, deve arrivare a
percepire il disgusto per una propria azione per poter cogliere in sé una
speranza possibile, un’innocenza perduta, un’umiltà che porti a
confessare il proprio errore e a chiedere il perdono. Paradossalmente,
grazie alla propria esperienza di fallimento e di "peccato",
riesce a fare chiarezza sul proprio bisogno di salvezza, uscendo da una
moralità borghese narcotizzante. Solo così infatti potrà accostarsi
insieme ai genitori di Scotty, adesso in lacrime e riconciliati dalla
consolazione del perdono, alla semplice condivisione dei prodotti del suo
forno, quella "piccola buona cosa" di cui parla il titolo. La
croce dell’innocente Scotty provoca nel fornaio – che è bene
evidenziare si tratta del primo personaggio in ordine di apparizione del
racconto – una reale conversione, generando un’immersione nel proprio
male e una emersione a causa della grazia del perdono che giunge
silenziosa, ma efficace. Si può giustamente parlare di una vera e propria
"redenzione".
Va da sé un’interpretazione morale che aiuta chi
legge a imparare a essere buono, umano, compassionevole. Ma forse si può
andar oltre.
Un occhio
teologico non può non intravedere qui una
parabola che ricordi il Battesimo e l’Eucaristia. Il riferimento appare
confermato dalla lettura autorevole di W. L. Stull, il più noto studioso
dell’opera di Carver, il quale osserva acutamente come i titoli delle
due versioni del racconto (Il bagno e Una piccola, buona cosa)
fanno capire che «la storia riguarda i due sacramenti cristiani di base,
battesimo e comunione», richiamando l’attenzione su come il fornaio,
presentando e spezzando cibo di frumento (coarse grains) e pane (heavy
bread), ricordi l’Ultima Cena. Scotty, il figlio, in questo senso è
figura cristologica. Prolungando la lettura spirituale ci accorgiamo
infine che il sacerdote di questo banchetto diventa, come nota Stull, il
fornaio, proprio lui che è il primo ad aver fatto l’esperienza del
peccato e della propria miseria personale: una sorta di guaritore ferito
che sperimenta in sé stesso l’abisso della morte e la potenza della
risurrezione. La vicenda ha dunque un profondo significato cristiano,
al di là del significato letterale. Il sacerdote in questa parabola
eucaristica è un uomo qualunque, un fornaio borghese che, fatta
esperienza del male, grazie al perdono, è salvato dall’abisso di una
vita piatta e inutile, raggrumata nel rancore esistenziale. La conversione
del cuore diventa fonte di riconciliazione e di comunione e così il
fornaio può «spezzare un pane» e anche dire: «Mangiate». I genitori
di Scotty sono "esausti e angosciati", come lo erano i discepoli
di Emmaus, ma le parole creano un clima di ascolto e di accoglienza e i
prodotti del forno sono "caldi e dolci". Nel cuore si avverte
una sorta di risurrezione e infatti ecco sorgere «il primo mattino, con
la luce alta e pallida che si proiettava dalle vetrine».
Antonio Spadaro |